L’arte è una strada che tracciamo davanti a noi, una strada di perfezione, un insegnamento, un monito, un comando.
Il corriere della sera, 5
giugno 2000
Da tempo continuo
a riflettere sugli argomenti che accompagnano l’arte elettronica, e, per trovare
compagni di pensiero, propongo le stesse domande a studiosi, a critici che
stimo, ad alcuni artisti.
Vorrei trovare qualche punto di contatto tra tutti
quelli che mi rispondono, per chiarire a me e a quanti seguono quest’arte
alcuni argomenti incerti o oscuri che purtroppo ancora esistono.
Questa è la volta di un critico che fin da quando
studiava all’università, incuriosito, si è avvicinato ad una realtà che si
stava trasformando sotto i suoi occhi e con attenzione, con passione, con
intelligenza ha cominciato ad approfondirla: Enrico Cocuccioni.
Ida Gerosa - Da quando ci sono stati i veri mezzi
a disposizione per cominciare a fare Computer art sono passati un po' meno di
vent'anni. (Parlo di Computer art perché è quella che mi interessa.) Io stessa
ho cominciato, come tu sai, nel 1983 con una macchina che era stata appena
costruita in Italia e che andava sperimentata. Prima di quella data non
esistevano i computer adatti a fare arte.
Ebbene, non credi che oggi sia tempo di ignorare il
mezzo di lavoro, ormai sufficientemente conosciuto dalle giovani generazioni?
Personalmente credo che per l'artista sia il momento
di fare un lavoro approfondito di introspezione per riuscire a far emergere
nell'opera l'essenza umana, e non più semplici accordi di forme e di colori
(come se ne vedono tanti oggi), e che per il critico, per lo studioso sia tempo
di considerare l'opera a se stante, dimenticando la matrice di origine.
Tu che ne pensi?
Enrico
Cocuccioni - La diffusione del computer a tutti i livelli è ormai un dato di
fatto. Si tratta ormai di capire quale ruolo occupa questa tecnologia nella
nostra vita di tutti i giorni, visto che sul piano pratico non se ne può più
fare a meno. Ma c'è un aspetto primario che accomuna il tuo lavoro artistico
con il mio impegno sul fronte della riflessione critica: abbiamo in comune
appunto una "credenza" nell'arte che ci fa ritenere pericolosa ogni
spensierata e maldestra esaltazione del ruolo della tecnica. Il mio compito è
allora quello di portare argomenti a favore di questa nostra
"credenza" che, invece, molte persone oggi sembrano non condividere
affatto.
A
cominciare da molti autorevoli pensatori contemporanei che vedono proprio nel
trionfo delle "ragioni" della tecnica le premesse per dichiarare
ormai avvenuto un definitivo superamento dell'arte, come se la nostra fosse la
semplice nostalgia di una mentalità arcaica che può sopravvive nel mondo
attuale solo in forma illusoria. Trovo invece che gli artisti e i pensatori più
interessanti del secolo che si è appena concluso siano stati proprio quelli che
hanno saputo affrancarsi dalla sostanziale insensatezza e pericolosità di ogni
azione umana che venga intesa in chiave esclusivamente "tecnica",
ovvero senza alcun riferimento a quella più ampia dimensione estetica che secondo
noi si rivela in particolar modo nell'arte. Farò due esempi per chiarire questo
punto. Il primo è quello dell'antropologo che studia i "sistemi" alla
base di un determinato ambiente culturale. Il secondo è invece quello del
filosofo che interroga il pensiero proprio per "far emergere nell'opera -
come hai detto tu poco fa - l'essenza umana".
Per
il primo esempio vorrei citare il caso di Gregory Bateson (autore del famoso
libro "Verso un'ecologia della mente").
Sappiamo
che questo scienziato è giunto ad affermare la necessità dell'arte partendo
dallo studio delle interconnessioni tra il mondo biologico e il mondo delle
relazioni umane. Il secondo esempio che propongo è quello di Martin Heidegger,
uno dei maggiori filosofi del '900, che arrivò all'arte proprio riflettendo in
profondità sul significato della tecnica in rapporto alla nostra esistenza.
Bateson,
partendo da quegli stessi presupposti "cibernetici" su cui si basano
le odierne applicazioni informatiche, concepiva la mente non solo come qualcosa
che sta nella nostra testa, poiché per lui anche il cervello umano deve essere
considerato parte di un ecosistema più vasto che presenta globalmente
caratteristiche "mentali" proprio grazie ad un complesso gioco di
connessioni e di interazioni tra tutti gli elementi che ne fanno parte.
