| Teatro,
cinema, musica, libri. altreVisioni
ospita un incontro: con grandi e piccoli avvenimenti di
spettacolo e arte, con piccole e grandi protagoniste
dellattualità culturale. Per non perderci
nelloceano dell(in)significazione mediatica,
per attraversare le reti dellinterconnessione
globale portando i/il segni/o della/e differenza/e, per
cogliere valori e sensi possibili in questo scorcio
rapidissimo di secolo. Sommario Numero del 9/2/1999
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| TEATRO. ALLA RICERCA DELLEROS PERDUTO | . | |
Pia Engleberth in scena a Roma a Comicittà, Rassegna di Drammaturgia Comico-Metropolitana Il titolo oscilla tra il refrain pubblicitario,
ammiccante e stringato quanto conviene perché col
mandarlo giù non si scordi più, e listruzione per
luso, forse della vita alla maniera di Pérec,
forse più semplicemente di una nuova macchina approntata
dalla nostra era cyborg. Di sicuro questo Sesso al
minuto che da stasera a domenica 21 febbraio
Pia Engleberth ripropone sul palcoscenico romano del
Teatro Due, secondo degli appuntamenti in programma a
Comicittà Rassegna di Drammaturgia Comico-Metropolitana
realizzata da La Bilancia Produzioni Teatrali con Romacè
il manuale della settimana in città ha dalla sua
la carica esplosiva dellispirazione universale
(quale argomento più delleros sollecita
limmaginazione collettiva e detiene ecumenica
appartenenza?) filtrata nellimmediatezza ed ironia
tipiche del più gustoso cabaret. Ovvero quella forma di
teatro felicemente vitale e mobile, dove «si lavora da
soli ma si è tanti, e dove mentre racconti le tensioni
tue col mondo non puoi fare a meno di respirare
laria espressiva che ti circonda e finisci per
raccontare le tensioni del mondo. Il bello di fare
cabaret e di metter su uno spettacolo che vive oggi e
domani si consuma sta proprio in questo sentire la
temperatura ambientale come un termometro, una colonnina
di mercurio sensibile alle voci dellattualità, ai
suoi umori, inclinazioni, turbamenti». Parla così Pia Engleberth, padovana di nascita e milanese da tempo abbastanza perché abbia luna e laltra città nel cuore, Padova con le sue dolci atmosfere, Milano con literazione degli spazi, interprete e co-autrice dello spettacolo con Riccardo Piferi, che sigla anche la regia, Marina Di Leo e Romano Singlitico. Lei che, formazione alla Scuola del Piccolo Teatro e esordio nel teatro di tradizione, il cabaret lha scoperto per caso, dietro le quinte dun classico Pirandello in tournée, complice lincontro e le lunghe chiacchierate con Lucia Vasini. «Da lì il seguito è presto detto, e ce lo racconta Pia con Lucia e con Daniela Piperno, è nata lidea di fondare un gruppo di cabaret al femminile, le Sorelle Sister, e il trio ha avuto un immediato successo». Sera a metà degli anni Ottanta e Drive in aveva fatto breccia al genere in tv: «Abbiamo partecipato a Proffimamente non stop, con Bruno Voglino, e a tutta una serie di trasmissioni televisive fino a Via Teulada 66 con Loretta Goggi». Nel frattempo Lucia Vasini aveva lasciato il gruppo e il trio alla fine si è sciolto: «Ho detto addio a malincuore alle Sorelle Sister confessa Pia, mi piaceva soprattutto il fatto che fosse un progetto di donne, che desse la possibilità di unelaborazione al femminile, di una rappresentazione della vita attraverso spunti e racconti di donne». Ma la consacrazione di Pia al cabaret era cosa fatta e dal 1994 lautrice-attrice affronta la responsabilità del