Teatro, cinema, musica, libri. altreVisioni ospita un incontro: con grandi e piccoli avvenimenti di spettacolo e arte, con piccole e grandi protagoniste dell’attualità culturale. Per non perderci nell’oceano dell’(in)significazione mediatica, per attraversare le reti dell’interconnessione globale portando i/il segni/o della/e differenza/e, per cogliere valori e sensi possibili in questo scorcio rapidissimo di secolo.



Sommario









LETTERATURA/1. QUATTROCENTO ANNI DI SEGRETI. .

Riedito dal Comune di Napoli I secreti della Signora Isabella Cortese, un ricettario di rimedi naturali del 1561.

f165a.jpg (17141 byte)E’ con la riedizione di un delizioso volumetto, pubblicato nel 1561 e ora riprodotto in copia anastatica, dedicato a I secreti di Isabella Cortese, ne’ quali si contengono cose minerali, medicinali, artificiose e alchemiche, e molte dell’arte profumatoria, appartenenti ad ogni gran signora che l’Assessorato alla Dignità del Comune di Napoli ha ricordato quest’anno l’8 marzo, nell’ ambito della manifestazione MARZODONNA ‘99. "Ripescato" nel vastissimo archivio della Biblioteca Nazionale di Napoli da Anna Santoro, coordinatrice di un gruppo di lavoro sulla "Soggettività femminile" che già, una decina di anni fa, aveva condotto uno scrupoloso lavoro di ricerca sui materiali presenti nei fondi librari della Biblioteca poi registrato in un Catalogo della scrittura femminile (1° ed. 1984), il libriccino di Isabella Cortese è un vero gioiello nel suo genere. Dopo aver goduto di ampia fortuna - in cent’anni se ne contano almeno dodici ristampe - seguito stato inghiottito nel nulla, insieme al nome della sua autrice. Nel discorrere con Anna Santoro del lavoro da lei finora condotto, siamo partiti proprio da qui, dal "mistero" che circonda Isabella:

" Dell’autrice di fatto non conosciamo che il nome. Forse la famiglia Cortese era romana, - dichiara Santoro - ma esistono attestazioni del cognome anche a Firenze e nel Veneto. La prima edizione dei Secreti risulta stampata a Venezia, capitale editoriale dell’epoca, anche se non è raro il caso di note fasulle utilizzate per raggirare le censure più rigide di altri Stati. Dodici edizioni tra il 1561 e il 1677 e poi neanche più un accenno. Insomma, sia sull’autrice sia sulla fortuna dell’opera procediamo a tentoni. Ciò che ci resta è questa operina di circa duecento pagine, divisa in tre libri, che pescano nella scienza alchemica, nell’astrologia, ma anche nella cosmesi e nella medicina. Nel primo libro troviamo rimedi di natura medica - dalla peste agli avvelenamenti, dalla sifilide ai calli; nel secondo vengono illustrati procedimenti per la preparazione dell’inchiostro, per la colorazione delle pietre, per tingere o dare lucentezza ai tessuti e alle pelli; il terzo è quello dedicato alla bellezza e vengono indicate ricette per creme, profumi, paste dentifricie."

Apparentemente un ricettario, dunque, oppure uno degli esiti della cultura filosofica dell’epoca?

"Che Isabella fu donna di grande cultura non c’è dubbio. Anzi, è evidente la sua conoscenza e partecipazione al dibattito filosofico-religioso di pieno Cinquecento, in particolare alle discussioni sulla natura dell’anima, all’equilibrio tra corpo ed anima e all’importanza dell’investigazione dei segreti della natura. In questo senso, il titolo è significativo: sulla serietà e sulla necessità della segretezza - ad esempio ‘praticare’ di nascosto dai servi - è posto l’accento fin dall’introduzione dedicataria al Molto Reverendo Monsignore Mario Chabiga, Dignitissimo Arcidiacono di Ragusa (antico nome di Dubrovnik). In apertura del II libro, invece, Isabella mette in guardia contro i falsi filosofi - sono citati Geber, nome occidentale per indicare un autore arabo dell’ VIII sec, Raimondo Lullo e Arnaldo di Villanova - testimoniando la chiarezza delle sue posizioni anche teoriche. Sono altrettanto frequenti le corrispondenze tra gli ingredienti delle ricette e i concetti fisico-filosofici di materia e spirito, anima e corpo. Questo terreno teorico non toglie però, il primato alla Pratica, all’esperienza sul campo, e nello stesso tempo non offusca la leggerezza del tono, spesso ironico, usato anche per rendere più amena la lettura".

