Captare
alcuni segnali da un universo parzialmente occultato è la proposta che apre questo
scenario creativo, in cui il segno femminile (traccia reale o evocazione metaforica)
mostra una padronanza del sé, superando l'inottemperato adempimento di un sogno di
affermazione.....Luisa Elisabetta di Francia
Adélaïde Labille-Guiard
1788
Almeno fino allo scoppio della Rivoluzione e alla
conseguente caduta dell’Ancien Régime, l’ideale aristocratico
vagheggiato nei salotti letterari impresse un segno indelebile sul costume
culturale del Settecento francese, poiché col loro tenace affermarsi
nella capitale parigina da oltre un secolo, grazie alle strategie di
mediazione dispiegate da un sapere femminile ormai rivestito di
riconosciuta e indiscussa autorevolezza, quelle fucine di scambio
intellettuale animarono e resero proficuamente fruibile l’incontro tra élites
sociali diverse, che fecondò il lievito di un sentimento comune dell’estetica
inteso ad affinare la ricercata sensibilità nell’effondersi del piacere
collettivo. Entro questo contesto oltralpino di beau monde, ma
senza scaturire dal suo ricettacolo interno, uno stuolo davvero corposo di
donne riuscì a legittimare la dignità del proprio desiderio di
cimentarsi con la composizione pittorica, irrompendo su una scena creativa
capitalizzata dal protagonismo maschile, nonostante pesanti ipoteche da
estinguere condizionassero l’accesso agli studi delle potenziali
aspiranti e il loro impadronirsi dei canonici strumenti abilitativi
(anatomia, storia, prospettiva geometrica, e soprattutto il disegno del
nudo, disciplina, quest’ultima, ritenuta evidentemente incompatibile con
l’integrità morale delle eventuali partecipanti).
Intenti raffrenati col rigido divieto d’ingresso femminile all’Académie
Royale de Peinture et Sculpture, che dal 1706, nel timore d’incorrere in
una caduta di prestigio dell’istituzione pubblica autorizzata già dal
1648 a corrispondere tali finalità educative, restringeva a quattro la
quota numerica di artiste "tollerate" nella rosa associativa:
infatti, l’italiana Rosalba Carriera (1675-1757), la tedesca Anna
Dorothea Lisiewska-Therbusch (1721-1782) e l’olandese Margaretha
Haverman (1693-1750), successivamente espulsa a causa di un dipinto
autografo da lei presentato e attribuito invece con giudizio inappellabile
al suo maestro, risultarono le sole straniere chiamate all’ammissione,
durante il corso del secolo illuminista. D’altronde, i poteri
accentranti dell’Académie sull’orientamento del gusto corrente, che
dal 1737 polarizzarono le aspettative del milieu estetico sull’esposizione
annuale del Salon organizzata al Louvre con la selezione dei lavori
maggiormente meritevoli tra gli aderenti, viatico ritenuto indispensabile
per indirizzare positivamente il destino professionale delle giovani
promesse (soprattutto di quelle tutelate da protettori abbastanza
influenti), destarono tali frustranti tensioni all’interno dell’operosa
comunità artistica da innescare una provocatoria contrapposizione con le
mostre alternative allestite presso il Salon de la Correspondance,
fruibili parallelamente all’evento ufficiale e con analoga scansione
temporale, durante il breve periodo 1779-87.
Luogo in cui gli artisti arbitrariamente respinti dall’esibizione
principale trovarono abitabilità per diffondere il seme della loro
elaborazione inventiva, superando così lo sclerotico conservatorismo dei
giudizi accademici, che avvertiva nei loro prodotti il coniugarsi di una
grammatica eterodossa o comunque "fuorviante" dai codici
convenzionali allora vigenti, sentimenti di diffidenza applicati d’altronde
con zelo scrupoloso nei confronti delle numerose partecipanti, favorendone
l’aprioristica esclusione delle potenzialità propulsive dal processo di
qualificazione estetica. Sebbene in forma parziale, la funzione educativa
del dipingere era assolvibile, almeno fino alla chiusura imposta nel 1777,
presso l’Académie de Saint-Luc, saliente alle corporazioni artigiane
della Parigi medievale, nonostante costituisse sede di studio assai meno
pregiata dell’omologo istituto reale, ma proprio per questo si prestava
più facilmente a favorire l’accesso dell’insorgente domanda
femminile, come confermarono le significative frequentazioni di Elisabeth
Vigée-Lebrun (1755-1842) e Adélaïde Labille-Guiard (1749-1803). Se
dallo scacco subito per l’impossibilità di conseguire una completa
preparazione esplorando le potenzialità estensive dei generi pittorici,
derivò la sostanziale difficoltà delle donne a misurarsi con la solenne
complessità del soggetto storico, che deteneva la palma dell’esercizio
figurativo tra i temi iconografici inclusi nella gerarchica
classificazione delle opzioni rappresentative, si comprende la
rassegnazione con la quale esse accettarono generalmente di confinare il
loro impegno professionale nei settori "minori" della
ritrattistica o della natura morta. Quest’ultimo registro lessicale fu
scandagliato con risultati entusiastici da Anne Vallayer-Coster
(1744-1818), tanto da riuscire a superare la diffidenza delle critiche
pontificali pronunciate dall’Académie Royale col decreto della sua
unanime ammissione nel 1770, simultaneamente alla collega Marie Suzanne
Giroust (1734-1772), miniaturista ma altresì esperta nell’uso del
pastello e maggiormente facilitata all’agognato inserimento dall’unione
matrimoniale col pittore svedese Alexandre Roslin, già da tempo cooptato
all’interno dell’importante ente regio.
In occasione dell’evento concorsuale, Anne esibì Strumenti musicali e
Attributi della pittura, della scultura e dell’architettura, binomio
di opere conservate al Louvre, in cui emergeva l’evidente versatilità
dell’interesse descrittivo verso la gamma degli oggetti allogati sullo
scenario del teatro estetico da lei elaborato, senza economia di apparati
documentari: partiture stilistiche in cui si dispiegava quello sguardo
rivolto con familiare e determinata attenzione all’ambiente circostante,
che certo risentiva della formazione orafa ricevuta tramite l’insegnamento
nella bottega del padre, pregiato artigiano presso la famosa fabbrica di
arazzi Gobelins. Anche il precedente lavoro del ‘69 con Pennacchi di
mare, litofite e conchiglie, altresì deposto nelle sale del
principale museo parigino, offre un’efficiente catalogazione
naturalistica dei vegetali marini raffigurati con diligente senso della
collocazione spaziale, e in armonia con le tendenze enciclopediste
alimentate nel secolo dei lumi attraverso le esplorazioni ormai mature
dell’indagine scientifica. Vallayer-Coster si rivolse con sollecita
passione a fissare sulla tela i reperti di quel mondo inanimato che l’estetica
fiamminga aveva elevato nel Seicento alla dignità di soggetto artistico,
suscitando ampi consensi per la qualità del progetto esecutivo. Ma se il
genere ottenne scarsi epigoni in Francia sull’onda divulgativa di
pittori quali Pierre Dupuis, Philippe de Champaigne, i fratelli Le Nain e
soprattutto della sorprendente Louise Moillon (1610-1696), ulteriormente
artefice del dialogo narrativo stabilito con sapiente vitalità tra natura
morta e figura umana, nel corso del Settecento ricevette invece impulso
emblematico grazie alla prosa del racconto vagheggiata da Jean-Siméon
Chardin, che raggiunse apici d’intimo lirismo con la malinconica
meditazione sui sentimenti di una fragile umanità popolare restituita
attraverso immagini di tranches de vie assolutamente ordinarie,
affidandosi al rigore geometrico dell’impaginazione compositiva e
rimuovendo dalla propria semantica enunciativa qualsiasi movente di
eroismo rappresentativo o di effetto pittoresco.
L’elogio della quotidianità e l’essenzialità del fraseggio lessicale
annesso alle sue intonazioni espressive arricchirono certamente le fervide
fantasie di Vallayer-Coster, senza però innescare spinte meramente
emulative, bensì alimentando il campo dell’investigazione iconografica
nel quale ella scelse poi d’impiantare la monocoltura del soggetto
floreale, già terreno di felice sperimentazione in Francia dell’olandese
Gerardus van Spaendonck, sebbene, a differenza della minuta perizia
analitica calibrata dall’artista fiammingo in accordo con la prosodia
grammaticale della tradizione nordica, Anne si avvalesse di impasti
cromatici volti contrariamente a definire la materia figurativa per masse
addensate di sapore "impressionistico". Quantunque il lavoro
giovanile del ’67 titolato Prosciutto e ravanelli, attualmente a
Berlino, avallasse una temperie di briosa semplicità acquisita in virtù
delle sue origini artigianali, e di cui la frugalità degli alimenti
proposti sulla tavola avrebbe dovuto attestare valida testimonianza, la
pittrice francese non rinunciò a iscrivere in un registro di più alto
livello la forza delle proprie aspirazioni sociali (evidentemente
ambiziose, soprattutto dopo il matrimonio con un facoltoso avvocato),
inequivocabilmente orientate verso simpatie aristocratiche. Difatti,
mentre la rustica semplicità che informa Natura morta con bottiglia
tonda, preparata nel ’70 e adesso depositata a Berlino,
ricollegandosi agli umori effusi dalla piccola Natura morta con prugne
e un limone del ’78 custodita presso The Fine Arts Museum di San
Francisco, conferma una vena dimessa con accenti chardiniani apposti su un
breviario di vita reale contemplato nella sua dimensione di autenticità
oggettiva, nel grande formato di Vaso di fiori con un busto di Flora,
eseguito nel ’74 e ora installato a Londra, il contenitore floreale di
rame campeggiante accanto ai tralci vegetali e alla scultura in gesso
della dea sopra la pregiata scrivania in stile, inquadrata con tendaggi e
il monumentale colonnato sul fondo, discopre un anfratto visivo ritagliato
sui modelli dell’estetica classica adusi alla pittura di storia.