palcoscenico da solista, inaugurando il nuovo corso col successo di Scherzi da prete, «storia di una donna con lambizione della carriera ecclesiastica, unica ancora a essere gravata di una proibizione nei riguardi delle donne. Ma il conflitto su cui punto il dito chiarisce Pia non riguarda solamente i due universi maschile e femminile: il conflitto ha invaso il mondo delle donne innescando, al posto delle più tradizionali contese con oggetto: fidanzati uomini bellezza e via dicendo, il gioco sfrenato della competizione professionale e sociale». E questo Sesso al minuto, sua seconda creazione che ha già visitato in lungo e largo la penisola da Bolzano alla Sicilia, non fa che ampliare il discorso «con sguardo ironico e melanconico» sulla attualità e sulle sue trasformazioni dalla prospettiva della relazione, dellintimità svanita, delleros perduto. Perché, diciamocelo, «in una realtà professionale e lavorativa che assorbe energie fino al midollo, si è smarrito da parte di entrambi i sessi, gli uomini però più delle donne che ancora hanno voglia di coltivare i sentimenti il gioco amoroso, la capacità del corteggiamento, del tessere un rituale damore non limitato al solo consumo». Perché, diciamoci anche questo, «tra una che cuce alla finestra e una che fa lavvocato o la manager o la segretaria e guarda e incontra uomini per affari, ci sta parecchia distanza e tanto, tanto accumulo fantastico in meno». E però succede che nelle vie più disparate e nei modi più fantasiosi leros rispunti, in luoghi e situazioni di pura quotidianità, quando meno te lo aspetti, ed ecco che allora Sesso al minuto si trasforma in un saporito baedeker di pronto uso per recuperare il gioco della seduttività desiderata, in un negozio di frutta e ortaggi o in una officina. «E un gioco», ci dice Pia Engleberth, in scena al centralissimo Teatro Due fino a domenica 21 febbraio, prima di passare il testimone della comicittà metropolitana a Dodi Conti (Borderline blues, dal 23 febbraio al 7 marzo) e a Caterina Casini (Acide e lucide, dal 9 al 21 marzo). Nel frattempo che gioca col cabaret lattrice che sta già elaborando un nuovo spettacolo: ma di questo no, proprio non ci vuole dire di più ha messo allattivo anche alcune regie teatrali (del gruppo Due del tredicesimo allAriston di Sanremo e di uno spettacolo di Marisa Militello prodotto dal Teatro Petrella di Longiano), la partecipazione ad un film (Animali felici per la regia di Angelo Ruta, ancora inedito), e lorganizzazione tutta sua di un Festival del Cabaret (a Lerici, in provincia di La Spezia, di scena a fine luglio e giunto alla sua quarta edizione tra ospiti di rilievo: Jannacci, Bisio, Mazzamauro). Nonché tiene in caldo il segreto desiderio di scrivere una commedia di donne, «anche tante: sei o sette. Ovviamente molto divertente e spiritosa». Ovviamente, visto che di questi tempi parola di Pia Engleberth «non si può fare altro che sorridere o anche ridere a crepapelle». Anna Maria Sorbo |
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| DANZA. SCARPETTE E TUTÙ: LA SFIDA E LA PASSIONE. | ||
Conversando con Margherita Parrilla. Già prima ballerina del teatro dellOpera
di Roma, da due anni direttrice dellAccademia di
danza, Margherita Parrilla è unartista che ama le
sfide; il carattere volitivo si coglie nel piglio deciso
e nello stesso tempo affabile che usa con i suoi
collaboratori, nello sguardo fermo e nel tono
appassionato con cui parla della sua vita: la danza.
