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Nebojsa Radsic, direttore di Radio Free Montenegro,  ha dovuto lasciare il suo paese per via delle minacce delle autorità.

Riportiamo il testo del suo intervento alla conferenza stampa con i giornalisti della Stampa Estera.

Voglio innanzitutto esprimere tutta la mia gratitudine e anche il grandissimo piacere di trovarmi in questo paese meraviglioso. Mi trovo nella condizione di essere il primo giornalista dall’inizio della campagna aerea Nato contro il quale il regime di Milosevic ha organizzato una persecuzione ufficiale con l’intenzione di portarmi davanti alla corte marziale. La sola ragione per portare avanti questo progetto era che io svolgevo il mio lavoro in maniera professionale e il più possibile obiettiva. Questa ragione è considerata sufficiente per portare avanti questo tipo di persecuzione, nella condizione di guerra in cui si trova mio paese.

Da venti giorni sono sottoposto a una serie di pressioni, tra cui basta citare il fatto che ripetutamente militari sono entrati negli appartamenti mio, di mia madre, hanno fatto perquisizioni e così via. Sono eventi e momenti che personalmente preferisco dimenticare, ma se qualcuno sarà interessato a saperne di più, ovviamente risponderò.

Sono riuscito a sfuggire a questa situazione grazie soprattutto all’onorevole Silvia Costa e al collega Paolo Conti, e in questa sede voglio di nuovo sottolineare la mia gratitudine.

La mia intenzione non è di fare l’esule, ma di continuare in tutti i modi e con tutti i mezzi a mia disposizione la mia missione e la mia campagna di lotta giornalistica contro il regime di Slobodan Milosevic.

E’ una lotta che in Montenegro viene portata avanti da un decennio da me e da altri giornalisti, insieme alla battaglia per l’instaurarsi di una società civile e per la democratizzazione tout-court del Montenegro stesso. Nonostante io sia all’interno dei media indipendenti ormai da dodici anni in Montenegro, la Radio Free Montenegro ha iniziato il proprio lavoro solo da tre mesi; ho raccolto un team di giornalisti molto giovani, che però hanno avuto il ‘battesimo di fuoco’ nelle condizioni belliche ormai da molto tempo e hanno iniziato il loro lavoro sotto i bombardamenti. In tutto abbiamo una cinquantina di collaboratori: quindici membri fissi della redazione e trentacinque collaboratori territoriali. Mi fido molto della loro professionalità e della linea giornalistica che seguiranno anche in mia assenza.

Vorrei farvi notare che il mio caso è solo un esempio paradigmatico, un sintomo di una tendenza, di un andamento di cose che dura da anni nel mio paese e che vede giornalisti, intellettuali, persone di orientamento democratico fuggire, allontanarsi dal mio paese lasciando un vuoto intellettuale e politico.

Non è che uno dei tanti tentativi del regime di Milosevic di distruggere un’ultima oasi di ragione e di multietnicità nella regione balcanica.

Ho trascorso questi ultimi giorni dall’inizio dei raid nato osservando gli aerei e ascoltando le esplosioni.

Vorrei parlare solo un momento della situazione che l’inizio dei raid ha comportato al Montenegro. Purtroppo devo dire che, per quello che riguarda le tensioni interne in Montenegro, questa situazione ha comportato una radicalizzazione, una ulteriore difficoltà. Il Montenegro si trova, anche se le tensioni non sono nate da poco, in questo momento sull’orlo di un conflitto civile.

Tutti i cittadini del Montenegro sono divisi in due fazioni radicalmente opposte: gli indipendentisti che vorrebbero un Montenegro indipendente, staccato dalla federazione, e quelli che in qualche modo vorrebbero mantenere la federazione con la Serbia. Un effetto collaterale dell’intervento Nato è stato l’omogeneizzazione, una sorta di stretta intorno a Milosevic di coloro che erano già filo-serbi, filo-regime, fino ad arrivare alla situazione paradossale che vede in questo momento nel territorio montenegrino la presenza di due forze armate, una sotto il controllo del regime del Presidente Jucanovic e una sotto il controllo della federazione di Milosevic esercito e polizia

