Al posto dell’abituale, breve pezzo introduttivo, questo mese vorrei proporre una e-mail che mi è arrivata qualche tempo fa. Riporta pensieri su cui meditare.
“Cara Ida
riflettendo su ciò che mi scrivi a proposito della
“necessità di mettersi in sintonia con quello che non ci appartiene, ancora” mi
sono ritornate alla mente alcune frasi tratte dal libro di M. Pesce sul VRLM.
E’ entusiasmante come egli veda nel ciberspazio la
possibilità “… della maturazione estetica dell’uomo … a nessuno è stato
insegnato a muoversi entro un modo di essere estetico. Le arti sono considerate
inessenziali alla nostra cultura … Il ciberspazio ribalterà fragorosamente la
situazione. Il senso estetico sarà necessario più che mai, per dare forma alla
valanga di informazioni provenienti dal ciberspazio. … La progettazione ciberspaziale non deve essere puramente
concettuale: deve rivolgersi ad altre modalità dell’essere … Occorre studiare
Griffith, Attenborough, Fellini e Spielberg
per comprendere come introdurre i principi dell’emozione, dell’ideale e
dell’azione in quello che altrimenti sarebbe un regno presuntuoso ma alquanto
stantio …”
Il tutto mi sembra l’appello dello scienziato agli
artisti perché intraprendano la strada del virtuale. Perché con l’ausilio della
scienza diano vita ad una nuova estetica, che collochi l’uomo nella sua
globalità, emozioni e sentimenti, ragione e intelletto al centro di un universo
che altrimenti diventa sempre più tecnologico, disumano e vuoto. L’avvento di
un nuovo umanesimo sembra auspicabile.
…
di
Ida Gerosa
Nella mail di Luigia Cardarelli, le parole di Pesce “la progettazione ciberspaziale non deve essere puramente concettuale: deve rivolgersi ad altre modalità dell’essere …” mi hanno spinta, ancora una volta, a pensare quanto sia attuale e necessaria la costruzione di un nuovo umanesimo, ma per poter arrivare a questo è importante cercare di “comprendere quello che sta avvenendo” come dice Stefania Fabri.
L’abbiamo detto tante volte, siamo in un periodo di
grandissima, veloce, continua, entusiasmante, radicale trasformazione, ma
bisogna capirne gli inizi, le motivazioni quindi l’essenza, l’estensione
capillare, l’assorbimento che siamo in grado di recepire.
La società, la visione del contemporaneo subisce una
metamorfosi continua, sono necessari incessanti studi e valutazioni degli
stessi per percepire ogni particolare, ogni azione mutata, per arrivare a
vedere poi tutto globalmente.
Del resto per capire come anche la nostra capacità
di attenzione sia cambiata basta pensare che il solo semplice uso del computer
la sollecita a tal punto da moltiplicare l’elasticità intellettuale. I nostri
pensieri, già estremamente rapidi, “eccitati” dalla velocità del mezzo
diventano sempre più pronti e nitidi.
Se poi si lavora anche dal punto di vista estetico
le potenzialità dell’immaginazione, dell’emozione, dei sentimenti si acuiscono
e crescono a livelli da capogiro.
Tutti quelli che fanno computer art lo sanno, e
sanno anche che bisogna essere umilmente pronti a ricevere con spirito puro
tutti gli stimoli che ci “piovono addosso”. Essere, cioè, sufficientemente
attenti da vedere che l’estetica è cambiata e non c’è altro da fare che
accettarla con passione.
Intorno a questi e ad altri argomenti ho fatto un’intervista a Stefania Fabri, direttrice della Mediateca della Galleria Comunale di Roma.
E’ stato un vero piacere averla incontrata perché,
forse per la prima volta in tanti anni, nello scorrere dello scambio di
pensieri ho capito di aver trovato una persona con cui parlare la stessa
lingua.
E fatemi dire che è così raro …
Anche lei, una quindicina di anni fa, ha seguito un
Stage presso il Centro Scientifico IBM di Roma. Anche lei parla di informatica
totalmente immersa in questa disciplina per cui riesce a vedere “da dentro”.
Cominciamo a conoscerla.
Stefania Fabri – Sono responsabile della Mediateca della
Galleria Comunale di Roma (ex Birra Peroni).
