MUSEO LABORATORIO

Recentemente mi è capitato di leggere alcune previsioni per il prossimo futuro che ha fatto Raimondo Boggia, presidente dell’Alchea Strategie Vision.

Eccone alcune.

Entro il 2010 in Italia ci sarà il voto telematico da casa, la clonazione avrà un grande sviluppo con finalità mediche terapeutiche (del resto la ricostruzione della pelle umana in vitro è una realtà), avremo la terapia genica contro il cancro (e se non proprio la vittoria, sicuramente dei significativi passi avanti), vedremo il ritorno della fusione fredda come fonte di energia (cioè la tecnica di produzione dell’energia nucleare senza scorie), avremo i primi modelli di veicoli emissione zero per la circolazione urbana, avremo (come James Bond…) lo zaino con l’elica che ci premetterà di muoverci nell’aria, dimostreremo di essere più responsabili nei confronti delle generazioni future, la crescita media dell’economia mondiale sarà attorno al 5%.

Bene!

E l’arte? Possibile che sia rimasta ferma nel tempo? Come è vista oggi? Come ci prepariamo a vivere quella futura? Quali saranno gli indirizzi?

Per conoscere quale sarà il suo futuro chiediamo anche il parere di

 

 

SIMONETTA   LUX

Direttrice del Museo Laboratorio all’Università La Sapienza di Roma

 

di

Ida Gerosa

 

 

Quale direzione sta prendendo l’arte?

 

In un momento in cui le innovazioni, le trasformazioni sono presenti massicciamente nel nostro quotidiano, nasce la curiosità di sapere quale direzione sta prendendo l’arte, o meglio, quale ha già intrapreso e continuerà a percorrere. Nasce così la curiosità di sapere se le intuizioni che tanti anni fa abbiamo avuto sono state giuste.

In un mondo così fortemente segnato da sconvolgimenti continui, l’arte non può che continuare ad essere in sintonia con l’aria che respira; non può che essere lo specchio, il rimando di tutto ciò che accade.

Consapevoli di questo, non possiamo che continuare ad ascoltare il pensiero delle persone che più hanno contribuito e, soprattutto, stanno continuando a contribuire all’affermazione, alla diffusione dell’arte contemporanea.

La Direttrice del Museo Laboratorio dell’Università La Sapienza di Roma, Simonetta Lux, è la persona adatta a mettere dei punti fermi sulle incertezze, sui dubbi, sulle incomprensioni che l’arte d’avanguardia porta inevitabilmente con sé.

Per prima cosa le ho chiesto di parlare di se stessa, le ho chiesto di presentarsi ai lettori di MCmicrocomputer.

Simonetta Lux - Ho creato e dirigo il Museo Laboratorio di Arte Contemporanea all’Università La Sapienza.

Insegno arte contemporanea, sono all’Università come docente dal ’71. Il mio obiettivo, fin da quando ero giovanissima, è stato di creare un rapporto diretto con l’opera. Volevo riprodurre nell’Accademia che, all’inizio non amavo, il mio rapporto con l’arte. Ero diventata un critico d’arte, una storica. Da studentessa volevo studiare architettura, poi dato che mio padre non me l’ha permesso, mi sono occupata di storia dell’arte, quindi di architettura, di design con passione crescente, per arrivare, anche attraverso approfonditi studi filosofici, a un’idea di che cosa è l’arte. Tutto questo all’interno del mio grande interesse per la filosofia e del mio rapporto con i grandi maestri italiani degli inizi degli anni ’60, alla Sapienza. Maestri come Guido Calogero, Ugo Spirito e Nino Valeri. Ma anche con  gli eredi di Lionello Venturi che, purtroppo, non è stato mio maestro quando sono entrata all’Università, perché era appena morto. Tra l’altro Lionello Venturi è stato uno dei primi soli 11 docenti universitari a rifiutare di giurare il rapporto con il fascismo, che allora era un obbligo.

Questo è il mio sintetico ritrattino, un’unità di posizione e politica e di ricerca dell’arte che considero disinteressata, non utilitaristica e molto importante per l’essere umano.

 

Ida Gerosa - Il Museo Laboratorio dell’Università La Sapienza di Roma ha ormai un nome di prestigio e una connotazione abbastanza ben definita. Tu, come Direttrice del Museo,  pensi di voler cambiare questa connotazione e di voler seguire delle personali linee  di condotta e di scelta che potranno portare a filoni espositivi ben definiti?

