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Cinema. La IV edizione del MedFilm Festival. Torna su
Roma - Una miriade di film, corto e mediometraggi provenienti da oltre quaranta paesi del Mediterraneo un dubbio lo potrebbero sollevare, e cioè, che il festival in questione non decolli per l’impaccio che ne potrebbe derivare dal mettere insieme tanti soggetti diversi tra loro per differenze di condizioni materiali, di vita, e di opportunità culturale. Così non è stato per questa quarta edizione del Med Film festival laboratorio (inaugurato sabato 24 ottobre al Palazzo delle Esposizioni, proseguirà fino al 31 con proiezioni dalle 11.00 del mattino alle 23.00) grazie agli organizzatori e alla tenacia di Ginella Vocca, direttora del festival, e Sergio Illuminato, che sono riusciti con successo a superare questa difficile prova. Un successo da ricercare in due motivi, primo fra tutti, la scelta dei film selezionati, quasi tutti di autori e di autrici molto giovani che con le loro opere esprimono bene il tema che percorre la rassegna. Il secondo punto riguarda proprio il tema scelto, filo conduttore che riesce a mettere insieme, quasi in maniera miracolosa, le culture, le differenze e le tradizioni di questi quaranta paesi: L’identità nasce dalla libertà delle donne e dei bambini. Un tema in linea con la commemorazione del 50° Anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, diritti sui quali si è detto e scritto tanto, ma se non c’è una promozione - e in questo caso il ruolo svolto da registi e registe è importantissimo - che traduca in azioni vere la lotta alla violenza, fisica, sessuale e psicologica contro donne e bambini, tutto il lavoro finora svolto non avrebbe nessun valore. "Allora - dichiara Katia Miranda del Centro Informazioni delle Nazioni Unite, che per il quarto anno consecutivo patrocina il festival - come non incoraggiare l’opera di giovani registi che si dedicano a queste tematiche difficili da comunicare, attraverso opere che arrivano direttamente al cuore della gente, denunciando abusi su donne e bambini, il coinvolgimento di questi ultimi nelle guerre, il lavoro minorile, la prostituzione, la pedofilia".

L’intento di un festival cinematografico nato all’insegna dei diritti umani ci pare più che nobile, e dunque va sottolineato e sostenuto con forza (tra l’altro ricordiamo che le proiezioni dei film sono tutte gratuite, e scusate se è poco…), soprattutto per il ruolo non secondario che svolge: risvegliare le coscienze.

Dunque, dicevamo, film bellissimi, che trattano temi difficilissimi, ma con rara maestria. E’ inutile sottolineare che la maggior parte di essi sono dominati dalla presenza femminile. "Una cosa - ci dice Ginella Vocca - che abbiamo scoperto solo dopo la selezione dei film, opere attraverso le quali è possibile riconoscere le caratteristiche fondamentali di popoli che impariamo a conoscere attraverso la loro cultura. Cultura che è la vera identità di un popolo. Ma non bisogna dimenticare che una buona identità nasce da una buona maternità, e allora eccolo il senso del tema che percorre quest’anno in nostro festival. Dunque, difendiamolo e facciamo in modo che il tessuto sociale, culturale ed emotivo nel quale nascono i bambini che poi saranno gli adulti di domani, e quindi il mondo intero, possa esistere in un ambiente positivo".