Analoghi tratteggi connotano nel ‘77 la Natura morta con trofei
militari e un busto di Minerva depositata a New York, in cui l’effigie
della divinità sapiente si staglia sulla linea diagonale tracciata dalla
vistosa bandiera bianca, collocata a cornice di reperti bellici, nastri
cerimoniali e decorazioni di alto lignaggio distribuiti nelle adiacenze,
antichi cimeli destinati simbolicamente ad assurgere a simulacri evocanti
il mito maschile dell’eroismo guerriero.
La consuetudine a confrontarsi con le verosimiglianti corrispondenze della
realtà ispirarono invece nel ’71 La zuppiera bianca di Parigi,
inno plateale alle appetitose delizie di una tavola aliena dall’ostentare
pletoriche quantità di imbandigioni, in cui è la forma di pane
casereccio a collocarsi quale alimento visibile in primo piano con le
bottiglie di vino lateralmente appartate nella quinta in ombra, per
promettere infine come "piatto forte" una prelibata minestra
ancora fumante nella candida zuppiera: si esprime così il felice esito di
un allestimento concertato sulla sinfonia cromatica di algide sfumature,
che scivola dal recipiente in porcellana al relativo coperchio appoggiato
obliquamente fino al bianco eburneo del tovagliolo, corredo d’impaginazione
per suffragare un suggestivo contrasto di effetti luministici in cui
riecheggiano probabilmente note informative riferibili a lavori del
pittore Jean-Baptiste Oudry, notoriamente apprezzato, insieme al
connazionale François Desportes, per l’efficace virtuosismo immesso
nella rappresentazione animale. Sebbene caldeggiasse un credo di idee
monarchiche, tanto da ricevere diretti incoraggiamenti al dipingere dalla
regina Maria Antonietta e la fruizione di un appartamento al Louvre nel
1781, Vallayer-Coster mantenne un atteggiamento schivo e dunque non subì
particolari scosse professionali durante la Rivoluzione, però la sua
produzione artistica diminuì drasticamente, a causa dell’intuibile
penuria di committenti sopravvenuta nel caotico passaggio di poteri
sociali e politici: fatalità che non le impedirono nel 1817, a un anno
dalla scomparsa, di riproporre al Salon la Natura morta con aragosta,
già appartenuta negli anni ottanta al defunto sovrano Luigi XVI, nella
quale aveva disposto una sofisticata combinazione di commestibili vegetali
e animali, coronata dal prestigioso crostaceo, adibito presumibilmente a
soddisfare il gusto raffinato di un convito tra ospiti chiamati a un
sontuoso banchetto, offrendole nuovamente la possibilità di declinare il
suo esteso vocabolario inventivo per documentare le varietà culinarie
degnamente associabili a quella mondanità aristocratica da lei
vagheggiata.
Ritratto
di donna di colore
Marie Guillemine Benoist
1800
Un maggiore senso d’intimità rimarca invece l’esordio
giovanile col Doppio ritratto femminile del ’62 installato a
Barnard Castle, in cui la scena domestica con la madre seduta presso la
scrivania e la figlia in piedi accanto a lei si carica di un’intesa
confidenziale vivacemente assecondata dal gesto affettuoso verso il cane
interposto fra le due donne, soluzioni iconografiche certamente memori
della ritrattistica inglese coeva, mentre la più tarda prova con Madame
de Saint-Huberty nelle vesti di Didone, saliente agli anni ottanta,
ottenne vivaci critiche negative in virtù dell’eccessiva rigidità
conferita alle cadenze gestuali della nobildonna, vestita con foggia
antica per impersonare la regina del mito greco in un’ambientazione
architettonica di respiro classico. L’indirizzo ritrattistico distinse
ulteriormente la prassi creativa di Marianne Loir (1715-1769),
appartenente alla generazione precedente e vissuta in una famiglia di
artisti proiettata verso la paziente fattura dell’oreficeria (ma con un
fratello scultore), in analogia con quanto s’irradiava sull’orizzonte
domestico di Vallayer-Coster.
Fu ammessa all’Accademia di Marsiglia nel ’62, inoltre, nonostante le
scarse informazioni biografiche tuttora disponibili e l’esigua quantità
di lavori autografi ascrivibili alla pittrice, riveste particolare valore
documentario il sereno realismo immesso nel suo Ritratto di
Gabrielle-Emile le Tonnelier de Breteuil, marchesa du Châtelet,
terminato intorno al 1748-49 e attualmente conservato a Bordeaux, che
verifica una sostanziale assenza di adulazione nel delineare i tratti
esteriori e ormai avanzati in età dell’aristocratica compagna di
Voltaire, fissata attraverso gli attributi simbolici dei suoi interessi
scientifici, certificati dal compasso stretto nella mano destra e dagli
strumenti matematico-astronomici ubicati vicino ai libri sul tavolo
retrostante, mentre il garofano delicatamente poggiato sul grembo dalla
mano sinistra sembra alludere al dono genuino dell’amicizia, cui la
gentildonna intendeva evidentemente ricondurre la sua indole naturale.
Delicatezza dell’incarnato e fermezza dello sguardo rivolto verso l’osservatore
esterno accreditano gli attributi di seducente fascino e indomito
temperamento conferiti da Marianne a questa figura di elevata
consapevolezza femminile ed eccezionale valore intellettuale, che
introdusse il partner nei territori scientifici della filosofia
redigendo importanti lavori tesi a divulgare il pensiero di Leibniz e
Newton. Introiettando la lezione formale impartita dal suo maestro
Jean-François de Troy mediante la qualità decorativa dei panneggi e la
raffinata investigazione dei dettagli narrativi, Loir avvalorava col Presunto
ritratto di Madame Geoffrin il ritrovamento della naturale propensione
a descrivere una verità ritrattistica ulteriormente in accordo coi ritmi
enunciativi di Jean-Marc Nattier e Louis Tocqué. Assecondò pertanto il
loro atteggiamento alieno dalla consueta compiacenza trascritta nei volti
delle nobili committenti installate a corte quanto dalla solenne rigidità
emotiva impiantata artificiosamente su quegli indicatori somatici,
seguendo però una personale inclinazione volta ad attenuarne la deriva
idealizzante delle fisionomie patinate e l’edulcorata leggiadria
trasportata nelle frequenti ambientazioni idillico-pastorali di sapore
arcadico, sigle indefettibili della tradizione ufficiale almeno fino a
quando lo schiudersi dell’indagine psicologica, ravvivata con la
riflessione morale di Rousseau affidata alle Confessioni, avviò i
crinali estetici verso orizzonti di maggiore vibrazione espressiva.
Dipinti tipologici di genere distinsero invece gli orientamenti creativi
di Françoise Duparc (1726-1778), nata in Spagna da madre indigena e padre
francese ma nel ’30 trasferita a Marsiglia insieme alla famiglia, dove
il genitore scultore intendeva proseguire la sua attività artistica.
Quivi fu infine associata alla locale Accademia nel ’76, ormai giunta
quasi alla conclusione di una carriera professionale che si avvalse di
lunghi soggiorni formativi intrapresi tra anni cinquanta e sessanta in
Italia, a Parigi, Londra e perfino a San Pietroburgo. Nonostante svolse l’apprendistato
presso Jean-Baptiste van Loo, la sua prassi creativa non risentì dell’eleganza
formale immessa nel linguaggio tardo-barocco e d’intonazione rococò del
maestro con origini fiamminghe. Dedicandosi allo scenario figurativo di
soggetti appartenenti ai ceti umili, che si stagliano in realizzazioni dal
titolo eloquente come Donna seduta con le braccia incrociate, Donna
che lavora a maglia, L’uomo col sacco o La venditrice di
tisane, tutte conservate al Musée des Beaux Arts di Marsiglia, e in
contingente sintonia coi referenti culturali di Anne Vallayer-Coster,
Duparc si raccorda alla suggestiva eloquenza inscritta nelle coniugazioni
semantiche dell’arte olandese secentesca, per imbastire una poetica
narrativa assai deprezzata durante l’Ancien Régime (aldilà di
mercanti e specifici amatori), invece recepita dal "lirico"
Chardin, al quale lei guardò certamente con ispirato ma autonomo
interesse, insieme a Nicolas Bernard Lépicié, ai fratelli Le Nain e
pochi altri epigoni ben presto dimenticati dalle agiografie ufficiali.