La Mediateca è nata nel 1994 quando ancora erano
rare e si conoscevano poco le strutture di questo tipo. Il Consiglio Comunale ha fatto un atto
deliberativo per la sua attuazione a seguito di un dibattito molto interessante
che ha portato alla luce concetti avanzati negli altri Paesi, ma decisamente
poco seguiti in Italia.
E’ una realizzazione un po’ come la francese
“Mediatec”, è una biblioteca multimediale che mette a disposizione documenti su
vari supporti.
Già nel ’94 è nata con l’intento di un Centro di
documentazione che affianca le attività espositive della Galleria Comunale,
mettendo a disposizione documenti e produzioni multimediali su vari supporti,
dalla microfiche alla videocassetta, dal disco ottico al libro stesso.
Sono convinta, come del resto i maggiori studiosi
dell’argomento, che il libro vada integrato, come anche l’opera d’arte va
integrata nel contesto delle nuove tecnologie e della fruizione che noi abbiamo
della realtà che ci circonda.
Quindi si deve andare verso una fruizione integrata
anche se è molto più complessa e particolare di quello che si pensa
normalmente, tanto è vero che negli altri Paesi si stanno avviando delle grosse
campagne di alfabetizzazione informatica per i bambini che sono molto importanti
perché rappresentano la sfida che abbiamo di fronte. Sfida che è proprio quella
di integrare il pensiero e quindi in qualche modo il funzionamento del cervello
umano con le capacità e le possibilità offerte dalle nuove tecnologie.
Tanto più abbiamo consapevolezza di questo e di
tutte le ricerche che si stanno facendo in ambito scientifico ad alto livello
(per quanto riguarda ad esempio l’intelligenza artificiale) più ci renderemo
conto che lo studio del cervello umano è al centro dello studio delle nuove
tecnologie. In America e in Canada e in Gran Bretagna vi sono numerosi progetti
per accompagnare i bambini all’incontro con queste ultime, perché l’apparente
facilità con cui loro ci si rapportano fa pensare che in realtà sia uno
strumento non solo grandioso ma duttile, mentre bisogna tenere presenti anche
possibili “incidenti di percorso”.
E’ quindi molto importante acquisire la
consapevolezza di un uso corretto di questi linguaggi.
Sono convinta che più si pensa alle tecnologie come
dannose più si diventa vittime del progredire, dell’avanzare delle situazioni.
Invece per gestirle e per crescere nel confronto con l’evoluzione della società
contemporanea, serve molta capacità di sfruttarle.
E’ questa la grande sfida.
In queste affermazioni sono confortata dal pensiero
di uno dei maggiori studiosi di “educazione e nuove tecnologie” Simon Papert,
che lavora al MIT di Boston, ed ha scritto un libro noto in tutto il mondo “Il
bambino e il computer” nel quale ha
detto che la sfida è proprio sull’uso delle nuove tecnologie da parte dei
bambini. Perciò noi dobbiamo preoccuparci di come pedagogicamente questa sfida
viene raccolta e non dobbiamo difenderci dall’avanzare di questa nuova era.
Ida Gerosa – Mi piace molto questa tua posizione, si sente che
sei convinta di quello che dici. Pensi però di portare avanti anche iniziative
che riguardano l’arte elettronica come ad esempio presentazione di opere, di
cd, di video ecc…?
S. F. – Sicuramente. Ho già cominciato in questo anno di
attività a porre l’accento sulla necessità e sull’importanza di queste
produzioni, che al di fuori dell’Italia sono molto frequenti mentre qui da noi
sono un pochino indietro.
Per esempio ho avuto due occasioni che mi pare il
caso di citare e che potrebbero essere replicate insieme ad altre che possono
venire come proposte.
Una è stata l’iniziativa “sacramento.org” in
collaborazione con la galleria Sala1.
E’ stato tutto non solo molto divertente, ma
importante come punto di incontro tra le varie religioni, in occasione del Giubileo,
visto attraverso gli occhi degli artisti di tutto il mondo.
Qui alla Mediateca abbiamo presentato il Sito di
questa iniziativa e lanciato l’idea che potevano avvenire questi incontri,
questi dibattiti sulla possibilità di comunicazione, tutto attraverso quello
straordinario strumento che è Internet. Abbiamo fatto “incontrare” artisti di
vari Paesi su determinate esigenze, tematiche, necessità, desideri,
espressioni, stili, scritture…
Un’altra linea di lavoro che abbiamo attuato ancora
attraverso lo sviluppo di un Sito, è stata quella del “Gruppo 12” “Polisgramma”
che, con più di cento artisti
provenienti da tutta Italia ha realizzato dei manifesti da affiggere nella
città. Erano manifesti, opere uniche a perdere.