 

 

“Ho creato il Museo Laboratorio”

 

S. L. - Il Museo è stato creato proprio da me nel 1985.

Allora c’era Antonio Ruberti, un grande Rettore, un grande scienziato, un grande uomo.

Per rispondere a quando dici che il Museo Laboratorio ha una connotazione ben precisa, ancora una volta ribadisco che ha una connotazione mista, nel senso che mescola quello che era il mio obiettivo originario, l’esistere nell’arte con il mondo dell’accademia, che non conosce l’arte, anzi cerca sempre di rifiutarla.

La connotazione originaria del Museo, dall’85 al ’91 (momento in cui ho vinto la cattedra all’Università della Tuscia a Viterbo) è stata connessa con l’idea di una profonda identità storica del luogo e l’azione dell’arte su di esso.

Ho sempre presentato l’arte e gli artisti in rapporto diretto con il luogo. In quel caso il luogo era La Sapienza, dove nasceva il Museo Laboratorio.

Fin da allora l’artista doveva lavorare per quel luogo, per la sua forma, per la sua condizione, per il suo ruolo. Doveva fare un’opera immaginaria connessa, appunto, con l’ambiente della “storia dell’arte”.

Nell’aprire il Museo Laboratorio, nel 1985, quando ancora nessuno osava parlarne, scoprii insieme con un gruppo di lavoratori che collaboravano con me (Ester Coen, Daniele De Dominicis, Claudio Mazzingari, Elisabetta Cristallini, Antonella Greco) i rapporti tra gli artisti, gli architetti della Sapienza del ’35 e Mussolini (il Dittatore). Abbiamo riaperto una questione, che io reputo fondamentale e formativa, di origine dell’arte contemporanea, cioè quella del rapporto tra arte e politica, tra arte e potere, che poi è il mio interesse di fondo. Perché il mio interesse di fondo resta “chi decide e perché e come” qualsiasi cosa. Infatti un’identità doppia molto attualizzata, ma anche storica: fare e sapere.

Mentre io ero assente (dal 1991 al 1997) il Museo ha fatto un’attività molto continua, ma senza questa identità, che era scomparsa. Ha lavorato molto, anche bene, ma senza un’identità.

Sono tornata a Roma nel ’97 e adesso nel riprendere la direzione del Museo ho voluto riaffermare non solo l’identità metodologica che è connessa con la mia attività di professore, di storica, ma l’ho ampliata con una nuova generazione di collaboratori, di artisti e di studenti, e con un nuovo rapporto con la Facoltà di Architettura.

Inoltre il Museo ha assunto una doppia identità con la creazione di una rete reale e di una  virtuale  per l’arte contemporanea.

 

 

Il Progetto

 

L’idea ampliata del Progetto che stiamo attuando al Museo per un Laboratorio formativo per i giovani e aperto agli artisti che vogliono sperimentare, è nato mentre ero nell’Università della Tuscia, Facoltà dei Beni Culturali, dove ho potuto riflettere ed ho capito quanto fosse importante un rapporto con l’artista. Sono andata nei luoghi dell’artista, portando i giovani studenti nei piccoli atelier, nei piccoli musei, nelle piccole associazioni, ma soprattutto nei “musei individuali”, nei giardini d’artista. Poi ho invitato questi stessi artisti all’Università, cosa che poteva avvenire sia fisicamente, ma anche virtualmente. E’ stato importante il legame reale con loro, la conoscenza, la pratica del viaggio, della visita, dell’essere compagni di strada. E tutto continuava poi attraverso la creazione di una rete virtuale.

Ho creato un Museo Laboratorio  delle Arti Contemporanee anche all’Università della Tuscia dove avevo molte attrezzature, ma non  il posto dove fare fisicamente il Museo, per cui l’ho attuato con un rapporto tra reale e virtuale.

Del resto già nel 1986 avevo pensato a un Museo Multipolare. Infatti la prima mostra che ho curato in questo senso è stata di Burri che ho esposto sia a La Sapienza che nella ex Birra Peroni non ancora diventata Galleria Comunale. Ho portato le sue opere in uno spazio nuovo, quindi nella “città da riscoprire, da valorizzare”.

L’idea del “dentro/fuori”, dei legami con i luoghi dell’arte e dell’Accademia è il nodo centrale del mio lavoro, del mio Progetto. Per questo il Museo si chiama Museo Laboratorio.