Dunque, abbiamo accennato alle opere di registe, e tante tra quelle presentate sono tra le più adatte a comunicare il tema centrale del film. Tra tutte, abbiamo scelto Miel et cendres (Miele e cenere), dell’egiziana Nadia Fares, che ha inaugurato ufficialmente il festival. Un’opera tecnicamente poverissima, ma visivamente forte, coinvolgente e commovente proprio perché protesa alla difesa dei diritti più elementari delle donne del nord Africa contemporaneo. Naima, Amina e Leila, sono donne intrappolate tra tradizione e modernità, che cercano, ognuna a modo proprio, di realizzarsi nella vita e nelle loro relazioni con gli uomini. Naima è una medica, Amina un’insegnante universitaria e Leila una giovane studente. Differenti per età e origini sociali, sono accomunate però dai mille ostacoli che la società islamica oppone loro. Tre storie che raccontano tre importanti fasi della vita. La lotta per la propria libertà porta Leila a fuggire dalla violenza e dalle regole severe del padre. Rinnegata dal proprio ragazzo, impotente e muto davanti alle proteste della propria madre che inveisce contro la "sgualdrina" che ha sacrificato tutto per lui, Leila finisce per condurre una doppia vita: studentessa modello di giorno, prostituta di notte per mantenersi agli studi. Amina, che si è sposata a trent’anni, in cerca di stabilità, e con un uomo che neanche conosceva, vuole separarsi dal marito rivelatosi geloso e violento. Delle tre, Naima è sicuramente la più emancipata, vive da sola, con una figlia adolescente, alla quale cerca di trasmettere i suoi valori. Il personaggio di Naima costituisce il legame narrativo con le storie delle altre due donne. Trentaseienne, nata a Berna, ma laureata in Lingue all’Università del Cairo, Nadia Fares (interprete tra l’altro di Sotto i piedi delle donne dell’algerina Rachida Krim, anch’esso sul nodo lotta di classe/autodeterminazione dei popoli e lotta di genere) ha studiato cinema presso la New York University, ed è stata assistente di Kieslowski e Zebrowsky. Miele e cenere, suo film d’esordio, girato a Tunisi per una produzione locale, ha vinto numerosi premi e riconoscimenti internazionali. Molta attesa per il film della trentaduenne portoghese Teresa Villaverde, Os mutantes, la "pasionaria" dello schermo, com’è stata più volte definita, regista di Idade Maior e Tres Imaos, film quest’ultimo di grande poesia, malgrado la crudezza del soggetto (uno stupro e un successivo omicidio), ma diretto con tocco leggero. Un film sull’amore, anche se nel segno dell’incomunicabilità e della violenza. E restando in tema di violenza, vi segnaliamo anche Nettoyage a sec, di Anne Fontane, lussemburghese, trentanovenne, con un passato di ballerina, attrice e assistente di produzione. Nel ’92 realizza il suo primo lavoro in qualità di regista con Les histoires d’amour finissent mal en général, con il quale vince il premio Jean Vigo. Il successo per Anne Fontane arriva però solo due anni più tardi, con Augustine. Nettoyage a sec è il suo terzo lungometraggio (apparso al 54° festival di Venezia), un noir che risente molto dell’influenza di maestri come Bresson e Godard, con al centro la vita - da reclusi - di Jean-Marie e sua moglie Nicole, mai una vacanza, mai uno svago, sempre in quella lavanderia a combattere contro le macchie…E poi una sera tutto cambia. In un locale notturno incontrano Loic e sua sorella, che si esibiscono in un numero en travesti. Loic è pericolosamente attraente, e nella sua trappola cadono Nicol e Jean-Marie che iniziano una "nuova vita": di giorno la lavanderia, di notte le trasgressioni. Presi dal gioco e dalle sensazioni forti, entrano a mano a mano in una spirale di sentimenti profondi, inconcepibili, fino alle estreme conseguenze...

Molta attesa anche per il ritorno di Katia von Garnier, autrice del delizioso Donne senza trucco, che divenne un vero e proprio caso rimanendo, alla sua uscita nel ’93, per ben 17 settimane nella top ten del botteghino tedesco, arrivando ad incassare la ragguardevole cifra di oltre 5 milioni di dollari. Al Med è presente con Bandits, col quale descrive una rock band di donne: Emma, Luna, Angel e Marie, conosciute come "The bandits". Ma c’è un piccolo particolare: sono rinchiuse in prigione, e la musica è la sola risorsa che possono usare per rivendicare la loro rabbia e i loro sogni. L’invito a suonare ad un ballo di poliziotti fornisce alle quattro l’occasione per fuggire. Lungo la strada, e da fuggiasche, realizzano del tutto accidentalmente alcuni loro sogni. La notorietà è uno di questi, ma non può comprare comunque la libertà; quando si ritrovano dentro, si scoprono profondamente cambiate, consapevoli di aver perso, ma insieme si ritrovano vincitrici. Il loro legame e la loro musica è forte abbastanza per sopravvivere a qualunque cosa.

L’enorme successo di Donne senza trucco (che ha ottenuto il Premio Oscar per la miglior opera prima straniera della Accademy of Motion Picture Arts and Sciences di Los Angeles) ha valso la notorietà a Katia von Garnier che attualmente vive fra la Germania e Los Angeles.