Egli,
dunque, fa coincidere l'idea di mente con l'intero campo di relazioni che
costituisce la biosfera. Come è facile intuire, questa concezione di Bateson
può essere definita "Eco-centrica", in quanto più che mettere
l'uomo al centro del Cosmo tende ad identificare la Mente con la totalità della
Natura. In genere, però, le azioni umane vengono intese nel modo opposto, ossia
in chiave "Ego-centrica": qui ci sono io, c'è la mia coscienza
tesa verso uno scopo... il nostro fare viene dunque da noi descritto in termini
di sequenze logiche (c'è un soggetto che usa degli strumenti, i quali servono a
raggiungere un obiettivo e così via). Ebbene, la nostra coscienza e le nostre
azioni finalizzate possono diventare i nostri peggiori nemici quando perdiamo
di vista l'intero contesto di cui facciamo parte.
Cocuccioni
continua. Ma come "sentire"
questa intima appartenenza ad un più ampio contesto ecologico? A questo punto
lo scienziato Bateson non può fare a meno di evocare il campo dell'arte e della
poesia come presupposti estetici che ci consentono di mantenere un rapporto
positivo anche con gli aspetti più "inconsci" della nostra
esperienza. Proviamo allora ad applicare queste ipotesi al nostro caso: quando,
ad esempio, osserviamo un artista alle prese con il computer, possiamo
descrivere la scena in molti modi, ma nessuna di queste descrizioni può essere
del tutto neutrale e oggettiva. Se ci limitiamo a distinguere tra un oggetto
(lo strumento) e una persona che lo usa in un certo modo (in questo caso
l'artista), rischiamo di non comprendere il complesso gioco di interazioni che
può crearsi tra l'artista, l'opera e il mezzo tecnico adottato.
Il
suggerimento di Bateson sarebbe forse quello di applicare un modello "cibernetico"
all'interpretazione di questo rapporto. Si tratta insomma di pensare ad un anello, ad un complesso rapporto
circolare che include anche l'osservatore, più che ad una sequenza lineare e a
senso unico in cui un autore usa una macchina per realizzare un suo progetto.
Quel che crediamo di vedere nei termini di un semplice oggetto separato dal
resto è in realtà solo un piccolo nodo in una complessa rete di entità
interconnesse. Il computer, secondo Bateson, è soltanto un arco di un circuito
più ampio che comprende sempre un essere umano e un ambiente «...da cui esso
riceve informazioni e su cui i messaggi che escono dal computer esercitano un
effetto».
Ecco
allora che mettere l'accento solo sul computer significa, come osservavi tu giustamente,
vedere solo un aspetto e dimenticare il circuito completo che include
necessariamente l'artista, nonché il fruitore dell'opera. Anche il critico,
dunque, deve sentirsi parte di questo più ampio "anello creativo" se
intende impegnarsi davvero nella comprensione di un'opera realizzata al
computer.
Poi
Cocuccioni conclude. Il tuo invito a
dimenticare la matrice tecnica e a concentrarci sulla visione dischiusa
dall'opera può qui essere da me interpretato, innanzi tutto, come la
sottolineatura del fatto che l'arte, rispetto alla tecnica banalmente intesa,
presume un rapporto veramente libero con lo strumento. Ma che cosa significa,
in questo caso, un "rapporto libero"? Per tentare di rispondere a
questa difficile domanda farò riferimento al secondo esempio che citavo prima,
ovvero al pensiero di Heidegger.
Mi
piace richiamarmi alle parole di questo filosofo anche se i suoi testi vengono
oggi troppo spesso citati a sproposito, riducendoli al ruolo di una mera
critica in chiave apocalittica verso mondo della tecnica. In un suo testo del
'59 dal titolo «L'abbandono», Heidegger affermava bensì con grande
chiarezza che occorre "...lasciar entrare nel nostro mondo di tutti i
giorni i prodotti della tecnica e allo stesso tempo lasciarli fuori,
abbandonarli a se stessi come qualcosa che non è nulla di assoluto, ma che
dipende a sua volta da qualcosa di più alto". Possiamo oggi affermare, conoscendo ormai
l'opera complessiva di questo autore, che il "qualcosa di più
alto" a cui si accenna nel testo, ha sicuramente a che fare con una
"verità" che si rivela proprio nelle opere d'arte più esemplari.
