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S A R D E G N A


Isola del silenzio



Isola del silenzio. L'hanno chiamata così, la Sardegna, qualche decennio fa, all'inizio della sua fortuna (e della sua "carriera") di terra consacrata al turismo.

In quello slogan, come negli altri che gli facevano da corona ("la più vicina delle isole lontane", "isola del sole", "un pezzo di preistoria vivente"', c'era l'eco di una lunga letteratura addensatasi sulla Sardegna fin dalla prima meta' del secolo scorso. quando la moda romantica spingeva gli appassionati dell'esotico a cercare nelle terre inesplorate la natura allo stato puro, il "primitivo" a portata di mano. Dal piemontese conte Della Marmora al tedesco barone Von Maltzan, dal bibliotecario di Versailles Valery al futuro ammiraglio della Marina di Sua Maestà britannica Smyth, giù giù sino al primo "fotografatore" dell'isola, il francese Delessert, al giornalista inglese Tyndale al fisiologo italiano Mantegazza, lo schema mentale che accompagnava il visitatore era praticamente sempre lo stesso: una terra dove tutto è come mille, diecimila anni fa; dove tutto trasuda memoria, nostalgia, ombra dell'antichità; dove l'umanità è, come la natura, essa stessa intatta e primigenia. E se a qualcuno capitava di voler trovare somiglianze fra i costumi di quei popoli e quelli di altre genti, il riferimento più immediato era al mondo omerico e alle popolazioni dell'antico Oriente; come aveva fatto, per esempio, il gesuita padre Bresciani, che aveva visitato la Sardegna poco prima del 1850.

Uno stereotipo, dunque, duro da morire. Ma anche, forse, con una sua qualche parte di verità. Neanche gli aristocratici e raffinati viaggiatori-scrittori del Novecento seppero sottrarsi al fascino di questo luogo comune su un luogo cosi poco "comune" come è la Sardegna. John Crawford Flitch vi cercava all'inizio del secolo colori e atmosfere che s'accordassero col suo spleen decadentista; David H. Lawrence vi venne con la sua "ape regina", nel 1920, a cercare l'"uomo vero", l'ultimo uomo veramente uomo, come solo poteva produrne la civiltà mediterranea nelle sue regioni più appartate; Elio Vittorini, nel 1930, la canta come la terra della Ingenuità Totale, "quasi un'infanzia"; Dominique Fernandez, capitato nel 1960 sulla costa gallurese proprio mentre vi esplodeva la grande invenzione turistico-immobiliare dell'Aga Khan Karim, ritrova tra le sue rocce e il suo mare il mito della grande Madre Mediterranea, sempre uguale a se stessa, eternamente generatrice.

In realtà, la Sardegna così come la vede oggi chi vi arrivi dal di fuori è il risultato d'un lungo lavoro della geografia e della storia. La geografia, innanzi tutto. Quando, milioni di anni fa, le Alpi non erano ancora emerse dal mare, già stavano alte sull'acqua le montagne del Sulcis Iglesiente, la cuspide sud-occidentale dell'isola, che infatti rinserra in se la zolla piu antica di terra italiana. Questa primogenitura geologica ha esposto la Sardegna ad una "rifinitura" più lunga e più intensa di quella che è toccata ad altri luoghi d'Italia o d'Europa. Il paesaggio sardo, dicono i geografi, ha i caratteri, più che d'un paesaggio "antico", d'un paesaggio "vecchio": un paesaggio sul quale si è esercitata la forza limatrice e livellatrice delle acque, della pioggia, della sabbia, del vento.
Quest'azione ha prodotto tre effetti principali. Innanzi tutto ha "arrotondato" gran parte delle alture, smussando asperità del terreno, alleggerendo e abbassando le punte più erte, sostituendo quasi ovunque una linea d'orizzonte dolcemente sinuosa al profilo duramente gotico delle fughe di crinali aguzzi. In secondo luogo, in alleanza con l'azione del sole (che qui, d'estate, picchia con forza africana), ha spaccato le montagne di pietra piu fragile in picchi aspri e inaccessibili, come è capitato in quello che è il grande cuore geografico dell'isola, il massiccio del Gennargentu. In terzo luogo ha lavorato il granito, pietra dura e tenera insieme, foggiandolo in forme modellate, arrotondate, traforate, che fanno di certi punti come il Capo Testa di Santa Teresa di Gallura quasi un grande mostra all'aperto di queste "sculture del tempo del paesaggio" per le quali viene cosi spontaneo il nome di Henry Moore. Questo lungo lavorìo degli elementi naturali ha conferito al paesaggio della Sardegna i caratteri essenziali con cui esso si offre agli occhi di chi vi arriva.