Rabab, anteprima assoluta, non l’ha realizzato una donna, ma il palestinese Rashid Masharawi. Lo citiamo per la sensibilità, rara in un uomo, con la quale affronta il tema della condizione femminile in Palestina. Un film fortemente simbolico e interessante, sia dal punto di vista linguistico, che dei contenuti.

Per chi li avesse persi, segnaliamo ancora Mrs Dalloway di Marleen Gorris, e L’albero delle pere (vincitrice la scorsa settimana, della Grolla D’oro a Saint Vincent) di Francesca Archibugi, che porta sullo schermo la dolente Silvia, una madre controcorrente, soffocata dalla sua debolezza, incapace di prendersi cura di sé e dei suoi figli. Ma cosa c’è di eroico in una figura di donna come quella di Silvia? Davvero il cinema ha bisogno di questi personaggi femminili?

Di ben altra pasta è fatta invece la protagonista di Conversazioni private scritto da Ingmar Bergman ma diretto da Liv Ullman, una delle sue attrici predilette ed ex moglie. Anna, sposa di un pastore protestante e madre di tre figli, confessa a Jacob, lo zio pastore che l’ha sempre seguita sul piano spirituale, di avere una relazione con uno studente in teologia più giovane di lei…Un triangolo che racchiude il problema della verità che, come insegna Pirandello, ha tante facce…per Anna rappresenta le realtà che sta vivendo, per il suo amante rappresenta il bisogno di sincerità, mentre per il confessore la verità è insita nello spirito dell’uomo e della sua sacralità.

Sarebbe troppo lungo elencarvi tutte le altre opere che a nostro giudizio meritano di essere viste, film di valore, testimonianza di quelle cinematografie cui i circuiti distributivi non danno spazio, a danno di un sicuro arricchimento spirituale. Il nostro consiglio è di seguire per quanto è possibile (le proiezioni, oltre al Palazzo delle Esposizioni avranno luogo contemporaneamente al Cinema Pasquino e al Centro Congressi d’Ateneo "La Sapienza") tutta la manifestazione, che presenta tra l’altro una vasta selezione di corti forniti dall’Associazione Donne in Corto.

Il Med Film festival, ideato dal Fondo EuroMediterraneo per lo sviluppo socio culturale, e realizzato con il contributo dell’Assessorato alle Politiche Culturali del Comune di Roma, Dipartimento Cultura e Spettacolo, si concluderà sabato 31con il Forum su "La violenza sulle donne ed i bambini, quale memoria nel futuro?". Parteciperanno tra gli altri, Kalida Messaoudi, Marie Cardinal, Teresa Villaverde, Vanessa Redgrave.

Caterina Giardinelli

 

 

Teatro. Incontro con Laura Curino, autrice e interprete di "Olivetti" e "Adriano".

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Una storia dell’industria d’Italia vista dalle donne.

Roma - C’era una volta una bambina. Che attorno a sé non vedeva altro che industria, non respirava che industria. Un’industria che a lei, come persona, non la filava per niente. Ma che stava lì, entrava in ogni poro della pelle e in ogni discorso, occupava l’alba di ogni sua giornata quando suo papà usciva di casa, alitava dietro ai lunghi silenzi di stanchezza e malattia di quel padre che per timore di perdere quel benedetto posto consumava in concentrazione e resistenza un corpo di ex internato in lager, traversava i fine settimana passati nella vecchia casa di campagna a cercare di tenerla in piedi, per tenere in piedi la propria unicità, la propria cultura, la propria vera casa. Tutte cose perdute nei quartieri popolari degli operai sconfinanti nel corpo faticoso di una città che si fatica a spiegare ai fiorentini, ai romani, ai milanesi. Dove arrivavano persone, una schiera di persone con una valigia e con infiniti ricordi di tante città del sud che lei bambina visitava nei racconti dei vicini di casa. Ma i racconti che venivano dall’altra parte – da una città chiamata Ivrea, grande come Torino, forse di più – erano così diversi da quelli... C’era una volta una bambina Fiat, che d’estate imprigionata nella triste colonia dell’azienda sognava come tutti i suoi coetanei di andare in Paradiso, là dove i bambini si vestivano bene e mangiavano bene, facevano il bagno senza fischietto, scrivevano lettere e tenevano diari senza paura di essere scoperti...

