Scrittura femminile. La nuova Medea: incontro con Christa Wolf.

Roma - E' attraverso un viaggio tortuoso e accidentato nel mito, nella cultura maschile e nella sua parabola di morte, che Christa Wolf ha dovuto cercare per rinarrarle, restituendole integre alla vita, immagini femminili dense della necessità di vigilare sul proprio tempo, e ripensarle alla luce della consapevolezza dei saperi e della libertà femminile. Di questo viaggio, e delle sue riconsegnate suggestioni, si è parlato nell'incontro "Da Cassandra a Medea. Voci", con Christa Wolf, Anita Raja, Marino Sinibaldi, Susanna Faldella, che si è tenuto venerdì 31 maggio al Teatro Quirino di Roma.

Un viaggio, che da Cassandra a Recita estiva a Guasto, e fino a Medea, vuole testimoniare di sé e riportare alla luce del mondo la convertibilità dei valori, la possibilità di non subire il pensiero dominante e il marchio imposto dalla negligenza della storia, e nel contempo guardare alla lacerante ferita proposta alle donne dalla violenta memoria maschile, la quale, attraverso un reticolo di forme, dogmi, norme, ha storicamente costruito il suo comando e ha usato parole come pietre funebri per non raccontare i suoi fantasmi e nascondere i suoi dolori. Christa Wolf ha voluto rinarrare Medea alla luce di una rigorosa ricerca delle fonti, riportando il tragico personaggio euripideo in una dimensione di riscatto dall'infamia di aver ucciso i propri figli: lei, la cui capacità di dare consigli è inscritta nella radice etimologica del suo nome. Medea, intellettuale e guaritrice, nell'assunzione della propria esistenza rilancia un sapere del corpo e del mondo attraverso il suo continuo interrogarsi; Medea che guarda ai cittadini-abitanti di Corinto e alla loro incapacità ad assumere l'innocenza arcaica e rurale della cultura colchide e a proporre un avvenire senza distruzioni; Medea, svelando la diversa verità raccontata dalle donne, diventa luogo della conoscenza nella relazione materna. Alla madre si rivolge infatti per le sue drammatiche, appassionate interlocuzioni. A lei dona il riconoscimento del sapere, a lei la denuncia di un delitto che ha tentato di estirpare il suo sguardo solidale, a lei la scoperta che "la città ha fondamenta sopra un misfatto".

Oggi, nello spazio ambiguo e mutevole del moderno, anche la preveggenza di Cassandra si pone con l'attualità di chi ha già visto, ha guardato, non ha avuto parole per dirlo, ma resta nei luoghi per testimoniare e, nel tempo della storia, per riorganizzare una visione altra dal potere, in una speranzosa, ritmata euforia temporale, dove sarà possibile conquistare la propria autonomia: scansione aporetica verso Medea, che è in sé immagine dell'autonomia, altera consapevolezza del proprio valore, ragione che non ha dubbi sulla natura del potere e sul valore del proprio intuito. La capacità di queste donne di guardare i pensieri degli altri, nonché la natura criminale del palazzo, le renderà insopportabili ai potenti, e quale specchio in cui è impossibile mirare i propri misfatti, si cercherà di spezzarle, si inventerà per Cassandra l'impossibilità ad essere creduta, per Medea la diffamazione dei suoi incantesimi, l'invenzione del capro espiatorio. "Già da molti anni - interviene Christa Wolf - mi colpisce quanto la nostra società abbia uno strato, una pelle sottile, superficiale, e come appena andiamo in profondità troviamo la barbarie che non esita di fronte a niente, neanche di fronte al sacrificio umano. Questo processo è continuo nella designazione del capro espiatorio, e nella violenza contro chiunque rimane estraneo, sub-umano, diverso, inaccettato: dell'altro si può disporre a piacimento. Questo capita da sempre, io stessa mi sono trovata davanti la figura di Medea, l'ho vista, ho visto come si muoveva, non la conoscevo se non attraverso Euripide, come la barbara che veniva dall'Est, e che per odio a Giasone aveva ucciso i suoi figli. Con l'aiuto di ricercatrici e scienziate ho trovato nuove teorie che danno una diversa interpretazione, una Medea che non uccide i suoi figli, ma anzi tenta di salvarli. E' vero dunque, da sempre, che in una società in crisi c'è bisogno di gettare la colpa su un singolo o su gruppi, e caricarli di ciò che disturba, delle frustrazioni, delle difficoltà, in modo da poter vivere con equilibrio e serenità. La questione - continua Wolf - è che se le cose funzionano in questo modo, vedo un reale pericolo per la nostra cultura, in particolare quando questi istinti distruttivi si uniscono alle spaventose possibilità della tecnica. Credo che se esaminiamo un caso molto da vicino e ci chiediamo quali sono i meccanismi che portano al "capro espiatorio", allora per tutte/i sarà possibile vedere. Forse questa è una piccola speranza di utopia pratica, ma credo che possa essere un inizio per riuscire a vivere senza vittime".

