Teatro, cinema, musica, libri. altreVisioni ospita un incontro: con grandi e piccoli avvenimenti di spettacolo e arte, con piccole e grandi protagoniste dell’attualità culturale. Per non perderci nell’oceano dell’(in)significazione mediatica, per attraversare le reti dell’interconnessione globale portando i/il segni/o della/e differenza/e, per cogliere valori e sensi possibili in questo scorcio rapidissimo di secolo.



Sommario









CINEMA. SCHERMI D'AFRICA: COSI' LONTANI COSI' VICINI. .

La presenza cinematografica femminile all'interno del 9° Festival del Cinema Africano.

f164a.jpg (40317 byte)Le voci e le immagini che ci giungono da questo 9° Festival del Cinema Africano (Milano, 19-25 marzo) provengono dal Mali, Burkina Faso, Niger, Zimbabwe, Congo Costa D’Avorio e altri Paesi del Sud del mondo. Voci e immagini che, grazie ad occasioni come questa milanese, non restano ai margini dei circuiti commerciali e della globalizzazione, ma sono fruibili da un vasto pubblico di estimatori in costante crescita.

Il merito principale va al COE (Centro Orientamento Educativo – organismo non governativo che opera da diversi anni nel settore della promozione e diffusione in Italia, del cinema, del teatro e della cultura dei paesi emergenti) che quest'anno ripropone l'ormai annuale programmazione in tre sale cinematografiche: l'Auditorium San Fedele, il Cineteatro San Lorenzo alle Colonne e il Cinema De Amicis, con ben 90 film in competizione e fuori concorso, e oltre cinquanta registi/e provenienti da venti Paesi.

Cinque come di consueto, le sezioni: Competizione lungometraggi e cortometraggi, Competizione video, Sezione informativa, Fuori concorso, la Retrospettiva: il cinema dei due Congo, e infine una Sezione a tema: le radici nere del Brasile.

Una finestra sul mondo dunque, il Sud del mondo - cosi lontano eppur cosi vicino ai nostri mondi – una finestra alla quale siamo invitate/i ad affacciarci con spirito di curiosità viva verso popoli e culture altre, spesso mal raccontate o inascoltate, non guardate. E invece, Paesi, continenti e vissuti individuali e collettivi sono descritti o reinventati dalla sensibilità di autori come Idrissa Ouédrago, Gaston Kaborè, Abdoulaye Ascofare, Soulemane Cissé o Adama Drabo che ricordiamo soprattutto per Taafe fanga (Il potere delle gonne), un'opera a centralità femminile, che ha ottenuto il Premio Speciale della Giuria al Festival Panafricain du Cinéma et de la Télévision a Ouagadougou (Burkina Faso). Curiosissima la storia del film, che ruota intorno a una leggenda del popolo Dogon. Una giovane donna trova una maschera simbolo del potere e la porta al villaggio dove la usa per sovvertire le regole. Così le donne assumono il potere obbligando gli uomini a svolgere i lavori domestici e a vestirsi da donne…Non ci vuole molto a capire che il caos si impossesserà della piccola comunità.

Poco o nulla conosciamo invece della produzione cinematografica femminile, che pure annovera un piccolissimo e significativo drappello in grado di offrire una rappresentazione credibile del mondo delle donne africane. Donne che spendono la loro esistenza lottando contro la siccità e la povertà, contro le guerre e per lo sviluppo della condizione femminile, donne che rivendicano il loro ruolo, i loro diritti e le loro aspirazioni in seno a società tribali.

Peccato, peccato davvero che di questa produzione non ci giungano che frammenti, piccolissime tessere di un mosaico ancora tutto da costruire. Una di queste "tessere", inizio della costruzione di un grande mosaico è rappresentata dalla regista etnologa Safi Faye (Senegal) che ha impiegato ben otto anni per vedere realizzata una sua sceneggiatura, costretta a fermarsi più volte per mancanza di finanziamenti, e a modificare nel tempo, con sei versioni diverse, la sceneggiatura del suo Mossane, storia di un'adolescente che si ribella alla rigida tradizione che le nega qualunque libertà di azione e di affermazione della propria identità. Un film sofferto, per le vicende descritte, che ha portato la regista ad affermare di non voler più affrontare simili problemi, e di volersi dedicare per il futuro, solo a "piccoli film", documentari o cortometraggi che Safi Faye ama definire "su ordinazione", commissionati da organizzazioni internazionali. Opere, comunque, che sviluppano temi sempre legati al sociale, spesso in relazione alla condizione femminile.