A distanza di secoli, inevitabilmente ci accostiamo ad un’opera simile con un nostro, moderno immaginario legato alla magia e alla stregoneria: troviamo dei riscontri oppure è una strada d’approccio sbagliata?

"Li troviamo, eccome. E per questo la lettura di questo ricettario risulta ancora stimolante e interessante, anche se molti rimedi sono improponibili praticamente. Pensiamo alla ‘gallina grassa impastata e pelata, e asciutta’ tagliata a pezzetti e mescolata nell’alambicco con ammoniaca, mirra, vernice e incenso per ‘far bella la faccia’; oppure l’orina calda di ‘fanciullo vergine’ per togliere le macchie d’inchiostro. Altri consigli, invece, per chi fosse alla caccia di espedienti naturali, possono essere sperimentati ancora: i fichi verdi per tingere i peli bianchi, un miscuglio di rape, zucchero e uova per le lentiggini o anche miele e limone per pulire il viso. Allo stesso modo troviamo materiali che evocano quel mondo, dalle code di rospo al sangue di drago. Componente importante, come accennavamo, è però anche l’ironia: le raccomandazioni di segretezza, ad esempio, possono essere prese sul serio in una pubblicazione, peraltro di successo? Allo stesso modo, quando vengono descritti gli antidoti ai veleni, Isabella consiglia di usare pratiche preventive nel caso di inviti a pranzo di cui diffidare. Particolari che ce la dicono lunga sul clima di quel periodo. Come significativa è la scomparsa di qualunque citazione dell’opera pur dopo lo straordinario successo editoriale. Insomma, in epoca di caccia alle streghe I secreti, nonostante le precauzioni di Isabella e i richiami continui alla grazia di Dio, veniva accostato a discorsi proibiti, sacrileghi".

Possiamo immaginare, dunque, l’emozione da lei provata alla riscoperta...

"E’ stato un lavoro bellissimo che ho iniziato molti anni fa. Sono oltre cento i nomi di donne che ho trovato sepolti nello sterminato materiale della Biblioteca Nazionale di Napoli, nomi completamente dimenticati. Fino ad una ventina d’anni fa, ci avevano detto che le donne, tout court, non avevano mai scritto, a parte rare eccezioni. E per molto tempo ci abbiamo creduto. E invece i nomi di donne che hanno scritto sono moltissimi; ed è arrivato il momento di conoscerli. Il problema storico sono le ristampe. Pensiamo ai testi minori dell’ 800: le riedizioni sono in gran parte di testi di uomini, le donne restano sepolte, anche se hanno goduto di successo presso i contemporanei. Ma questo non significa che non ci sono state. E non solo nella narrativa, ma anche nella filosofia, nella saggistica, in tutti i campi. E’ un lavoro duro: io, che mi occupo di questi problemi anche nell’ambito dell’istituzione scolastica, ogni giorno mi accorgo di quanto il normale è il maschile, persino nella scuola, dove la maggior parte delle lavoratrici sono donne. Tutto ciò che è femminile è considerato eccentrico, divergente. C’è ancora molta strada da fare."

Però sulle giovani generazioni si può insistere: come precedere?

