E’ ormai impossibile continuare a considerare le vicende delle avanguardie storiche come un’evoluzione interna alla pittura, o con generici rimandi alla situazione sociale, o, ancora, come una serie di innovazioni dovute a un certo numero di personalità d’eccezione.
Le personalità di eccezione compaiono quando l’eccezionalità di una situazione lo richiede ed è questa dunque che va preliminarmente intesa e analizzata.
La pittura delle avanguardie storiche è in sostanza ciò che il medium pitturale è costretto a diventare per le sollecitazioni provenienti dalle nuove tecnologie della visione. Essa costituisce, nel suo insieme, una risposta estremamente complessa di un medium che, mentre cerca di salvaguardare la propria sopravvivenza, ne avverte tutta l’impotenza relativa e si impegna in uno sforzo di autooltrepassamento che prefigura le possibilità specifiche, e non ancora emerse, di quelle stesse tecnologie di cui presagisce la minaccia mortale.
…
E’, insomma, impossibile considerare oggi le vicende della pittura delle avanguardie storiche senza tener presente che l’immagine elettronica, era il vero obiettivo inconscio del suo lavoro. …
da “L’estetica dei media” di
Mario Costa
Bruno Corà
di
Ida Gerosa
Museo Pecci di Prato
Ho incontrato Bruno Corà, direttore artistico del Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci di Prato, per proporgli, in un’intervista, le domande che sto continuando a fare a personaggi di rilievo del mondo dell’arte.
Sto cercando di capire qual è lo stato dell’arte oggi e di presentare al lettore il pensiero delle persone che, con le loro scelte, con le mostre proposte, creano l’orientamento artistico.
Entrando di nuovo nel Museo Pecci mi si è rinnovata l’impressione di uno spazio bellissimo, perfetto per l’arte contemporanea. Le grandi sale, i punti di passaggio, le ottime strutture sembrano nate per coniugare un’opera che parli di arti visive, di architettura, di musica, di voci, di movimento.
Ho avuto l’impressione che l’insieme degli spazi, la stessa struttura, opportunamente trasformata da opere multimediali, potesse diventare essa stessa l’opera. Quindi non un contenitore, ma la vera opera d’arte.
In un incontro semplice, cordiale, aperto, con lo stesso
grande respiro che si prova visitando il museo, ho cominciato a chiedere al
prof. Corà di presentarsi ai lettori di MCmicrocomputer con un veloce
ritrattino.
Bruno Corà – Innanzitutto, trattandosi di una rivista specializzata, mi dichiaro un assoluto neofita nel campo dell’espressione per via telematica, anche se non nascondo di avere una grande curiosità nei confronti di questa possibilità e anche una grande aspettativa perché mi rendo conto che il futuro è nell’ordine di questa proiezione. Per quello che mi riguarda posso affermare che anche nell’ambito della museografia o della museologia il mio curriculum è stato tutt’altro che accademico nel senso che la mia militanza in questo ambito si è sviluppata attraverso l’esercizio della attività critica, della scrittura, del sodalizio diretto con molti artisti. Poi naturalmente ci sono state delle esperienze specifiche che riguardano la preparazione di programmazioni artistiche.
Per esempio ho curato un programma di arte contemporanea al Museo di Capodimonte e successivamente al Palazzo Fabbroni, Arti Visive Contemporanee di Pistoia, poi ho avuto una serie di collaborazioni più specifiche con altri Musei, circoscritte ad eventi.
L’incarico avuto al Museo Pecci sopraggiunge nella metà degli anni ’90 quando tutte le sue esperienze erano già state compiute e quando alle spalle io avevo un trentennio di attività di scrittura, di interesse specifico attivo per le arti contemporanee.
Due concetti di guida
Ida Gerosa - Il Museo Pecci di Prato, a distanza
di dodici anni dall’inaugurazione, ha ormai un nome di prestigio. Come
Direttore Artistico, verso quali linee di scelta pensa di voler indirizzarsi?
Ha avuto ed ha in mente dei precisi filoni espositivi? Tradizionali o di
avanguardia?
