titolotop.jpg (37684 byte)

Vai alla Homepage di Infocity

L'informazione di guerra in Francia


Un'indagine di Marina Loi sulla rappresentazione del conflitto balcanico nei giornali francesi Le Monde, Le Nouvel Observateur, Le Monde Diplomatique durante le settimane di guerra

La guerra nei Balcani ha provocato reazioni diverse in tutta l’Alleanza, a livello politico e di opinione pubblica, con un enorme coinvolgimento dell’intero sistema dei media. Ad un certo punto è apparso chiaro che forse proprio il carattere "virtuale", a "perdita zero" tra i ranghi militari (sebbene in Serbia e nel Kosovo le perdite tra i civili siano tuttora incalcolabili), aveva portato ad una crescita esponenziale del dibattito mediatico, tutto spostato verso situazioni, fenomeni e problematiche "a latere" del conflitto vero e proprio.
In altri termini, l’assenza di "materiale" di comunicazione strettamente bellico – basti vedere l’esiguità dei dati, dei racconti e delle immagini attinenti la "battaglia" – è come se fosse stata progressivamente rimpiazzata da "altro" materiale, più legato, da una parte, alla storia e alla sociologia dei popoli in conflitto e, dall’altra, alle grandi questioni etiche, politiche ed economiche derivanti dal nuovo assetto mondiale conseguente alla caduta dell’impero sovietico e alla nascita di una nuova aspirante potenza costituita dall’Unione europea.

La Francia non ha fatto eccezione a questa tendenza e l’intervento contro il regime di Milosevic ha suscitato, come nel resto dell’Europa, polemiche e diatribe su questioni che sembravano sopite e conflitti secolari rimasti in sospeso, riattivando, parimenti, spinose tematiche su equilibri internazionali e sui "pesi" nazionali nello scacchiere mondiale di cui non si parlava da anni.
Sul fronte politico, il governo Jospin, schierato in favore della guerra in questo frangente ha trovato un’intesa pacifica con il presidente Chirac, ma al suo interno si sono levate voci di dissenso: contro l’attacco alla Serbia si sono pronunciati i comunisti di Hue ed il Ministro dell’Interno Chevenement del Movimento dei cittadini, nonché una minoranza dei Verdi.
Critiche all’azione della Nato sono venute anche dal gollista Pasqua e dall’estrema destra. Paradossalmente sullo stesso fronte, anche se con motivazioni diverse, si schierano i comunisti, Chevenement, Pasqua e l’estrema destra nazionalista di Le Pen: un inedito polo contro la guerra che va dai pacifisti ai rappresentanti dell’ultranazionalismo antieuropeista.
Questi scenari inusuali e certamente stimolanti hanno trovato grande attenzione nella stampa francese che ha dato ampio spazio ai dibattiti aperti su più fronti che hanno avuto come oggetto il conflitto e le sue implicazioni internazionali e sul fronte interno.

Il quotidiano di centrosinistra Le Monde in particolare ha dimostrato una certa obiettività offrendo al lettore più punti di vista: nonostante la sua posizione complessiva sia cautamente in favore dell’intervento, non sono mancate su Le Monde pagine di riflessione sull’assurdità della guerra moderna dove paradossalmente per una "sordide inversion" "...contrariamente all’imperativo morale del vigile del fuoco, del poliziotto o del marinaio che è quello di proteggere i civili in pericolo anche assumendosi dei rischi, quello di queste armate moderne sembra essere di preservare a tutti i costi sé stessi anche a costo di perdere i civili".
Nonostante nella maggior parte degli articoli venga considerato necessario agire contro il presidente della repubblica jugoslava, non mancano le voci di dissenso tra cui quella del sociologo Denis Duclos che provocatoriamente si domanda se questa guerra sia contro i serbi o contro l’Europa. Secondo lo studioso infatti, l’attacco della Nato contro la Serbia, condotto in nome di una giustizia internazionale, avrebbe come vero obiettivo l’affermazione finanziaria dell’America sull’Europa, del dollaro sull’Euro e di fatto si iscrive in una linea di rottura con la legittimità mondiale.
Altri denunciano come illecita l’operazione della NATO insinuando che gli interessi che hanno portato a questa guerra non siano di carattere umanitario ma di ben altra natura.
Fra le posizioni citate, apertamente contro il conflitto ed altre più caute in accordo con la NATO, il quotidiano dà spazio ad una vasta gamma di dichiarazioni intermedie che non offrono risposte bensì sollevano altri interrogativi, sul modo in cui la guerra è stata condotta, sugli effetti indesiderati che hanno aggravato la situazione dei kosovari, sulla sovranità di uno Stato, per la prima volta violata, sul nuovo ordine mondiale.
Il sociologo Edgar Morin denuncia sia la follia del nazionalismo serbo sia questa guerra fatta di computer, di calcoli, di cifre.