Accanto allattività manageriale, è impegnata in
questi mesi nel progetto, sponsorizzato dallENEL,
sulla messinscena di Scarpette rosse, nel
cinquantenario delluscita della
pellicola-capolavoro di Michael Powell che lanciò la
stella del balletto britannico Moira Shearer. Oggi, la
favola "maledetta" di Andersen, occupa le
tavole del palcoscenico per una tournée che, a partire
da marzo, girerà mezza Italia. Un recupero che a
qualcuno potrebbe sembrare anacronistico, visto il
carattere fortemente melò di quella pellicola che, pur
osannata dal pubblico e amatissima da tanti registi
successivi, realizzava un magico connubio tra racconto
popolare e sperimentazione cinematografica. Come ha reagito allidea di mettere in scena Scarpette rosse a cinquanta anni di distanza dal successo della pellicola? Lo spettacolo prende lo spunto, da una parte, dal film, dallaltra dalla fiaba originale, ma nello stesso tempo è diventata unaltra cosa: la storia, come si sa, è quella di una danzatrice, però di oggi. In parte si può considerare autobiografico perché rispecchia il percorso di una ballerina contemporanea alla ricerca di una maturazione attraverso il dolore, che è pur sempre un passaggio fondamentale per un artista. La conoscenza del dolore dellesistenza dà allarte uno slancio, una spinta. La storia prende spunto da Scarpette rosse. Il conflitto che nel film prendeva corpo era quello tra larte e lamore; si tratta di un conflitto in un certo senso eterno che è vivo anche ora e anche al di fuori di un genere come quello del melodramma. Soprattutto oggi che la donna è divenuta sempre più protagonista nel mondo dellespressione artistica e si pone davanti alluomo con aspirazioni e bisogni diversi: in fin dei conti è uno spettacolo che ci parla dellodierna mancanza damore. Certamente, il film è sempre presente; a strutturare la scenografia sono le luci, che rivestono anche una funzione psicologica, e lo schermo in cui si proiettano spezzoni del film, evocati dalla mente della protagonista. Tutto si muove costantemente su due livelli: il realistico e lastratto. Per questo è stata così importante la consulenza di uno psicoanalista come Aldo Carotenuto. Da questo punto di vista più attuale oggi rispetto a cinquanta anni fa? Nel conflitto di Scarpette rosse cera un risvolto diverso; lei lì era una vittima, lei voleva danzare, a tutti i costi, e la malvagità dellimpresario si incarnava nelle scarpette che finivano col trascinarla al suicidio. Veniva schematizzato un triangolo maledetto perché in quel caso era impossibile conciliare i due fronti. La donna di oggi - e quindi lo spettacolo che abbiamo voluto fare noi - ha invece imparato a conciliare tra le sue diverse esigenze; ma non è solo una capacità maturata, è un diritto che viene preteso. E giustamente. Oggi le donne, qualora siano delle artiste ma anche quando non lo sono, pretendono la riuscita, la realizzazione e il riconoscimento in tutti e due i fronti. I passi avanti sono stati moltissimi. Larte può essere strumento di questa conciliazione? Nella vicenda la danza è quasi unarma maledetta... Nella favola di Andersen, sì. Ma oggi la cultura è cambiata. Lo spettacolo punta proprio su questo, sullelaborare contenuti ad una maturazione nuova. La danza storicamente è unarte maledetta perché da una parte è sempre stata molto amata ma dallaltra è unarte molto difficile. Il danzatore è un drogato della sua arte, e in questo è diverso dal pittore, dallo scultore, forse da qualunque altro ambito espressivo. La dedizione di un ballerino alla sua arte è totale perché è legato allo strumento-corpo, cioè a tutti noi stessi. Secondo me - ma sono che sono di parte - è anche larte più complessa. Credo che lestasi sia qui, nellelevarsi ad una sintesi tra anima e corpo, quasi "divina". Per questo la danza è unarte privilegiata ma in cui ogni privilegio si paga duramente. Formalmente quali problemi hai dovuto affrontare? La scenografia, come ti dicevo, è tutta basata sulle immagini. Le luci, fondamentalmente, sono il risultato del lavoro di Francesco Capitano, il regista; le coreografie, firmate da Daniela Malusardi, sono state ideate sulla base delle musiche di René Aubry. Io e i miei compagni in scena, Francesco Villicich e Igor Zukov, siamo necessariamente molto condizionati dai giochi luminosi, ci lasciamo andare a questo. Del resto, cè da dire che io non ho mai avuto problemi a fissare le luci; spesso mi hanno persino preso in giro perché ho sempre risposto che non guardo i fari, ma guardo oltre. In questo caso poi le luci mi fanno sentire persino più sicura perché