Comincia così, tutt’altro che un’intervista, col fascino dell’affabulazione che incanta, Laura Curino, autrice e attrice, animatrice con Gabriele Vacis del Teatro Settimo Torinese e sostenitrice dal 1991 del Progetto Divina, osservatorio sul teatro al femminile, per introdurre i due capitoli teatrali dell’epopea Olivetti: Olivetti, pubblicato anche in volume da Baldini & Castoldi nella collana le Isole, e programmato per quest’autunno su Rai Due, che da due anni replica felicemente in un fitto prosieguo di appuntamenti fra teatri e aule universitarie, la Bocconi di Milano e il Politecnico di Torino (il 7 e 13 novembre sarà rispettivamente al Teatro San Filippo Neri di Nembro e al Teatro Comunale di Treviso, poi al Teatro Nuovo di Napoli dal 18 al 22 dicembre), e che ha valso a Laura il Premio della Critica 1998 come miglior attrice, e Adriano, nuova creazione che ha esordito di recente come studio – al pari di molti altri spettacoli del gruppo e tuttavia «mai come in questo lavoro, spiega Laura, questo processo è imprenscindibile» – e che il 14 novembre inaugurerà il rinnovato Teatro Giacosa di Ivrea, gioiello dell’architettura teatrale dell’Ottocento finalmente riaperto dopo anni (entrambi andranno in scena, a seguire uno dopo l’altro, al Teatro Valle di Roma dal 24 novembre al 6 dicembre).

E mentre si addentra nei suoi ricordi di bambina Fiat, nelle immagini e nelle sensazioni impresse nella memoria d’una bambina Fiat, usa le parole della favola per costruire la storia della e degli Olivetti, di Camillo il fondatore, spirito di pioniere e anima di rivoluzionario socialista con in testa l’utopia di una fabbrica, prima di misuratori elettrici poi di macchine per scrivere, a misura d’uomo e secondo canoni di bellezza, e di Adriano, suo figlio, imprenditore illuminato e erede coraggioso di quell’utopia che unisce arte con produttività, funzionalità con cultura, porta in fabbrica spettacoli musica e libri, fonda una casa editrice (La Comunità, che oggi pare rinasca tramite Einaudi) e fa domande inaudite per un capitano d’industria: Si può essere capitalisti e rivoluzionari? Può l’industria darsi dei fini che non siano solo i profitti? Si può proporre la società perfetta che converge verso la città di Dio e intanto cominciare a correggere questa nostra realtà quotidiana, così imperfetta e sottoposta a spinte contrastanti?

Storia dell’industria italiana in forma di apologo e a rischio d’agiografia che sfida la dimenticanza, e tra documenti e testimonianze, biografie e lettere, intesse i fili d’una memoria collettiva dispersa e ritrovata: «Cammini per Ivrea – spiega Laura – e ci sono le grandi architetture olivettiane a ricordarti la bellezza. Sono ancora lì, per la più parte. Oppure prendi la strada per Pozzuoli e, proprio di fronte alla cattedrale di cemento armato cieca e deserta di Bagnoli, vedi la fabbrica Olivetti disegnata dall’architetto Cosenza, che sembra un parco ed è ancora viva, ora sede dell’Università. C’è il Teatro, che riapre. Ci sono le persone, tante, disponibili a raccontare, a mettersi in gioco. Malgrado le vicende della storia recente, la rabbia, l’umiliazione. Perché una cultura non si annulla così facilmente. E’ brace che cova, lesta a riaccendersi ad un soffio di vento». Laura porta in scena quel soffio di vento che ridesta eventi e figure dalle nebbie del passato sopito e segue le tracce di quel progetto socio-culturale grandioso e innovativo fino ad oggi, nei «mille rivoli partiti di lì: nei piani regolatori di tanti piccoli comuni, realizzati da giovani progettisti ispirati a quegli ideali, o nelle fabbriche che esibiscono grandi vetrate e non si impongono come bunker».