Ingrid Sinclaire (Zimbabwe) e Anne Laure Folly (Togo), sono da segnalare per ciò che hanno scelto di raccontare l'orrore della guerra, anche se lo fanno in maniera molto didattica, con un'esposizione lineare, fatta di cifre e testimonianze da paesi che lentamente cercano di tornare alla vita. Anne Laure Folly, cineasta che vive tra il Togo e Parigi, è stata ospite in passato del festival che vi presentiamo oggi, con Les oubliées (Le dimenticate). Un breve ma intenso documentario con interviste e incontri lungo le strade minate e le città distrutte dell'Angola. Particolare, in uno scenario in cui i mutilati e le tragedie si contano a migliaia, lo sguardo che Folly rivolge a chi ha sofferto maggiormente la guerra, e cioè le donne e le bambine, sottoposte a stupri e mutilate perché costrette a camminare davanti ai cingolati per proteggere i soldati dalle mine.

f164b.jpg (21077 byte)Una delle principali vocazioni dell’appuntamento milanesei è sempre stata quella di costruire un luogo di incontro cinematografico con le opere più recenti della produzione africana, che, siamo costrette a denunciarlo, sul versante femminile offre ben poco anche quest'anno. Riconfermata la presenza nella Sezione cortometraggi, di Anne Laure Folly che presenta al pubblico Sarah Maldoror, ou la nostalgie de l'utopie, film sulla grande regista Sarah Maldoror, della Guadalupa. Un documentario realizzato intorno alla figura di una delle più grandi cineaste nere del secolo. Estratti dei suoi film e immagini di archivio illustrano gli avvenimenti politici per i quali la regista ha combattuto nel periodo delle lotte di liberazione dell'Africa e dei Caraibi, con l'unica arma in suo possesso: il cinema.

Da segnalare, ancora nella sezione Concorso lungometraggi, la prima nazionale di Keind ensaLa femme au basilic (La furbizia delle donne, Marocco '99) della regista Farida Benlyazid. Nel film Lalla Aicha, figlia di un ricco mercante, ha ottenuto nella vita quel che desiderava. Orfana di madre, viene allevata dalla nutrice Dada Mbarka che le fila ogni capriccio. Un giorno, mentre innaffia il basilico dalla terrazza di casa, incrocia lo sguardo del figlio del re. E' amore a prima vista. Ma, tra la giovane ribelle e il principe altezzoso, il rapporto non sarà, com'è ovvio immaginare, per nulla facile. Si tratta di una commedia sentimentale, e come tale l'happy-end è d'obbligo.

Dall'anno scorso il Festival ha creato una sezione in concorso per le opere girate in video, ed è proprio pescando in questa sezione che troviamo La tribù du bois de l'E (Reunion/Francia '98) di Sara Maldoror. Attraverso uno scultore fuori dal comune, Sarah ci fa scoprire un luogo museo con disegni, murales, istallazioni, tracce di memoria coloniale, necessari per un profondo "faccia a faccia" culturale. Nella stessa sezione segnaliamo ancora Rupture (Tunisia/Canada '98) di Najwa Tlili, tutto incentrato sulle vicende di Fadhila e Roula, due donne di origine araba immigrate a Montréal, che subiscono la violenza da parte dei mariti. Le due donne raccontano il loro dolore e la loro umiliazione, la loro determinazione e la loro lotta, ma pure i loro sentimenti di sconfitta e di colpa. Entrambe le donne hanno osato parlare, esporsi all'incomprensione e alla persecuzione. Tlili con Rupture costruisce il ritratto delle due donne e della comunità araba nella città canadese. Registra con la sua macchina da presa, il pensiero arabo che deve mantenere la propria fierezza tra il crescere dell'integralismo e l'apertura alla vita moderna.