Dicevo anche questa iniziativa ha avuto il supporto
di un Sito che ha fissato la collaborazione tra i vari artisti. Quindi il
manifesto, abitualmente usato per la pubblicità, in questo caso è diventato
invece una provocazione artistica.
Mi sembra che queste collaborazioni abbiano un
futuro decisamente interessante per questa struttura.
I. G. - Trovo molto importanti questi lavori sul territorio non tanto e non solo come comunicazione attraverso i Siti Internet, quanto come interpretazioni del mondo contemporaneo. Sono una parola in più, uno sguardo insolito per spingere lo spettatore a vedere le cose in una maniera diversa.
Anch’io del resto faccio delle interazioni sul
territorio come è stata, ad esempio, la proiezione sulla Fontana di Trevi o
sulla Fontana dei Fiumi ecc… Sono azioni che coinvolgono l’arte tradizionale e
la armonizzano con la contemporanea arte elettronica.
Tu che pensi di queste fusioni?
S. F. – Penso che siano molto interessanti non solo dal
punto di vista artistico, ma come dicevi prima tu, e mi sembra fondamentale,
come interpretazione della società contemporanea. Penso come un mio preferito
pensatore di questo campo, Derrik de Carcot, che segue il programma di Mc Luhan
all’università di Toronto, che veramente l’arte contemporanea sia un’arte che può
essere “vulcanica”. Cioè che può mandare in ebollizione determinati
comportamenti, espressioni della società contemporanea e può parlare
direttamente non all’intelligenza, ma alla psiche dei fruitori.
L’arte contemporanea ha questa grande chance di mettersi
in relazione con il contemporaneo, quindi con il lettore del contemporaneo. E
oltre alla capacità di sottolineare determinate cose, ha anche quella di
metterle in contraddizione, di sottolinearle oppure anche di ignorarle o di
contestarle.
Ecco tutto questo, secondo me, ha molto a che
vedere con le nuove tecnologie.
I. G. – Abbastanza recentemente ho fatto un’intervista a
Bruno Corà, direttore artistico del Museo Pecci di Prato, e a Simonetta Lux,
direttrice del Museo Laboratorio dell’Università La Sapienza di Roma, e tutti e
due hanno parlato (e la cosa mi ha fatto piacere) dell’arte contemporanea dal
punto di vista della “smaterializzazione”.
Mi ha fatto piacere perché sono convinta che l’arte
elettronica in particolare sia fondamentalmente “mentale” e, sono certa, lo
diventerà sempre di più. Penso però che per
arrivare a produrre opere totalmente “smaterializzate” debbano crescere
le nuove generazioni, perché loro avranno quello che noi oggi ancora non
abbiamo, i mezzi giusti per realizzarle. Le possiamo solo immaginare e in
attesa le possiamo progettare.
Ecco, pensi anche tu che l’arte contemporanea stia
andando nella direzione della “smaterializzazione” come del resto ha dimostrato
in qualche modo tutto il ‘900?
S. F. – Penso un qualcosa di ancora più azzardato. Penso
che questa smaterializzazione ha a che vedere con un concetto di materia che è
completamente diverso e quindi una “smaterializzazione”, se vogliamo,
completamente diversa.
Ma questa materia che cos’è?
Pensiamo alle scoperte dei grandi scienziati,
pensiamo alla teoria delle catastrofi.
Pensiamo a tutte le nuove accezioni della scienza, a
l’atomo e a cosa c’è dietro l’atomo o ancora più avanti oltre l’atomo, o a cosa
c’è dietro il DNA. Troveremo ad un certo punto che dietro c’è una sorta di
“nulla” che è pieno di qualcosa, però.
Quindi credo
che veramente in questo momento ci sia qualcosa di molto profondo che collega
un po’ tutte le scienze e che l’arte contemporanea abbia la possibilità di
segnalarlo attraverso strumenti in qualche modo anche complessi.
