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IMMIGRAZIONE. IL RUOLO NEGATO DELLE DONNE DI CULTURA. INTERVISTA A KADIGIA BOVE E PAULINE AWETO.

(DWpress) - Roma A pochi giorni dall'apertura della moschea di Monte Antenne, evento di forte portata simbolica (ancorchè estremamente formale trattandosi di religione) verso il riconoscimento e la valorizzazione di cittadini e cittadine stranieri, sabato 24 giugno si è tenuta presso la Casa dei Diritti Sociali in via Principe Amedeo 188 un'assemblea cittadina di immigrati\e con residenza o domicilio a Roma sulla futura elezione di propri rappresentanti - precisamente consiglieri aggiunti - nel consiglio comunale e nelle circoscrizioni. Due momenti questi che dovrebbero far ben sperare su un'inversione di tendenza rispetto alla realtà razzista quotidiana (un cittadino del Marocco annegato nel Po con ai polsi le manette della polizia, la tratta delle ragazze albanesi...) se non fosse per il disegno di legge del deputato di Alleanza Nazionale Nespoli che, in barba al suo ruolo di relatore in commissione affari costituzionali di tre disegni di legge sull'immigrazione, ha praticamente tenuto conto solo di quelli delle destre, in cui emergono posizioni xenofobe e illegali (come il carcere per gli extracomunitari soggetti a decreto di espulsione). Segnali confusi dunque, che certamente non aiutano a far luce sul coacervo di realtà, culture, religioni, ma soprattutto persone, che costituiscono per la società italiana l'indifferenziato panorama del mondo dell'immigrazione, e che ci fanno restare ancorati alla trappola della tolleranza, parola di cui troppo spesso anche menti illuminate dimenticano il significato: sopportazione... Convinte del fatto che chi emigra per necessità dal proprio paese meriti qualcosa in più dell'essere sopportato, ascoltiamo Kadigia Bove, artista italo-somala, e Pauline Aweto, filosofa nigeriana, rispettivamente presidente e vicepresidente dell'Associazione Donne Immigrate Africane, associazione che riunisce delle intellettuali con lo scopo di promuovere, valorizzare e permettere l'inserimento delle straniere nella vita economica e sociale del paese di immigrazione.
D. Tra pochi mesi a Roma le immigrate e gli immigrati voteranno per eleggere propri consiglieri aggiunti al consiglio comunale e nelle circoscrizioni. Che significato (e valore) ha questo evento?
R. (K.B.) Ottenere questo riconoscimento ufficiale è importantissimo. Entri nell'amministrazione della città in cui vivi, ti impadronisci dei suoi meccanismi di funzionamento. E poi sono convinta che la presenza nelle amministrazioni di immigrati renda più difficile fare business con i soldi dell'immigrazione...
D. È vostra intenzione promuovere la presenza di rappresentanti femminili in questi luoghi...
R. (K.B.) È necessario portare avanti nei consigli comunali e circoscrizionali le esigenze delle donne immigrate, più di metà dei soggetti presenti. È importante che ci siano donne a ricoprire questi ruoli, perché in genere gli uomini tendono a coprire, a dissimulare i nostri problemi. Penso ad esempio ai problemi legati alla salute, al parto. Penso ad un tipo di attività territoriale, non staccata dal luogo in cui si abita. Su questo siamo noi a dover avere voce in capitolo, a dover essere presenti in prima persona. Tra l'altro sono pochissime le donne con ruoli di spicco nel mondo dell'immigrazione.
D. Quale è l'attività dell' Associazione Donne Immigrate Africane?
R.(P.A.) L'associazione è stata fondata nel '91 con l'intenzione di dare degli sbocchi a quelle donne immigrate che pur avendo un'elevata preparazione, laureate, artiste, intellettuali, non riescono a trovare possibilità di affermarsi nel paese di immigrazione. Siamo consapevoli del fatto che la società tecnologica in cui ci troviamo non dà ascolto se non si è adeguatamente preparate; e di donne immigrate laureate ce ne sono molte, anche se poi finiscono a fare lavori umili pur di mantenersi; molte prostitute sono, ad esempio, laureate. Il ruolo dell'Associazione per queste donne è fungere da supporto, da tramite con le istituzioni, un punto di riferimento per districarsi in questo paese. Ad esempio diamo indicazioni e informazioni sull'assistenza sanitaria: stiamo preparando un documento in varie lingue in cui sono indicate le strutture a cui rivolgersi per l'I.V.G., per il parto, e donne che in tali strutture lavorano a cui fare riferimento. Molto spesso chi non è in regola con il permesso di soggiorno ha paura ad andare in ospedale: molte non sanno infatti che la prima assistenza è un diritto per tutti, per cui magari evitano di andare persino al pronto soccorso. Non solo; la burocrazia che riguarda gli immigrati spesso per loro si trasforma in un circolo vizioso: ad esempio la tessera sanitaria (del costo di 700.000 lire annue) si può ottenere solo se si ha la residenza; se non hai il permesso di soggiorno e riesci ad ottenere un lavoro in regola, devi prima tornare al tuo paese per poi essere richiamata... E tutto questo fa si che sempre più si continui a confondere immigrazione con emarginazione: queste sono due categorie completamente diverse: chi immigra diventa emarginato perché non ci sono le strutture adatte ad accoglierlo, ma non lo era affatto prima di arrivare!