Nelle esecuzioni di Françoise si ravvisa una partecipata comunicazione,
però aliena dalle interpretazioni moralistiche collocate dal
contemporaneo Jean-Baptiste Greuze, con le movenze interiori di personaggi
socialmente marginali e tuttavia capaci di conservare una propria
dignità, visibilmente leggibile anche durante lo svolgimento di banali
occupazioni disbrigate in quella quotidianità ormai delegittimata dal
primato settecentesco dell’epopea storica. Un realismo costruito con
spontaneità convincente rinunciando ai facili orpelli veristici, e che si
protende sui protagonisti espungendo qualsiasi indicazione di contesto
ambientale o di aneddotica illustrativa, difatti sempre assente, per
attenersi infine a depositare un’eredità
dei vinti su concertate sinfonie di contenuto emotivo memori delle
illustrazioni concepite da Vermeer o riscaldate dalle ombrose luminosità
di Rembrandt. Pittrice assai richiesta per il riconosciuto valore dell’indole
inventiva, Adélaïde Labille-Guiard avvertì attraverso il suo vissuto le
irte difficoltà in cui le donne incorrevano quando tentavano di
avventurarsi entro settori d’intervento professionale nei quali il
monopolio maschile percepiva la loro "indebita" quanto
minacciosa intrusione, tanto da ritenersi perfino costretta a invitare
nello studio vari membri dell’Académie per ottenere l’inequivocabile
testimonianza della veridicità autografa riferibile alla propria
produzione. Ma le forti reazioni provocate dall’egemonia patriarcale non
arrestarono la veemente protesta che la famosa ritrattista dibatté
instancabilmente nel corso della sua esistenza, anche durante la fase
della Rivoluzione, non soltanto alfine di rivendicare i propri meriti ma
soprattutto per riaffermare l’acquisito diritto alla partecipazione in
favore delle potenziali aspiranti, decise a confrontarsi con l’enigmatico
fascino del dipingere.
S’inserisce in questo contesto il progetto da lei elaborato, e inoltrato
a Talleyrand pur senza ottenerne l’approvazione, per promulgare un
programma di educazione artistica rivolto precipuamente alle donne, che
valse comunque una pubblica lode alle sue qualità didattiche. Infatti,
associata già dal ‘69 presso l’Académie de Saint-Luc e ammessa
finalmente all’Académie Royale nell’83 simultaneamente alla
"rivale" Vigée-Lebrun, Adelaïde aprì un atelier nella
nativa capitale francese, dove decise di accogliere diverse allieve, tra
le quali si distinse Gabrielle Capet (1761-1817) per l’abilità d’immagazzinare
con efficaci riscontri cognitivi il sapere "maternamente"
riversato dalla sua insegnante. Avendo alle spalle origini familiari molto
umili, la giovanissima lionese arrivò a Parigi dalla lontana provincia,
ed evidentemente dotata di una precoce disposizione verso la prassi
creativa, iniziò fin dall’81, in concomitanza alla presentazione
pubblica delle sue prime prove presso l’Exposition de la Jeunesse, l’alunnato
nello studio di Labille-Guiard, la quale aveva recentemente concluso
tramite separazione definitiva il suo fallimentare matrimonio con un
impiegato delle finanze. L’anno successivo Gabrielle si trasferiva in
casa dell’affermata pittrice, rimanendovi per oltre un ventennio e
assistendola fino alla morte con una devozione relazionale investita di
tenero affetto filiale. Grazie soprattutto alle pertinaci lotte
rivendicative dell’amica, coronate nel ’91 con la libera ammissione
delle donne al Salon, Capet fu tra le beneficiarie annoverate quali
protagoniste dello storico evento, presenza che avrebbe poi mantenuto
regolarmente fino al 1814, ricevendo frequenti commissioni da esponenti
della borghesia colta, nonché da intellettuali e sodali dell’instancabile
protettrice. D’altronde, il suo talento brillò presto di luce autonoma
riuscendo a deporsi in raffinate esecuzioni di miniature e pastelli,
tecniche in cui rivelò strategie di composizione dalla ricca qualità
fatturale, come si evince dal Ritratto di Christian-Georg von Schantz,
preparato nel ’96 e adesso a Stoccolma, in cui il minuzioso lavoro di
tratteggio somatico devoluto sulle parvenze esteriori del capitano
svedese, in forza nella marina francese durante il passato regime
monarchico, riceve ulteriori riferimenti allusivi al ruolo rivestito all’epoca
mediante la nave e la fortezza portuale inquadrate sul fondo paesaggistico
dell’ovale definito da sintetici tocchi cromatici. Disinvoltura nell’articolazione
realistica applicata alla piccola dimensione, che negli anni novanta
alimentò il Ritratto di Houdon nell’atto di modellare la testa di
Voltaire sottratto a Caen, chiaramente ricalcato sull’anteriore Pajou
mentre scolpisce il busto di Lemoyne dipinto da Labille-Guiard, ma
impostato con vitalità rimarchevole nell’intimità della scala minima,
senza disperdere la fresca spontaneità del riflesso naturalistico
riverberato dal modello originale. Simili attitudini descrittive animarono
più tardi la Madame Demetz a Parigi, cronologicamente situata agli
albori dell’Ottocento, che sancisce il perspicace fraseggio linguistico
di Capet nel restituire una convincente costruzione d’ambiente nel
personaggio femminile ritratto con cappello di paglia e ventaglio mentre
sorride verso l’osservatore esterno, forse ammannendo un timido segnale
del consapevole protagonismo percepito dalle donne nel nuovo secolo. Anche
lei proveniente da famiglia socialmente modesta, Adelaïde fruì dapprima
di una formazione miniaturista, per prestarsi durante l’arco temporale
1769-74 ad assimilare l’uso del pastello presso Maurice Quentin de la
Tour, esperto indiscusso nello specifico settore, ma l’esigenza nell’intendere
padroneggiare qualsiasi tecnica utile al suo laboratorio di invenzioni l’indussero
a trascorrere un soggiorno di studio a Roma per qualche anno, e ad
approfondire poi i segreti della pittura a olio presso l’amico François
André Vincent (divenuto molto più tardi suo marito in seconde
nozze).
Il Ritratto di Madame de Genlis ubicato nel Maryland e datato al
’90, indicava i referenti femminili accreditati da Labille-Guiard, che
nella nobildonna rappresentata celebrò l’autonomia di una soggettività
intellettuale dedita alla scrittura di trattati educativi, ma soprattutto
aliena da ipocrisie morali tese a limitare la libertà di genere, pronta
ad accettare gli ideali rivoluzionari rinunciando perfino al mito della
titolarità aristocratica. La fermezza dello sguardo rivolto allo
spettatore comunica distintamente l’autostima interiorizzata dall’abile
musicista e conversatrice, deponendo un’aria di severità sull’espressione
del personaggio, profilo esteriore che viene opportunamente rafforzato
dall’essenzialità coloristica annessa ai toni grigi della composizione,
ma altrettanto stemperato nel contrasto tra il bianco candore del fiocco
sul collo, posto a pendant col nastro esornativo della veletta, e
il rosso dei ricami sui guanti. L’attitudine ad apporre segni
emblematici per denudare la convenzionale dissimulazione delle fisionomie
ritrattistiche, si rivela già nell’82 con la franchezza descrittiva
affiorante dall’immagine di Joseph-Marie Vien a Montpellier o
nella libertà informale della postura alla quale riconduce l’omaggio
affettivo verso l’amico artista in Pajou mentre scolpisce il busto di
Lemoyne conservato al Louvre, nonché dall’assenza di parsimonia
adulatoria nel delineare con fedeltà dettagliata le parvenze invecchiate
del Ritratto di Madame Adelaïde, datato all’87 e
attualmente a Versailles, sintesi di realismo esplicito rafforzato dall’austerità
cromatica distribuita sulla superficie.
Donna
che lavora a maglia
Françoise Duparc
Questo naturalismo "impietoso" rispondeva d’altronde all’intima
avversione nutrita dalla pittrice verso il potere monarchico, di cui
rinveniva gravi responsabilità nella condotta di Maria Antonietta,
pertanto la reale temperie dei propri sentimenti l’inducevano a
trasferire i palpiti dettati da quelle tensioni emotive sui modelli
rappresentativi dei componenti di corte, come la suddetta zia di Luigi
XVI, quantunque ostili o culturalmente lontani dall’invisa regina
austriaca. Straordinario virtuosismo del fraseggio stilistico intona
altresì Luisa Elisabetta di Francia, preparato nell’88 e
stazionato al Louvre, in cui la giovane duchessa di Parma, prematuramente
scomparsa a soli trentadue anni, si situa in piedi appoggiandosi alla
balconata con un abito riccamente ornato e un cappello con piume colorate
attinenti al manto del pappagallo dislocato sulla balaustra accanto al
pesante tendaggio di velluto rosso, mentre il paesaggio crepuscolare con
nubi scure e l’ombra parziale che scivola sul viso della nobildonna per
riverberarsi sul muro alle sue spalle, sembrano evocare i segni della sua
morte precoce, rimarcata ulteriormente dall’espressione malinconica
assunta dal figlio proteso verso di lei.