Ma nella Medea di Christa Wolf, secondo le indicazioni di Anita Raja, ogni possibile comunità si è spezzata, ogni comunicazione è destinata al fallimento. Medea non riassume gli altri in sé, ma è oggetto dei discorsi altrui, che impongono il loro andamento narrativo, la loro volontà di storia, la loro condizione di frammenti, senza possibilità di amalgama dentro una voce capace di vedere oltre. Medea dovrà difendere in solitudine la sua dignità, e il suo dire, nella parte finale del libro, si trasformerà nel formulario del maledire, ultima estrema possibilità di comunicazione. L'esito - dunque - è quello drammatico e disperante dell'incomunicabilità, e della constatazione che non esiste paese ove Medea possa abitare con agio, non esiste un altrove e un luogo di possibilità. Non si intravede l'esplicarsi di una sfera della politica, unanimemente condivisa, in cui sia possibile un progetto di vita non devastante. L'oggi appare a Christa Wolf come un momento che corrisponde alla diminuzione della speranza, un'accentuata difficoltà a leggere la propria storia, e a captare il proprio passato con un rimando immediato alla necessità di riuscire, da subito, a capire che continuiamo a vivere nella storia attraverso una nostra precisa responsabilità.

Le riflessioni sul testo di Wolf rimandano a numerosi interrogativi, primo fra tutti quello del rapporto con il potere fondato sulla frode e il crimine. Come uscirne? Wolf propone alcuni indicatori minimi e fondativi, come l'interrogarsi, il cercare nell'espressione creativa la possibile via d'uscita e creare rapporti di qualità intorno a sé, l'avere coscienza di come il tentativo di cose troppo grandi fa correre il rischio di uno spostamento sul terreno della distruttività.

Scrivere, per Christa Wolf rappresenta la discesa agli inferi, il guardare in faccia alla radice della punizione distruttiva, all'analisi della storia passata e presente, per poi ritornare in superficie al gusto rinnovato dello stare in vita. Riproporsi domande, interrogativi, curiosità, è un gusto necessario che non va smarrito. Nonostante il vuoto concentrico e dominatore del labirinto, e il dominio del Minotauro nella città maschile, la maledizione di Medea risuona come eco di chi non rinuncia alla parola, delirio di chi ha perso ogni timore, libertà di non avere più desideri. Sarà mai possibile ritrovare trame e fili di luce che illuminano la città morente, sarà mai possibile un anelito che se pur disperato, proponga una viaggio che sconfigga la notte, e riporti le muse dell'altra poesia? E dove il luogo possibile dell'abitare? Dove la magica stella mattutina della rinnovata esistenza? Questo l'interrogativo a cui ci riporta la nuova Medea, disvelata e riconsegnata alla luce dalle necessità indagative di Christa Wolf: questo il suo interrogarsi/ci ultimativo.

 

Maria Pia Giordano

 

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