Editoria/2. “Le politiche della differenza” di Iris Marion Young.

Roma. L'attuale ed intensa discussione politica e filosofica relativa alla giustizia sociale è oggetto dell'ultimo libro di Iris Marion Young, docente di Politica e Relazioni internazionali all'Università di Pittsburgh e attenta studiosa di filosofia politica, Le politiche della differenza edito in Italia da Feltrinelli, in cui la riflessione prende le mosse dal riconoscimento del valore delle specificità e quindi delle differenze come presupposto fondamentale per la difesa e la tutela di gruppi sociali discriminati ed oppressi.

Il raggiungimento di una reale parità non può infatti, secondo la studiosa, prescindere dalla presa d'atto dell'importanza di elementi quali l'identità, i rapporti di potere, le opportunità e il ruolo della cultura. Tutti elementi ignorati dalla maggior parte delle filosofie della giustizia, che riconducono l'origine delle disparità esclusivamente alla ineguale distribuzione delle ricchezze.

Il concetto fondante del pensiero di Young è che infatti dominio e oppressione si attuino proprio sulla base del disconoscimento delle differenze, il che genera violenza e sfruttamento e conseguentemente disuguaglianze ed ingiustizie distributive. Un simile approccio è peraltro conseguenza delle posizioni di Young, femminista militante, la cui riflessione trova origine nei temi della differenza sessuale, dell'oppressione delle donne e nella valutazione delle differenze - di etnia, di classe, di cultura - esistenti tra le donne stesse.

La scelta metodologica che distingue maggiormente l'approccio di Young è quella di rifiutare astratti principi di giustizia universale, in nome della condivisione del punto di vista degli oppressi quale criterio euristico per una reale comprensione e risoluzione delle ingiustizie di cui essi sono vittime.

Da questo fondamentale assunto si dipana l'indagine della filosofa che, a partire dalle rivendicazioni e dalle proteste portate avanti negli ultimi trent'anni negli Stati Uniti da soggetti discriminati, identifica le forme in cui l'oppressione si concretizza: sfruttamento del lavoro, esclusione sociale, privazione di autonomia e di autorità, violenza, intolleranza e integrazione culturale. Attraverso quest'ultimo aspetto si manifesta inoltre, in maniera forse più strisciante e nefasta, quella forma di razzismo che partendo da universalizzazioni di concetti e categorie ad opera di culture egemoniche, in nome di una omologazione falsamente pacificatoria e normalizzante, tenta di eliminare di fatto le identità singole.

Applicata infine ad uno scenario internazionale caratterizzato da drammatici e violenti conflitti, comunque differenti rispetto a quelli presenti negli Stati Uniti, l'analisi di Young individua nell'esacerbarsi delle opposizioni l'altro aspetto della non accettazione delle differenze e dell'esercizio del dominio e dell'oppressione: il rifiuto dell'altro come completamente estraneo ed incompatibile. Considerato che per Young in molti casi è improponibile la separazione radicale dei gruppi, essendo tali e tanti i legami e le interconnessioni, la studiosa propone come unica realistica soluzione un processo culturale che coinvolga le coscienze individuali, le espressioni culturali e le istituzioni pubbliche, al fine di giungere non certo alla dissoluzione dei confini, quanto alla coesistenza e alla permeabilità, affinché i gruppi o le comunità possano comunque autodefinirsi e venire rappresentati, riconosciuti e rispettati pubblicamente.

(29 ottobre 1996)

Annalisa Mugheddu

 

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