Il primo carattere è quello di una montuosita, che in realtà è solo apparente. 0 che, meglio, è smentita dai dati geografici, se si pensa che l'altitudine media dell'isola è soltanto di qualche centinaio di metri, che la sua montagna più alta, la punta Lamarmora sul Gennargentu, non tocca i duemila metri e che pochissime cime arrivano oltre i mille (solo tre paesi, dei suoi quasi quattrocento, sono collocati oltre questa altitudine). Questa caratteristica di paesaggio montano è data, invece, dalle colline, le cui linee dominano quasi tutto il paesaggio isolano: e se nelle zone in cui il tempo ha lavorato ad arrotondare le forme questo paesaggio di colline si presenta come una sequenza pressochè ininterrotta di dolci altipiani che sfumano verso l'orizzonte (chi volesse farne la controprova, dia un occhiata al grande scenario che chiude, a sud, la breve piana di Torralba, dove sorge uno dei monumenti più noti della civilta nuragica, la cosiddetta "Reggia" di Santu Antine), nelle zone in cui il tempo ha invece lavorato a frantumare, spaccare, aguzzare, il paesaggio di colline ha la durezza del paesaggio montano. E lì, più delle cifre dell'altitudine sul livello del mare, conta questa intrinseca forza delle strutture geologiche a dare l'immagine, l'idea, l'emozione della montagna. Gli stessi sardi, in fondo, sono immaginati e - cosa forse anche piu interessante - si immaginano come un popolo "montanaro" (con tutte le fierezze, le austerita e le virtù incorrotte che accreditiamo ai popoli di montagna): anche se, poi, un quarto di loro vivono intorno a Cagliari, dove la terra raramente s'alza sul livello del mare piu di qualche decina di metri.
Una collina che aspira alla montagna, dunque: o, meglio, una collina che si presenta e "funziona" come montagna.

E' questo paesaggio che caratterizza la Sardegna e la fissa nella memoria del visitatore: più di quanto non facciano, invece, le sue pianure, che pure esistono sia nella forma piu importante e dominante, che e la grande pianura che corre per quasi cento chilometri dal golfo di Cagliari al golfo di Oristano (è il Campidano, consacrato alla coltivazione del grano, che i Cartaginesi e i Romani misero al centro del sistema di approvvigionamenti dei loro imperi transmarini), sia nella forma breve di piccole piane che s'aprono fertili e tranquille al centro di modeste conche, specie nella Sardegna del nord (la piana di Chilivani, nella regione detta del Monte Acuto, o la piana della Nurra, nella parte nord-occidentale dell'isola).

Il secondo carattere è la "brevità" di questo paesaggio. Una brevità paradossale, perchS quest'isola, che è la piu grande del Mediterraneo dopo la Sicilia (24 mila chilometri quadrati), è spezzettata dalla natura in porzioni obiettivamente modeste: che il visitatore, per , ed ecco il paradosso, vive e "consuma" come un paesaggio vasto, aperto, di grandi spazi e di estensioni notevoli. La spiegazione di una sensazione come questa non e facile: gioca la frammentazione della geografia, gioca la sequenza degli orizzonti che sfumano in toni sempre più tenui di grigi azzurrini, gioca - ultima e fondamentale conseguenza della vicenda geografica dell'isola - la scarsità della presenza dell'uomo in questo paesaggio naturale.