"La partenza non può essere mai teorica. Ciò che bisogna recuperare è, in primo luogo, il piacere della lettura, la conoscenza diretta dei testi; il concetto di differenza solo in un secondo momento può essere percepito in termini astratti ma in primo luogo va verificato sul concreto. E sul campo è evidente che gli interessi delle donne sono ‘altri’ storicamente: pensiamo a quante scrittrici del passato hanno parlato del rifiuto della guerra o di problematiche sociali che gli uomini non hanno affrontato volentieri come il matrimonio di convenienza e in generale tutte le tematiche relative alla fisicità, al corpo, compresa la bellezza. Inoltre la parola delle donne, proprio perché spesso legata al veicolo fisico, materiale, è parola da percepire, da ascoltare, più che da leggere. Per questo con la mia associazione, L’Araba Felice, ho lavorato a manifestazioni di recupero della parola, dell’oralità. Anche quest’anno abbiamo organizzato A VIVE VOCE, una serie di iniziative di letture a voce alta. E non sarà un caso che a questi laboratori partecipano più le ragazze che i ragazzi. "

(Valeria D’Aversa)





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LETTERATURA/2. UNA QUEBECCHESE A ROMA

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Incontro con la scrittrice Chrystine Brouillet

f165b.jpg (10258 byte)I suoi esordi letterari accompagnano i primi batticuori dell’adolescente, alle prese con la scrittura nel tentativo di sedurre il professore di francese. Ma come insegna un universale adagio popolare, le temps arrange beaucoup de choses, e in questo caso il tempo le cose le ha sistemate bene disponendo che l’allora dodicenne innamorata e nel contempo aspirante scrittrice si avviasse a orientare al meglio lusinghe e passioni giovanili. E’ così che negli anni Chrystine Brouillet, classe 1958, di Loretteville in Québec, poco distante dall’omonima città, non è riuscita a sedurre il suo insegnante ma è diventata scrittrice. Ventiquattrenne, pubblica il suo primo libro, Chère voisine, guadagnandosi immediati consensi (e il premio Robert-Cliche) in un genere poco frequentato dalla narrativa quebecchese – il poliziesco, e da allora non ha più smesso di scrivere, alternando romanzi storici a gialli e soprattutto transitando dalla letteratura "adulta" alla letteratura per ragazzi, ovvero ai romans jeunesse come dicono i francesi. Settore, questo, che comprende i due terzi del suo copioso repertorio – a tutt’oggi trentaquattro titoli – destinato rapidamente ad aumentare (visto che Chrystine ha già in cantiere progetti di romanzi per i prossimi cinque anni) al pari evidentemente del vario elenco di gratificazioni (citiamo i due recenti premi Signet d’or e la Medaille de la Pléiade), del consistente apparato di traduzioni in spagnolo, italiano (Il mistero dei grandi piedi, edizioni Panini), cinese, islandese e arabo, infine della serie di adattamenti televisivi ispirati alle sue creazioni (tredici per Les aventures de la Courte Echelle).

Gradita ospite romana per la Giornata Internazionale della Francofonia celebrata all’interno di Orizzonte Québec, manifestazione amplissima che dallo scorso autunno ha inanellato un ricco cartellone di eventi fra teatro, danza, cinema, video e arti visive (promotori, l’Agenzia Culturale del Québec in Italia, il Ministero della Cultura e delle Comunicazioni e il Ministero delle Relazioni internazionali del Québec), abbiamo conosciuto Chrystine Brouillet in un incontro al Centre Saint-Louis de France un recente sabato di marzo, mentre con infinita amabilità esaudiva un serrata sequela di interessi e curiosità di un pubblico in grandissima parte composto da giovanissimi/e. Chi annoveri, per esempio, fra i suoi autori preferiti (Zola, Maupassant, Flaubert, Hugo, e il nostro Dante Alighieri), o quale sia il nome che più spesso ricorre nelle sue opere (Andrea). Chi abbia il privilegio di leggere per primo/a i romanzi appena finiti (sua madre, per l’occhio investigatore cui nulla sfugge) e dove prediliga risiedere, se a Parigi o in Québec (ha nostalgia dell’una quando è nell’altro, e viceversa), e ancora in quale città le piacerebbe restare per un po’ (guarda caso, a Roma, della quale adora la "lumière", la "cuisine" e la "convivialité"!). Ma anche quesiti più specificamente legati alla scrittura e al "plan de travail" della scrittrice, che realizza i suoi romanzi secondo regole severissime di strutturazione e di composizione, sia per i testi polizieschi che per i libri per ragazzi, con l’obiettivo di restituire alla pagina quei veri presupposti di essenzialità e consistenza, ovvero, semplicemente, una pagina è buona se contiene un’emozione, se gira intorno a un’azione, se dà una informazione. E così via, con accenni a stile, tematica, personaggi.