Xiga da Silva (Sezione afrobrasiliana), è stato girato da un uomo, il regista Carlos Diegues, ma ve lo segnaliamo per la vicenda particolare che ha scelto di raccontare. Xiga da Silva è tratto dalla storia vera di una schiava del XVII secolo, che ottenne la libertà diventando l'amante di un rappresentante della corona portoghese giunto nella città di Vila Rica per sorvegliare l'estrazione dei diamanti e delle pietre preziose. In forte contrasto con l'immagine della donna sottomessa, Xiga riesce a manipolare tutti con la sua intelligenza e sensualità. Il personaggio, interpretato da Zézé Motta, incarna lo stereotipo della mulatta della società brasiliana, ossia, l'immagine della donna nera idealizzata dai bianchi.

Vogliamo chiudere questa breve parentesi sul festival, spendendo due parole per l'ultima, eccezionale opera postuma dello scomparso Djibril Diop Mambéty, La petite vendeuse de Soleil, film scelto per inaugurare giovedì' scorso, questa nona edizione del festival. Secondo episodio di una trilogia che il regista aveva deciso di dedicare alle "storie della piccola gente", la "petite vendeuse" è Sisi, una ragazzina senza una gamba che vive di elemosine sui marciapiedi di Dakar. All'ennesima violenza subita dai piccoli strilloni che vendono i quotidiani, la piccola decide di diventare anche lei venditrice di giornali, nonostante le stampelle con cui è costretta a camminare. Sisi si ribella in questo modo all'infelicità, e con l'aiuto di un "compagno di viaggio", si emancipa e inizia una nuova vita.

La proiezione dei film è fissata per domani, giovedì 25 marzo , alle ore 20,30 nell'Auditorium San Fedele. Giurata d'eccezione, Mira Nair - indimenticabile per averci regalato l'emozionante e indimenticabile Salaam Bombay -, l'attrice brasiliana Zézé Motta e la giornalista Maria de Lourdes Jesus, ospite della tavola rotonda di lunedì 22, al Cineteatro San Lorenzo alle Colonne, dove ha parlato di "buona informazione", e di che tipo di notizie circolano sul Sud del mondo. Cronaca o approfondimento?

Vik Birkbeck Santos, direttora del Festival di Rio, ha presentato invece, nel corso di un'altra tavola rotonda (mercoledì 24) l'esperienza cinematografica al femminile in Brasile. Il cinema visto con occhi di donna. Peccato che di questa cinematografia e di altro cinema femminile mondiale, a noi non giunga nulla.

Caterina Giardinelli





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TEATRO. IN PRINCIPIO ERANO LE PAROLE E CON LE PAROLE IL CORPO

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Ritratto di Patrizia Zappa Mulas, che porta in scena Colette

f164c.jpg (17070 byte)Di sé dice di essere una che non programma, incapace di concepire il futuro, a tratti solo squarciato da una sorta di "illuminazioni" che improvvisamente le fanno chiaro intorno, una che proprio non crede "alla possibilità di sapere esattamente cosa siamo: sono gli altri e le cose che facciamo a darci un’indicazione, cangiante, di noi", e che perciò continua a "sorprendere" se stessa nelle scelte di vita. Insomma un’irregolare, "niente teatro né casa fissa, mai legata a direttori di stabili o a registi", in altre parole senza grandi protezioni, per dirla tutta "una ribelle", o se si preferisce "una free lance assoluta", con la spiccata inclinazione alla "libertà innanzi tutto" e col piglio nondimeno del severissimo recensore di se stesso. Per lei che ha qualcosa come due decenni di teatro di regia alle spalle con grossi nomi, i vari Castri (con lui ha esordito nel 1978, un Edipo adolescente in latino), Cecchi, Garella, Missiroli, Tiezzi, Squarzina, Scaparro, Piccardi, Mezzadri, Pugliese, una molteplicità insolita di fronte alla consueta predilezione italiana alla "monocoltura", e che tuttora il teatro di regia continua a farlo (ha appena concluso le repliche di Il pellicano di Strindberg con Missiroli), può pure accadere che uno spettacolo nasca per la fortuita evenienza di "un incontro forte, empatico" o per "mero amore letterario". Come è avvenuto, rispettivamente, per Trentasette, il mistero del genio adolescente di Flavio Caroli, storico dell’arte e autore di un libro di racconti sulle ultime ore di artisti scomparsi appena trentasettenni, cui avevano già dato voce tra gli altri Lucilla Morlacchi e Moni Ovadia ("agonie", spiega la nostra interlocutrice: "e visto che ho interpretato Ermengarda morente con sei registi diversi sono piuttosto allenata in tal senso"), ora riproposto per il 16 e il 17 aprile al GarybaldiTeatro all’interno del rilevantissimo cartellone di Divine ’99, e per il suo Colette parlerà tristemente del piacere – studio in 27 movimenti dell’anima, in programma al Teatro San Carlino di Brescia il 28 marzo (poi a Casalbuttano di Cremona il 24 aprile), originale performance che, nell’allestimento di Sara Poli e con l’accompagnamento di Adriano De Santis al pianoforte, ha già debuttato ottimamente al Teatro Metastasio di Parma a fine febbraio.