Storia al femminile, di un mondo visto e agito dalle donne. In Olivetti, dalle figure indimenticabili della madre di Camillo Elvira Sacerdote, ricca e colta ebrea modenese, sposa e poi vedova giovanissima, e della dolcissima Luisa Revel, sua moglie: educatrici, fiancheggiatrici, ispiratrici. Ora in Adriano, dove Laura Curino è affiancata da Mariella Fabbris e Lucilla Giagnoni, «la chiave resta quella dell’attenzione alle donne nella storia, ma segue una diversa realizzazione – spiega l’autrice e interprete. – E’ come se l’universo femminile qui si allargasse non a personaggi singoli, ma ad un coro di voci, a una polifonia di punti di vista. I ritratti sono più sfumati che nel precedente Olivetti. La visione del mondo dalla parte delle donne passa per le tecniche di narrazione, le metafore che usiamo, l’attenzione per certi ambiti del discorso più che ad altri». Passa, per Laura che confessa «un conto aperto col corpo»: con quel corpo che porta i segni della bambina Fiat, ma anche i segni dell’utopia d’Ivrea così attenta «a coniugare le ragioni dell’economia e del profitto, le ragioni dei corpi che concorrevano a produrli, dei luoghi che li accoglievano, delle menti che li animavano e li sostenevano», prima di tutto attraverso i tre corpi femminili che sono in scena e creano relazioni, comunicano, raccontano (secondo le consuetudini di lavoro del gruppo stesso Teatro Settimo).

Quei corpi fuori scena continuano a creare relazioni, a coagulare forze, a ispirare intenzioni e pratiche. Cercando e mantenendo «un senso in questa fine secolo dove le diversità di genere sfumano, dove l’eredità del lavoro delle donne si concretizza in maniera diversissima, con implicazioni ancora da capire a fondo – dice Laura Curino a proposito del Progetto Divina (Divina tra l’altro ha co-prodotto Olivetti con Teatro Settimo). – D’altronde, se certe tematiche della differenza sono superate di fatto da acquisizioni universali, da un più ampio punto di vista culturale la differenza continua a esistere nello squilibrio di opportunità e praticabilità per esempio del mestiere teatrale da parte delle donne rispetto alla maternità, o nel divario fra cura del patrimonio culturale e accesso ai patrimoni economici per produrre cultura. L’esperienza di altri paesi europei, in particolare la Gran Bretagna, offre modelli con cui confrontarsi. Segnali in continuo sviluppo giungono anche dall’Est europeo, come dalla Francia e dalla Germania. Abbiamo contatti stretti con docenti, artiste e compagnie di quei paesi. Creare altre occasioni di scambio e di collegamento tra realtà italiane e internazionali, come Divina ha fatto in questi anni, appare indispensabile per accelerare i processi e l’intima loro comprensione. Divina è un luogo di ascolto. Merce rara, in quest’epoca chiassosa dove sembra che si debba sempre parlare tutti insieme».

Anna Maria Sorbo

 

 

Anticipazioni cinema: La mela di Samira Makhmalbaf.

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Roma - Samira Makhmalbaf il cinema lo ha nel sangue, ed è fin da piccolissima che inizia a respirarne gli umori, frequentando il set e lavorando, a soli otto anni, come attrice ne Il ciclista, girato dal suo grande papà, il regista Mohsem Makhmalbaf (L’attore, Pane e fiore, Il silenzio). Un autorevole esponente della cinematografia iraniana, costretto a lavorare senza libertà, minacciato come uomo e come artista da un regime che considera reato perfino mostrare un volto femminile, fosse anche quello di una ragazzina (ne Il silenzio) che, avvolta in uno sfavillante costume, danza muovendo appena la testa e le mani dalle dita "dipinte" di rosso con i petali di una dalia. Pura poesia per l’autore, un’inconcepibile trasgressione per il regime. Ma Makhmalbaf non ci sta, rimonta clandestinamente la scena tagliata e la esporta all’estero, scegliendo di non fare uscire il film nel suo paese fin tanto che non si deciderà di reintegrare la scena.

Per chi segue, anche marginalmente le vicende legate alla condizione femminile in questo paese (o in Algeria), sa quanto coraggio sia necessario per denunciare negazioni di diritto, soprusi e violenze raccontate anche attraverso il cinema. Un cinema questo che, a parte rarissimi casi, resta di forte impronta maschile, e dove i sentimenti e le passioni sono segnati dai più scontati stereotipi di un maschilismo dominante. Tanto più sorprendente quindi, appare in questo contesto la comparsa di opere serie e coraggiose, poetiche e critiche, "neorealiste" come l’inedito Sib (La mela, del quale è imminente l’uscita distribuito da Lucky Red), debutto cinematografico di Samira Makhmalbaf.

Questa diciannovenne dal viso dolcissimo è il frutto di quella vera e propria "iranian renaissance" femminile che dimostra come il cinema possa arrivare là dove non è riuscita ad arrivare la politica, e cioè ad esortare le donne a non rassegnarsi.

