Premio Lettereario Donna Citta di Roma
 
   

VINCITRICE XIX EDIZIONE PREMIO LETTERARIO DONNA CITTA' DI ROMA

INTERVISTA A GRAZIA LIVI
AUTRICE DI "NARRARE E' UN DESTINO" (LA TARTARUGA)

a cura di Silvia Asoli

Grazia Livi

La scrittura è destino, passione, necessità, scelta, ricerca di identità. Questo e altro ancora secondo Grazia Livi, giornalista e scrittrice, che ha pubblicato in "Narrare è un destino" (La Tartaruga, 13.60 euro), saggi sulla scrittura delle donne raccolti nell'arco di vent'anni.

"Avevo sette anni quando dichiarai in famiglia che volevo diventare scrittrice racconta Grazia Livi e ho poi onorato quel sogno ingenuo che mi permetteva di salvarmi dai naufragi della sensibilità". Ed è proprio questa speciale sensibilità, la partecipazione emotiva, la capacità estrema di sentire, che fa di questo racconto di scrittura un appassionante romanzo. Molto più di un saggio pertinente ma distaccato: quasi un romanzo nel romanzo delle vite delle grandi scrittrici del secolo scorso. Grazia Livi ci racconta Virginia Woolf, Karen Blixen, Dolores Prato, Marguerite Yourcenar, Gianna Manzini e molte altre ancora, con la sua sensibilità di donna e scrittrice. Con la coscienza dei grandi dolori che hanno attraversato queste artiste, e del prezzo che hanno dovuto pagare per trovare il proprio percorso creativo.

Signora Livi, narrare è davvero un destino?

La scrittura autentica è necessità. La mia vita è stata segnata da questa profonda necessità. Come la vita di molte altre donne. La scrittura è un destino perché segna definitivamente una esistenza. Chiunque abbia dentro di sé una vocazione, perseguendola non fa che seguire il proprio destino. E obbedire al proprio destino dovrebbe sempre essere possibile. Seguire la propria voce interna, il proprio comando interiore, che è assolutamente presente in ciascuno di noi, dovrebbe essere prioritario.

I suoi famigliari, lei dice, pensavano che scrivesse perché le veniva bene e invece lei scriveva per calmare le fantasticherie e i turbamenti eccessivi. E' vero?

E' vero. Io ero sottoposta, fin da bambina, a veri e propri traboccamenti dell'anima. Le soluzioni più ovvie erano, a quella età, le amiche, i fratelli, i giochi. Tutte cose che ho avuto e fatto, ma non bastavano. Per questo ho iniziato a scrivere. Per molte donne è stato lo stesso. Basti pensare alla grande quantità di lettere e diari scritti nell'Ottocento dalle donne. Molte hanno cercato attraverso la scrittura la loro strada per esprimere questi traboccamenti dell'anima. Ad esempio Dolores Prato, che ha iniziato a scrivere tardi dopo gli ottant'anni, è stata salvata proprio dalla scrittura, che l'ha tirata fuori dallo stato di sgomento e dolore in cui era precipitata.

Lei scrive che la scrittura è un fare e rifare all'infinito.

Chi cerca una forma il più possibile perfetta e aderente a ciò che vuole dire non si accontenta dei primi risultati. Quindi fa e disfa, lavorando all'infinito per trovare una soluzione il più possibile armonica delle parole che scrive. Le mie origini toscane mi spingono poi ad essere particolarmente perfezionista e a non accontentarmi mai di ciò che scrivo.

La prima difficoltà per la donna non è scrivere, lei spiega, ma assegnarsi il diritto di scrivere.

Alla donna storicamente non è stata assegnata la creatività. A lei spetta il compito di dare la vita ai figli, ma non è contemplata fin dalle sacre scritture la possibilità di un atto creativo diverso. Per questo per molto tempo le donne non si sono assegnate il diritto di creare, figuriamoci quello di scrivere. Ancora oggi del resto la società fa fatica a riconoscere, anche in termini economici, questo diritto. E' importante assegnarsi il diritto di scrivere, di stare sole, di pensare, e anche quello di non adempiere ai doveri comuni tradizionali. Io non ho mai buttato a mare mio figlio, che è stato al centro della mia vita, ma certamente ho trascurato altri doveri cosiddetti femminili non fondamentali, quelli che mi sembravano solo convenzionali.

Le donne, le scrittrici raccontate nel suo libro, sembrano essere legate l'una all'altra da una catena di emozioni, slanci in avanti, gesti illuminanti. Questo ce le rende vicinissime ed amiche. Cosa le accomuna ?

La ragione per cui ho scritto, non solo saggi ma anche racconti, viene dal fatto che in me c'è una profonda partecipazione alla vita di queste donne. Queste donne di cui racconto sono tutte miei vecchi amori, che ora ho trovato il modo di narrare. Le accomuna prima di tutto, è ovvio, l'amore per la pagina scritta, ma anche questa dolorosità della loro esistenza mista a una grande intelligenza della vita. La storia di queste donne è comune. E' la storia di un "io" che può finalmente dire "io".