Essendo convinta circa la necessità di costruire una rete di complicità
femminile per rompere il monopolizzante dominio maschile che ne ipotecava
la legittimazione dell’impegno estetico, Labille-Guiard si circondò di
discepole alle quali procurava di trasmettere la medesima passione delle
proprie pulsioni ideali, senza esitare a riverberare nello specchio
testimoniale del Salon le visibili corrispondenze di tale disegno
cognitivo. Enunciazioni chiaramente leggibili nel dispositivo iconografico
che informa l’Autoritratto con due allieve, Mademoiselle Marie
Gabrielle Capet e Mademoiselle Carreaux de Rosemond di New York,
databile all’85, in cui la pittrice appare seduta in un abito sontuoso a
larghi panneggi con gli strumenti del mestiere nelle mani davanti a una
grande tela (forse alludendo all’ambizioso dipinto di storia Un
cavaliere di S. Lazare ricevuto da Monsieur, Gran Maestro dell’ordine,
poi sciaguratamente distrutto, nonostante l’enorme dispendio di tempo
immolato dall’artista per il suo allestimento, su precisa emanazione
delle direttive rivoluzionarie quale cascame apologetico della debellata
monarchia), mentre la coppia di giovani promesse emerge in piedi a ridosso
delle sue spalle con un gioco luministico di sottile efficacia, assorta in
una contiguità spaziale simbolicamente maieutica a fissare con fiduciosa
disponibilità l’istantanea elaborazione della maestra. L’estrazione
borghese della famiglia incanalò nel lieto scorrere di un fiume
tranquillo le capacità professionali di Marguerite Gérard (1761-1837),
che coronò con diverse medaglie i pubblici attestati di riconoscimento
conferiti al valore della sua indole creativa, affermazione d’altronde
consolidata con l’acquisizione di propri lavori da parte di Napoleone
durante la fase imperiale e di Luigi XVIII dopo il reinsediamento della
monarchia in Francia imposto con la Restaurazione. Dal 1775 s’installò
al Louvre presso l’abitazione della sorella, unita in matrimonio col
famoso Jean Honoré Fragonard e anche lei dedita al dipingere: per oltre
un trentennio collaborò col cognato fino a realizzare con lui varie
opere, tra le quali s’inscrive certamente Il primo passo dell’infanzia
a Cambridge, licenziata intorno all’85, quando l’apprendistato
conseguito presso lo stimato parente lasciò maturare le delicate
partiture semantiche rispecchiate nel tenero atteggiamento della madre con
le braccia distese verso il bambino orientato in un movimento di reciproca
corrispondenza affettiva, e nella culla deposta al lato della scena all’aperto
ma visibile frontalmente per offrire il candore delle piccole lenzuola
bianche appena rimosse: parti sicuramente a lei ascrivibili, mentre gli
altri personaggi femminili della tela e lo stesso infante recano l’impronta
maggiormente fluida dell’autorevole maestro rococò. L’interesse di
Marguerite si adagiò quindi sulla figurazione di genere, settore ritenuto
contiguo all’iconografia prestigiosa del soggetto storico, e in cui
dominavano ancora le soluzioni formali accreditate nel secolo precedente
dagli esempi olandesi, ma a differenza delle ambientazioni popolari
privilegiate dai maestri nordici e poi rielaborate nella poetica narrativa
di Chardin, la pittrice s’inoltrò verso la rappresentazione della
quotidianità domestica che coinvolgeva il ceto borghese, privilegiando
soprattutto i flussi relazionali tra madri e figli. Sebbene non riuscisse
ad accedere nell’Académie Royale, fruì delle esposizioni al Salon
quando la Rivoluzione rese infine libero l’ingresso alle donne,
diffondendo i frutti della sua ricca produzione per oltre un ventennio,
così da assurgere a modello d’ispirazione estetica per la successiva
generazione femminile di artiste. Assecondando la fertile inclinazione nel
tradurre le affinità del sentimento affettivo, nel 1787-89 applicò tale
disposizione con solerte lena illustrativa per fissare il gruppo di
consanguinei che abitava l’interno in Un architetto e la sua famiglia
di Baltimora, in cui le figure statiche dei personaggi sembravano
adeguarsi alla fluidità del racconto intimo, alieno da incrinature
malinconiche o percepibili tensioni psicologiche, aldilà della lieve
increspatura nell’espressione osservabile sul volto della madre.
Superando indenne gli esiziali sommovimenti politici del 1789, nonostante
le esistenti compromissioni col decaduto regime monarchico, grazie all’opportuna
rete di relazioni intessuta da Fragonard coi nuovi potentati, durante l’arco
temporale 1796-98 Marguerite otterrà notevole successo con prove
figurative dedite a corredare la veste editoriale di testi letterari come Le
relazioni pericolose o Gli amori di Faublas, che si avvarranno
di apporti grammaticali desunti dal vocabolario neoclassico (opzione però
sostanzialmente ristretta alla particolare contingenza), mentre si
adopererà con sagace eclettismo a eseguire incisioni, miniature e
pastelli, innervando molteplici soggetti storici mutuati dai racconti
medievali, come Il voto di suicidio di Genoveffa di Brabante o L’infanzia
di Paolo e Virginia a New York. I sipari della sfera domestica
esplorati da Gérard in tele pressoché coeve quali La lezione di piano
o la Maternità, svelano gli anfratti di una dimensione che si
addentra piacevolmente negli spazi di gestione agiti dal femminile,
convogliando l’attenzione dell’osservatore sulla pacata naturalezza di
momenti educativi dai quali traspare l’apologia di un ideale pedagogico
indicato quale elemento rifondante di una sensibilità socialmente in
trasformazione. Alle raffinate conversazioni delle compagnie
aristocratiche raccolte nei prestigiosi salotti parigini, in cui dominava
il gusto per un’erudizione filosofico-letteraria individuata come
strumento collettivo di egemonia culturale, i frammenti narrativi di
Marguerite opponevano una weltanschauung spostata verso altre
costellazioni di valori, poiché informata del radicale cambiamento
sotteso al tormentoso processo di gestazione rivoluzionaria. La
rivalutazione dell’affetto materno e il diretto presiedere alle
attività formative dei figli, preludio involutivo al ritorno delle donne
nel santuario riproduttivo del ruolo familiare con l’abbandono
successivo dell’esercizio politico proiettato sulla funzione pubblica,
enucleavano diramazioni etiche armonizzate con maggiore efficacia ai
sentimenti ormai introiettati per conformarsi all’orizzonte morale
paventato da Rousseau. Non era dunque destinata ad alimentare durature
speranze di cambiamento, la Dichiarazione dei diritti delle donne
formulata nel 1791 dall’intraprendente femminista ante litteram
Olimpia de Gouges, pressoché simultaneamente agli omologhi postulati
proposti in Inghilterra da Mary Wollstonecraft, in cui la proclamata
uguaglianza biologica tra i sessi assurgeva a premessa assiomatica per
rivendicare la priorità di una riforma giuridica intesa a eliminare la
discriminazione di genere nell’insorgente organizzazione
economico-sociale e a esautorare di conseguenza il dominio maschile. Tale
determinatezza nell’esigere di trasformare gli abiti del costume
mentale, nonostante la posizione favorevole annunciata verso tali
problematiche da autorevoli filosofi illuministi come Condorcet, subì uno
scacco definitivo con la chiusura dei circoli politici femminili, i quali,
quantunque avessero ormai conseguito uno status di polo aggregante nella
discussione sessuata, vennero soppressi per decreto nel ’93 insieme all’autonomia
di voto concessa in precedenza alle donne, ristabilendo inoltre il divieto
della loro partecipazione nelle riunioni indette dalla Société Populaire
et Républicaine des Arts. La leggiadria conferita quindi da Gérard a
quei volti femminili ispirati verso una prole deliziosamente agghindata,
appressata alla madre per ricevere istruzioni corrette sulla conduzione di
una partitura musicale, o altrimenti colta a elargire le effusioni amorose
bandite invece dalle nobili matrone dell’Ancien Régime, arreca i
segni intuibili di una radicale mutazione nella dinamica dei flussi
emotivi irradiati all’interno del nucleo patriarcale borghese, ceto
divenuto protagonista ineludibile della Rivoluzione in atto.
