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L’immagine della guerra sui giornali europei

La rappresentazione di una settimana di guerra, ad aprile 1999, nelle maggiori testate in Francia, Inghilterra, Germania e Italia: differenze e affinità nella percezione del conflitto balcanico.

Francia - Inghilterra - Germania - Lo sguardo sui profughi - Italia

La semplice comparazione di una settimana di guerra d’aprile su alcune delle più importanti testate europee è già in grado di offrire un quadro significativamente eterogeneo delle differenze prospettiche nazionali con cui si fa percepire la guerra stessa. Ciò emerge nonostante il fatto che una primissima comparazione superficiale faccia registrare, invece, una fondamentale omogeneità, soprattutto per quel che riguarda la rappresentazione di massima dello scenario balcanico. Infatti, gli elementi e gli attori di questo conflitto presi in considerazione, la stessa lettura "morale" delle ragioni della crisi, paiono più o meno muoversi su linee alquanto parallele un po’ in tutti i paesi. La versione ufficiale impugnata dall’intervento della Nato – e cioè, la tragedia di un popolo inerme, il kossovaro, aggredito dalla ferocia nazionalista serba – difficilmente è stata privata di una posizione inevitabilmente centrale.

Dall’altra parte, pur dovendo osservare una certa prudenza dovuta al semplice fatto che gli stessi governi occidentali sono stati attivamente coinvolti nell’intervento, non è mancata una certa apertura, e dunque un certo dibattito, talvolta con toni di forte polemica, di fronte ai tanti lati non chiaramente leggibili della crisi. A questo proposito, è possibile individuare una prima grande distinzione postasi in gioco nella percezione della guerra, per esempio, di Francia e Inghilterra.

FRANCIA: intellettualismo e senso critico

L’analisi del Times da una parte, e di Le Monde dall’altra, sembrano rilevare che, se l’obiettivo principale della guerra per il giornale britannico è vincere la guerra stessa e piegare la dittatura di Milosevic, sulla testata francese emerge continuativamente l’opportunità della guerra come problema esso stesso. Questo giornale istituzionale francese ha accolto in effetti parecchi confronti polemici in cui il nodo della questione si poneva attorno ad un’istanza fortemente critica nei confronti della Nato, oppure alla sua difesa. Come riscontrato peraltro un po’ in tutto lo spazio editoriale europeo, si affaccia qui una tendenza analitica con spiccata propensione intellettuale, che pare invece mancare, sotto molti aspetti, sulla stampa britannica. Su Le Monde, quotidianamente, passano i contributi non solamente di semplici giornalisti o inviati, né degli specialisti particolari della guerra (politologi, militari ecc.), ma anche di intellettuali e sociologi, la cui funzione pare proprio essere quella di portare più a fondo possibile l’analisi filosofica del contesto, e di non perdere le coordiante dell’orizzonte morale che la guerra può spesso compromettere.

Questa configurazione intellettualistica sembra una delle qualità più specifiche presenti nell’informazione francese: dove dunque prevale l’elemento critico e "qualitativo" rispetto alla preoccupazione informativa più tecnica, pur essendo anche questo lato minuziosamente affrontato.

Vediamo più da vicino alcuni dei punti principali su cui si è snodato il confronto. E’ noto che la Francia è il paese dove più forte si avverte il rifiuto dell’egemonia americana: ed è allora proprio su questo punto che si concentrano alla fine i "nodi irrisolti" del dibattito francese. Da Morin a Daniel, ad Henry-Levy, a molti altri, viene sempre ribadita dall’intellighenzia francese l’esigenza di dividere le ragioni specifiche dall’intervento "umanitario" per il Kosovo da una parte, comunque necessario per quasi tutti, da quella della gestione tutta americana dell’operazione, dall’altra; il rischio di un’occupazione sempre più massiccia ed indiscussa della potenza militare statunitense sull’Europa sembra davvero molto sentito nell’opinione pubblica d’oltralpe. Quanto all’immagine ed al ruolo attribuito agli esponenti governativi nazionali, essi non paiono improntati ad una rappresentazione di particolare considerazione, secondo una qualche forma di "grandeur". I politici francesi, in fondo, occupano spesso una posizione quasi subalterna nelle cronache diplomatiche quotidiane; e naturalmente viene registrata anche l’irrequietezza politica che già dentro le istituzioni e i vari politici francesi si è confrontata e contrapposta da posizioni differenti. Ma gli attori principali sulla scena informativa, in Francia come negli altri paesi, sono più o meno sempre gli stessi: Clinton, Cernomirdyn, Milosevic, i vari militari della Nato, talvolta Blair o Eltsin.