La Sardegna ha oggi, all'incirca, un milione e 650 mila abitanti. Neppure settanta abitanti per chilometro quadrato, cioè poco più di un terzo della media italiana, che è di quasi 190. Di questo fenomeno è responsabile la geografia, abbiamo detto. Ma la storia, la vicenda millenaria dei sardi, non ne è responsabile in misura minore.
Sino all'inizio di questo secolo, addirittura, l'isola non aveva mai avuto più di 800 mila abitanti: 300 mila, anzi, nell'antichità. e non più di 500 mila ai tempi della scoperta dell'America, sebbene gli scrittori sardi amassero raffigurarsi la Sardegna preistorica e poi quella romana come un'isola felice, fertilissima e popolatissima.

L'uomo abita la Sardegna da circa centocinquantamila anni, cioè dal Paleolitico. Così dimostrerebbero alcune testimonianze apparse di recente: secondo alcuni, peraltro, così frammentarie e limitate nel territorio da non avere del tutto smentito l'idea corrente sino a qualche anno fa, che faceva cominciare la storia (o, meglio, la preistoria) della Sardegna dal Neolitico, soltanto 5-6 mila anni fa. Le tracce delle culture che si diffusero da allora nell'isola sono ancora oggi ben visibili nel paesaggio sardo.

Giustamente è stato detto che la Sardegna è il più grande museo all'aperto di tutto il Mediterraneo. I dolmens, le domus de janas (sepolture scavate nella roccia ad imitazione delle abitazioni dei vivi, ma su scala cosi ridotta da far credere alla tradizione popolare che quelle domus, quelle case, fossero abitate da janas, piccoli esseri dotati di poteri magici), le "tombe dei giganti" e infine i nuraghi, le grandi torri di basalto o di trachite che punteggiano l'intero territorio (se ne contano piu di settemila), parlano al visitatore d'una preistoria ancora presente.

Ma non meno evidenti sono le tracce dei dominatori che da un secolo all'altro si avvicendarono nell'isola. I primi ad arrivarvi, nelle forme suadenti e amichevoli del commercio marittimo, furono i Fenici, intorno all'anno Mille avanti Cristo. Ma fu la penetrazione dei loro discendenti d'Occidente, i Cartaginesi, a mettere definitivamente in crisi la grande civilta autoctona prodotta per quasi un millennio dai popoli nuragici. E quando, nel 238 avanti Cristo, la conquista romana impose un nuovo dominio che sarebbe durato oltre settecento anni, la Sardegna si preparava a prendere, da Roma, alcune impronte peculiari che avrebbe conservato per sempre. Non soltanto lo sviluppo del sistema urbano (già avviato dai Cartaginesi), che vide prosperare città come Karales (Cagliari), Turris Libisonis (Porto Torres) e Olbia - ancora oggi i tre grandi porti d'ingresso nell'isola -, non soltanto la densa griglia di un sistema stradale di cui ancora oggi affiorano numerosi i segni, ma soprattutto la lingua. Il sardo non e una variante regionale della lingua italiana, ma una vera e propria lingua "romanza", come l'italiano direttamente discesa dal latino, di cui anzi conserva piu nitidamente tracce nel lessico e nella grammatica: "Pone mihi tres panes in bertula" "Mettimi tre pani nella bisaccia", diceva il legionario romano di stanza a Forum Traiani (Fordongianus) e dice allo stesso modo il pastore delle montagne centrali quando parte col suo gregge.