possono riuscire a nascondere qualche difetto. E questo luso della tecnologia che preferisco: quando essa non è esibito, ma messa al servizio della creazione artistica. Merito allEnel per aver avuto il coraggio di finanziare uno spettacolo che, tutto sommato, possiamo definire sperimentale. Torniamo alla carriera della ballerina, ai sacrifici che è necessario affrontare... La ballerina ha una vita breve, non cè niente da fare. La coscienza del proprio corpo cresce ma poi mentre si matura sempre più dal punto di vista artistico interviene con il progredire delletà la decadenza fisica. Non è solo lavanzamento delletà che è normale per tutti. A tormentarci è il fatto che larte è in crescita ma lo strumento a disposizione non è più quello di prima. Quindi si attraversano degli stadi differenti di maturazione nel rapporto con il proprio corpo... Cambiano, certo, per la capacità di maturazione, però il fisico non corrisponde più. Io ho raggiunto la maturità tecnica in età già avanzata, in pratica insieme alla maturità artistica. Si raggiunge un punto che si avverte come il massimo e da lì si comincia a scendere, la maturità artistica rimane ma quella tecnica decade. Ma si arriva ad un momento in cui la tecnica non è più importante? La tecnica, in un certo senso, non è mai importante. E uno strumento. Questo è un difetto delle giovani generazioni: usare la tecnica come fine a se stessa. Se non cè qualcosa da esprimere, la tecnica è inutile. E un esempio che faccio sempre alle mie allieve: Picasso, pur inaugurando stili e concezioni dellarte completamente innovative, conosceva perfettamente la tecnica tradizionale. La stessa cosa vale per un ballerino. Non possiamo non usare la tecnica. Anzi, esistono acrobati, ginnasti molto più "bravi" tecnicamente. Evidentemente però non è quello che conta. I giovani sono portati a concentrarsi su questo aspetto, assolutizzandolo, perché è la società che manda stimoli molto superficiali, cerca lesteriorità e un ragazzo è portato a pensare che se alza bene le gambe e fa una bella piroetta ha risolto tutto. E un fatto culturale. Ultimamente utilizzo parecchio la rete e vedo che, tramite Internet, ci sono ballerini che mandano immagini strabilianti. Ma quando vanno in scena, che succede? Il rapporto con i giovani si realizza ogni giorno in accademia: quali sono state finora le maggiori difficoltà quali le soddisfazioni? Le difficoltà sono quelle di sempre, ormai sono due anni che dirigo lAccademia e mi scontro con i problemi legati alla mancanza di autonomia, ai legacci della burocrazia; anche il personale, non tutto per carità, ma in gran parte è istituzionalizzato e non capisce che per questa scuola esistono esigenze di altra natura. Le soddisfazioni più profonde vengono dai ragazzi, che sono molto positivi, anche se vanno disciplinati. In Italia ancora non ci siamo resi conto del valore pedagogico della rigidità, siamo così ancora improvvisati a volte. Ma io ho adottato una strategia di questo tipo: se non recepiscono questo aspetto blocco tutto, saggi e spettacoli. Così, alla fine, i ragazzi capiscono anche se non sono responsabilizzati a sufficienza. Oltre alla tecnica accademica - fanno due ore - hanno tecnica moderna, voglio introdurre danze storiche, ma anche passo a due e repertorio. E materie teoriche: storia della danza, della musica, dellarte. La loro competenza alla fine è completa. Sono abbastanza contenta anche se vorrei fare di più, ma questo spetta anche al parlamento soprattutto nel darci uno statuto speciale, che ci differenzi da qualunque altro istituto e tenga conto delle nostre esigenze specifiche. Poi, quando gli allievi escono dallaccademia... Certo, cè il problema del lavoro. Parliamoci chiaro: la danza sta morendo perché lhanno uccisa i padroni della danza italiana. Su questo ho le idee chiare. Se i politici volessero capire, volessero ascoltare chi ha sudato per la danza e non solo coloro che ci "girano intorno", - giornalisti, intellettualoidi - potrebbero fare molto persino a costi zero. Manca in parte linteresse perché non si rendono conto delle potenzialità professionali e di pubblico tenuto conto che la danza non è solo balletto classico; e ne è una prova questa accademia, fondata da una donna geniale e strutturata in modo geniale. (Valeria DAversa) |
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| LIBRI. Silenzio e voce di donna | . | |
Incontro con Ippolita Avalli Cè unimmagine del suo nuovo libro
Amami, sta per uscire a fine aprile ancora
presso Baldini & Castoldi piuttosto
emblematica di cosa sia per lei luniverso donna.