Anche nei sostenitori dell’intervento armato si riscontra una certa intolleranza nei confronti degli Stati Uniti e del loro tentativo di imporsi come potenza legittimata a vigilare sul mondo. Jacques Isnard, sulla questione kosovara, sottolinea i rapporti privilegiati tra Stati Uniti e Gran Bretagna con l’esclusione degli altri membri dell’Alleanza.
E’ noto che la Francia è il Paese dove più forte si avverte il rifiuto dell’egemonia americana. Un’avversione spesso legittima, quando reclama un’identità europea e denuncia il pericolo di livellamento e di appiattimento che comporta l’egemonia americana, ma pericolosa quando sfocia in un neonazionalismo che vuole la Francia sola contro tutti in un nostalgico ideale di grandeur.
La stampa francese ha dato ampio rilievo al dramma dei profughi, in parte per giustificare l’intervento contro il regime di Milosevic, ma anche per far risaltare i differenti comportamenti degli Europei rispetto agli americani, più indifferenti. In molti si sono mobilitati per denunciare la condizione disperata di migliaia di kosovari.

In particolare, Le nouvel observateur, prevalentemente schierato in favore della guerra tende a mettere in risalto il lato emozionale, il volto umano della Francia, dei suoi soldati, dei suoi volontari e più in generale della popolazione: "I francesi hanno reagito numerosi, offrendo asilo, offrendo le loro braccia, offrendo il loro obolo".
Il settimanale dedica ampi spazi di approfondimento e riflessione, interrogandosi, con toni pacati, sui punti focali del dibattito circa la legittimità della guerra. Jean Daniel, sebbene si dichiari pacifista, valuta come necessario l’intervento, ma si pone degli interrogativi su come questa guerra sia stata pensata e gestita, e non risparmia critiche agli americani riguardo all’atteggiamento nei confronti dei rifugiati: mentre francesi e italiani si dedicano a missioni umanitarie, gli americani, indifferenti a quello che fanno i loro partner ma anche indifferenti alla sorte dei rifugiati, si sono arrogati il controllo aereo.
Come molti altri opinionisti francesi Daniel insiste sulla necessità di un’autonomia dell’Europa rispetto agli Stati Uniti: "[...] io approvo senza riserve la decisione degli europei, per una volta unitaria, di non tollerare nei suoi territori degli atti di barbarie assolutamente contrari allo stesso spirito della costruzione dell’Europa. Ma per me è una ragione in più per richiamare l’affermazione, con forza, di una identità europea indipendente dagli Stati Uniti, anche se le due possono e devono unirsi nei momenti importanti". Lottare contro i nazionalisti, prosegue Daniel, non è per accettare un’egemonia, anche se amichevole degli uni, che per gli altri potrebbe diventare una dolce schiavitù.
Secondo Daniel, l’entrata in campo dell’America in un conflitto europeo non è riconducibile a interessi economici e strategici, come sostengono alcuni, bensì è frutto di una politica che vuole assicurare alla NATO una credibilità infallibile.
Anche Daniel denuncia il paradosso venutosi a creare: nel momento in cui finalmente viene raggiunto l’obbiettivo della moneta unica l’Europa si trova in una situazione di totale dipendenza militare.
Le critiche rivolte al nazionalismo non riguardano esclusivamente la "polveriera" dei Blacani: nelle pagine del settimanale, J. Juillard in "Adieu" si scaglia contro i nazionalismi interni, che si sono risvegliati in Francia.
Le nouvel observateur si propone di delineare un quadro approfondito delle diverse realtà che popolano i Balcani, documentando la situazione della Jugoslavia e dei paesi vicini coinvolti nel conflitto, andando a ricercare nella storia e negli odi atavici il nodo della questione.

Apertamente ostile alla guerra nei Balcani è il mensile Le Monde Diplomatique: il suo direttore, Ignacio Ramonet, sebbene reputi scandalosa la politica del governo serbo nei riguardi della maggioranza albanese del Kosovo, critica la Nato che "in nome dell’ingerenza umanitaria non ha esitato a trasgredire a due dei maggiore dettami della politica internazionale: la sovranità degli Stati e lo statuto dell’ONU".

Ramonet con toni accesi attacca punto per punto il modo di conduzione della guerra da parte del generale Clark il cui imperativo assoluto è costituito dal principio dei "morti zero". In una analisi dettagliata viene dimostrata come l’egemonia dell’America, sul piano internazionale, sia rafforzata dall’uscita di scena dell’altra superpotenza mondiale: la Russia. La denuncia della supremazia dell’America (una supremazia ammessa e giustificata dagli stessi portavoce statunitensi, che considerano il loro paese l’unico ad avere interessi globali e dunque il "leader naturale" della comunità internazionale), già presente in testate dai toni più moderati, è portata avanti in molti articoli de Le Monde Diplomatique da nomi autorevoli, quale, ad esempio, Noam Chomski che definisce la Nato "padrona del mondo" e traccia un quadro che paventa il moltiplicarsi dei rischi di ingiustizie e conflitti.

La lettura di alcune delle maggiori testate francesi mostra dunque come l’informazione sia stata vasta, proposta da diverse angolature, rivelando il carattere speculativo e pronto alla discussione della stampa e degli opinionisti francesi che non hanno tralasciato alcun aspetto essenziale della questione, permettendo al lettore di costruirsi una visione dei fatti piuttosto completa.

(Torna alla homepage dei Caschi Blu dell'Informazione)