INGHILTERRA: una guerra etica

Questo quadro però cambia se ci si concentra sul Times o l’Indipendent. Qui la tensione intellettuale sulla guerra risulta quasi impalpabile. Per meglio dire, in effetti non c’è proprio la preoccupazione di giustificare la guerra, o di analizzare in profondità le ragioni su questo spaccato dell’informazione britannica. Come già accennato in precedenza, non sembra essere passato sui tabloid inglesi nessun dilemma sull’opportunità della guerra in quanto tale: l’unico problema "morale" è legato anzi alle soluzioni ottimali della guerra stessa, per vincerla e salvare così il popolo kossovaro. Attenzione qui ad un sottile elemento di distinzione che possiamo registrare: raramente, o mai, su La Repubblica, El Pays o Suddeutsche Zeitung appare l’espressione "vincere" o "vinceremo" riferita alla guerra, e che associ più o meno esplicitamente il proprio paese ad una posizione attiva, quasi tradizionale, nei confronti della guerra – nel clima informativo britannico, e nella sua scrittura, invece sì. Anche in Francia scorre un filone interpretativo più vicino a questa sensibilità, evidentemente segnata da una tendenza di fondo maggiormente nazionalista. La scena della guerra balcanica infatti viene anche interpretata spesso come l’affermazione di un nuovo ordine, politico e militare a un tempo, dove sarebbe l’Europa a recitare il ruolo da protagonista, da referente politico principale, e non la Nato e soprattutto l’interesse dominante americano tradizionalmente egemonico. Se ne dedurrebbe così una più attenta coerenza della stampa inglese con le posizioni governative nazionali, una meno inquieta "armonia" tra stampa e politica ufficiale rispetto al resto d’Europa.

Questo può essere ulteriormente confermato dallo spazio preponderante che già il Times riserva sulle sue pagine a Tony Blair, presentato sempre come protagonista determinante per gli equilibri della politica internazionale. Nella settimana presa in considerazione, sembra toccare al leader in carica l’attenzione della stampa nazionale; nei confronti della guerra è Blair il referente mostrato come il più significativo – l’unico, peraltro, cui venga data voce nel contesto politico britannico. A leggere i suoi più prestigiosi giornali, si direbbe che l’Inghilterra non ha vissuto nessun dilemma o polemica politica sulla guerra. Emblematica, e memorabile in tal senso, è la grande foto centrale della prima pagina di un numero di Times di maggio: l’immagine di Tony Blair, "scamiciato" e con la stanchezza felice dei giovani eroi, che saluta con la mano dolcemente tesa la folla dei profughi albanesi altrettanto giovani e "scamiciati", che lo accolgono festanti in un campo di Skopje, racconta forse già tutto della considerazione morale positiva e dell’attribuzione di ruolo cruciale che i giornali inglesi sanno associare al loro leader.