B.C. - Come dicevo ho assunto la direzione artistica del Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci nel settembre 1995. Ho connotato immediatamente la mia attività, la mia programmazione seguendo due concetti fondamentali guida. Uno di riflessione su figure di artisti o su movimenti la cui efficacia, la cui importanza fosse ancorata al nostro tempo, seppure indirettamente.
Quindi di riflessione sulla storia per mettere a fuoco le figure centrali che avevano determinato quelle svolte linguistiche che non dovevano essere ignorate nel nostro paese.
L’altro concetto guida era quello di avvicinarmi a specifici diversi come l’architettura, il design, la poesia visiva e concreta, la danza… che contraddistinguono il ventaglio dell’espressione artistica contemporanea.
E questo l’ho fatto con determinazione per azzerare i discorsi, in modo che tutto avesse una configurazione armoniosa. Mi spiego: mi sembrava deleterio continuare, secondo concetti modaioli, ad ospitare in un Museo solamente artisti di grido, “vedette” del momento, senza avere prima fatto una serie di riflessioni su alcune proposizioni fondamentali della nostra tradizione visiva contemporanea. Per questo, la prima mostra che ho promosso è stata un “vis a vis” tra Burri e Fontana che considero i due Maestri del dopoguerra, che hanno la natura per poter essere individuati come dei Capofila del linguaggio artistico, non solo italiano, ma europeo, internazionale.
Le opere erano 50 e 50, le une di fronte alle altre e a una determinata coniazione linguistica di Fontana ne corrispondeva un’altra di Burri e viceversa. E questo rimando continuo andava avanti per tutta la mostra, tanto che si concludeva cronologicamente con le opere del ’68, l’anno della morte di Fontana. Anche Burri veniva interrotto in quel momento, nonostante Burri fosse vissuto poi fino agli anni ’80. L’ho voluta così perché il confronto doveva essere diretto. E tutte le opere di Burri successive al ’68 non sono state esposte proprio perché volevo una sola lettura tra i due artisti.
Poi ci sono state altre mostre, come quella dedicata a
Tàpies che rappresentava un versante europeo, e poi ancora una riflessione
sull’arte europea, con 10 intensità, cioè 10 artisti espressioni di diversi
paesi. Le mostre successive si sono riferite al design, all’architettura, poi
dopo una mostra di un grande fotografo giapponese, c’è stata la poesia e la
pittura di Richter, fino alla pittura di Yves Klein che è esposta in questo
momento. (La mostra rimarrà aperta fino al 10 gennaio 2001)
Tra l’altro, come avevo
promesso, c’è stata la mostra per i giovani “Futurama”, che è stata uno sguardo
al futuro delle giovani generazioni, e ne sto programmo altre analoghe per
quanto riguarda altri paesi, come ad esempio il Giappone. La prossima, infatti,
sarà tutta dedicata alla giovane arte giapponese e poi sarà ancora una volta
uno sguardo alla fotografia internazionale.
Questo perché il Centro di Arte
Contemporanea è tale perché sottolinea l’attualità e quindi i fenomeni contemporanei,
però sempre senza dimenticare che esiste un passato prossimo molto importante i
cui riflessi sull’azione contemporanea degli artisti sono evidenti. E non si
possono dimenticare questi fondamenti perché fanno parte della nostra storia
anche recente. Assistiamo infatti a fenomeni di ripetizione e quando chiediamo
agli artisti se conoscono le esperienze che li precedono, capiamo dalle loro
risposte che non sono al corrente. E questo non deve succedere.
Il pensiero sull’arte
elettronica
I.G. - Il giornale per cui scrivo parla di informatica, e la mia rubrica si intitola proprio “arte informatica”, vogliamo provare a parlare di arte elettronica?
Le pongo una domanda che ho già fatto a Simonetta Lux, direttrice del Museo Laboratorio dell’Università La Sapienza di Roma, in un’intervista precedente. Trovo interessante per i lettori, ma penso anche per la Lux e forse per lei, confrontare le risposte per cercare, se possibile, un “filo conduttore”.
A luglio scorso sono stata a visitare il Museo Laboratorio di Karlsrue, in Germania. La prima impressione è stata di aver visitato un luogo affascinante e catturante, poi, visitando la mostra esposta in quel momento, rivolta più a stupire, sorprendere lo spettatore, ancora una volta ho pensato che tutti sembra vogliano far apparire l’arte elettronica solo come stupefacente. Ancora pochi la considerano per quello che è: un’arte in crescita. Una forma di espressione che necessita una preparazione sia da parte di chi la fa che da chi la propone.
