MUSEO DI MINERALOGIA


Il Museo di Mineralogia è il piu antico dei musei scientifici dell'Universita di Roma "La Sapienza", essendo stato istituito da papa Pio VII il 13 novembre 1804. Ne fu primo direttore il padre Carlo Giuseppe Gismondi (1762-1824), mineralista insigne e ben noto in Europa. Ne fa fede il minerale Gismondina dedicatogli da von Leonhard nel 1817 a seguito di una scoperta effettuata nelle cavità della leucitite di Capo di Bove.

La collezione che egli curò era costituita da un ampio assortimento di reperti naturali costituito durante il papato di Pio VII e dei suoi predecessori. Il nucleo della collezione (1.116 minerali e 88 rocce) era stato acquistato dal Papa, appositamente per il nuovo Museo, dal mineralista veronese Camillo Chierici e comprendeva campioni di tutta l'Europa e dell'lndia, cui si aggiunsero ben presto numerosi altri di rocce e di minerali laziali, frutto di raccolte compiute sia dal Gismondi stesso, sia dal suo collaboratore Giuseppe Riccioli, appassionato collezionista.

Allorché Gismondi fu chiamato a Napoli alla corte di Gioacchino Murat, Pietro Carpi gli successe provvisoriamente e, dopo il ritorno di Gismondi a Roma, definitivamente nel 1824, fino alla morte, nel 1861.

Il suo nome non è rimasto legato in modo particolare alla Mineralogia; tuttavia la sua direzione appare legata a due fortunatissime acquisizioni, che restano ancora oggi due vanti del Museo.

Papa Leone Xll (1823-1829) donò al Museo la Dactyliotheca, che è quindi rimasta come quasi un unico esempio di una moda barocca e rococò; nel 1851 papa Pio IX (1846-1878), acquisto per 20).000 scudi e donò al Museo la collezione di 12.228 esemplari raccolta in quasi vent'anni di appassionato colle zionismo da Monsignor Lavinio de' Medici Spada (Macerata 1801-Firenze 1863). Era prefetto, poi presidente delle armi dello Stato Pontificio, ed un raro esempio di cultore di varie branche delle scienze naturali tra cui non ultima la Mineralogia. Spada infatti fu non solo un raccoglitore munifico e fortunato ma anche un ricercatore egregio: scoprì (1845) un raro fluocarbonato di calcio e terre rare, la parisite, associata allo smeraldo nel giacimento di Muzo in Colombia e da lui dedicata al proprietario della miniera.

La fama acquistata da Spada come mineralista e attestata anche dal fatto chc W.F. von lobell (1843) gli dedicò un minerale nuovo contenuto negli inclusi della leucitite di Capo di Bove: la spadaite. Tale denominazione tuttavia è stata recentemente screditata perché identica alla steveniste.

Carpi, assieme a Sanguinetti, suo coadiutore e successore, ha anche il merito di aver organizzato un articolato sistema di scambi con numerosi musei europei, introducendo così nel Museo minerali non reperibili nell'area romana.

Nel 1858 organizzò un razionale sistema di apertura al pubblico del Museo e fece eseguire un accurato inventario che ci consente di conoscere il Museo di Mineralogia e Storia Naturale della vecchia "Sapienza".

Era costituito da cinque sale, essenzialmente a carattere monografico. La prima, una galleria dedicata alla collezione generale di minerali ordinati secondo la sistematica di Dufrenoy seguiti dalla Collezione Belli e dalle carte geologiche. La seconda, a carattere didattico, contenente i minerali ordinati secondo il metodo di Hauy, la cattedra e 24 seggiole, alcuni quadri, 141 modelli cristallografici e numerosi volumi.

La terza comprendente le rocce per lo studio della geognosia, i saggi stratigrafici del sottosuolo di Roma, grandi fossili, la Dactyliotheca e alcuni minerali cristallizzati particolarmente vistosi.