Naturalmente, questa tendenza di forte sostegno al proprio governo ed alla Nato, non esaurisce le qualità caratteristiche della stampa d’oltremanica: sembra altrettanto importante e centrale in essa la capacità di costruire una puntuale e minuziosa cronaca degli avvenimenti nelle zone della crisi. Sostenuto da una tonalità emozionale sempre asciutta, contenuta anche di fronte alle testimonianze più lancinanti, nei giornali inglesi trova grande spazio un costante impegno di lettura e ricostruzione, in chiave storica e sociale, sulle questioni che hanno preparato il conflitto. In queste pagine, troviamo quello che altrove campeggia più che altro in posizione polemista: la lettura "semplice" dell’interventismo occidentale, sbilanciato risolutamente in favore della parte albanese quale "vittima" (secondo una prospettiva storica della questione balcanica priva di profondità) lascia infatti finalmente spazio ad una considerazione generale molto più ricca di elementi – ma sempre puntualmente priva di acuti polemici, e più che mai di forti e coraggiose prese di posizione autonome, in termini morali o intellettuali.

Ciò che nell’opinione pubblica francese talvolta esplode, scorrendo a sbalzi d’improvviso polemismo "engagé" – sempre firmato, è doveroso sottolineare, dalla penna di intellettuali ed opinionisti e non dai giornalisti informativi del giornale - sulla stampa britannica invece si propone liscio e regolare. Le analisi più approfondite e specifiche del complicato scacchiere balcanico in Francia costruiscono e si costruiscono cioè in vista di un successivo giudizio morale, di una presa di coscienza e di posizione spesso personale, talvolta apertamente critica – se non provocatoria; in Inghilterra invece, sembrerebbe solamente concepito per colmare l’esigenza di completezza informativa, secondo una gerarchia di valori giornalistici quasi invertita. Fanno eccezione le testimonianze degli inviati sul posto, troppo vicini alla concreta complessità degli eventi per poter abbracciare solo i facili giudizi preconfezionati. (Riguardo a ciò, non sarà banale registrare un fenomeno occorso un po’ in tutta Europa: e cioè l’accusa puntuale, piovuta sui giornalisti meno "allineati" alle posizioni ufficiali dell’Alleanza Occidentale, di essere "ostaggi" dominati e soggiogati dal potere repressivo serbo, addirittura loro complici). D’altra parte, anche su tale "completezza informativa" hanno potuto successivamente scaricarsi delle feroci critiche: come dimostra l’attacco clamoroso di Alastair Campbell all’intera rassegna informativa britannica, accusata addirittura di atteggiamenti filo-serbi durante la settimana dei conflitti.

GERMANIA: compostezza e nuovi equilibri

Si afferma nel panorama britannico una certa qualità dello stile giornalistico che ritroviamo sotto molti aspetti anche nella stampa tedesca; una qualità che potremmo individuare secondo un gusto espressivo della "referenza indiretta". Tale "referenza indiretta" è da intendersi collegata alla situazione sotterraneamente non pacificata, inquieta all’interno dell’orizzonte politico europeo di fronte alla scelta della guerra. Un conflitto politico, un tormento morale, una spaccatura (= die Spaltung) che giungono attutiti, non del tutto leggibili, talvolta, sulle pagine dei giornali o tra le immagini della televisione; sembra cioè che la spaccatura interna – che in Germania pure ha fatto ventilare ipotesi di crisi – non debba o non voglia essere particolarmente sottolineata, e si sciolga così, vagamente impercettibile. Secondo una presa sulla realtà, appunto, dominata dalla scelta di una "referenza indiretta". Cosicché sul Suddeutsche Zeitung la guerra trova certo ampio spazio, ma per molti aspetti lo "stile" giornalistico tedesco si confonde con lo stile, col profilo della sua politica – forte, ma non troppo visibile, "percettibile" come tale, compostamente sfuggente. Anche il progetto grafico, di impaginazione e titolatura, sembra in effetti seguire l’impostazione come di una "compostezza sfuggente" poiché troppo piana e composta, relativamente poco schierata perfino.

Gran parte dello spazio sui titoli viene copiosamente lasciata ai grandi politici stranieri molto prima che a quelli tedeschi, il cui ruolo non sembra essere considerato decisivo nel quadro diplomatico internazionale. E’ da segnalare poi una ripetuta presenza, sugli spazi del giornale (come durante questo tempo in molti settimanali europei, spesso non specializzati nella politica) del presidente jugoslavo Milosevic secondo disparate visuali prospettiche, concentrate magari sulla vita familiare o sulle sue proprietà fuori dal paese.