Che cosa pensa di questo genere di mostre? Lei, se
fosse sollecitato a farlo, come proporrebbe l’arte elettronica?
B.C. - Penso che l’arte elettronica, questo ennesimo
attributo di cui l’arte si veste è certamente un’arte che marcherà gli anni in
cui noi stiamo vivendo. E tanto più ci allontaneremo da questi anni, tanto più
diventerà evidente che coloro che in questo tempo hanno usato nei modi più
appropriati questo medium dell’elettronica, tenendo conto delle qualità del
mezzo, saranno considerati i pionieri. Saranno coloro i quali avranno definito
il senso dell’arte elettronica. Certamente un’arte in via di sviluppo, come
dice giustamente lei nel suo quesito, che ci darà una continua crescita se
portata avanti con dedizione e con sincero e autentico sentimento di produrre
attraverso questo mezzo, un linguaggio artistico legato alla nostra epoca.
D’altra parte non potrebbe essere diverso perché la
vita è già orientata e fortemente attraversata dall’informatica.
Che cosa penso delle mostre in generale che
riguardano l’arte informatica, la Computer art? Penso, come in tutti i casi,
che molti sono i chiamati e pochi gli eletti. Cioè c’è molta carne al fuoco, ma
le figure di eccellenza, come sempre, sono poche. Questo, naturalmente riguarda
anche l’esercizio della critica che noi non possiamo non fare, non svolgere.
Come proporrei l’arte elettronica? Certamente selezionando e quindi compiendo delle scelte molto responsabili ed oculate, connotandola solo come arte. La proporrei direttamente, cioè con la sua capacità dirompente, la proporrei con la sua capacità stupefacente, anche se porrei accanto uno strumento di supporto come potrebbe essere il catalogo, per fornire al fruitore una serie di mezzi di comprensione. Però l’impatto con l’opera d’arte deve essere diretto, fisico, come quando ci si trova di fronte alla “Gioconda”. Uguale.
Prato Medialab
I.G. – Parlavo prima del Museo di Karlsrue, che
definirei “normale”, mentre il
Laboratorio è straordinario. E’ il “sogno” di ogni artista. E’ pieno di
macchine con cui fare una vera ricerca, ci sono operatori che possono
realizzare programmi con cui raggiungere gli obiettivi degli artisti
ricercatori. Si creano così opere innovative che vengono esposte nel Museo
stesso, ma soprattutto che aprono la strada a nuovi percorsi mentali e sono la
base per nuove “scoperte”.
Tornando in Italia mi sono chiesta se sarebbe
possibile organizzare lo stesso genere di Laboratorio in un Museo pronto ad
abbracciare un lavoro di ricerca per l’arte contemporanea, rivolto agli artisti
già affermati che vogliono andare avanti nell’approfondimento del proprio
lavoro, e anche ai giovani che vogliono provare ad inoltrarsi nell’affascinate
mondo dell’arte elettronica.
Al di là di tutte le inevitabili difficoltà di
realizzazione lei pensa che sia possibile creare una situazione del genere qui
al Museo Pecci?
B.C. - Sì, penso che sia possibile creare una situazione
del genere al Museo Pecci pertanto mi è gradito informare i lettori del suo
giornale e lei stessa che è in atto la formulazione, la preparazione di un
progetto che si chiamerà “Prato Medialab”, proprio qui al Museo Pecci, che avrà
proprio il compito di non solo produrre fenomeni, eventi e realizzazione di
opere di questo tipo, ma anche quello di rivolgersi agli artisti giovani e non
giovani che vogliano approfondire il proprio lavoro e compiere un’esperienza
attraverso un laboratorio del genere.
Naturalmente siamo aperti in questo senso ad
accogliere progetti a ricevere stimolazioni, e questo ci dispone già ad essere
un interlocutore attivo di tutta quella grande quantità di persone che oggi
sono interessate a questo specifico.
I.G. – Evviva, sono assolutamente felice di questa risposta. Sento però il desiderio di riportare il discorso su domande che ho già fatto, perché mi urgono le risposte.