Ippolita Avalli, ospite dellultimo incontro della
rassegna "Recitare libri" curata dal Collettivo
Isabella Morra presso il Centro Culturale Bibli a
Trastevere, ce la racconta mentre aspettiamo, in una
calda accogliente saletta, che si cominci.
Lappuntamento è con la lettura che Saviana Scalfi
proporrà fra poco di alcune belle pagine di La dea
dei baci, opera quarta e dallesito felicissimo
(cinquina del premio Strega e vincitrice del premio Valle
dei Trulli di Alberobello, Baldini & Castoldi 1997)
della scrittrice. Fuori il freddo è pungente,
insolitamente pungente anche per gennaio, e dirada
presenze e attutisce i rumori di un ordinario sabato sera
nel cuore di Roma. «Nella seconda parte del libro
comincia Ippolita la protagonista, una donna di
mezza età, si trasferisce in Giappone per seguire
lamato che non cè e succede che si trovi a
riflettere, mentre impara il giapponese, sugli ideogrammi
di uomo e donna. Luno col suo rettangolo in alto e
le due stanghette che da quello vanno in giù,
laltro con una forma romboidale al centro e due
antenne sopra e due asticelle sotto. E naturale
osserva lei che sia così perché
nelluomo il pensiero, assolutamente razionale, sta
nella testa, mentre per la donna il pensiero sta nel
plesso solare ed è azione e emozione. Quando un uomo
dice ad una donna di amarla probabilmente sta valutando
quanto inciderà sul suo quotidiano e quante
modificazioni comporterà. Se una donna dice ad un uomo
che lo ama, lo ama giù da sempre anche se lha
appena conosciuto». Lo sguardo terso, Ippolita Avalli prosegue. «La differenza è evidente. La sperimentiamo giorno per giorno, intorno a noi. Quando i maschi confidano il loro atteggiamento verso lamore, è sempre un atteggiamento di grande dubbio, di raffronti, da richiedere unelaborazione per così dire meccanica, pensata e ragionata. Al contrario alla donna sta a cuore il sentimento e la sua realizzazione, e queste problematiche vengono solo dopo. Mi sembra un atteggiamento più creativo, più stimolante, segno di una intelligenza che piuttosto che lasciarsi frenare dal ragionamento, dalla comprensione razionale del reale si esprime con modalità differenti: intuitiva, veloce, empatica». Inevitabile che il suggerimento porti verso considerazioni allargate. Ai rapporti, allidentità di ruolo e di persona, alla storia delle donne. «Abbiamo un secolo intero alle spalle di crisi, rotture, mutamenti. Ciò che importa è laspirazione a considerare il maschile e il femminile come due valenze ugualmente coesistenti nellindividuo, in misura più o meno estesa: questo implica una più sensibile accettazione dei propri limiti, una capacità più ampia a sostenersi malgrado lattuale incertezza che spaventa lindividuo, uomo o donna che sia. La questione dei ruoli e dei confini delluniverso maschile e femminile è mal posta, le definizioni assolutamente inadeguate. La strada che le donne hanno imboccato continua Ippolita, con un parlare chiaro come lo sguardo ha accresciuto la loro presenza nel sociale: ma allacquisizione di una presenza più autorevole e massiccia delle donna sul piano sociale non ha corrisposto uno sgravio nella vita privata e dentro luniverso più ristretto della famiglia la donna continua ad essere il riferimento, il traino e ad investire energia e creatività nel