Assente invece, fatto altrettanto significativo ed emblematico, il paragone/confronto Hitler-Milosevic, affacciatosi più volte sulla stampa soprattutto inglese e francese e, secondo vari livelli di lettura e di interpretazione, un po’ in tutta l’opinione pubblica generale europea. Si riscontra anzi una certa asciuttezza espressiva, una sorta di "controllo" il più equilibrato possibile nei confronti del capo jugoslavo. Torna comunque ossessivamente in molti luoghi dell’informazione internazionale l’utilizzo dei "grandi nomi" della storia, da far giocare come evocazioni sinistre parallelamente ai "dittatori", ai "tiranni" a capo dei regimi attaccati dalla comunità internazionale. Ciò si coglie più facilmente nelle pagine dei giornali più popolari; ma anche e soprattutto nei titoli, sulle copertine dei settimanali d’attualità politica: molto emblematico è il caso dell’Espresso e Panorama che, ad una trattazione all’interno abbastanza articolata e sufficientemente approfondita, fanno corrispondere in copertina un messaggio molto più forte e di facile presa superficiale, dove si mescolano nell’immagine del "nemico" tanto degli aspetti di truculenza quanto di più ambiguo scandalismo.

Forse, l’aspetto più originale della visuale tedesca sulla guerra jugoslava è quello legato alla particolare lettura geopolitica della guerra offerta sui quotidiani e soprattutto sui settimanali in Germania. In questo contesto, sembra in effetti maggiormente "sciogliersi" la compostezza contenuta nei toni prima considerata: il Suddeutsche come lo Spiegel dedicano molto spazio e anche una certa passione interpretativa a questa problematica.

Essa si concentra in modo originale su di un punto molto più che il resto del quadro informativo europeo analizzato, punto che riguarda sostanzialmente il nuovo peso, il nuovo ruolo potenziale che la Russia, da questa crisi, finirà per far valere – o per dover sopportare. C’è un’altra "Spaltung", un’altra spaccatura dunque che occupa l’attenzione degli osservatori tedeschi: la potenziale spaccatura diplomatica nei rapporti tra Europa Occidentale e Russia, cui evidentemente la Germania invece tiene in modo particolare. Una lettura soprattutto di Der Spiegel – ma anche di quelle pagine interne, per lo più dalla terza all’ottava, in cui trovano spazio sui quotidiani europei (meno negli italiani) lunghi articoli analitici di taglio quasi pedagogico attenti all’orizzonte politico-militare implicato dalla crisi – sembra far capire di una forte preoccupazione diffusa nell’opinione pubblica tedesca nei confronti del proprio rapporto, concepito evidentemente come decisivo, con l’Est e in primo luogo con al potenza russa. In questo senso, andrà registrata anche la solerzia con la quale su queste testate si parla dalla necessità di un "nuovo piano Marshall" per i Balcani: la ricostruzione del territorio interessa molto i giornali tedeschi – ma forse ancora di più quella politica... i concreti interessi della Germania su quei territori condizionano questo atteggiamento. Quanto alla figurazione dei propri politici, molta attenzione è riservata alle scelte di Fischer e al dilemma dei Verdi. Quasi un tono di curiosità qui si esprime a proposito della tenuta del governo tedesco, insinuandosi così con sfumature meno drammatiche all’interno stesso dell’informazione relativa al conflitto jugoslavo.