E’ un’idea che poi si è confermata sempre più nella “disperazione”, nel constatare che l’arte ogni volta deve essere accettata. Ogni volta, non solo nel mondo accademico, ma in qualunque città io abbia lavorato. Per esempio, a Bomarzo dove ho curato un Festival di artisti, poeti, architetti e designer, ogni volta dovevamo essere accettati. Ci offrivano tutti i luoghi della città, però ogni volta era necessario dimostrare … Lo spettatore poi accettava l’artista, lo riconosceva, alla fine lo capiva.

Oggi definiamo tutti artisti, anche i canzonettisti, quelli che fanno musica d’evasione, quelli che fanno “spettacolo” ecc… Ma il vero artista è quello sperimentale, etico, vero. E quell’artista è la nuova identità del Museo. E’ quello che, sempre di più, quando viene porta la mappa del museo, si mette in sintonia con il luogo e fa una proposta connessa ad esso. Proposta che può concernere anche richieste particolari, come fecero gli artisti giapponesi nel ’86, che dal Giappone ci chiesero come era l’ambiente dove avrebbero esposto e chiesero di poter trovare al loro arrivo delle particolari pietre che si adattassero ai materiali dell’Università.

 

 

Proviamo a parlare di arte elettronica.

 

I. G. - Il giornale per cui scrivo parla di informatica, e la mia rubrica si intitola proprio “arte informatica”, vogliamo provare a parlare di arte elettronica?

Vedendo le mostre di Videoarte, che in questo periodo tutti propongono, più rivolte a stupire, a sorprendere  lo spettatore, che a far capire il suo specifico, penso che tutti sembra vogliano far apparire l’arte elettronica come un “fenomeno da baraccone” e nessuno o pochi la considerino per quello che è: un’arte in crescita, un’arte difficile (forse) ma portata avanti, da chi la fa, con  convinzione, dedizione, certamente con consapevolezza. Un’arte che necessita di una preparazione sia da parte di chi la fa che da chi la propone.

Tu che cosa pensi di questo genere di mostre? Come proporresti l’arte elettronica?

S. L. - Vogliamo parlare di arte elettronica? Sì, diciamo di sì, mi piace molto il tuo Progetto per un “Medialab”, mi piace la tua descrizione del Museo di Karlsrue. Condivido con te l’impressione che molti facciano apparire l’arte elettronica come un “fenomeno da baraccone”. Il pericolo è proprio nell’identificare l’arte con la tecnica, anche se ogni genere d’arte ha la sua tecnica e il suo specifico.

Quindi concordo con quello che dici.

L’arte elettronica come la proporrei? Non sono tanti gli artisti che usano il mezzo elettronico per fare arte, ma come sempre, è importante trovare, saper riconoscere quelli che hanno lavorato, che stanno lavorando. E’ importante sapere che il mezzo non deve essere un approdo, ma deve essere un incipit, un qualcosa che fa parte di un modo di pensare.

Però non propongo un’esclusività del mezzo per l’artista, anche elettronico, penso che possa lavorare anche con la terra, per esempio.

Non credo che un Museo possa essere elettronico, anche se l’idea di un “Museo come opera d’arte” è quella che più mi cattura in questo momento. E’ l’idea del Museo smaterializzato, del Museo come opera d’arte.

Il museo, come è oggi, è un “pasticcio”, è museo di se stesso. Tutti i musei che sono stati creati di recente, sono musei che non servono all’arte, ma a se stessi. Dovrebbero, invece, identificarsi con l’opera, nella prospettiva, penso, di smaterializzarsi.

Credo che l’artista che opera con l’elettronica, dovrà trovare un suo “luogo” per apparire, che non è necessariamente il video.

Infine è interessante trovare quegli artisti che sono in tensione con la macchina o con il senso della macchina, ricordando però, che questa non sostituirà mai la mente.

Intanto consentirei a tutti l’uso di questo mezzo.

Come può succedere, ad esempio, che il suonare uno strumento porti ad  imparare e a capire che cos’è la musica, così l’uso del mezzo porta a capirne le caratteristiche e la qualità.

Noi abbiamo diritto ad un’educazione libera o artistica, tanto quanto abbiamo diritto ad un letto in ospedale e quindi dobbiamo fare lo sforzo di imparare l’uso del mezzo elettronico. La mia proposta di un’arte elettronica è questa.

Penso che i giovani debbano avere le basi di studio per girare il mondo  per poi lavorare sui loro progetti.

Dobbiamo dare fiducia e scegliere quei giovani che hanno mostrato una qualità e una potenzialità di valore, ad esempio giovani architetti, designer, artisti e quelli che vogliono fare arte elettronica.