rapporto, mentre luomo, incapace di abbandonare le consuete tipologie del femminile, resta indietro. Ho il sospetto a volte che la lotta sostenuta dalle donne non sia stata granché conveniente: il divario rimane, e fa soffrire. Di fronte, le nuove generazioni mi appaiono come un mondo di amazzoni avviate al dominio: temo che appartenga alla storia dellumanità questalternanza dolorosa per entrambe le parti piuttosto di una ideale e armonica conduzione e coesione di mondi dove il valore non è nel ruolo ma nella persona». Inevitabile che Ippolita Avalli ci conduca attraverso le stanze spoglie e bianche dove il linguaggio trascorre nel muto pronunciarsi del corpo per farsi voce o restituirsi al silenzio della consapevolezza. Come per Giovanna nella finzione narrativa, la bambina poi adolescente di La dea dei baci in lotta contro il crudelissimo eppure amato padre adottivo, Ippolita ha scelto di fare i conti col silenzio, con la mancanza, lazzeramento dei valori. Lo ha fatto venti e più anni fa, tra le mura del Teatro della Maddalena che lei e il suo gruppo vollero austero, niente quinte, palcoscenico, niente che potesse richiamare uno spazio tradizionale, nemmeno una sorta di platea, nel nome della rivolta contro il teatro di parola: «contro un teatro, chiarisce Ippolita, che in quel contesto rischiava di esaurirsi in una possibilità puramente rivendicativa o perfino di non esistere fuori della sola forma testuale». Con coraggio, malgrado il dissenso stesso allinterno e la diffidenza di «quelle che allora si chiamavano compagne», nello spazio vuoto della Maddalena nacque una insolita tessitura comunicativa, uno sperimentare «informale e poetico e disorganizzato, ma anche intuitivo e passionale, di una ricerca del proprio sé, del proprio corpo, attorno agli elementi naturali acqua terra fuoco aria, in coincidenza di luci, di suoni». Fu allora che «la critica si occupò di noi: finalmente alla Maddalena si faceva teatro e si inviava un segnale diverso e autonomo, disancorato da dal femminismo politico». Due anni, inviti in rassegne e bei consensi, poi «lannientamento» e per Ippolita labbandono della scena e dunque lapprodo alla scrittura. «Il teatro, come il cinema, è unarte "bastarda" e sottoposta a più rigidi condizionamenti e vincoli di mercato che non la letteratura per esempio, che consente un margine di libertà più alto allartista che crea spiega la scrittrice, milanese per natali ma romana da circa tre decenni, da quando si fermò qui "inseguendo" unamica aspirante ballerina e con lei una vita più fantasiosa. Tutto sommato, Ippolita ha scelto ancora un luogo vuoto e bianco pronto per una nuova impaginazione di segni, sollecito a aderire alla necessità della creazione, del ri-creare se stessi. «Non vivo per scrivere alla maniera di Oscar Wilde. Ma chi scrive chiede alla scrittura di interpretare in modo affabulatorio il reale, in essa si autocrea e continuamente si rivela a se stesso. Ecco, io scrivo per essere qualcosa per me e qualcuno per gli altri». Una pagina bianca, alla quale affidare il silenzio e la voce delle donne «il coraggio, la baldanza» che Ippolita predilige e sulla quale reincarnarsi ogni istante in un corpo di donna, nel proprio corpo di donna. Anna Maria Sorbo |
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