LO SGUARDO SUI PROFUGHI

Qualsiasi stile però, qualsiasi gusto formale particolare, magari improntato all’asciuttezza, lascia sempre il campo a un maggior trasporto, ad un’emotività più libera quando ci si imbatte nella tematica dei profughi. Di fronte ai profughi, un po’ tutte le voci europee intonano le stesse litanie compassionevoli. Il dramma degli uomini del Kosovo sembra aver occupato forse più di ogni altra cosa lo sguardo dell’Europa: attraverso la rappresentazione quotidiana di un popolo espulso e perseguitato si è resa possibile una penetrazione profonda dentro la sensibilità dei paesi benestanti, dentro la sua distratta attenzione. Indubbiamente, rimarrà caratteristica una tipologia di questa guerra sui giornali europei: la tipologia, assolutamente onnipresente in tutti i paesi, della foto in prima pagina con i profughi colti in qualche loro atteggiamento particolarmente pietoso. In tutto il periodo di questa guerra, s’è fatto riconoscere un tentativo diffuso di cogliere attraverso la fotografia centrata, emblematica, la storia stessa; forse, però, si è rivelato un tentativo sin troppo scontato e prevedibile. Ma il sentimento pietoso trova la sua sublimazione più piena attraverso la rappresentazione dell’infanzia colpita: al punto di divenire il cliché per eccellenza collegato all’immagine, alla narrazione, alla coscienza, negli europei, di questa guerra.

Ed ecco che scopriamo qui presente quella che alcuni intellettuali hanno potuto descrivere come "l’istanza vittimaria": la grande diffusione cioè, nell’informazione corrente del sistema radiotelevisivo e giornalistico degli ultimi anni, della figura già classica della vittima, della gente sconfitta o colpita. A metà tra l’ardente desiderio di testimonianza ed un gusto morboso del dolore e della ferita, sembra davvero che la coscienza contemporanea abbia un vero e proprio bisogno di rispecchiarsi in una scena occupata dalle vittime, dall’umanità umiliata e violentata che chiede salvezza. Un insistente richiamo allo strato nascosto di coscienza, di buona coscienza all’interno dell’Europa, forse è il vero meccanismo che registra questa tendenza così forzata attraverso tutto l’apparato comunicativo continentale. A questo proposito, caratteristico quanto provinciale è apparso l’atteggiamento, nei diversi ambiti nazionali, di fronte al soccorso dei profughi: poiché preponderante, a dispetto delle cifre globali, complessive del fenomeno, è risultata l’attenzione nei riguardi ogni volta del proprio sforzo "nazionale" di soccorso, esaltato ed ingigantito per il proprio buon nome ed il proprio buon cuore riscoperto.

Ad esempio, troviamo pochissimi accenni alla missione "Arcobaleno" promossa dall’Italia: né agli sforzi realizzati sul campo dai numerosi volontari dell’Est europeo; né trovano uno spazio maggiore sui giornali francesi, inglesi, tedeschi, spagnoli o italiani i problemi economici e logistici ricaduti sui paesi limitrofi, e clamorosa è l’incomprensione piena di sufficienza nei confronti della Macedonia (poi denunciata da Milcho Manchevksi su Repubblica) ed il suo presunto cinismo verso i profughi.

Altro fenomeno riscontrato è quello che, ad una giornata di clamorosi errori della Nato, di denuncia o perplessità nei confronti degli alleati, fa corrispondere il giorno successivo al centro dell’informazione un’altra denuncia di segno contrario, sempre incentrata su clamorosi ritrovamenti macabri o su presunte stragi attribuite alla ferocia serba. E’ davvero puntuale e facilmente dimostrabile questo particolare andamento: come se fossero già pronte queste rappresentazioni mostruose, da utilizzare a mo’ di strumento di propaganda nei momenti più controversi da parte dell’establishment occidentale militare-politico.

E passiamo adesso all’Italia: un luogo di segnali talvolta più originali e colorato da maggiori contrasti politici.