Nella quarta sala erano conservate rocce e minerali di tutto il mondo e nella quinta ed ultima erano conservati i minerali e le rocce donati dallo Stato Pontificio da vari papi e cardinali.

Dopo aver collaborato per oltre un ventennio con Carpi, Sanguinetti gli successe per un breve periodo (1861-1864). Si conclude cosi la "storia antica" del Museo di Mineralogia e Storia Naturale, perché non solo la cattedra fu sdoppiata, con la creazione di una nuova cattedra di Geologia, destinata a Giuseppe Ponzi (1805-1885), ma anche perché la costante crescita del Museo venne bruscamente interrotta.

Alla sua morte, il Museo aveva acquistato ben 10.000 nuovi esemplari, frutto di campagne di raccolta nel Lazio, nelle Alpi piemontesi ed all'lsola d'El ba, di scambi, doni, ed oculati acquisti ai quali Struver dedicava, dove non poteva arrivare il fondo Carpi, la dotazione ministeriale del Gabinetto di Mineralogia e perfino la propria borsa. Il Museo, ospitato nel vecchio edificio della "Sapienza", in quattro sale del secondo piano, ordinato in sezioni monogra fiche: la sezione dei minerali laziali e sabatini e di altri complessi vulcanici italiani, quella dei minerali piemontesi, lombardi ed elbani, quella sistematica delle specie rare, quella didattica petrografica, quella dei cristalli idiomorfi, ciascuno accompagnato dal corrispondente modello in legno, ed infine quella dei meteoriti.

Struver aveva già trovato alcune meteoriti nella collezione, tra cui la più importante è quella di Monte Milone, caduta l'8.5.1846, acquistata e descritta da Spada (1846). OItre 200 esemplari costituirono questa raccolta che comprendeva tutte le meteoriti italiane, tranne una.

Al suo passaggio fuori ruolo (1913) egli poteva consegnare al suo successore un Museo, di cui peraltro conservò la cura fino alla morte, potenziato nel numero dei campioni, aggiornato nell'esposizione, ricchissimo di materiale di pregio sia estetico che scientifico e, soprattutto, completo per l'epoca. Tra i 23.011 esemplari inventariati figuravano infatti presenti ben 896 delle circa 900 specie allora note. Perciò il Museo di Mineralogia figurava non solo al primo posto tra i musei italiani, ma sicuramente tra i primi nel mondo. Tale succcesso fu raggiunto con l'impegno di una singola persona, sia pure attorniata da valenti allievi e collaboratori, ma senza l'ingente contributo imperiale che aveva permesso l'enorme sviluppo del British Museum e del Naturhistorisches Museum di Vienna.

Federico Millosevich (1875-1942), allievo e quindi assistente di Struver, gli successe nella Cattedra e nella direzione dell'Istituto nel 1913.

Era un ricercatore rinomato e degno del maestro, dal quale aveva ereditato la compiutezza nelle capacità di ricerca: dote che lo portava a dominare il campo petrografico, quello mineralogico ed anche quello giacimentologico. Tra i suoi risultati scientifici piu salienti si ricorda la scoperta di un minerale nuovo, la cobaltocalcite, e le descrizioni delle meteoriti (1924-1928).

Divenuto Rettore dell'Universita di Roma, dovette espletare l'immane compito di iniziare la costruzione e rendere operativa la nuova Città Universitaria.

Egli non solo creò un moderno edificio per gli Istituti di Scienze della Terra, ma concepì e fece realizzare un edificio dedicato ai Musei di Mineralogia e di Geologia, ospitati in un'ala annessa agli Istituti e progettata secondo il decoro e l'ampiezza che i Musei avevano raggiunto. Salvo alcune piccole sottra zioni marginali, il Museo di Mineralogia occupa ancora lo spazio destinatogli da Millosevich, con la disposizione delle vetrine voluta da lui nello stile razionale dell'epoca, con la stessa decorazione a fresco e con la stessa lapide che ne ricorda brevemente la storia (Spada-Struver-Millosevich) e l'inagurazione: il 31 ottobre 1935.