Nonostante sembri che l’arte elettronica sia già entrata prepotentemente nel mondo artistico e nelle nostre vite attraverso mostre/installazioni, conferenze, ma anche attraverso il cinema e i vari spettacoli specializzati e (come dice Mario Costa) “l’immagine, grazie alle risorse dell’elettronica e all’intervento di numerose altre tecnologie, si trova attualmente in una fase mai raggiunta di fascinazione e di splendore…” quest’arte è rimasta “fino ad oggi, prevalentemente, di competenza del solo dominio tecnico/scientifico, senza che una sufficiente quantità di energia speculativa (di estetologi, critici, semiologi, storici dell’arte …) la abbia ancora approfondita dal punto di vista estetico e filosofico”.
Parlo della più recente Computer art mentre la ormai trentennale Videoarte comincia ad essere proposta anche nei Musei pur se soprattutto con installazioni sorprendenti, interattive e curiose.
Tutto questo accade in Italia, mentre in paesi come gli U.S.A., il Giappone o la Francia o la Germania o anche l’Australia si va affermando un tipo di cultura basato su un uso esteso ed intensivo dell’immagine elettronica. Arte che tra l’altro, essendo accuratamente tenuta fuori dai “territori dell’arte” è spesso fraintesa e snaturata nella sua essenza.
Concorda con queste affermazioni o ha una visione completamente diversa?
Pregiudizio verso l’arte
contemporanea
B.C. - No, io credo che la sua domanda contenga del vero, perché non si può non riconoscere che in Italia, non solo verso l’arte elettronica, la Computer art, c’è una resistenza. Ma come lei sa benissimo, c’è una resistenza anche verso l’arte contemporanea, quindi ancora a monte non è stato risolto un pregiudizio e le cui responsabilità sarebbe ora molto lungo attribuire, per poterle individuare. E’ un dato di fatto che il grande patrimonio artistico del passato anziché costituire una garanzia per il futuro e per il presente è stato usato in modo perverso per frenare l’interesse verso la nostra epoca, la nostra attualità, il nostro presente. E quindi c’è, appunto, un forte pregiudizio verso l’arte contemporanea che spesso viene messa in un ghetto come se fosse il portato di pochi specialisti o di pochi fanatici o di una setta. Mentre in tutto il mondo l’arte contemporanea è il linguaggio che si parla negli ambienti della cultura.
Quindi penso che le sue affermazioni non solo sono fondate, ma purtroppo sono proprio realistiche. D’altra parte io faccio per primo un atto di umile contrizione.
Io stesso le ho confessato di essere un neofita, quindi una persona che si sta interessando, informando, però non mi ritengo uno specialista in questo senso, ma mi rendo conto che naturalmente devo, come tanti, invece superare molti ostacoli.
Anche questo è dovuto al fatto che noi abbiamo una preparazione umanistica che … secondo l’antica discussione sulle due culture, ha scisso il proprio interesse da quello che si deve avere nei confronti delle scienze o di altri ambiti, in cui invece la tecnologia ha un dominio.
Credo che sarebbe giusto arrivasse il momento in cui tutta questa dicotomia, questa scissione tra le due culture, quella scientifica e quella umanistica, fosse colmata e si arrivasse ad una integrazione ragionevole e anche responsabile.
I.G. – Sì, sarebbe auspicabile! Proprio alla conclusione di queste considerazioni mi dica, anche lei parla di “morte dell’arte” o vede in essa una trasformazione naturale, logica, inevitabile e serenamente costante?
Io penso che non solo non sia “morta” ma che si sia sempre proposta e sviluppata in maniera tale da consentire il fondamento e la crescita di una forma che rappresenta intensamente, veramente il mondo di oggi. Forse “muore” un po’ ogni giorno mano mano che il mondo si trasforma e la “nuova” arte si sovrappone assorbendo e non cancellando tutto quello che la ha preceduta.