Furono le invasioni barbariche e il dilagare degli Arabi nel Mediterraneo a tagliare, tra il 550 e il 750 d.C., il cordone ombelicale che legava la Sardegna a Roma. Costretta a governarsi da sola, l'isola conobbe il periodo di una indipendenza "forzata" in cui però seppe sviluppare non solo i fondamenti di quella civiltà comunitaria che avrebbe caratterizzato a lungo la vita dei suoi villaggi, ma anche sistemi di governo quasi statuali nelle forme dei quattro Giudicati. I loro signori, i "giudici", erano detti anche donnu, padrone, e rex, re: e prendevano il nome dalle quattro grandi regioni in cui 1'isola aveva finito per trovarsi divisa, Cagliari, Gallura, Torres o Logudoro e Arborea, che latamente corrispondevano, si potrebbe dire con un tantino di semplificazione, alle quattro province di oggi. Già insidiati, a partire dal 1100, dalle mire espansionistiche delle due grandi repubbliche marinare del Tirreno, Genova e Pisa (e a modelli pisani rimandano direttamente le suggestive basiliche che sorgono oggi solitarie nella campagna sarda), i Giudicati erano già in crisi quando papa Bonifacio VIII, nel 1297, dava la Sardegna in feudo a Giacomo II d'Aragona, Solo Arborea seppe resistere alla conquista dei catalano- aragonesi, iniziata nel 1323 ma mai realmente compiuta sino al 1478, quando si spense - nella battaglia di Macomer - l'ultima scintilla di una lunga guerra di resistenza che aveva avuto i suoi capi nel giudice Mariano IV d'Arborea e in sua figlia, la giudicessa Eleonora, promulgatrice, intorno al 1392, della Carta de Logu, un codice di leggi civili e penali destinato a durare sin dentro il secolo XIX.

Anche della dominazione prima catalano-aragonese e poi spagnola, prolungatasi per quasi quattro secoli sino all'inizio del Settecento, le memorie piu forti si conservano nella lingua sarda, ricca di parole catalane e castigliane. Ma anche nell'architettura delle città, nei monumenti barocchi, nell'acropoli del Castello di Cagliari (su cui pure svettano due grandi torri di fattura pisana), nel Duomo di Sassari, la cui facciata nello stile barocco coloniale parve a Vittorini "un enorme fiore di pietra". E nella città di Alghero, conquistata nel 1354 dal re Pietro IV il Cerimonioso e così duramente ripopolata da catalani da aver conservato ancora oggi, nella sua parlata, una memoria incredibilmente viva di quei nuovi abitatori.

Quando, nel 1720, alla fine della guerra di successione spagnola, Amedeo II di Savoia dovette prendere la Sardegna in cambio della Sicilia (né valse ad addolcirgli l'amaro il fatto che gli toccasse, con essa, il titolo di re), la Sardegna rientrò nell'orbita italiana. Ma in una situazione, all'inizio, doppiamente precaria: innanzitutto perchè a lungo i Savoia pensarono di poterla scambiare con quaiche altro possedimento di terraferma e in secondo luogo perchè risultava difficile ai Piemontesi capire quelle popolazioni abituate a sistemi di vita ben diversi da quelli dei nuovi padroni. Né meno difficile era per i sardi capire i Piemontesi, le loro leggi, i loro codici di comportamento, la loro generale politica nei confronti dell'isola.

"Non v'è in Italia quello che v'è in Sardegna, né v'è in Sardegna quello che v'è in Italia", diceva verso il 1770 lo scienziato piemontese Francesco Cetti, autore d'una informatissima Storia naturale di Sardegna. Ma quella "specificita" che il Cetti vedeva nella natura era in realtà propria di tutti gli aspetti della vita sociale e civile dei sardi. Tra la fine del Settecento e la prima meta dell'Ottocento i Savoia misero cosi mano ad un ambizioso progetto: "allineare", omogeneizzare la Sardegna al resto del regno, anzi al resto dell'Europa. Vennero una serie di leggi "civilizzatrici" (nell'intenzione dei governanti: ma anche dall'altra parte stava una "civiltà" con le sue logiche e le sue ragioni storiche). Tre soprattutto furono fondamentali, per il nuovo assetto della Sardegna; la legge delle "chiudende" (1820-1839), che distruggeva il sistema di gestione collettiva della terra nell'intento di creare, insieme con la proprietà privata "perfetta", una borghesia agraria; l'abolizione del feudalesimo, importato dai catalano-aragonesi (sicché la Sardegna, così com'era stata l'ultima regione dell'Europa a conoscere il sistema feudale, fu quasi l'ultima a liberarsene: 1836-1839); la soppressione degli "ademprivi", cioe dei diritti d'uso, poveri ma essenziali, che le popolazioni di villaggio avevano sui terreni demaniali ed ex-feudali (1859-1865).