I.G. - Concordo pienamente con quello che dici. Le tue
parole spingono a riflettere su alcuni punti fondamentali: “la nostra coscienza
e le nostre azioni finalizzate possono diventare i nostri peggiori nemici
quando perdiamo di vista l’intero contesto di cui facciamo parte”. E’ stato
vero in ogni epoca, l’arte ha bisogno di appartenere ad un ampio contesto, deve
“essere” il periodo in cui vive. E, come tu dici, anche il critico deve
sentirsi parte del più ampio “anello creativo” se intende impegnarsi davvero
nella comprensione di un’opera realizzata al computer.
Trovo eccellente il tuo riferimento alle parole di
Heidegger, prese dal testo “L’abbandono”.
Ecco, “il qualcosa di più alto”, sono ancora le tue
parole, ha sicuramente a che fare con una “verità” che si rivela proprio nelle
opere d’arte più esemplari.
Ebbene, la domanda è questa: oggi, quanti artisti noti
o molto noti hanno cercato e stanno ancora ricercando la “verità” nell’opera
d’arte digitale? Voglio dire, quanti realmente si sono immersi, fusi con la
realtà, con l’atmosfera che respiriamo ed hanno cercato di fondare l’estetica
che vive e palpita all’unisono con tutto quello che ci attornia?
E.C.
- Questo è proprio il problema principale entro cui, ora più che mai, si
dibatte il discorso della critica: sul piano teorico è facile predicare che
tutti gli abitanti del pianeta siano a pieno titolo degli artisti potenziali,
ma sul piano pratico gli esempi paradigmatici anche oggi sono molto difficili
da individuare. Se è vero che l'arte si fa evento «di tanto in tanto e
all'improvviso», è però anche vero che il senso del compimento ideale di
un'opera (anche dell'opera programmaticamente più "aperta") può
essere a volte identificato solo con l'arco dell'intera produzione di un
artista. Prendiamo ad esempio il tuo caso: utilizzando le tecniche digitali tu
rendi perfettamente riproducibile all'infinito ogni tua immagine. Ma una
singola immagine probabilmente non basta per comprendere i diversi aspetti del
tuo personale universo "poetico". Ecco allora che, per il critico o
per il collezionista, conoscere l'intero sviluppo nel tempo del tuo lavoro significa
farsi un'idea ben precisa della "vocazione" implicita nelle opere,
cioè poter toccare con mano, per così dire, la tua determinazione nel portare
avanti una ricerca. Questo peraltro significa che chiunque
può eventualmente "clonare" una tua immagine realizzata al computer
ma nessuno, neppure con i più sofisticati strumenti, potrebbe fare davvero una
simile duplicazione sull'intera tua opera...
I. G. – Perciò che cosa ne pensi delle mostre,
degli eventi proposti oggi, sia dai musei che dai critici d'arte, rivolti più a
stupire, sorprendere lo spettatore con opere che sembrano accattivanti, ma in
realtà sono piuttosto lontane dall'arte, o meglio, dalla rappresentazione
dell'estetica creata dall'arte elettronica, quindi dalla sua estetica?
Mi sembra che tutti cerchino di far apparire l'arte
elettronica come un fenomeno da baraccone e nessuno o pochi la considerino per
quella che è: un'arte in crescita, un'arte che sta ancora creando una sua
estetica che parla di un mondo completamente trasformato, un'arte difficile
(forse) ma portata avanti, da chi la fa, con convinzione, dedizione, certamente
con consapevolezza.
Credo che tutti quelli che operano in questo senso
abbiano studiato, approfondito, sviscerato la materia che stanno trattando,
credo che tutti sappiano esattamente quello che stanno facendo, sia quelli che
propongono opere sorprendenti per accontentare un mercato e una critica che
ancora si deve formare, sia quelli che hanno lavorato e continuano a lavorare
per creare una nuova estetica e per portarla ad essere un'arte che fa
finalmente sentire il suo battito del cuore.