D. Come far crescere il proprio paese utilizzando il bagaglio culturale fatto di conoscenza ed esperienza di chi è emigrato? Non tornando non si rischia di compromettere il futuro di chi rimane?
R. (P.A.) (In genere chi emigra proviene dalla città, per cui quasi tutti hanno la scuola dell'obbligo. Si fugge perché si ha bisogno di una libertà che va oltre il pane, la farina, il mais. Per il bisogno di un confronto con l'occidente. In un paese come il mio, la Nigeria, le rivendicazioni sociali, politiche, sono del tutto inefficaci; si può scioperare per dei mesi e non ottenere nulla. Io ad esempio sono venuta in Italia per studiare, e con l'intenzione di tornare, ma dopo quattro anni di assenza in Nigeria tutto era cambiato e ora tutti vogliono fuggire: si sa solo che si vuole uscire senza sapere cosa fare. C'è una vera e propria alienazione culturale; per una donna in particolare è infatti molto difficile rientrare culturalmente, sia per atteggiamenti che tendono a restringere la tua libertà che nell'accettare uno sviluppo distorto del proprio paese...
D. Come valorizzare, qui in Italia, le competenze delle donne immigrate?
R. (K.B.) Facendo loro ricoprire ruoli di contatto con i paesi di provenienza: purtroppo le potenzialità di mediazione delle immigrate nelle attività di cooperazione col sud del mondo, del ministero degli esteri sono completamente disconosciute. Non si capisce perché non abbiamo ruoli rilevanti - come potremmo - ad esempio nelle ONG. Un bell'esempio è in un progetto di aiuti in Somalia da me seguito con le Chiese Riunite Canadesi: la direzione era affidata ad una suora ma le donne che sono andate a Mogadiscio ad impiantare il progetto erano delle immigrate somale in America: chi meglio di loro, di noi, può conoscere le realtà dei due paesi coinvolti nell'operazione? Ma a quanto pare c'è molta difficoltà a far accettare e capire questa cosa. Inoltre è molto importante dare i finanziamenti a chi opera sul posto, e non a governi fantocci responsabili di ruberie. Sarebbe anche interessante ottenere una maggiore trasparenza rispetto a progetti di cooperazione presentati, a quelli approvati...
D. A proposito della cooperazione internazionale, quest'anno si terrà a Pechino la Quarta Conferenza Mondiale della Donna. Le immigrate vanno a Pechino?
R. (K.B.) Ci vanno se hanno i soldi per pagarsi il biglietto...(ridono). A quanto ci risulta non ci sono in Italia delegazioni di immigrate che hanno l'accredito per la conferenza. Le ONG infatti oltre ad essere riconosciute dall'O.N.U. devono essere riconosciute anche dal Ministero degli Esteri: non ci sono in Italia associazioni di donne immigrate riconosciute da questo organismo.
D. Come e di che tipo sono i rapporti con i gruppi di donne italiane?
R. (K.B.) Il rapporto è saltuario, legato solo alle tematiche dell'immigrazione, finalizzato ad un determinato progetto quindi, ma non c'è vero lavoro comune. La difficoltà primaria è che l'immigrata o l'immigrato non si possono permettere di fare del lavoro volontario, con conseguenti grosse difficoltà ad avere assiduamente persone che possono lavorare. La strada è quindi quella di un coinvolgimento ad hoc, finalizzato ad un determinato progetto. Ad esempio abbiamo tentato di metterne su uno sulla prostituzione, coinvolgendo anche delle donne inglesi, ma che non siamo riuscite ad attuare per mancanza di fondi. Lo volevamo situare all'interno del Festival Dei Popoli, ma a quanto pare qui l'interesse prevalente per i paesi del sud del mondo è legato all'artigianato...
D. E che rapporti ci sono col femminismo? Avete avuto un coinvolgimento nella giornata del 3 giugno?
R. (P.A.) Come associazione non ci è arrivato nulla... Per quanto riguarda il femminismo, questo è un termine che rimanda ad un contesto del tutto occidentale, che ha poco a che fare col vissuto e la cultura della donna africana, ed è difficile che abbia un seguito in paesi con strutture sociali del tutto differenti da quelle occidentali. C'è in Africa una rete di solidarietà tra le donne molto forte; esse sono le detentrici dell'economia con le attività di piccolo commercio, agricoltura, cura, ma di femminismo così come è inteso qui non si può proprio parlare, diventa un termine privo di senso. Il tipo di guerra che si combatte è diversa: lì si lotta per l'acqua potabile.... N. 126 del 26 giugno 1995 E.M.

Emanuela Mauriello


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