Con quelle leggi la Sardegna faceva un salto, drammatico e perentorio, nell'età contemporanea. Ma una legislazione così duramente calata dall'alto non poteva non suscitare la resistenza delle comunità o, nella migliore delle ipotesi, non poteva non attivare un meccanismo di dipendenza semi-coloniale nella vita sociale e nell'economia. Fu cosi che nacque la "Questione sarda", segmento isolano della piu vasta "Questione meridionale", blocco di problemi irrisolti nei rapporti fra la Sardegna e il nuovo Stato unitario italiano.

E fu cosi che, dopo la prima guerra mondiale, in cui una formazione sarda (la Brigata "Sassari") era stata citata ad esempio dagli alti comandi e dagli inviati speciali sino a diventare poco meno che una leggenda, nacque nell'isola un vasto movimento di rivendicazione regionalistica che ebbe il suo motore in un partito a larga base contadina e pastorale, il Partito Sardo d'Azione.

Dopo la parentesi del ventennio fascista (di cui restano a ricordo, in Sardegna, le tre "città nuove" di Arborea, - già Mussolinia -, Fertilia e Carbonia), il moto regionalista conquistò il suo primo traguardo con lo statuto d'autonomia speciale, riconosciuta alla Sardegna dall'assemblea costituente il 31 Gennaio 1948.

La storia recente dell'isola è sempre più direttamente collegata alla storia italiana. Anche la Sardegna, come è avvenuto in tante altre parti del mondo, si è rapidamente integrata in quella che chiamiamo comunemente la civiltà dei consumi capitalistici; i suoi segni più macroscopici nel paesaggio sono l'improvvisa crescita delle città maggiori (soprattutto di Cagliari, che è anche la capitale della regione) e il tentativo di impiantare in Sardegna un sistema industriale moderno (ma la scelta di una monocultura petrolchimica lo ha messo subito in crisi allo scoppio della "guerra del petrolio").

Oggi la Sardegna vive una difficile fase di trapasso fra vecchio e nuovo. Il nuovo è la modernità delle forme di vita e di lavoro. Ma anche il vecchio resiste, ha una sua forza ed un suo fascino; ancora oggi una delle colonne portanti dell'economia isolana è l'economia pastorale, collegata sì alla zootecnia moderna, ma soprattutto all'allevamento brado delle pecore (tremilioni nell'isola, quasi un terzo dell'intero patrimonio nazionale). E' il fascino, in realtà, non tanto dell'antico quanto del diverso, dell'originale, dello "specifico"; quello che viene, per esempio, da certe forme dell'architettura dei paesini piu defilati, che viene dagli oggetti straordinari di un artigianato che e ancora oggi uno dei piu creativi ed autentici del mondo, che viene da un patrimonio di tradizioni popolari che è ancora ricco e resistente. Nelle grandi feste popolari come il carnevale di Tempio o la "Sartiglia" di Oristano (ultima settimana di carnevale), nelle sagre collegate ad antichi riti agonistici come l'"Ardia" di Sedilo (6 luglio), nelle celebrazioni religiose come la Settimana santa di Castelsardo o di Alghero e come il Sant'Efisio di Cagliari (1° maggio) o la "sagra del Redentore" di Nuoro (29 agosto), perfino in una recente invenzione turistica come la "Cavalcata sarda" di Sassari (penultima domenica di maggio) i sardi leggono come in un album di famiglia immagini e memorie d'un passato in cui si colloca la loro memoria storica, il loro diritto ad essere e sentirsi un popolo regionale fortemente caratterizzato e identificato.


MANLIO BRIGAGLIA


tratto dal libro "SARDEGNA isola del silenzio"
su concessione delle edizioni Italo Innocenti ©