Judith Butler, Corpi che contano. I limiti discorsivi del “sesso”, Feltrinelli

Bodies that matter, tradotto in italiano come Corpi che contano, corpi che si trovano all'incrocio della materializzazione del corpo e della sua significazione, è il secondo importante libro di Judith Butler. Il primo, Gender trouble, ha fatto di lei una delle più famose rappresentanti della queer theory, deviante, obliqua ed eccentrica (questi sono alcuni dei significati del termine queer) teoria radicale degli studi lesbici e gay negli Stati Uniti. Corpi che contano parte dalla difficoltà di pensare il corpo, di farne un oggetto di discorso, di pensare ad esso come a un “oggetto” cui il discorso possa riferirsi facendone il proprio sostrato reale. Il saggio si propone anche di riattraversare criticamente le questioni aperte dal libro precedente e di applicare al corpo sessuale l'analisi riservata al concetto di genere: ovvero pensarlo come “costruito” e interrogare nello stesso tempo il significato di costruzione. Il corpo e il suo “sesso”, sia quello che conta sia quello che non conta, l'abietto o l'escluso, è anch'esso costruito nel senso che il potere performativo del discorso dà forma ad un corpo o più corpi che solo così si materializzano. Nella ripetizione di una norma che viene in tal modo ad essere “naturalizzata” e nell'assunzione o eventualmente contestazione di quelle posizioni che ad ogni individuo, maschio o femmina, sono offerte dalla cultura e dal linguaggio che parla e che lo parla.

Tesi centrale è quella che indica il legame inscindibile dai corpi - il corpo maschile, il corpo femminile, la loro relazione asimmetrica, il corpo lesbico come escluso necessario di questa norma - e il paradigma dell'eterosessualità obbligatoria, un ordine simbolico eterosessuale che rende stabili e riproduce le posizioni sessuate dando luogo ad un ambito di corpi necessari e ad uno di corpi invivibili e indicibili che non sono l'opposto dei primi ma il loro spettro innominabile.

A partire da questa prospettiva Judith Butler indaga non solo il modo in cui funziona una strategia di esclusione ma soprattutto come la norma, confusa con la normalità e, con un ulteriore spostamento, con la natura, si riproduce e insieme, proprio perchè si costituisce sull'espulsione di quello che individua come suo eterno costitutivo (non totalmente altro né estraneo ma strutturale rispetto al movimento che istituisce la differenza), non è un'origine ma una ri-costruzione. La legge che stabilisce che cosa è originale e normale e che cosa non lo è deve sempre essere riconosciuta come tale per funzionare e deve essere ripetuta, ri-citata per mantenere la sua forza di legge. La struttura della citazione o della ripetizione, rielaborata a partire dal lavoro di Jacques Derrida permette però di pensare anche una possibile trasformazione della legge. La partecipazione di ognuno a diverse “identità”, il passaggio, il transito per differenti identificazioni accentuano la possibilità di risignificare il corpo e il sesso rendendo dinamiche le posizioni e mobili i confini affinché nessuna identità possa pretendersi uniforme ed esclusiva. In altri termini alla normatività eterosessuale (o bianca, o “occidentale”) non si tratta di sostituire una normatività omosessuale ma di smontare la logica del ripudio, e tenere sempre sveglio un punto di vista critico nel momento stesso in cui ci si colloca nella posizione antagonista per destabilizzare il regime di significazione in cui ci troviamo.

La modalità di trasformazione di cui parla Butler è di tipo mimetico e parodico, ed è la necessaria mossa strategica per chi si trova già da sempre dentro il linguaggio. Di essa cerca di indicare le possibilità senza occultarne la strutturale ambivalenza. Mi riferisco qui soprattutto alle pagine dedicate alla tematica del drag, la cui pratica non è mai vista come soltanto trasgressiva ma come sempre duplice, presa anch'essa tra sovversione e rischio di confermare la stabilità della norma che essa gioca in modo eccessivo e spiazzante.

Molto importante, tenendo persente quanto detto fin qui troppo brevemente, è il capitolo sul “fallo lesbico”. Il riferimento principale è a Lacan e alla sua elaborazione teorica del fallo come significante trascendentale del desiderio intorno al quale si articolano le posizioni maschile e femminile. La lettura della sua costruzione in quanto significante trascendentale lo scalza dalla posizione di causa o origine per farne qui un “effetto” di nessuna causa in senso metafisico, ma parte di una pratica significante e quindi ri-significabile. La mossa teorica di Judith Butler intende mostrare come il fallo possa essere applicato a vari organi e feticci sostitutivi rispetto all'organo che è stato privilegiato già in base a un'idealizzazione dell'io corporeo maschile, cioè in base ad una prima “sostituzione”. Ciò che vuole mettere in questione è “l'integrità di un immaginario sia maschile sia femminile” promuovendo un immaginario erotico alternativo, la possibilità di identificazioni e desideri multipli, e la produzione di molti corpi al di fuori dell'opposizione fra quelli che contano e quelli che non contano.

La scrittura di Judith Butler è sempre nello stesso tempo rigorosa nell'applicare una modalità decostruttiva ai testi di vario genere che si trova a leggere nell'articolazione del suo percorso, e ironica e parodica nel suo stile retorico. Alla complessità filosofica unisce un piacere del pensiero che più di ogni altra cosa le permette di avvicinare quel corpo inimmaginabile di cui parla nelle prime pagine di questo saggio che pone alla lettrice e al lettore soprattutto molte domande e crea un senso di spaesamento (parola con la quale non intendo nulla di spiacevole) in chi desidera ripercorrerne le pagine e seguire la materializzazione, mai pura e innocente, di corpi imprevisti.

 

Monica Fiorini

 

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