Rose di Russia e Rose di Giappone, Edizioni e/o


Le Rose di Russia e le Rose del Giappone continuano la serie delle Edizioni e/o di racconti al femminile. Scelti con la consueta cura, presentano due tipi di narrazioni profondamente diversi, diversità messa in risalto dalla letteratura contemporanea.
I quattro racconti delle Rose di Russia hanno un andamento lento come un viaggio che con l'aereo della prima novella (logoro, malandato, inquietante) ci porti a Mosca dove si svolge l'ultima, attraverso luoghi di cui non ci è neppure dato sapere il nome.
Nei racconti di queste autrici non si parla mai di grandi eventi politici, la scena della storia o anche della cronaca che ci invade ogni giorno è lontana. Nello stesso modo sono lontani e incombenti i nemici sconosciuti di "I nuovi Robinson" di Ljudmila Petrusevskaja, una "cronaca del XX secolo" che si avvia alla fine, dove, al posto del clamore mediatico, c'è una silenziosa lotta contro la fame e una fuga in un paese stretto nella morsa dell'inverno.
"Maialino" di Svetlana Vasilenko si svolge in una città fantasma, una città militare di cui non si deve conoscere nulla: la stessa voce narrante ammette di non poter venire meno neanche nei pensieri a tale divieto. Anche qui la fame è dominante mentre in primo piano emergono i rapporti tra le persone, rapporti segnati da violenti contrasti di ricchezza e povertà e dall'imposto silenzio.
In particolare molto forti sono le relazioni fra madri e figlie o fra madri e figli. "Bron'ka" di Ljudmila Ulickaja è il nome di una figlia, inizialmente in ombra, quasi nascosta dietro la madre e che a poco a poco diventa uno dei personaggi più memorabili della raccolta. La forza delle singole figure umane risiede anche nella presenza fisica che le autrici riescono a conferirgli.
I temi principali dei quattro racconti sono legati ad una realtà quotidiana spesso misera e difficilmente collocabile nel tempo. Si potrebbe trattare di squarci aperti su una Russia sovietica di alcuni anni fa come di sguardi lanciati su una Russia più attuale, ma sempre con una sensibilità nel racconto che fa pensare alla narrativa dell'inizio di questo secolo.
Le Rose del Giapponesono invece modernissime, se intendiamo con questo termine sia l'attenzione alla vita contemporanea sia lo stile e la struttura del testo. Le scrittrici che ci vengono proposte hanno cominciato a pubblicare nei primi anni ottanta, spesso giovani o giovanissime. Narrano un'esistenza metropolitana con una scrittura rapida e soprattutto aggressiva dove il dialogo risulta dominante ed elimina quasi del tutto lo spazio più disteso della descrizione.
Si tratta di uno stile che taglia e monta le scene creando degli stacchi in bianco e nero che si trovano riflessi ed esasperati dall'inserimento fra un testo e l'altro dei disegni-racconto di KiriKo Nananan che rappresentano altrettanti stati d'animo. Questi fumetti si discostano dai classici shoio manga, in particolare quelli rivolti alle adolescenti, che conosciamo bene attraverso la televisione e le pubblicazioni occidentali. Al posto dei grandi occhi innocenti vediamo una serie di istantanee e di pose che ci trasmettono un'immagine diversa e visivamente molto interessante dei giovani giapponesi.
Questa immagine rilancia lo stesso disagio che percorre tutti i testi. E' infatti questa l'impressione generale che ci lascia la raccolta, uno spaccato della società giapponese lontano dai luoghi comuni cui possiamo essere abituati.
Non ci si trova davanti né ad una esaltazione di una società tradizionale ormai in crisi né ad una esaltazione dello stile di vita occidentale quanto piuttosto ad una constatazione dei cambiamenti e delle contraddizioni in atto. Tutti i racconti sono pervasi da un fortissimo senso di ribellione che pur non essendo espresso in chiari termini si manifesta soprattutto nei personaggi femminili che non aderiscono più alla figura di una donna sempre sorridente e sottomessa, avvolta nel suo kimono. Ciascuna a suo modo, le protagoniste di queste storie oppongono resistenza sia che non si pieghino all'ossessione di un amante geloso, sia che si rifiutino di far culminare un rapporto di quindici anni dando al marito il figlio che lui ora chiede, sia che scappino di casa giovanissime per vivere nell'appartamento di un compagno occasionale.
In "diario di una gravidanza", forse il più interessante dal nostro punto di vista, anche l'esperienza della gravidanza viene presentata soprattutto attraverso il persistere di una nausea e dunque di un disagio che non può placarsi. Solo dopo quattordici settimane di digiuno sopraggiunge finalmente la fame che diventerà voracità. Non vi è nessuna traccia di un senso di felicità e di attesa ma una trasformazione osservata con distacco dalla sorella la cui insofferenza, che la spinge per esempio a non condividere più i pasti, rappresenta il tentativo di mantenere uno spazio proprio invece di dedicarsi, con la partecipazione richiesta in un caso del genere, alla futura madre. un'altra forma di resistenza e di lotta passiva.
Tina D'Agostini
Monica Fiorini



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