Lineamenti delicati e puri, Patrizia Zappa Mulas, cognome importante che mescola le origini austro-nuragiche della madre (l’artista Maria Mulas) e quelle lombardo-venete paterne, conversa amabilmente con noi nella sua luminosissima camera, senza risparmio, puntellando il racconto di sé – della discontinua, come sembrerà a lei, ma brillante e intraprendente Patrizia Zappa Mulas – con precise e attente osservazioni, diremmo di conio critico. La prima delle quali spende proprio al riguardo di quel teatro di regia che di volta in volta le ha assegnato le vesti di Ofelia dell’Amleto shakesperiano o della Figliastra dei Sei personaggi di Pirandello, di Antigone, Elettra, Caterina di Helbronn, della già citata plurima Ermengarda, e che è "un tipo di teatro, di notevolissimo interesse dal punto di vista della ricerca formale e nel secondo ‘900 artefice di grandi prove di invenzione, ma non l’unica dimensione del teatro: già quello di Cecchi, per esempio, che ho fatto e ho molto amato, se ne differenzia per il fatto che il regista, un po’ da capocomico, è in scena, anche se in una versione artaudiana e non tradizionale, e l’accento è sull’attore più che sulla formalizzazione scenografica e luministica".

Prendiamo nota subito di completare gli appuntamenti di cui sopra con una serie bella lunga di occasioni (la doppia occorrenza della lettura scenica di Dolci baci di Raffaella Battaglini venerdì 26 marzo al Teatro Dei Documenti di Roma e sabato 27 marzo al Teatro dei Rassicurati di Montecarlo, Lucca; un’altra lettura, stavolta da Edgar Allan Poe, a Cremona il 23 aprile; poi la partecipazione all’incontro Narrazioni minute di scrittrici e non solo ancora al bresciano San Carlino martedì 30 marzo per la manifestazione Il lavoro cambia e ci cambia. Riflessioni, immagini e sentimenti sul lavoro a Brescia; infine le letture degli ultimi lavori letterari di Lidia Ravera alla Libreria Bibli di Roma il 19 aprile, e di Marisa Rusconi alla Libreria Feltrinelli di Milano, il 5 maggio). Annoveriamo pure una presentazione, ancora in quel di Cremona il 24 aprile pomeriggio, del suo primo fortunato romanzo L’orgogliosa (uscito lo scorso ottobre per Baldini & Castoldi, una seconda edizione già in cantiere), e soprattutto, attesissima da Patrizia inclusa nella rosa delle finaliste, la serata di assegnazione del Premio Letterario "Donna Città di Roma", qui nella capitale il 12 aprile (occhio ad altreVisioni del 7 aprile che al noto premio dedicherà un ampio numero monografico).

E finalmente eccoci a Colette, per la quale hai assunto la doppia veste, inedita, di autrice e attrice.