Tra questi, spunta la figura di una insolita accattivante detective, Maud Graham, "terribilmente femminista e attaccata ai problemi delle donne, dunque evidentemente a tutto quello che è stupro, pedofilia o violenza in generale, tutto ciò insomma che tocca le donne più direttamente", ci spiega poi Chrystine in privato, e acutamente aggiunge: "La finzione romanzesca non dispensa uno scrittore dall’avvicinarsi a tematiche anche gravi: io penso anzi di avere una grande responsabilità in quanto autrice, con più chances perfino di chi tratta certe questioni da specialista, perché al contrario di questi io mi rivolgo al grande pubblico. Gli uomini che mi leggono, per esempio, sono in genere lettori di romanzi polizieschi, ed è chiaro che nei miei libri trovano la suspence e quant’altro rende affascinante un giallo, ma può darsi che nello stesso tempo io li faccia riflettere su certe questioni". La pedofilia per esempio come in C’est pour mieux t’aimer, mon enfant (E’ per amarti meglio, bambino mio), dove Maud Graham si trova a scoprire il piccolo corpo senza vita di un bambino di otto anni e tra lacrime e rabbia giura a se stessa di trovarne l’assassino, perché "mai e poi mai ci si potrebbe abituare alla morte di un bambino".

Non poteva Chrystine – lei "educata nell’uguaglianza: a casa mia – racconta – non c’erano cose che facevo io e cose che facevano i miei fratelli", lei che rigetta qualsivoglia "nefasta rivalità" – che popolare le sue pagine (anche quando si tratti di giovani investigatori, è il caso delle due coppie di apprendisti detective, Catherine e Stéphanie o Andréa-Maria e Arthur), di personaggi "femminili o femministi" nello speciale senso di essere tipi "che non restano certo a casa a fare i piatti ma si buttano a capofitto in inchieste poliziesche inquietanti", eroine ed eroi pronti ad ingaggiare battaglie "non per le donne, ma per l’umanità intera – commenta la scrittrice. – Per me, è semplicemente questione di libertà e di diritto, e di conservazione del diritto alle generazioni future. E’ vero che i ragazzi trovano la finzione divertente e che scrivere per loro obbliga a creare personaggi simpatici, ma sento di dover dare sempre nei miei libri dei modelli positivi". Come in Marie Laflamme (imponente trilogia di romanzo storico apparsa tra il 1990 e il 1994). Grazie a Marie, giovane donna costretta ad abbandonare la Francia in quanto accusata di stregoneria, Chrystine ha ripercorso attentamente "quei duecento anni durante i quali in tutta Europa le donne sono state condannate, bruciate, perseguitate, in apparenza perché ritenute streghe, in realtà semplicemente perché erano donne. Sono spaventose certe carneficine che hanno avuto luogo nella storia: le streghe allora, gli ebrei e gli omosessuali nella Germania di molto tempo dopo – conclude la scrittrice – non sono che capri espiatori".

Così, tra quelle "cose serie" che tengono la sensibilità della scrittrice (magari per coabitare, perché no?, con l’amenità delle descrizioni culinarie di Monsieur Leblanc, parigino esiliato a Londra e capo cuoco in una ricchissima famiglia, un vero e proprio "bonheur" per Chrystine, gourmande) non è mancata la Shoah, la tragica persecuzione degli Ebrei "di cui non si parlerà mai abbastanza" e per il tramite di Rachel, un’ebrea che vive a Parigi nel 1945, accolta nell’ultimo libro pubblicato da Madame Brouillet nella capitale francese, Les neuf vies d’Edward (romanzo dalla particolare struttura a mosaico, dove eventi e personaggi si incrociano e si sovrappongono nella concatenazione delle loro diverse esistenze).

Né il prossimo libro di Chrystine, previsto in Québec per quest’estate, si annuncia da meno. Si chiamerà Les fiancées de l’enfer, parlerà di stupro e incesto e di donne vittime. Sarà per "rompere il silenzio", per "non chiudere gli occhi sui drammi intorno a noi. E’ il mio lavoro fare questo".

Anna Maria Sorbo




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