Questo è un altro punto in assenza del quale sarà molto difficile proporre un’arte elettronica.

 

 

Il Laboratorio di Karlsrue

 

I. G. - Al Museo di Karlsrue (Germania), il Laboratorio è straordinario. Lo definirei il “sogno” di ogni artista. E’ pieno di macchine con cui fare una vera ricerca, ci sono operatori che possono realizzare programmi con cui raggiungere gli obiettivi degli artisti ricercatori. Si creano così opere che poi vengono esposte nel Museo stesso.

Del resto anche a Parigi, al Palais de Tokyo, già dal 1990 (quando l’ho visitato) c’era un grande spazio di lavoro pieno di computer, il cui accesso era libero a chi voleva sperimentare.

Per il tuo Laboratorio anche tu hai l’intenzione di farlo essere un luogo di ricerca per artisti già affermati che vogliono andare avanti nell’approfondimento del proprio lavoro, e anche per giovani artisti che vogliono iniziare?

S. L. - Il sogno… Il Progetto che tu mi hai presentato, sembra che risponda a questa via. Devo dire che il Museo Laboratorio di arte contemporanea ha già l’idea di un laboratorio video, ma direi che il tuo progetto “Imago” corrisponda al nostro. Spero che il Rettore, Giuseppe Dascienzio, e la nostra direttrice amministrativa e il nostro Senato Accademico sostengano questo nostro Progetto.

Del resto il nuovo Rettore si è impegnato a seguire gli orientamenti  di Ruberti. Ha promesso questo poco prima di essere eletto, dopo pochi giorni dalla morte di Antonio Ruberti.

Dovrà fare il laboratorio per i ragazzi. Per questo noi abbiamo proposto di mettere 2 Internet café in Aula Magna. I ragazzi viaggiando in Internet avranno tutte le informazioni di cui hanno bisogno.

Poi ci sarà il laboratorio per la Videoarte, e il laboratorio secondo il tuo progetto “Imago”, che rientra in questo grande progetto di Centro di Eccellenza che stiamo creando. Vorremmo formare ad alto livello e formare anche per l’arte elettronica, quindi penso  che sia interessante per gli artisti venire qui e utilizzare i mezzi per sperimentare.

E’ possibile realizzare tutto ciò purché ci sia la volontà da parte degli organi accademici. Tra l’altro vorremmo connettere più Facoltà de La Sapienza, più Laboratori, anche esterni come Ingegneria, Informatica, Scienze Informatiche, Sociologia, Lettere, Matematica, Istituto Centrale per il Restauro, Enea. Tutti, naturalmente, con i loro Laboratori. Poi, probabilmente, ci saranno le Imprese. L’accordo tra tutte queste forze, avendo un Progetto, ci può consentire di realizzare queste cose.

 

 

L’immagine al computer è in una fase di fascinazione e di splendore.

 

I. G. – Vorrei fare alcune considerazioni, premettendo che per Videoarte intendo quell’arte che parte dal video e poi il risultato può anche essere manipolato da un computer, cioè può aver bisogno dell’interazione elettronica, mentre la Computer art parte dall’uso esclusivo del computer e solo poi può aver bisogno dei videoproiettori per le installazioni e quindi dei video. Del resto qualunque specifico orientamento artistico ha una sua definizione per essere immediatamente riconosciuto e catalogato.

Nonostante sembri che l’arte elettronica sia già entrata prepotentemente nel mondo artistico e nelle nostre vite attraverso mostre/installazioni, conferenze, ma anche attraverso il cinema e i vari spettacoli specializzati e (come dice Mario Costa) “l’immagine, grazie alle risorse dell’elettronica e all’intervento di numerose altre tecnologie, si trova attualmente in una fase mai raggiunta di fascinazione e di splendore…” quest’arte è rimasta “fino ad oggi, prevalentemente, di competenza del solo dominio tecnico/scientifico, senza che una sufficiente quantità di energia speculativa (di estetologi, critici, semiologi, storici dell’arte …) la abbia ancora approfondita dal punto di vista estetico e filosofico”.

Parlo della più recente Computer art o, se vuoi, come oggi dicono dell’Arte Digitale, mentre la Videoarte comincia ad affacciarsi nel mondo artistico anche se, come dicevamo, soprattutto con installazioni interattive, curiose e forse un po’ troppo uguali tra loro.

“Tutto questo accade in Italia, mentre in paesi come gli U.S.A., il Giappone o la Francia o la Germania o anche l’Australia si va affermando un tipo di cultura basato su un uso esteso ed intensivo dell’immagine elettronica. Arte che tra l’altro, essendo accuratamente tenuta fuori dai “territori dell’arte” è spesso fraintesa e snaturata nella sua essenza.”