E.C. - Concordo sul fatto che c'è molta confusione in giro. Il primo passo da compiere per orientarsi in un campo qualsiasi è quello di imparare a fare le opportune distinzioni. I grandi media presentano spesso queste ricerche espressive (quelle rare volte che ne parlano) mettendo tutto in un unico calderone dove per lo spettatore inesperto risulta pressoché impossibile distinguere una mera illustrazione realizzata in 3D per un telegiornale o per uno spot pubblicitario, da un' opera che non intende illustrare nulla e tuttavia dischiude nuove modalità di percezione e di comprensione estetica della realtà. La cosa ancor più grave, in effetti, è che questo talora accade persino in contesti dove la disinformazione culturale non è ammissibile: alludo, appunto, al campo delle riviste specializzate o delle rassegne d'arte. Ma non vorrei insistere troppo su queste disinformazioni e incomprensioni, per molti versi scontate e, almeno in parte, legate fatalmente alle inerzie fisiologiche dei grandi apparati mediatici o dell'industria culturale o del mercato dell'arte. Forse il problema va posto in termini ancora più generali: il fatto è che per "vedere", o meglio, "sentirsi parte" davvero di un mondo completamente trasfigurato dall'arte elettronica, ad esempio dai tuoi paesaggi virtuali, ossia da quella "natura pensante" evocata nelle tue opere, non basta, evidentemente, fare appello alle risorse del cuore, ma neppure solo a quelle dell'occhio o del cervello. Si tratta, piuttosto, come disse una volta il grande fotografo Henri Cartier-Bresson, di giungere a quell'istante magico in cui riusciamo a mettere l'occhio, il cuore e il cervello sulla stessa linea di mira. Ma perché ciò avvenga occorre che ciascuno di noi riscopra dentro di sé una propria vocazione creativa e sappia perciò trasformarsi a sua volta in un artista, al punto da immergersi fino a scomparire nell'apertura dell'opera, potendo solo così abbandonarsi alla sua misteriosa verità.
Come presenteresti una mostra di Computer art?
I.G. - Trovo importante quello che dici, mi farebbe
piacere capire alcuni concetti.
Se tu dovessi organizzare una mostra ricorrente di
Computer art come la penseresti, come la presenteresti?
Ti lasceresti andare a ripercorrere le linee organizzative abituali oppure stravolgeresti la consueta maniera di presentare le opere seguendo il filo dei tuoi pensieri, dei tuoi ragionamenti? E come?
Non pensi anche tu che sia necessario evitare le
“trappole” dell’usuale?
Quindi per fare in modo che l’autore, il critico, lo
spettatore si “sentano parte” dello stesso contesto, come proporresti un evento
di arte digitale?
E.C.
- Eviterei, innanzi tutto, qualsiasi ostentazione di "potenza
tecnologica". L'epoca delle tecnologie elettroniche e informatiche
comporta infatti una diversa attitudine del pensiero rispetto ai modelli
estetici e cognitivi legati ancora alla logica delle grandi installazioni,
degli impianti monumentali, della spettacolarità di massa, ovvero al predominio
delle tecnologie pesanti, tipiche della vecchia cultura industriale. Oggi si
può partecipare in molte persone ad un evento anche senza stravolgere luoghi e
ambienti, senza cioè quelle adunate oceaniche da parata militare in cui l'arte
- dai quadri di Van Gogh ai più recenti "totem elettronici" - viene
ancora presentata come una meraviglia della Tecnica da Esposizione Universale
dell'Ottocento. Sentirsi parte di uno stesso contesto significa intanto rispettare
le differenze. Tutte le differenze, anche le più lievi e quasi impercettibili.
Dire che una persona che sta chiusa in una stanza davanti a un monitor sia
"sola", isolata dal prossimo, o che mille persone in una piazza,
invece, siano partecipi collettivamente di uno stesso evento, sono solo modi
ingenuamente "realistici" per interpretare una condizione che può
essere descritta oggi in termini ben diversi a partire, per esempio,
dall'esperienza della Rete. Abbiamo certo ancora bisogno di luoghi fisici e
occasioni d'incontro, ovvero di concreti appuntamenti espositivi, ma penso che
a questo scopo sia meglio assumere come modello i luoghi di meditazione
rispetto alle fiere o agli stadi. Forse il destino della Kinetic Art era
proprio quello di finire tra gli oggetti di modernariato nei supermercati, così
come certa Computer Art delle origini può trovare oggi la sua più logica
destinazione nei "salvaschermi" dei computer. Ma "l'anello
creativo" di cui parlo riguarda i percorsi estetici e mentali più che i
singoli oggetti. Quel che può essere materialmente esibito in una mostra è
necessariamente solo una piccola parte dell'opera d'arte digitale (e forse
questo discorso vale, in qualche misura, persino nel caso delle opere
realizzate con le tecniche più tradizionali). Se siamo consapevoli di questo,
dobbiamo allora solo trarne le dovute conseguenze pratiche inventando nuove
modalità di rapporto con l'attuale contesto della ricerca artistica. Non ho una
formula generale da proporre, ma ritengo che l'evento in questione avrebbe oggi
certamente molto a che fare con Internet...
I.G. - Qualche tempo fa ho letto sul “Sole 24
ore” un articolo molto interessante di Luca Molinari, dal titolo “Al museo con
il mouse”, Arte Digitale.