Colette è ‘fatta per il teatro’, non solo per ragioni biografiche (dopo il divorzio da Willy, per sopravvivere la scrittrice cominciò ad esibirsi in pantomime al Café Chantant). Nei romanzi autobiografici di Colette sentivo veramente la ‘sua’ voce. Poi mi è capitato di scoprire che aveva tenuto in giro per l’Europa conferenze sulla sua storia (e non è escluso che i volumi autobiografici siano nati da queste), e ho deciso. Certo, la sua (malgrado certe riserve pregiudiziali che hanno a che fare con la nostra cultura letteraria) è una scrittura così alta e complessa e per trasferirla in scena si è resa necessaria la costruzione di un impianto drammaturgico, che si può, è chiaro, liberamente reinventare ma che ha delle regole, precise come una sinfonia. Dunque, chi è lei, perché dove e a chi parla, cosa racconta e che arco di racconto ha: questioni preliminari al lavoro ulteriore di elaborazione linguistica, realizzato come un pastiche col montaggio di brani tratti dai romanzi, che rimontati secondo una logica diversa forniscono un’immagine di Colette, evidentemente alterata. La mia Colette è un personaggio emblematico che riflette sui grandi temi della vita, con l’aria di dire la ‘verità’, non quella metafisica ma ciò che ci riguarda tutti e tutti sentiamo (difatti non è uno spettacolo che divide i sessi). Parla per esempio di come sia faticoso crescere, del primo impatto con la voluttà, del malessere dei vent’anni, della nostalgia per l’infanzia. Non c’è niente di intimistico. Il parlare al pubblico è esplicito, forte e intenso, con affondi continui nell’anima e con molto ‘corpo’, nel senso che durante tutta la conferenza uso molto il corpo seguendo un filo del racconto che ha che fare con l’espressione fisica fino alla grande danza conclusiva.

Tra l’altro Patrizia Zappa ha cominciato proprio con la danza. Poi, di là...

Ho iniziato bambina a frequentare la scuola della Scala esordendo nello Schiaccianoci di Nurejev. Ma mi mancavano troppo le parole: chiudermi in quel silenzio mi sarebbe stato impossibile, e allora, finita la scuola media, mi sono ritirata (una cosa a dire il vero parecchio impegnativa per un’adolescente). Tuttavia quella preparazione acrobatica è stata messa a frutto nel mio modo personale di usare molto il corpo sulla scena: quasi un tentativo di tenere assieme due cose inconciliabili nella cultura occidentale, danzare e parlare. Negli anni ho continuato a coltivare la passione per la letteratura – il mio grande amore è il romanzo – e poi, per una consimile tensione narrativa, per il cinema. Ma abitavo a Milano e dopo il liceo non me la sono sentita di trasferirmi a Roma, così mi sono iscritta alla Scuola di regia del Piccolo. Finché pian piano ho capito di essere sprovvista di quell’attitudine al comando, quel sentimento di responsabilità collettiva di una ciurma, che ritengo debba possedere un buon regista. Sentivo, e sento, più confacente a me la libertà dell’attore alla continua invenzione, e il lavoro dell’interprete mi sembrava anche un bellissimo esercizio morale, buon contrasto alla mia tendenza all’introversione. Mi ha aiutato fare i conti con la meravigliosa e sana disciplina del mestiere che avevo cominciato ad apprendere fin dai tempi della Scala, del mestiere come artigianato, della creatività sottoposta a regole. E l’attrice è cresciuta.

Quando e come è nata la scrittrice?

Mentre facevo l’attrice contemporaneamente studiavo Filosofia Estetica. Quando mi sono laureata, nel 1988, con una tesi in Teoria del romanzo, ho detto a me stessa che avrei chiuso per sempre con un certo tipo di linguaggio, saggistico, da trattato. Ho intrapreso la lettura di grandi scrittrici, Colette stessa, Compton Burnett, ho ripreso Virginia Woolf, e intanto scrivevo abbondantemente, lettere e diari, senza mai farmi illusioni, senza capire fino in fondo cosa volessi veramente scrivere. In palcoscenico, in quello stesso 1988, ho interpretato Ofelia, con Cecchi: una esperienza decisiva, addirittura uno spartiacque tale da imporre nuova consistenza alle cose. Ma è allora che è cominciata anche questa terribile vicenda del processo Calabresi. Da piccola, per il tramite di cugini più grandi di me impegnati politicamente, ho frequentato l’area milanese di Lotta Continua e tra gli altri conosciuto lo stesso Adriano (Sofri, ndr, superflua puntualizzazione), e so che è innocente. Quando hanno arrestato lui e accusato Lotta Continua di essere mandante dello spaventoso omicidio, è stato un colpo orribile per me, come per tutta una generazione, credo, che aveva vissuto quegli anni, un’offesa alla mia memoria personale e storica. Perché Lotta Continua non era affatto il covo di terroristi che si è detto ed anzi era il gruppo più illuminato e critico verso le scelte armate, tant’è che quando si sciolse nel ’76, lo fece – tra infiltrazioni di servizi segreti e il travaglio all’interno del gruppo – proprio per evitare strumentalizzazioni. Ho avuto netta la percezione della mostruosità di quegli avvenimenti, e tuttavia confidavo nella giustizia. Fino a quella sentenza del 5 maggio 1990. Per venti giorni, allora, sistematicamente, dalle due alle otto di sera, mi sono seduta alla scrivania e scritto di getto pagine e pagine. Furiosamente, veniva fuori un episodio infantile che funzionava in filigrana ai fatti del processo: un filo conduttore, una sorta di parabola su cosa succede quando si ammala il senso della giustizia. Alla fine ho riletto tutto e mi sono accorta di aver scritto un carattere, e ho segnato immediatamente il titolo: L’orgogliosa.