Il salone del piano rialzato conteneva la "collezione generale", disposta secondo la classificazione chimica di Dana; la galleria attigua alle collezioni di pietre tagliate preziose, semi preziose e ornamentali, quella di cristalli isolati e quella dei meteoriti.

Il salone dal seminterrato ospitava la collezione regionale del Lazio e quella mineraria con i relativi semilavorati e prodotti minerurgici della allora vigente industria autarchica. Nella galleria attigua vi era la collezione petrografica, costituita soprattutto da rocce italiane.

Durante la direzione di Millosevich si calcolava che il Museo possedeva 24.000 pezzi individuali, senza contare i blocchi di materiale minerario. Le aggiunte però, anche se numericamente scarse, erano di notevole pregio: la siderite di Uegit di 250 kg, caduta in Somalia e trovata nel 1921, la pioggia di condriti di Bur-Gheluai, caduta in Somalia il 16.10.1919; la cannizzarite e la millosevichite di Vulcano a lui dedicata da Panichi.

Ettore Onorato (1899-1971), allievo ed assistente di Millosevich, fu da lui chiamato a succedergli alla cattedra di Mineralogia nel 1938 e quindi alla sua morte diresse l'lstituto ed il Museo.

L'indirizzo di ricerca prevalentemente cristallografico-strutturale da lui perseguito e preferito, nel quale spiccano alcune tra le prime risoluzioni di struttura effettuate in Italia, non gli impedì di rivelarsi un continuatore appas sionato dell'opera di riscostruzione del Museo iniziata da Struver, compresa quella della valorizzazione dei minerali della regione vulcanica laziale. Sviluppò inoltre l'indirizzo applicativo caro a Millosevich tendente a non staccare la Mineralogia dalla realtà economico-industriale del paese.

Il suo primo impegno, quando assunse la direzione del Museo, fu dedicato alla salvaguardia delle collezioni. Gli eventi bellici lo costrinsero a togliere dalle bacheche e dalle vetrine i campioni più preziosi ed a trasferirli in casse sparse in molti luoghi; poi, a guerra finita, a recuperarli, ridistribuirli, riesporli con un lavoro di anni.

La riorganizzazione totale della collezione generale, compiuta secondo l'aggiornamento della sistematica di Dana, fu praticamente completata solo agli inizi degli anni Cinquanta e da allora poté cominciare una politica di incremento delle collezioni, volutamente limitata per non sottrarre mezzi finanziari alla ristrutturazione dell'lstituto che necessitava di moderne apparecchiature.

Furono acquisiti importanti nuovi campioni, ottenuti per donazione da Enti pubblici, come la pepita d'oro di Jubdo (Etiopia), quella di platino e la lastra di alunite cristallizzata della Tolfa.

Successe ad Onorato nella direzione dcll'lstituto (1967) e nella cura del Museo (1971) Carlo Lauro (1907-1985) che coprì anche la Cattedra di Mineralogia nel 1971. Egli conservò il patrimonio museale in un momento di vigoroso sviluppo scientifico dell'lstituto, ma anche in un periodo di evo luzione del concetto di museo "caratterizzato da una sempre piu accentuata aspirazione ad una rivalutazione degli aspetti intrinseci e delle finalità delle collezioni mineralogiche". Egli gradualmente liberalizzò I'accesso al Museo, ne difese l'area e favorì l'inserimento di nuovo personale tecnico.

Attualmente le collezioni hano raggiunto quasi 30.000 unità e si è tornati cioè alla consistenza dell'antico Museo prima dello smembramento del 1864, anche se apparentemente si è avuto un calo nelle specie rappresentate: solo 724. Si tratta però delle specie ancora considerate valide dopo l'avvento delle tecniche roentgenografiche; inoltre nel Museo figurano anche alcune centinaia di varietà e di sinonimi.

Testo a cura del Prof. Giorgio Graziani

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