Le consumate fisionomie tipologiche utilizzate per decenni da Marguerite
nel siglare le parvenze iconografiche di quelle donne dai tratti
inconfondibili, attingono a una sapiente regia tecnica confluita in un
sistema di velature sovrapposte per rimuovere la stesura visiva della
pennellata esaltando l’effetto di trasparenza finale. Soluzioni formali
incorniciate dalla descrizione dettagliata degli oggetti disseminati all’interno
del vissuto ambientale, giurisdizione affettiva in cui la signoria
femminile sul proprio focolare domestico si affidava alle strategie d’intrattenimento
apprese durante un’educazione versata nell’esercizio musicale quanto
attentamente affinata da una cultura letteraria nutrita di letture
poetiche e romanzesche, moventi di una tensione intellettuale destinata
evidentemente a rimanere sopita. In assonanza con la sorte di Marguerite e
della collaborazione imbastita insieme al cognato Fragonard, anche la
giovane Marie Eléonore Godefroid (1778-1849) si avviò a una lunga
coabitazione in ambito familiare con lo status di nubile, ma si trattava
di un alveo domestico estraneo alla propria parentela naturale, legato all’omonimo
e affermato François Pascal Gérard, col quale fin dall’infanzia aveva
coltivato una solida relazione di amicizia. Dal 1805, quando abbandonò l’insegnamento
del disegno presso il collegio femminile gestito a Parigi dalla famosa
educatrice Jeanne Louise Henriette Campan (autrice di uno specifico
trattato all’epoca assai rinomato), egli assurse a mentore del suo
apprendistato formativo, e grazie alla rispettosa accoglienza ricevuta
ulteriormente nel salotto del pittore dalle briose quanto stimolanti
personalità intellettuali che ne frequentavano gli incontri, Marie
Eléonore riuscì a tessere una rete di rapporti diramata verso interessi
comuni, sopravvissuti perfino alla morte dell’illustre artista. La
forbita eleganza dei suoi modelli, mutuata dalle curate delicatezze di
Gérard, circola quale evidente emblema descrittivo nel dipinto I figli
del Maresciallo Ney, attualmente a Berlino e realizzato nel ’10 per
l’alto ufficiale protetto da Napoleone, e da questi indotto a convolare
verso nozze socialmente vantaggiose con una nipote della suddetta Madame
Campan: l’opera mostra i tre fanciulli sontuosamente agghindati all’interno
di una stanza aperta su lontana veduta paesaggistica, sostenuti da pose
monumentali sebbene l’appartenenza al mondo infantile ne giustifichi poi
quella dimensione ricreativa offerta mediante l’intrattenimento ludico,
mentre la dislocazione dei preziosi oggetti circostanti si concede all’osservazione
con minuziosa perizia analitica. Valori fraseologici che informano i
molteplici prodotti di analoga committenza, licenziati da Godefroid
durante gli anni dieci e venti quali I figli del duca di Rovigo, I
figli del Maresciallo duca di Elchingen, I figli di David Angers,
I figli del duca di Orléans, o La regina Ortensia coi figli.
Sedimentati retaggi di sobria delicatezza formale guidarono inoltre l’inusitata
"incursione" di Marie Eléonore nella sfera della
rappresentazione religiosa, intrapresa nel tardo ‘42 con Nostra
Signora del rosario, in cui le solenni figure dei due fedeli ai piedi
di Maria recavano toni d’intensa sacralità. L’anno successivo l’artista
cedette all’ispirazione storica del femminile, accreditando al Salon il Ritratto
di Novella d’Andrea, prodigiosa quanto bellissima intellettuale
italiana di studi giuridici vissuta nel Trecento, secondo l’attestazione
della narrazione umanistica stesa dalla scrittrice Christine de Pizan, che
tramandò la memoria del suo sovente sostituirsi al padre nell’insegnamento
universitario del diritto, celando la vera natura della propria identità
dietro una tenda da cui usava impartire le lezioni.
Gli influssi stilistici di Marguerite Gérard investirono Marie Victoire
Lemoine (1754-1820), quando in Interno di atelier di una pittrice,
presentato nel ’96 al Salon e attualmente conservato a New York,
compilò un puntuale registro di oggetti, coronato dal brano di natura
morta sul piano laterale sinistro, per inscenare lo studio di
Vigée-Lebrun, il personaggio femminile raffigurato in piedi al centro
della composizione con gli arnesi del mestiere pittorico tra le mani,
mentre la foggia della leggera veste a fascia alta indossata dall’artista
insieme alla cuffia che le copriva i capelli, connotavano il segno di un
tributo neoclassico connaturato alla sobrietà dell’ambiente. Movenze
che riflettono con brillante essenzialità la lezione assimilata da
François-Guillaume Ménageot, maestro presso il quale la giovane Marie
Victoire compì l’apprendistato iniziale. La sua effigie inginocchiata
accanto a Elisabeth, assorta nell’intento di preparare una tela, sembra
instaurare un rapporto di subordinazione discepolare nei confronti dell’affermata
ritrattista, smentito peraltro dalle fonti con una più convincente
spiegazione a interpretarsi invece come impegno elargito nella campagna di
riabilitazione promossa dal marito di lei per ottenerne il rientro dall’esilio;
inoltre, la definizione dei tratti esteriori appare costruita con un
impianto disegnativo e un’impostazione espressiva maggiormente
elaborati, se raffrontata alla sintesi figurativa prodotta nell’Autoritratto
del ’77 ubicato a Orléans. Indirizzata come Gérard verso ambientazioni
di genere e ritrattistica infantile, negli anni novanta Lemoine licenziò
diversi lavori come Bambino che suona il violino, Fanciulla che
coglie lillà o Fanciulla con colomba, evidentemente da
inscrivere entro tale declinazione tematica, nei quali si recepisce l’effondersi
di una vena sentimentale mutuata probabilmente da Greuze. Pittore francese
il cui raggio d’influenza s’irradiò con particolare enfasi narrativa
sul teatro di genere, desumendo dalle scaltrite maestranze olandesi la
trascrizione di significati con valore pedagogico-morale da ascrivere come
suggerimento di contenuto allusivo agli accordi intonati dalla
rappresentazione visiva, la sua aneddotica informa la prosa illustrativa
di Jeanne Elisabeth Chaudet (1767-1832). Attiva presso il Salon per oltre
un ventennio con opere di soggetto infantile, in dipinti quali Fanciulla
che insegna a leggere al suo cane, databile al 1799 e ora depositato a
Rochefort, Fanciulla che piange il suo piccione morto del 1808,
stazionato ad Arras, o Fanciulla che mangia le ciliegie, saliente
al ’12 e conservato a Parigi, si accostò alle declamazioni di patetismo
sentimentale effuse dal riconosciuto ascendente creativo, ma l’articolazione
espressiva conferita alle movenze dei personaggi risultava ormai lontana
dai misurati moduli chardiniani, cui gli originari corollari semantici di
Greuze avevano pure attinto, per raffrenarsi entro pose statuarie di
rappresa plasticità e rigidità del disegno, raggelate forse dal suo
spontaneo occhieggiare alle marmoree angolosità del marito scultore.
Maternità
Marguerite Gérard
Nel Bambino che dorme nella culla sorvegliata da un cane coraggioso,
terminato nel 1801 da Chaudet, l’animale fedele che salvava il piccolo
dormiente dall’aggressione di un serpente funse chiaramente da modello
per l’ulteriore teatralità melodrammatica inscenata in Il bambino
nella culla portato via dalle acque della piena nel mese di Nevoso dell’Anno
X, approntata invece da Madame Villers per il Salon del 1802 con rime
grammaticalmente redatte secondo i canoni di una scrittura neoclassica.