Non è stato molto d’aiuto il fatto che entro pochi giorni la Nato ha cessato, quasi o del tutto, i bombardamenti sul territorio montenegrino. Posso dire che in questo momento i montenegrini non sono preoccupati dei bombardamenti Nato, non guardano il cielo: il vero terrore di tutti quanti noi montenegrini, è dove porteranno queste tensioni interne, che cosa succederò domani sul suolo, non in aria

Purtroppo non posso dire che l’intervento finora abbia avuto effetti nocivi sul regime, tutt’altro. Le forze democratiche sono in una posizione difensiva; semplicemente, cioè, sono costretti a difendersi dal regime a tutto spiano, invece di sviluppare un’azione politica democratica.

È molto difficile riuscire a spiegare al cittadino comune che l’intervento è diretto contro il regime di Milosevic e non contro il popolo; questo è veramente molto difficile da spiegare. Vi è sufficiente pensare che in questo momento la Serbia ha avuto più danni da questa campagna aerea di cinquanta giorni di quanti non ne abbia avuto in tutta la seconda guerra mondiale.

Purtroppo ho paura che si tratti di una incomprensione dei rapporti balcanici da parte della comunità internazionale. I Balcani purtroppo non funzionano secondo i criteri con cui funziona l’Occidente. In un editoriale ho portato questo caso per assurdo: se un giorno un’organizzazione internazionale, militare o di altro tipo, minacciasse dei raid aerei contro la Francia, entro lo stesso giorno avremmo dieci milioni persone in piazza che chiedono le dimissioni di Chirac, e Chirac probabilmente queste dimissioni le darebbe. Questo ovviamente non è quello che sta succedendo lì. Milosevic non ha nessuna intenzione di dimettersi, purtroppo una buona parte del popolo neanche glielo chiede - il suo regime è oggi più forte di quanto non fosse prima dell’attacco Nato. Tutto questo là viene definito con termini come orgoglio nazionale, difesa, rispetto addirittura.

Vorrei aggiungere ora soltanto qualcosa sul Montenegro, velocemente.

La questione montenegrina, che entro breve uscirà all’ordine del giorno, non può essere rimandata ulteriormente e spazzata sotto il tappeto. La comunità internazionale, a partire dal problema in Slovenia, ha cominciato a risolvere i problemi balcanici uno a uno, semplicemente rimandando la guerra al prossimo territorio, spostandola da un posto all’altro. Comunque andrà risolto e quando andrà risolto il caso Kosovo, il caso Montenegro deve venire a galla ora, subito, prima che sia troppo tardi.

La vittoria elettorale del presidente Djucanovic, oltre ad avere un’importanza politica in sé, ha l’importanza di costituire il segnale di una decisione plebiscitaria del popolo montenegrino, di volere uno stato democratico. Ma in questo momento tutto il Montenegro e anche le istituzioni del governo montenegrino si trovano in uno stato di vero e proprio ostaggio del regime di Milosevic.

Mi dispiace constatare che la comunità internazionale pare stia di nuovo prendendo Milosevic come interlocutore per i negoziati, con tutta la convinzione che Slobodan Milosevic è sicuramente l’artefice di tutti i mali accaduti sul territorio jugoslavo.

Il Montenegro in questo momento dovrebbe poter riconsiderare il proprio status, possibilmente indipendentemente dal permanere del regime in Serbia. Come minimo, alla fine dell’intervento Nato il Montenegro dovrà rivedere le condizioni della propria convivenza all’interno della federazione.

Speriamo sia imminente una conferenza sui Balcani; da quel primo momento bisognerà iniziare a considerare la situazione politica del Montenegro; bisognerà aiutare in modo concreto, anche materiale, coloro che sono gli attori chiave del processo democratico in Montenegro. La democrazia in Montenegro può crescere solo in condizioni di pace, non in guerra; e io credo che questa democrazia, a questo punto, potrà crescere solo in condizioni di indipendenza.

(incontro presso l'Associazione della Stampa Estera, Roma, Maggio 1999)