Tra l’altro parla di un Museo Virtuale istituito al
Guggenheim di New York e dice:
“Il Virtual Museum si presenta come una delle
esperienze più estreme e insieme come una delle frontiere più stimolanti. Ma
ancora più importante appare il cambiamento che potrebbe avvenire nel rapporto
tra visitatore e opera d’arte.
Esiste nella cultura americana del dopoguerra un
filone di ricerche filosofiche che, movendo da Dewey e Whithead e cercando di
coniugare pragmatismo e socialismo, ha considerato l’arte per tutti come uno
dei mezzi di progresso per l’umanità. …
L’esplosione di Internet e la sua diffusione sembra
paradossalmente andare nella direzione prospettata da Dewey, con la possibilità
ormai consolidata di visitare alcuni tra i più importanti musei del mondo
stando a casa o a scuola. …
La visita solitaria e silenziosa, attraverso il
proprio computer appare completamente desacralizzata. …
La stessa nozione del tempo è sovvertita, in quanto
la visita può essere svolta in ogni momento della giornata e con ritmi legati
unicamente alle esigenze individuali.”
Che cosa pensi di tutto questo? Credi anche tu (io
ne sono assolutamente convinta) che quest’arte è l’unica oggi a rappresentare
la realtà, il contemporaneo, la nostra essenza trasformata, il nostro esistere?
Pensi anche tu che l’arte tradizionale appartiene ormai solo al Museo
tradizionale e non è più ripetibile e viceversa il Museo come è stato inteso
fino ad oggi è adatto solo alle opere tradizionali?
E.C. - Sì, anch'io lo credo. Ma credo anche nella possibilità che il vecchio e il nuovo modello non siano necessariamente dei poli contrapposti ma possano dar vita a feconde relazione tra loro, proprio come accade tra le opposte polarità che danno origine ad un continuo scambio d'impulsi o di segnali comunicativi: forse possiamo intendere queste due estremità complementari, appunto, come fossero le parti costitutive di un medesimo "circuito elettrico". Per quanto paradossale possa apparire questo discorso, dobbiamo tener presente che nei musei anche l'arte cosiddetta tradizionale non è affatto salvaguardata come tale, bensì come una serie di preziosi documenti storici o "beni culturali" da conservare. Meri oggetti, dunque, perlopiù da interpretare come testimonianze del passato o da "consumare" quali occasioni esemplari e ufficializzate di godimento estetico collettivo. Il che, ovviamente, non è detto rappresenti il destino migliore a cui aspira ogni singola forma d'arte! Come infatti ci ricorda Heidegger, solo all'interno della verità dischiusa dall'opera possiamo intuire quali siano le forme di salvaguardia ad essa più appropriate...
I.G. - Un’ultima, difficile domanda.
Partendo dai presupposti di oggi, come pensi che
evolverà l’arte nei prossimi 50 anni? Come sarà, come sarà presentata e sotto
che forma sarà vista, goduta, amata?
Anche se siamo nell'epoca del computer dobbiamo ammettere che il futuro dell'arte resta sostanzialmente imprevedibile.
Enrico Cocuccione ha
ragione
Sì, certo è veramente difficile immaginare come sarà l’arte tra cinquant’anni.
Confesso
che ogni tanto mi abbandono a riflessioni in questo senso … o a sogni?
Non
so.
Immagino
tante maniere diverse di fare arte e mi immergo in situazioni possibili e …
impossibili con risultati molto differenti tra loro, ma di alcune cose sono
convinta (anche se, naturalmente non so se sono nel giusto).
Credo
che ci troveremo immersi nell’arte, che farà parte di tutti i nostri momenti
quotidiani: la vedremo su grandi schermi ultrapiatti, o … forse su un altro
innovativo supporto, sparsi un po’ dovunque; forse gli stessi palazzi, al posto
delle vetrate che proteggono l’interno dal sole e riflettono l’ambiente
circostante, avranno vetri composti chimicamente in maniera tale da permettere
riproduzioni di immagini in animazione.
Credo
che la via sia quella di non poter prescindere dalla fusione di tutte le arti,
per cui l’architettura, l’arte visiva, la musica saranno sempre presenti nella
vita di tutti i giorni. E i Musei? Quelli “tradizionali” continueranno ad
esistere per presentare le opere “antiche”, ma il vero “museo” sarà la piazza,
il palazzo, l’ambiente, il mondo creato dall’uomo.
Del
resto, già oggi, il centro di New York è una grande scultura luminosa.