Ispirato ad una storia realmente accaduta in un misero quartiere di Teheran, con La mela (scritto da Makhmalbaf padre) Semira denuncia la storia di un uomo che ha tenuto segregate le sue bambine fin dalla nascita, convinto che, così come i fiori, se esposte al sole finirebbero per bruciarsi…Ma con La mela, finisce anche per raccontare un’altra storia, quelle di altre donne - come le assistenti sociali nel film - determinate, forti, coraggiose che, pur celandosi dietro l’abito tradizionale islamico, "aiutano" altre "piccole" donne" a liberarsi. Una storia reale dunque, che rimanda a un’altra Storia che guarda a un futuro dove le donne, seppur lentamente, si stanno impossessando della società, riuscendo ad avere accesso alle scuole e alle università, al mondo del lavoro. Prova schiacciante di questo cambiamento, le tredici donne che oggi siedono nel parlamento iraniano dove, per la prima volta, una donna, Massumeh Ebtekar, è stata chiamata alla carica di vice presidente dell’Iran; ma anche le migliaia di donne che hanno assaltato lo stadio di Teheran (per secoli luogo negato) per festeggiare la qualificazione dell’Iran agli ultimi mondiali di calcio. Una svolta resa possibile dopo la "rivoluzione" di Khatami, il quale ha voluto dare un’opportunità anche alle donne, quelle stesse che lo hanno portato al potere.

Il film di Semira Makhmalbaf coglie ed esprime principalmente questo nuovo spirito di emancipazione e determinazione di una generazione nuova di donne che guardano fiduciose al futuro. L’assistente sociale alla quale viene affidato il caso, trattato con i toni di un docu-dramma che oltrepassa continuamente la sottile linea che separa verità e finzione (le piccole attrici sono le stesse protagoniste della storia realmente accaduta), insieme alle altre donne del quartiere che fino a quel momento non avevano trovato il coraggio di "guardare" in faccia la realtà; obbligano il vecchio padre reso "cieco" dalla triste situazione in cui si trova (è anziano, povero, spaventato) a liberare le due bambine. Così facendo, l’uomo incastrato dai rigidi codici e regole imposti dalla società patriarcale si libererà della sua stessa prigione. Una liberazione che avverrà paradossalmente per mezzo di quella piccola mano che fa scattare la chiave nella serratura, quella mano di bimba che si sporgeva con grande sforzo dalle sbarre della finestra dov’era segregata nel tentativo di innaffiare un fiore…

"All’inizio - commenta la regista - non sapevo se il film sarebbe stato un documentario o un’opera di fiction. Il soggetto per me era un pretesto per cercare di capire in che modo la strada ha un ruolo di rilievo nel determinare l’integrazione degli uomini nella società: quella strada dove i ragazzi hanno il diritto di giocare, ma dalla quale le fanciulle sono escluse.

Mi sono domandata cosa avesse spinto i genitori, che pure amavano le loro figlie, a tenerle segregate. Ma volevo anche capire come gli abitanti di un quartiere abbiano potuto rimanere per così tanto tempo all’oscuro di quello che stava accadendo accanto a loro, o se invece ne fossero a conoscenza, come mai erano rimasti indifferenti per così tanti anni. Non sempre sono riuscita a darmi una risposta…":

La mela, realizzata nel ’97 (una vera e propria rivelazione per i critici, che l’hanno accolto favorevolmente sia a Cannes sia a Locarno), è il primo lungometraggio della giovane cineasta, che tra il ’94 ed il ’97 ha studiato cinema in una scuola privata (tra i suoi progetti, completare gli studi di cinema a Parigi). Precedentemente a La mela, Samira gira due cortometraggi: Desert (fiction) e Art Schools (documentario). Nel ’97 è aiuto regista in Il silenzio, diretto dal padre. Un padre che l’ha incoraggiata ad essere autonoma, a lavorare e a credere in se stessa.

Caterina Giardinelli

 

 

Musica. Le protagoniste del Concorso Internazionale Chitarra Classica 1998.