Meteora contemporanea del dipingere, di lei s’ignorano i precisi dati
biografici, ma ai lasciti della sua prassi estetica (distesa tra la fine
del secolo illuminista e gli albori dell’Ottocento) risulta associato il
coevo Ritratto di Madame Soustras al Louvre, preziosa figurazione
all’aperto in cui la donna col viso parzialmente ricoperto dal lungo
scialle di pizzo nero che scivola lateralmente, costume introdotto all’epoca
dalla moda spagnola, dispiega uno sguardo intriso di accattivante
sensualità verso lo spettatore mentre appoggia un piede sopra il basso
muretto in pietra per legarsi i calzari. Composizione che rimanda all’iconografia
allusiva dell’illustrazione erotica corposamente tramandata dalla
tradizione francese, si avvale di stilemi anticheggianti in accordo con
altre prove di simile enucleazione tematica come Studio di giovane
donna alla toeletta o Studio di giovane seduta davanti a una
finestra, disinvolte riproduzioni di scene legate a riti della
quotidianità femminile, però particolarmente idonee a stimolare l’avidità
voyeuristica delle fantasie sessuali maschili. A Greuze guardò invece la
sua allieva parigina Jeanne Philiberte Ledoux (1767-1840), sebbene la sua
autonoma perlustrazione stilistica, efficacemente condensata nel 1800 sul Ritratto
di bambino a Baltimora, offra una depurazione della chiave
moraleggiante in favore di giacenze emotive recepite con pacata
osservazione realistica tra le intime sonorità del mondo infantile. Una
coltre investigativa che ricopre la parziale idealizzazione dei tratteggi
fisionomici si depone sul Ritratto di ragazzo ora al Louvre, per
diradarsi nei verseggi lineari di realizzazioni presentate al Salon nell’ampio
arco cronologico 1793-1819, quali Bambino accanto a una mela con un
fascio di stecchi, Ragazzine a un incrocio o Bambina con una
colomba. Anche il Ritratto di Greuze a Digione conferma la
felice convergenza di Ledoux verso timbri di corsiva spontaneità, idonei
a incanalare i flussi contingenti del vissuto soggettivo entro alvei di
apprezzabile sintesi informale, così come traducono le numerose tele
dedicate al tema dell’intreccio affettivo ordito da eventi quotidiani
"minori", dipanati tra l’aperta commozione di bambini per la
perdita del loro animale e le assorte malinconie di fanciulle provocate
dall’assenza amorosa, o altrimenti rivolti verso le trepidanti attese di
adolescenti abitati da toccanti variazioni emotive. Raccordata con la
ritrattistica di Joseph Siffred Duplessis, suo maestro di formazione, la verve
inventiva di Marie Geneviève Bouliar (1762-1825) frequentò l’ufficialità
pubblica del Salon nel periodo 1791-1817. Una delle più ispirate
composizioni del suo itinerario creativo rimane Monsieur Olive,
tesoriere dello stato di Bretagna, e la sua famiglia, depositato a
Nantes, iconografica traslitterazione degli ideali morali inerenti l’armonia
del focolare domestico affermati da Rousseau, suffragata dal personaggio
paterno che recinge significativamente il braccio intorno alla consorte e
alla figlia, gesto rassicurante mirato a simboleggiare l’esercizio
protettivo svolto dal capofamiglia, mentre la donna sembra esplicitare il
suo diretto investirsi delle responsabilità materne col compito di
allattamento attraverso il segnale della veste allentata all’altezza del
seno destro.
Funzione importante riveste Aspasia del ’94, ubicata ad Arras, di
squisito sapore neoclassico, in cui la famosa etera greca del V secolo
dalla rifulgente bellezza, amante di Pericle notoriamente stimata (ma
altresì temuta) per le brillanti qualità della sua conversazione
intellettuale, si osserva allo specchio in un interno contrassegnato dal
busto dedicato all’illustre uomo politico ateniese sulla quinta in
profondità e dal brano di natura morta floreale che inghirlanda il globo
situato sul tavolo a destra; indossa una veste trasparente che le scopre
il candido seno, ma la soave grazia effusa da quelle riconosciute doti
esteriori si arricchisce di un cartiglio sorretto nella mano sinistra,
mediante il quale la pittrice propende a richiamare l’attenzione su un
modello femminile capace di assommare la saggezza dell’acume
intellettivo a un aspetto fisico consapevolmente sospinto da seducente
avvenenza. Le ambizioni nutrite da Bouliar non s’indirizzarono soltanto
verso la ritrattistica, campo della propria specializzazione estetica,
bensì investirono la pittura di storia, conducendola nel 1802 ad
allestire per il Salon il soggetto cavalleresco di ascendenza
rinascimentale Erminia che incide il nome di Tancredi sul tronco di un
albero, tuttavia l’elaborazione delle sue partiture espressive
incedette con maggiore genio rappresentativo nell’Autoritratto
del ’92 ad Angers, dove emergeva l’afflato informale degli umori
naturalistici inalati dagli schemi anticonvenzionali di Duplessis, adibiti
a coordinare un’impostazione più sciolta della posa frontale conferita
alla figura, sottolineata dalle chiome fluttuanti al vento e dal sorriso
aperto verso il riguardante esterno. Astuzie formali maggiormente curate
nel ’96 col Ritratto del cavaliere Alexandre Marie Lenoir,
archeologo e sovrintendente artistico durante la Rivoluzione, nonché
attraverso il pendant della consorte relativo al Ritratto di
Adélaïde Binart, entrambi al Musée Carnevalet di Parigi. Supportato
dal rapporto confidenziale intrattenuto con la coppia, il tessuto del
ritratto allenta le trame idealizzanti imbastite nelle pose celebrative
per accreditare le qualifiche dell’aspetto esteriore, omaggiando invece
gli attributi annessi al ruolo dei personaggi con una vena di calda
simpatia: l’uno abbigliato con un abito di corriva fattura, il
fazzoletto al collo e un ampio cappello che crea un’ombreggiatura sulla
fronte e gli occhi, in piedi con un sorriso di compiacimento abbozzato
accanto al voluminoso libro intitolato all’istituto museale da egli
stesso fondato nella capitale francese, mentre i capelli sciolti sull’ampia
camicia da lavoro della moglie, l’intenso sguardo verso lo spettatore e
la tavolozza coi pennelli tra le mani ne accertano l’attività di
pittrice. Fascinosa agnizione costituì per Antoinette Cécile
Haudebourt-Lescot (1784-1845) la permanenza a Roma durante la scansione
temporale 1808-16, dove si era originariamente recata per seguire il suo
maestro Guillaume Guillon detto Lethière, nominato direttore della
prestigiosa Accademia di Francia: il lungo soggiorno capitolino le
dischiuse una visione estetica destinata a radicarsi profondamente negli
interessi certificati dalle future prove. A Parigi conobbe infatti
notevole fortuna e gratificanti encomi, esponendo per un trentennio presso
il Salon la vasta mole della propria produzione, cominciando già prima
del ritorno definitivo nella capitale quale specialista del racconto
aneddotico incentrato nell’ambiente contadino della campagna romana e
laziale, poiché riuscì felicemente a incontrare il consenso dei
perspicaci amatori imprimendo sensibile spinta al gusto esotico verso la
godibile imaginerie innescata dal folklore locale, sull’onda di
quel flusso inesauribile e in continua espansione scaturito nel secolo
precedente col Grand Tour.
Spesso la sopravvivenza dei suoi lavori s’impose grazie alla diffusione
di incisioni, come Il bacio dei piedi della statua di San Pietro nella
basilica vaticana, saliente al ’12 e adesso conservato a
Fontainebleau, in cui la narrazione dell’evento celebrato dalla
devozione popolare s’inserisce nell’illustrazione di personalità
adibite a qualificare il mondo artistico della città papalina. Episodi
della quotidianità attinti dal colore locale improntano vari dipinti a
piccole dimensioni dai titoli eloquenti quali Teatro delle marionette a
Roma, Il robivecchi, Un prestigiatore o Ballando il
saltarello, elaborati in Francia nel corso degli anni venti sulla
scorta dei vibranti ricordi innescati piacevolmente dalla memoria. Il
linguaggio adottato da Haudebourt-Lescot espunge dalla grammatica
descrittiva qualsiasi approssimazione o artificiosità, conferendo alla
prosa del racconto un autentico taglio cronachistico esplicitato nel suo
connaturato aspetto di veridicità visiva. Se ottenne critiche negative
quando nel ’19 allestì il grande formato di soggetto storico francese
titolato Francesco I e Diana di Poitiers, nell’inutile tentativo
di confrontarsi con quel genere egemonizzato largamente da una creazione
maschile che non intendeva lasciare invadere e tantomeno espugnare la
"torre d’avorio" del proprio valorizzante settore d’intervento,
il talento di Antoinette s’inerpicò con maggiore attitudine sui crinali
del mondo domestico italiano abitato dalle donne mediante La famiglia
felice, o incentrandosi sul contiguo tema della maternità in I
primi passi, anch’esso databile al ’19, per dedicarsi altrimenti a
perlustrare momenti disagiati dell’esperienza femminile, dai quali
traspariva l’effondersi di sonorità enunciative accordate sui toni
della riflessione morale, come certificavano ancora negli anni venti L’abbandono,
Giovane sopraffatta dalla stanchezza o Mercante di quadri di
seconda mano. L’impegno profuso estesamente dalla pittrice nell’esperienza
ritrattistica corroborò nel ’30 l’incantevole prova di Giovane
donna seduta all’ombra di un albero, illuminandone le preziose
qualità della materia esteriore e l’assetto di curata levigatezza
impartito alla stesura cromatica. L’inquadratura a tre quarti della
donna seduta tra le fronde vegetali della campagna non rinuncia difatti a
trasportare in quell’anfratto paesaggistico la grazia solenne di una
dama incoronata dal suo fiero portamento ma con lo sguardo rivolto
altrove, abbigliata con un candido abito dalle ampie maniche in
trasparenza e sontuosamente scoperto sulle spalle, elegantemente ornato da
una stretta fascia blu ritorta intorno alla vita, mentre le mani
affusolate in grembo trattengono armoniosamente i nastri del cappello che
sfiora il terreno. Indirizzo descrittivo che toccò probabilmente la sua
apoteosi con l’Autoritratto del ’25 depositato presso il
Louvre, sintesi perspicace di un’esplorazione introspettiva avviata
fissando i propri lineamenti somatici con penetrante senso realistico,
scopertamente privo di consolatorie dissimulazioni idealizzanti (l’artista
aveva ormai superato i quarant’anni d’età), e assecondato dalla gamma
cromatica mantenuta su pigmentazioni attenuate, inoltre l’assenza di
connotazioni ambientali abilitata dal fondo scuro e la studiata
contrapposizione luministica col volto in pieno chiarore, assieme alla
brillante fattura del disegno ravvisavano plateali riferimenti con le
suggestive atmosfere di Rembrandt (d’altronde tributarie di esegetiche
memorie caravaggesche).