Siamo al maggio del 1990. Ma il romanzo esce nel 1998. Cosa è successo in tutto questo tempo?

Il fatto è che avevo dato vita ad una voce adulta e interiore, che ricostruiva esattamente le sensazioni dell’infanzia, e questa doppia natura della voce funzionava bene. Ma al libro mancava tutta una prima parte, ed è rimasto nel cassetto per cinque anni, finché di colpo – vuoi a causa del Pirandello dei Sei personaggi fatto con Garella, vuoi per la straordinarietà di una notte alla Pergola di Firenze – ho sentito che dovevo, assolutamente, finire quella storia o avrei mancato il compito per cui ero stata programmata dalla natura. Ho ripreso a leggere Stevenson, e Conrad, Melville, i grandi narratori. Ho creato un testimone esterno in una bambina coetanea alla voce protagonista: altre cento pagine che non sarebbero servite a niente. Ma, scrivendo, ho trovato il vero accesso, nella scrittura stessa come evocazione dei fantasmi.

Cosa significa per te scrivere?

Significa scrivere del male e del bene. Nel cinismo ideologico odierno, la letteratura resta per me una grande occasione morale: qualcosa che anziché raccontare storielle, ecco, aiuta a districarsi nell’enorme complicazione etica della vita di oggi, libera da rigidi moralismi e tuttavia preda della disperazione più assoluta. Non mi interessa l’estetismo fine a se stesso, però rifuggo ugualmente la sciatteria stilistica e linguistica che ci ha invaso. Dietro lo stile e il linguaggio, deve esserci il personaggio, quindi l’uomo, altrimenti l’arte diventa impudica.

Nella pagina, come sulla scena, ritieni fondamentale il "corpo"?

Senza dubbio. La scrittura in fondo non è che una nostalgia del corpo, ciò che tendiamo a conquistare attraverso il racconto e le parole è infatti un tentativo di ritrovare l’interezza dell’essere che nel momento in cui siamo nel linguaggio abbiamo già perduto. Lo stile stesso di uno scrittore dipende dal suo corpo. Io, per esempio, mi definisco una scrittrice centometrista: mi muovo a scatti, opero sintesi, assecondo uno stile lirico e contratto, rapido, nervoso, diversamente da quanto accade per gli scrittori pacati e ritmici.

Esiste, secondo te, una specificità nella scrittura femminile?

Sicuramente l’espressione sa molto di slogan: il mercato ha bisogno di slogan, pulp e quant’altro. Aldilà di questo, già Croce individuava una tendenza specificamente femminile nella scrittura delle donne, intente ad occuparsi sempre dei sentimenti, e a collocarli nella vita quotidiana. Da questo punto di vista, non appartengo al genere, visto che più che occuparmi del quotidiano mi interessa parlare di bene e male, di giusto e ingiusto. Conservo certamente il segno, marcato, dell’introspezione. Tutto sommato, però, non credo che esista uno ‘specifico femminile’. Esistono, invece, le donne: le singole donne, gli individui unici e irripetibili. La distinzione tra uomini e donne resta fondamentale dal punto di vista biologico, sociale e culturale, ma è inevitabile che, nel profondo, finiscano per mescolarsi aspetti maschili e femminili, e che spesso risulti parecchio arduo distinguere gli uni dagli altri. Credo che il compito culturale della nostra generazione – la seconda del femminismo – sia accedere all’individualità, staccarsi dal rassicurante anello della tribù e assumersi delle responsabilità individuali. Anche perché una vera cultura di potere nel mondo femminile italiano non si è espressa, come è accaduto invece in quello anglosassone.

Anna Maria Sorbo




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