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Alessandria - Tutte donne le protagoniste dell’edizione ‘98 dei Concorsi Internazionali di Chitarra Classica che si svolgono ad Alessandria. La manifestazione, svoltasi sotto l’Alto Patronato della Presidenza della Repubblica e conclusasi lo scorso 26 settembre ha visto salire sul podio come migliore esecutrice la francese Gaelle Chiche, ventenne, esibitasi in un brano per chitarra ed orchestra di Maurice Ohana accompagnata dalla Filarmonica di Torino diretta da Ignacio Yepes. Ma la sorpresa maggiore è venuta quando sono stati rese note le composizioni vincitrici del Concorso di composizione, quest’anno alla seconda edizione: il primo premio è stato assegnato all’italiana Paola Brino, il secondo all’olandese Annette Kruisbrink e il terzo alla californiana Naomi Sekiya. Un vero primato, in un campo, quella della composizione ‘classica’ che da sempre vede il prevalere, quasi di casta, della componente maschile. Grande soddisfazione per le tre musiciste che vedranno pubblicate le loro opere dalla casa editrice Berben, specializzata in musiche per chitarra. Di prossima uscita, inoltre, anche la registrazione del brano vincitore, "Litania per due chitarre" che l’autrice Paola Brino si preoccuperà di incidere in proprio, prima dell’esecuzione già prevista al Concorso Pittaluga nell’edizione ‘99. Giovane e agguerrita, con una solida preparazione accademica presso il Conservatorio "G.Verdi" di Torino alle spalle, Paola Brino ci è apparsa ancora felicemente sorpresa dell’esito della competizione nella conversazione che abbiamo avuto con lei:

"E’ stata la mia prima partecipazione ad un concorso per composizione dato che mi sono diplomata appena due anni fa con il maestro Castagnoli a Torino. E’ stata anche la prima volta in cui mi sono misurata con una strumento come la chitarra per il quale non avevo mai composto. Si tratta di uno strumento particolarmente difficile, perché non si può tener presente solo la linea melodica, monodica, ma bisogna pensare e comporre polifonicamente, con un’attenzione specifica alle armonie. Finora avevo privilegiato strumenti come il flauto, o le percussioni, anche se non mi è mancato l’approccio a brani d’ensemble di varia natura"

E per il pianoforte, il tuo strumento, non hai mai composto?

"Veramente no, perché anche il pianoforte presenta difficoltà analoghe a quelle della chitarra, E’ vero che in questo caso ne conosco meglio il timbro. Sull’aspetto timbrico - trovo molto interessante proprio quello della chitarra - cerco di indagare molto perché lo ritengo un aspetto essenziale per la composizione in grado di fornire mnolti spunti, molte suggestioni. Uso un approccio empirico allo strumento, così ho preso in mano la chitarra e ho cominciato a studiare - praticamente come funzione e quello che se ne poteva tirare fuori.

Il titolo del brano è Litania: come mai?

"E’ un pezzo tripartito: la litania vera e proprio, una melodia in forma di preghiera occupa la parte centrale, è incastrata invece tra unprologo ed un epilogo di natura differente. Del resto, le indicazioni ci lasciavano molto liberi. Il pezzo non doveva durare meno di 9 min. Per il resto ne potevamo fare ciò che volevamo.

A cosa ti ispiri quando componi? Usi delle suggestioni extramusicali?

"Sì, qualche volta; ad esempio ho composto un brano la cui prima idea mi è venuta da una paesia di Montale in cui si parlava del mare. mi ho offerto una suggestione profonda. Altre volte, invece, uso spunti musicali. Sono affascinata dalla musica etnica; così quando in un festival qui a Torino è venuto un gruppo di pigmei sono stata catturata dalla loro musica nonostante fosse lontanissima dalla nostra tradizione. Reputo fondamentale la mescolanza tra le culture.

Quale è il tuo rapporto con la musica elettronica?

"Mi toccherà d avvicinarmi anche a quella, anche se finora non la conosco bene. credo sia importante allargare i propri orizzonti e quindi anche in quella direzione...

A proposito di allargamenti, l’ambiente della musica colta contemporanea è un ambiente tendenzialmente elitario e tendenzialmente maschile...

Sì, è vero, anche se io, in quanto donna non ho trovato difficoltà particolari; sto tentando del resto, ora di farmi strada e vedo che il numero delle musiciste aumenta progressivamente. ho molta fiducia che grazie allo studio e alla tenacia che andiamo dimostrando, sia possibile sfatare qualunque forma di pregiudizio e mettere la nostra sensibilità e il nostro mestiere al servizio della musica".

Valeria D’Aversa

 

 

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