Tu concordi con queste affermazioni?

 

 

Il sito del Museo Laboratorio

 

S. L. - Noi abbiamo realizzato, come ricerca nazionale, un sito il cui indirizzo è www.luxflux.net All’interno di questo, concordo con te su quanto dici. L’immagine elettronica è diversa da qualunque altra immagine.  E al di là del dibattito sull’esistenza o meno dell’arte elettronica, il punto nodale è “che cos’è l’immagine”. Ad esempio, quando qualcuno dice che forse gli americani non sono andati sulla luna pone una questione molto interessante, quando qualche altro discute sulle immagini                 che ci hanno mandato dalla Jugoslavia, sospettiamo di trovarci di fronte ad un mezzo potentissimo che, a seconda di chi lo usa e come, può dare una verità o un’altra.  Queste analisi devono essere oggetto di riflessione continua.

Bisognerebbe che ognuno comunicasse la modalità con cui lavora, da dove parte e perché ha deciso di fare quello che fa.

Tutto ciò dovrebbe diventare una sorta di oggetto dei diritti dei luoghi dell’artista e del fruitore. Sarebbe interessante definire internazionalmente queste tematiche attraverso un Forum.

 

 

L’idea del Forum internazionale

 

I. G. – Mi sembra estremamente importante attuare la tua idea di un Forum internazionale, per un confronto e per mettere un punto fermo su quello che abbiamo raggiunto finora.

Sarebbe necessario, però, invitare persone veramente competenti, come artisti che operano nel campo da anni e studiosi che hanno approfondito la materia.

Pubblicamente, da queste pagine, mi offro di aiutarti in questo senso.

Nel frattempo una domanda fatta proprio per la tua esperienza e la tua cultura.

Come vedi l’arte contemporanea? Anche tu parli di “morte dell’arte” o vedi in essa una trasformazione naturale, logica, inevitabile e serenamente costante? Io penso che forse non è “morta l’arte”, ma quella che era conosciuta nell’800, quella che nel ‘900 si è proposta ed è sviluppata in maniera tale da consentire il fondamento e la crescita di un’arte che rappresenta  intensamente, veramente il mondo di oggi.

S. L. – No. Il mio maestro Argan si divertiva moltissimo a seguire il mio impegno con gli artisti, con il loro mondo, a vedermi … rischiare.

Che cosa significa rischiare? Guardare quello che avviene, essere amico degli artisti, dei poeti, di coloro che usano il mezzo in un certo modo; rischiare, forse, con artisti che poi nel tempo non si dimostrano completamente tali.

Parlando della “morte dell’arte” Argan parlava della fine dell’esistenza delle condizioni per essere dell’arte… ma quando mai sono esistite?

La morte dell’arte di cui parlava Hegel era il rifluire dell’arte nella filosofia, e questo sta avvenendo. Tutto il ‘900 è stato un processo di concettualizzazione del procedimento, del fare un processo continuo di  messa in tensione, in dialettica con un’interazione fra tutto.

Direi che morte non c’è, il fare arte continua ad essere una strana simbiosi tra inconscio e razionalità, inconscio e progetto e lo sarà sempre. E’ l’elemento concettuale, è l’elemento mentale, della smaterializzazione in qualche modo che, a mio avviso, prefigura la “morte dell’arte”. In questo senso si.

Dall’arte come artigianato, come attenzione alla materia, come dominanza di questo elemento, al concetto unico … E’ la trasformazione dell’arte in un’altra cosa. Ogni epoca, del resto, definisce la propria arte. Quindi, possiamo dire che l’arte è ciò che ogni epoca, ogni periodo, definisce tale. E questo sarà, tra l’altro, oggetto del mio corso quest’anno. “Che cos’è l’arte contemporanea”.

I. G. - Infine come vedi il futuro dell’arte? In quale direzione pensi che andrà?

S. L. - Fluttuerà come tutte le cose nel cosmo di cui noi facciamo parte e con cui noi siamo in sintonia. E quindi penso che l’arte continuerà a fluttuare e a galleggiare nell’infinito cosmo, quindi sarà come noi parte dell’essere.

 

Vorrei chiudere facendo una considerazione.

Ho trovato le parole di Simonetta Lux molto importanti perché ci spingono a riflettere, ancora una volta, sull’arte contemporanea … sulla “vera natura” dell’arte contemporanea.