B.C. - Ben al di là di avere la responsabilità della direzione artistica di un Museo, non credo nella “morte dell’arte”, non ci ho mai creduto. Del resto sarebbe un paradosso perché invece di occuparci di qualcosa di vivo che è l’arte, noi saremmo dei necrofili che si occupano invece di qualcosa che non c’è più. Ma come lei ben sa, il concetto della “morte dell’arte” risale ad Hegel ed è stato ampiamente esercitato dalla critica storica fino a qualche decennio fa. Ma negli ultimi anni mi sembra di poter dire che questo concetto non sia più in auge. Si è compreso che non si tratta di “morte” nel caso in cui l’arte appare diversa da come è sempre stata nel passato, ma si tratta di una normalissima trasformazione delle modalità e dei veicoli dei mezzi e dei concetti attraverso i quali l’arte si propone. Questi concetti, questi veicoli, queste modalità non possono essere che gli artisti ad offrirle e gli artisti sono più vivi che mai.
Anzi, in un’epoca in cui incalza la società dello spettacolo e del consumismo, c’è una necessità profonda che tutta l’arte rifondi l’elemento etico in tutti i modi, anche con delle modalità sconcertanti, drammatiche, ma proprio per far sentire che essa è vivissima come siamo vivi noi. Più che mai oggi, in questo difficile transito epocale.
Quale il futuro dell’arte
I.G. - Infine vorrei la risposta che aspetto sempre con più curiosità. Come vede il futuro dell’arte? In quale direzione pensa che andrà?
B.C. - Il futuro dell’arte? Innanzitutto devo fare ancora un atto di umiltà, nel senso di affermare che dove andrà l’arte è compito degli artisti. Lo diranno loro con le loro opere.
Quindi a me come lettore, come osservatore, come amante dell’arte nel senso più ampio della parola, rimane questa attenzione verso le forme che si stanno sviluppando. Però mi sembra di poter dire che le premesse del futuro sono già nei nostri occhi, leggermente dietro le nostre spalle. Ci sono stati artisti in questo secolo che, avendo fatto tesoro di tutta l’arte precedente hanno sviluppato delle concezioni in ordine al concetto di “immortalità” anche di quella che è l’ipotesi fissa.
(A questo proposito vorrei ricordare ai lettori la ricerca portata avanti dal gruppo di artisti elettronici “art(n)” di Chicago, svolta proprio in questo senso, e rimando all’articolo uscito su MCmicrocomputer n.201, dicembre 1999. I.G.)
Ci sono artisti che hanno
parlato di smaterializzazione e quindi di qualificazione forte del messaggio
visivo più che della materia attraverso energie, hanno parlato di forme
invisibili. Mi sembra che tutto si vada fortemente alleggerendo e soprattutto
che nella figura dell’artista si concentrino molte pulsioni e quindi che
l’opera d’arte del futuro sarà sempre più un’opera d’arte totale, di investimento
totale della persona artistica. Tant’è che infatti già in questo secolo che
ormai è concluso, alcuni artisti hanno spostato l’interesse, che prima era
tutto concentrato sull’oggetto opera, sulla loro stessa persona, facendo capire
che è l’artista il cuore dell’opera, colui dal quale esce l’opera. Naturalmente
questo con tutte le potenzialità di azione, di espressione verso un’arte totale
integrale.
Quindi penso che gli artisti futuri, uomini e donne, recupereranno questa capacità sciamanica totale. Saranno i nuovi “sciamani” del futuro.
Molto intrigante questa immagine.
I pensieri, le previsioni di Bruno Corà sono stati spunto di nuove riflessioni che mi hanno fatto ricordare quello che disse il presidente dell’IBM Gerstner, in una intervista di qualche anno fa (forse del 1994) in cui presentava i loro studi per i prodotti nascenti. Studi che poi sono stati proseguiti dai ricercatori del MIT di Boston, che hanno approfondito il progetto “cose che parlano”. Raccontava che attraverso fibre ottiche inserite nel tessuto dei vestiti, noi in un prossimo futuro, avremmo potuto trasmettere le informazioni che avremmo ritenuto opportuno trasmettere.
Quando allora ho letto la sua relazione, ho capito subito che quella era una delle strade da intraprendere anche per l’arte visiva: con quelle opportunità trasmettere quindi non solo informazioni, ma immagini. E quella non era che la punta di un “iceberg” che portava verso infiniti risvolti, infinite idee, infiniti rivoli…