Come la concittadina parigina Godefroid, Constance Charpentier-Blondelu
(1767-1849) maturò il proprio discepolato presso l’aristocratico
Gérard, ma preferì poi avvalersi con particolare sollecitudine della
lezione assimilata da Jacques Louis David per codificare le sigle
lessicali del suo alfabeto creativo, evidenti nella Melanconia del
1801 ubicata ad Amiens, in cui la personificazione femminile del tema
allegorico diffuso dall’iconografia umanistica, e poi riscoperto nella
Francia neoclassica, assume l’aspetto della fanciulla immersa in assorta
meditazione sul manto erboso di una coreografia boschiva, in una postura
che si richiama visibilmente alla posizione di delicato abbandono
conferita a Camilla nel famoso Giuramento degli Orazi, nonché agli
atteggiamenti di languida distensione adombrati in taluni fregi funerari
di sapore antico scolpiti da Antonio Canova. Inoltre, se l’inserimento
della figura isolata nel contesto paesaggistico concede facili agganci con
la tradizione pittorica inglese, il vibrante contrasto intessuto tra la
candida veste della donna e la cupa oscurità del fondo naturale sembra
anticipare quell’inquieta tensione di ripiegamento sugli stati d’animo
poi caricata di criptiche enfasi evocative dalla sensibilità romantica.
Le opportunità professionali di Constance si orientarono verso le
rappresentazioni di genere e la ritrattistica, ottenendo pubblici
riconoscimenti e consegnando all’esibizione del Salon, cui partecipò
spesso durante il periodo 1795-1819, esecuzioni improntate alla corsività
del racconto come Una madre riceve le confidenze della figlia, Il
primo caso di un giovane medico o Un cieco circondato dai figli
viene consolato per la perdita della vista dai piaceri degli altri quattro
sensi, per elaborare quindi la sorprendente Mademoiselle Charlotte
du Val d’Ognes custodita a New York. Prezioso gioiello del suo
scrigno ideativo, l’opera mostra la fanciulla seduta accanto alla
finestra con un album da disegno tra le mani, ma un vetro dell’apertura
esterna si rivela curiosamente rotto, mentre la fruibilità della veduta
frontale permette di focalizzare un terrazzo sul quale staziona una coppia
di minute figure vestite con foggia neoclassica in amabile conversazione.
Dettagli introdotti nella composizione e destinati certamente a imprimere
un’aura di qualificante modernità ai moduli del progetto figurativo,
inoltre l’ampia ombreggiatura in controluce che scivola sul volto e
sulla veste della giovane, annessa allo sguardo fissamente indirizzato
verso l’osservatore sembrano innestare un gioco di speculari rimandi
reciproci tra la finzione dei suoi intenti creativi e il reale atto del
dipingere esperito dalla pittrice, quasi materializzando uno specchio in
cui si riflette il desiderio di una complicità estetica femminile. Unica
allieva ammessa nello studio di Vigée-Lebrun, Marie Guillemine Leroulx de
la Ville-Benoist (1768-1826) iniziò tredicenne l’alunnato presso l’affermata
ritrattista, che ben presto decise però d’inserirla nella robusta
schiera di aspiranti professioniste guidate dall’amico David, maestro di
vasta influenza artistica tra la fase della Rivoluzione e l’età
imperiale di Napoleone, quale interprete ufficiale dei valori repubblicani
suffragati nella nuova organizzazione sociale e poi riportati in ambito
estetico attraverso un linguaggio inteso a recuperare il patrimonio
iconografico della tradizione classica (soprattutto dell’antichità
romana, in virtù delle omologhe attinenze con la forma politica
instaurata in Francia), per imporre il forte radicamento della dimensione
stilistica all’interno di un fondativo quanto autorevole quadro di
riferimento storico.
Constance
Mayer
La madre felice
1810
Già l’Autoritratto dell’86 esponeva le risultanze introiettate
durante questo processo di ricezione, difatti i tratti esteriori di
Benoist esprimevano un fraseggio gestuale che si ricollegava al Belisario
del suo mentore creativo, e quando nel 1800 presentò al Salon il Ritratto
di donna di colore attualmente presso il Louvre, forse suggerito dal
decreto promulgato nel ’94 per abolire la schiavitù e ripristinare un
diritto civile troppo a lungo negletto, la solenne monumentalità del
soggetto femminile sosteneva vistose attinenze con la ritrattistica antica
ancora mutuata da David, offrendo altresì omaggio ai colori del nuovo
stendardo repubblicano col blu del drappeggio sulla poltrona e il rosso
del nastro che incornicia alla vita l’abito bianco della donna seduta a
seno nudo, veste in aperta corrispondenza con l’algida pigmentazione del
turbante ma in diretto e calcolato contrasto con la pelle scura dell’ex
schiava. Depositi linguistici che si sedimentano in precedenti prove di
tenore mitologico quali L’addio di Psiche e soprattutto L’Innocenza
tra la Virtù e il Vizio, databili intorno al ’90, sintonizzate sul
tema della seduzione già intavolato nel 1787-88 con Clarissa in casa
di Archer e Il capitano Morden in casa di Clarissa, serie
ispirata all’omonimo romanzo di Samuel Richardson, in cui le giovanili
atmosfere neoclassiche essudano analoghi umori lessicali arrecati dal Bruto
o ancora dal Belisario di David. Abbandonando l’uso dei
colori a pastello desunto da Vigée-Lebrun, Marie Guillemine si dedicò
con ferma energia del disegno a realizzare soggetti rappresentativi
riecheggiati nella pittura di storia, settore d’intervento
sostanzialmente precluso all’insufficiente studio preparatorio delle
donne artiste, riuscendo tuttavia a superare la soglia di visibilità
della poco tollerante critica maschile. Ripose quindi la sua verve
costruttiva nella ritrattistica infantile e in scene di genere nutrite da
enfasi sentimentale, ottemperando contemporaneamente alle committenze
ufficiali elargite da Napoleone con l’elaborazione della sua effigie,
preludio per analoghe richieste iconografiche del primo decennio emanate
da diversi componenti della sua famiglia, come asserisce la regale
immagine di Paolina Bonaparte, insediata tra preziosi velluti e
pesanti tendaggi con l’attributo imperiale della corona sulla testa e il
manto celebrativo dall’ampio strascico, eppure la semplice posa nella
quale appare seduta sul divano rimanda piuttosto a una conversazione cui
è stata chiamata a partecipare, anziché al fiero troneggiare di un’astratta
e impersonale sovrana.
Le trame antirivoluzionarie del marito costrinsero spesso Benoist a
fuggire o nascondersi, ma perfino la caduta dell’astro napoleonico e la
successiva Restaurazione, che nel ‘14 arrecarono al consorte un
importante incarico nel ripristinato governo realista, si trasformarono
per lei in nemesi fatale, poiché richiesero la cessazione di qualsiasi
sua esposizione pubblica, presagio della necessità
"sacrificale" a una sofferta quanto definitiva rinuncia della
carriera professionale. Le coordinate inventive di Adrienne Marie Louise
Grandpierre Deverzy (1798-1855) vennero spesso applicate nell’illustrazione
di testi letterari, come traduce la Scena dal romanzo di Gil Blas de
Santillana prodotta al Salon nel ’24 o le ricostruzioni
iconografiche che nel ’27 incorniciarono il Quentin Durward di
Walter Scott e nel ’31 La Principessa di Clèves di Madame de La
Fayette, per esplicarsi quindi nel ritratto e in congeniali composizioni
descrittive di interni architettonici. Tali orientamenti riuscirono
facilmente a integrarsi in un contesto rappresentativo ormai ottocentesco,
in cui si assisteva a una caduta dell’impaginazione allegorica
improntata sul mito e a un fulcro d’interesse consequenzialmente
dirottato dai fasti del passato alla tangibile realtà del presente:
fenomeno altresì favorito dall’espandersi di un’industria culturale
alimentata proficuamente col parallelo elevarsi delle pubblicazioni
editoriali a fonte d’intrattenimento per le emergenti classi borghesi.