ITALIA: impatto emotivo e dibattito intellettuale

Salta subito agli occhi, nell’impaginazione quotidiana de La Repubblica, il ruolo assolutamente centrale occupato dall’informazione sulla guerra balcanica. Già pienamente protagonista nei titoli di prima, il conflitto in molti dei suoi lati viene approfondito per ben otto pagine ininterrotte. V’è dunque subito da sottolineare una preponderanza quantitativa quasi massiccia e sicuramente molto ricca dell’attività di guerra sui giornali italiani. Un’incursione parallela e periodica anche su testate come La Stampa, il Corriere della Sera o il Manifesto conferma questa tendenza: anche se La Repubblica pare mantenere un sorta di record in questo senso, probabilmente in grado di confermarsi anche a livello europeo. Salta però con più immediatezza agli occhi anche un altro aspetto, stavolta qualitativo, di questa trattazione particolare: esso riguarda propriamente lo stile giornalistico. Se anche solo una rapida scorsa ai tabloid europei più rilevanti mostra una scelta espressiva per lo più dai toni sobri e contenuti, la semplice apparizione del primo foglio di La Repubblica lascia subito trasparire una vivacità, una forza comunicativa decisamente superiori. Già la struttura integrata di titoli, caratteri, corpo degli articoli, fotografie e nomi risulta tutta concentrata sulla ricerca dell’effetto. Viene infatti privilegiata la funzione dei titoli, molti più della media ed articolati in strutture "ternarie" (sopratitolo 1 riga – titolo – sottotitolo 2 o addirittura più righe), nei confronti degli articoli, i quali trovano in prima pagina poco più di un accenno. Titoli tra i quali spiccano naturalmente quelli più specificatamente "informativi", la cui forza di suggestione rasenta obiettivamente qualcosa come un grido, un’espressione ad effetto quasi teatrale, dall’energia secca e plateale. Accanto a questi, si posizionano titoli di articoli di commento, certamente accattivanti talvolta anche perché, nel periodo preso in esame, legati direttamente alla tragedia bellica, e d’altra parte incuriosenti anche per un altro motivo: il nome di chi li firma, subito presente in stampatello ben leggibile al loro inizio. Registriamo qui un altro motivo di originalità del giornale italiano: ossia la convocazione praticamente quotidiana di un contributo di intellettuali o personaggi di spicco stranieri, chiamati ad offrire una loro interpretazione assolutamente libera ed originale del conflitto. L’esito è uno dei più positivi riscontrati nel complesso informativo generale: effettivamente, articoli spesso di notevoli qualità stilistica ed intellettuale sapevano sulla stessa testata aprire degli squarci distinti l’uno dall’altro sulle ragioni della guerra.

Complessivamente, l’effetto dominante di fondo rimane legato al tono di vivacità – che rischia talvolta lo scandalismo – portato attraverso tutte le otto pagine concentrate sulla crisi dei Balcani. In effetti, queste otto intense pagine di guerra si articolano in "sezioni" dal taglio e dal tono differente. Nella prima sezione, immediatamente di seguito alla pagina d’apertura, viene trattata la guerra sotto l’aspetto politico-diplomatico, vengono passate e confrontate in rassegna le dichiarazioni ufficiali dei grandi personaggi politici, militari o diplomatici della terra. Un gusto geopolitico, spesso dalle sfumature un po’ grossolane, sembra trovare posto in questo particolare spazio: le parole più felpate – ma in questo contesto bellico molto meno del solito – della diplomazia vengono accostate ai toni più squisitamente marziali e retorici del mondo militare (anche alleato, naturalmente), il cui protagonismo d’occasione non viene poi tanto smorzato da posizioni giornalistiche più prudenti – quasi, in questa prima sezione si fa cogliere un gusto dell’avventura di guerra. Campeggiano pressoché sempre, poi, le cartine esplicative della geografia di guerra, effettivamente, una somma di schematismo scolastico e di quasi compiacenza per così tanto grande conoscenza specifica esibita – in realtà, una fonte povera di approfondimenti davvero consistenti ed un cumulo di dati già subito visibilmente approssimativi o non completamente attendibili.