Non è un linguaggio semplice quello che ci
accingiamo a usare. Nello stesso tempo c’è il rischio dell’incomunicabilità
malgrado poi la comunicazione sia oggi un tema importante per tutti.
Ecco, in questo rapporto non facile con la scienza,
ma obbligato, chi fa arte contemporanea oggi deve per forza porsi queste
questioni.
Il rapporto, appunto, del soggetto con gli altri
nella società, il rapporto con il pensiero, con l’evoluzione delle scienze.
Dobbiamo trovare un punto di incontro con tutto questo. E quindi o la materia è
all’ennesima potenza o è la “non materia”. Certamente c’è qualcosa dietro tutti
questi ragionamenti che ci portano molto molto avanti nel progresso
scientifico.
I. G. – Mentre parlavi ho ricordato che sei o sette anni
fa Gerstner, presidente dell’IBM U.S.A., in una conferenza ha anticipato tutto
quello che sarebbe successo nell’immediato futuro. Tra l’altro ha parlato di un
ipotetico trasferimento di informazioni tra due persone nell’atto di darsi la
mano. Naturalmente è possibile attraverso un cip messo in posizione strategica
su tutte e due le persone e attraverso le fibre ottiche che possono essere
tessute nelle stoffe dei vestiti che esse indossano.
In un futuro mi piacerebbe poter sperimentare in
questo senso, naturalmente dal punto di vista artistico … ed ho in mente come.
Trovi tutto questo sconvolgente oppure ti suggerisce
un’espressione di crescita?
S. F. – Penso che sicuramente saranno possibili da adesso
in poi delle cose straordinarie, che in parte sono già possibili e noi non ne
siamo a conoscenza pienamente.
Certo ci possono creare delle perplessità: “Dove va
la scienza, l’identità del soggetto ecc…” Perché tra l’altro c’è da ricordare
che la psicologia e quindi la scienza che si occupa più profondamente di noi,
dice che la nostra interiorità è andata molto avanti nel collegarsi con la
nostra esteriorità.
Quindi penso che non dobbiamo spaventarci del nuovo,
ma anzi abbiamo un dovere in più, soprattutto nei confronti delle giovani
generazioni, abbiamo il dovere di comprendere quello che sta avvenendo. Abbiamo
il dovere di preparare le future generazioni a gestire responsabilmente e con
livelli intellettuali superiori questa evoluzione scientifica, perché
altrimenti potremmo perdere delle grosse occasioni.
I. G. - Ti confesso che trovo straordinario questo che
dici, concordo pienamente e vorrei che lo ripetessi a tutti, sempre.
Da una parte vorrei chiudere il nostro colloquio con
questo messaggio, ma vorrei farti un’ultima domanda per far sapere ai nostri
lettori come pensi in futuro di organizzare questo spazio.
S. F. – Ho idee abbastanza chiare, anche se mi rendo conto
che questa grossa struttura che è la Galleria Comunale, ha comunque un suo
sviluppo da mantenere, da osservare, soprattutto riguardo alle grandi mostre,
ai grandi eventi nazionali e internazionali che qui dovranno accadere.
Nonostante questo, da parte mia cercherò di portare
avanti una doppia strategia. Una nei confronti delle giovani generazioni, ad
esempio con il progetto “Fuori misura”, che è sui linguaggi dell’arte
contemporanea e che utilizza la multimedialità. Per inciso, all’interno di
questo Laboratorio abbiamo anche fatto addirittura un lavoro con i non vedenti.
E’ stato un lavoro molto importante che riguarda in qualche modo
l’iconografia dei non vedenti, quindi
un discorso che a livello scientifico ha molte applicazioni.
Poi cercherò di portare avanti un programma per
quanto riguarda l’arte e le nuove tecnologie sia come forma di dialogo che come
forma di espressione.
Inoltre porterò avanti tutto il versante della
multimedialità nel senso di documentazione delle attività, lavoro che del resto
ho già fatto nei confronti delle mostre che sono avvenute qui.
Mi sembra che siano settori che dovrebbero avere
molto più impulso, molto appoggio per procedere perché, ovviamente, c’è bisogno
di risorse per andare avanti in questo settore che richiede un aggiornamento
continuo di programmi, di iniziative, di tutto…
Certo quest’ultima parte che riguarda le risorse non
posso garantirle io in prima persona, ma garantisco il mio impegno sulle
tematiche che dicevo.
Ida Gerosa