Certo il sapere delle aspiranti artiste non traeva rassicurante conforto
dalle penalizzanti limitazioni che ne inficiavano l’acquisizione degli
strumenti acclusi a corredo del regolare iter accademico, e quel
raggelarne le piene potenzialità espansive suscitò in Grandpierre
Deverzy l’idea di elaborare un’immagine di sottile tenore critico
riguardante le modalità di lavoro proposte alle allieve con Lo studio
di Abel Pujol nel 1822, preparato nel medesimo anno e ora depositato a
Parigi, in cui l’atelier del pittore (marito e già maestro di
Adrienne), approntato in uno spazio chiuso illuminato soltanto dal
lucernario soprastante, appare abitato da un’operosa comunità di
discepole (le lezioni si svolgevano in regime di rigorosa separazione tra
i sessi), alcune occupate in solerti compiti del dettato estetico ma altre
distrattamente assorte a raccogliere presumibili frammenti di vita all’esterno
della finestra. La modella a disposizione per espletare gli esercizi di
disegno sulla figura umana risulta ovviamente vestita con ampio abito
lungo, a eludere qualsiasi possibilità di stimolare la conoscenza
ravvicinata dell’anatomia, mentre i molteplici calchi in gesso a piccole
dimensioni di copie antiche, oggetti indispensabili per assimilare
correttamente i connotati della classicità, testimoniano invariabilmente
la tutela del "decoro" femminile mantenuta nella sede con l’accorta
collocazione dell’unica scultura di nudo maschile in posizione rivolta
verso il muro.
Grandpierre Deverzy isola in diversi "quadri minori" i piccoli
gruppi che compongono il dipinto, per restituire un rarefatto quanto
veritiero spiraglio di realtà documentaria, appena socchiuso su un mondo
di acquietate indoli femminili. Nei repertori della mitologia s’incanalarono
invece le sorgenti iniziali di Pauline Desmarquets-Auzou (1775-1835),
soprattutto quando nel 1795-96 si dispose a utilizzare le fraseologie
grafiche della Grecia arcaica per ricostruire gli episodi narrativi di Dinomache,
madre di Alcibiade e Dafni e Fillide, avendo già adottato tali
definizioni grammaticali nella Baccante esibita al Salon qualche
anno prima. Già dal ’93 cominciò a maturare la propria formazione
presso Jean-Baptiste Regnault, portatore di una poetica intrisa di morbide
sensualità riecheggiate dal classicismo bolognese secentesco, e di una
purezza del tratto maggiormente inclinata a distendersi nei toni intimi e
pacati della recitazione espressiva, anziché a ergersi nelle eroiche
declamazioni pronunciate da David per avallare la potenza realistica di un
sentimento collettivo da ascrivere al patrimonio civile. Durante l’età
napoleonica Pauline avviò un atelier che mantenne vitale per oltre
un ventennio, riservandolo alle donne desiderose di apprendere i
fondamenti del vocabolario pittorico; conquistò inoltre gratificanti
consensi dispensando le sue competenze professionali nell’apologetica
celebrativa della storia imperiale, tramite progetti esecutivi come L’arrivo
dell’arciduchessa Maria Luisa nella Galleria del castello di Compiègne o
il succedaneo Maria Luisa che al momento della partenza per Vienna
distribuisce ai fratelli e alle sorelle i diamanti della madre,
salienti al matrimonio della nobildonna asburgica col
"rivoluzionario" sovrano francese nel 1810 (dal quale nacque
quel soprannominato Aiglon mai assurto a rivestire il titolo di
Napoleone II a causa della precocissima morte), e oggi entrambi a
Versailles. Sebbene il ciclo tematico collegato al grandioso evento
autorizzasse il facile dispiegarsi di un’enfasi enunciativa da imprimere
sull’epica del racconto, Auzou stemperò in modo spontaneo il tentativo
di allestire un apparato scenografico in cui predominasse la teatralità
dei fasti cerimoniali, per accordarsi col registro di una dimensione
intima abitata dalla circolazione di correnti sentimentali, indicate nella
prima tela dal festante gruppo di fanciulle in abito bianco recante omaggi
floreali alla neo-imperatrice, e nella seconda dall’implicito
pronunciamento affettivo indirizzato dalla sposa austriaca verso i
familiari attraverso la donazione dei monili materni. Questa sinfonie di
note emozionali, fondata sul valore rousseauiano delle rispondenze
interiori tra consanguinei, esperisce d’altronde una sensibile linea di
assonanze e il persistere di flussi comunicativi comuni con le partiture
iconografiche realizzate durante l’intervallo temporale 1799-1802 in
opere come Ritratto di donna che suona un preludio al piano, Giovane
donna che legge o Due giovanette che leggono una lettera, nelle
quali affiora quella peculiarità del sentire femminile attestato sulle
impercettibili movenze della sfera pulsionale associate ai ritmi corrivi
dello scorrere quotidiano. Al 1804 rimanda Prima civetteria,
ubicato attualmente a Parigi, che scarta la grammatica allusiva degli
oggetti declinata da Greuze per conferire visibilità ai passaggi puberali
delle giovani fanciulle stanziate nelle sue tele, offrendo invece la
spontanea freschezza dell’adolescente ormai consapevole della propria
maturità sessuale, e dunque avviata a rivendicarne la legittimità
statutaria attraverso le prove "clandestine" di ornamento con
gioielli, abiti e preparati cosmetici sottratti alla madre temporaneamente
assente. I studiati effetti del chiaroscuro, adottati da Pauline in questo
lavoro, prefigurano gli interessi della pittrice verso gli innesti formali
ottenuti con la pluralità delle fonti luministiche artificiali,
esperienza che abilita la lettura delle dense atmosfere condensate nell’inquieto
timore trasmesso ai bambini dall’anziana narratrice in Storie di
fantasmi, anch’esso appartenente alla cronologia del primo decennio.
La fragile esistenza di Constance Mayer (~1775-1821), morta suicida dopo
un’ultima fase di vita costellata da angosce e abissi di depressione
psicologica, avvalora probabilmente il perdersi dell’identità femminile
nei meandri di una realtà inafferrabile, o almeno gestita con estrema
difficoltà nei suoi contenuti di rassicurante agibilità, fino ad
affidarne il senso a un marcato atteggiamento di dipendenza dal maschile
(innescato inizialmente dalla figura paterna), che diviene inevitabilmente
foriero di una negativa crisi di autostima e di un’esiziale confusione
sui connotati soggettivi del sé. Se la propria preparazione didattica
avvenne intorno al ‘95 presso l’amico Greuze (importante presenza
nella sua difficile parabola terrena), da cui ereditò l’indole di
moralismo sentimentale leggibile in Una madre coi figli sulla tomba del
loro padre, oppure nell’affettuoso omaggio dedicato alla figura del
genitore col Ritratto di padre e figlia, realizzazioni entrambe
preparate durante il triennio 1800-1802, Mayer si apprestò da questa data
a instaurare un saldo feeling emotivo e professionale con l’ormai
maturo Pierre-Paul Prud’hon, in seguito al loro incontro nello studio
greuziano, intesa poi mantenuta fino alla tragica morte. Alla teatralità
declamatoria dei gesti e all’enfasi della contrapposizione chiaroscurale
desunti dal linguaggio dell’antico mentore, subentrarono nelle prove di
Constance la maggiore attenzione alla definizione del disegno e un’armonia
della forma unita agli afflati di una delicata tenerezza modellata
accordata con quella connaturata inclinazione a legittimare l’espressione
delle intime rispondenze amorose: aeree sonorità echeggianti nel ‘10
sulle corde neoclassiche del binomio compositivo sintonizzato sul tema
della maternità, La madre felice, ripresa col suo languido sorriso
indirizzato al bimbo addormentato stretto tra le braccia dopo l’allattamento,
e La madre infelice, in cui si percepisce la pena invece patita a
causa dall’assenza filiale. La simbiotica collaborazione tra Mayer e
Prud’hon produsse molteplici progetti estetici in cui l’apporto
creativo dei due autori era continuo e sostanzialmente indistinto, tanto
da inficiare ancora oggi la certezza di attribuzione autografa assegnabile
all’una o all’altra emanazione inventiva. Constance partecipò
sicuramente alla stesura di Il lavoratore morente, immettendo il
suo contributo nell’iconografia allegorica di L’Innocenza sedotta
dall’Amore e L’abbandono al Piacere seguito dal Pentimento,
tutti firmati dall’anziano artista e salienti al primo decennio del
secolo, pressoché coevi a Il sonno di Psiche col relativo pendant
La torcia di Venere, commissionati da Giuseppina Bonaparte e
poi esibiti al Salon nel lasso temporale 1806-1808, mentre il Sogno
della felicità ora al Louvre, desunto da un lavoro anteriore di
Greuze, venne licenziato nel tardo ‘19. Nelle cadenze iconografiche di
quest’ultima fatica si ravvisavano gli estremi di quella poetica del
sentimento che lascia fluidamente snodarsi le delicate movenze di una
bellezza ideale, colta nelle sue potenziali capacità di evocare il
concedersi dell’espansione affettiva. L’orizzonte rappresentativo di
Constance sembrava dunque riflettere un lontano sogno di armonia abilitato
da spinte interiori troppo dissonanti dalle reali corrispondenze alle
quali si riconduceva la sua esperienza concreta. Al momento della
drammatica fine (avvenuta recidendosi la gola con un rasoio), Mayer
lasciò diversi lavori ancora incompiuti, che il suo partner si
preoccupò di terminare in segno del persistente legame con la catena di
quella memoria.
Roma, Luglio 2001.
|