Come potuto riscontrare anche su varie altre testate nazionali, l’attenzione politica sembra porsi elasticamente sia sulle grandi personalità internazionali, sia su quelle nazionali. In realtà, funziona qui una sorta di riconoscibile gerarchia: i Grandi ammiragli del governo mondiale – su tutti, naturalmente, Clinton – puntuali nei loro determinati interventi quotidiani interpretati e riportati prima di tutti gli altri; solo dopo, magari accanto a loro, si snodano opinioni, atti e contributi più o meno significativi di altri leaders dei paesi di minor peso politico. Certo, è seguito con attenzione particolare soprattutto il dibattito politico interno italiano, e non manca certo un sostegno alla problematica complessiva della guerra con i suoi risvolti significativi sugli equilibri interni dentro il paese; ma, in ogni caso, esso pare non sovrapporsi mai, in prima linea, all’attualità diplomatica internazionale sempre privilegiata anche a livello posizionale – vista l’occupazione sistematica della "prima sezione".

E’ la "seconda sezione", in effetti, a contenere l’argomento della politica nazionale. Quanto al tono usato nei confronti del ruolo specifico o del peso dell’Italia nel conflitto, non emerge una particolare considerazione positiva, o esaltante i "valori" e l’importanza politica nazionale. Gli uomini politici italiani vengono mostrati talvolta anche con sufficienza anche perché l’apparato governativo nazionale ha effettivamente per tutta la durata del conflitto mantenuto una posizione piuttosto aleatoria, né direttamente contro la guerra della NATO e neppure però completamente a favore delle "bombe intelligenti". Tra l’altro, sulla scena anche dura del dibattito intervenuto sulla guerra, si sono avvicendati, ben resi visibili da stampa e televisione, più uomini politici italiani, sia governativi che dell’opposizione. Più d’uno ha saputo occupare la scena mediatica del momento.

La terza sezione cambia decisamente di tono, oltre che di scenario: qui infatti trovano spazio le immagini più autentiche della guerra. Ossia, qui la guerra finalmente viene rappresentata come dramma umano sciagurato; e in coerenza con questo, lo stile sia dei titoli sia degli articoli pare ben diverso dalle pagine precedenti. Qui, il tono assume sfumature quasi letterarie, tra senso della testimonianza sul campo e tentativo di compassionevolezza per la gente sofferente. E’ la zona dove più si libera la possibilità di reportage degli inviati, che peraltro in alcune circostanze paiono indulgere a qualche sprazzo di pietismo retorico. Un rischio che questi reportage corrono (tagliati sempre con una grande foto centrale, emblematica di un destino drammatico piovuto sopra una porzione di umanità) è quello in fondo di calcare facilmente la mano su di un’identificazione troppo consequenziale tra crisi sociali, sciagure, guerre e determinate zone della terra, sufficientemente lontane da poter essere sin troppo meccanicamente riportate come "martiri" o "criminali", o "senza pane". In tal senso va anche catalogato lo spazio puntualmente concesso ai profughi. Però, è da segnalare come accanto alle disperate testimonianze colte dai profughi kossovari – tanto dai Balcani quanto dai vari profughi in territorio italiano – abbia potuto trovare un qualche significativo spazio anche l’altra fazione, sull’altro fronte della guerra, cioè quello jugoslavo. Più di un servizio ha testimoniato delle varie Belgrado, Novi Sad ecc., dopo il passaggio più o meno quotidiano dei bombardamenti. Dunque, un linguaggio qui decisamente più concentrato sui sentimenti, tanto più desideroso di toccare la sensibilità profonda dei lettori quanto indulgente al gusto del particolarismo cronachistico e descrittivo, direttamente portato dalla zone calde di guerra.

Per concludere, possiamo affermare che, se da una parte interessi, gusti e disposizioni locali rifrangono la testimonianza sulla guerra in immagini fortemente distinte da paese a paese, è comunque vero che l’impressione dominante rimane di una diffusa omogeneità, di un limitato numero di cliché imposti a largo raggio sopra a tutta l’opinione pubblica europea. Tanto discutere, tanto riportare notizie spesso nasconde un sostanziale vuoto, una povertà categoriale ed intellettuale, confusa e travolta, forse, essa stessa dall’avanzata senza tentennamenti dell’enorme impresa informativa divenuta la vera scommessa performativa della società contemporanea basata sullo spettacolo dei media.