Lezione computer art
31 ottobre 2006
“Computer art: origini e sviluppo”
Sono
solo un’artista che ha visto e vissuto le grandi trasformazioni sia epocali che
di lavoro strettamente artistico. Posso offrirvi perciò solo ciò che possiedo,
la conoscenza di quello che ho vissuto, che ho attraversato, che ho fatto.
Sono
felice di essere qui oggi a parlare di arte creata con un computer, perché a distanza
dei 25 e più anni dai suoi inizi, questa forma di espressione rappresenta una
sorta di nomadismo, un viaggio tra le varie culture ed esperienze, non solo
artistiche.
E’
un nomadismo professionale. E’ uno spostamento fisico e virtuale verso altre
possibilità per conoscere e capire ciò che è diverso e lontano e per aprire
altri nuovi scenari, anche mentali.
Sono
convinta che i tempi ormai siano maturi per conoscere, ed approfondire le ricerche, i lavori che sono stati
proposti fino ad oggi.
Anche
se è un universo ancora abbastanza sconosciuto, pure a molti operatori
artistici.
Prima
di parlare di computer art, vorrei iniziare con una breve riflessione.
All’inizio
di quest’anno sono stata a vedere ai Musei Capitolini una mostra sull’arte
Cicladica. Isole Cicladi. 3200-2000 avanti Cristo. Ebbene alcuni idoletti di
figura femminile ricordavano le opere di Modigliani e qualcuna di Picasso.
Guardando
pensavo che nel tempo c’è stata una continuità sorprendente.
E
pensavo all’arte elettronica in genere. E’ la prima arte che stravolge la
maniera di lavorare e di vedere. E’ quella che ha bisogno di nuovi filosofi. E’
quella che ha bisogno dell’aiuto della ricerca scientifica.
E
vorrei dire che i maggiori risultati nella ricerca sono quasi sempre stati il
risultato di un felice connubio tra la capacità intuitiva e creativa di un
ricercatore e la disponibilità di adeguati mezzi tecnici.
Ma
prima di andare avanti permettetemi un’altra riflessione.
All’inizio
di gennaio, sempre di quest’anno, sono andata a Parigi per visitare una grande
mostra sui Dadaisti.
Sicuramente
tutti conoscerete il movimento che, con molta forza, all’inizio del secolo
scorso ha rotto l’equilibrio dell’arte tradizionale portando
delle innovazioni di rilevante entità.
All’inizio
del secolo scorso.
La
mostra, enorme, anche faticosa da vedere per la grande quantità di visitatori,
infatti i dati davano una presenza giornaliera di circa 6.000 persone.
Una
mostra che una volta di più mi ha fatto riflettere sulla quantità di tempo che
ci vuole per “digerire” un’arte nuova.
Se
pensate che ancora oggi, a distanza di quasi un secolo, ci sono artisti che
propongono opere che sembrano innovative eppure sono solo la conseguenza dei
semi posti allora. Proprio all’inizio del mese di ottobre sono stata a visitare
la mostra al Macro per vedere le opere di un artista spagnolo, che proponeva
opere molto meno innovative di quelle dei dadaisti. E poi sono stata a vedere
il lavoro di un altro artista esposto nella galleria “Volume” in via Francesco
di Sales. Anche lì opere che non erano molto “innovative”.
Certe
volte ho l’impressione che l’arte contemporanea si sia “bloccata” e non stia
portando grandi contributi di rinnovamento.
Eppure,
il mondo è cambiato, si è trasformato completamente. In tutto quello che ci
circonda, del passato non è rimasto altro che il ricordo, forse l’affettuoso
ricordo.
In
questo secolo appena trascorso ci sono state delle costanti, continue scoperte,
ricerche portate avanti da persone isolate o da gruppi di lavoro. E tutto ha
contribuito a farci sorprendere ogni giorno, a farci amare profondamente la
vita che stiamo vivendo.
Io
personalmente, in una delle rare volte in cui mi volto indietro a riguardare la
mia vita mi sento estremamente fortunata. Ho avuto l’occasione di assistere e
di partecipare ai cambiamenti radicali che ci hanno creato delle opportunità
straordinarie. Oggi possiamo vivere in maniera decisamente più facile dei
nostri stessi genitori, per non parlare dei nostri nonni.
Tante
le innovazioni, dall’energia elettrica, al volo umano, alla comunicazione a
distanza, tanto per citarne qualcuna, ma la trasformazione più radicale è
venuta dal computer.
Pensate
per un attimo come è stato adottato in tutti i campi.
Ogni
giorno, quando salite sulla vostra automobile e la accendete, mettete in modo
decine di piccoli computer, e a casa la vostra sveglia, la lavatrice, il
frigorifero e tante altre vostre azioni quotidiane sono guidate da piccoli
computer.
E
anche quando prendete un aereo siete sempre guidati da alcuni computer. E’
anche per questo che oggi gli aerei sono più sicuri.
Ecco,
l’arte ha sempre guardato con attenzione ai mezzi innovativi che nel tempo si
sono presentati.
Non
voglio tornare indietro nei tempi dei tempi, fermiamoci a pensare agli amanuensi che, trascrivendo testi, creavano delle opere
bellissime. Fino a quando è arrivata la stampa che ha dato un impulso alla
comunicazione, non immaginato prima, creando delle nuove forme di espressione.
Ma in quel momento non si è perso qualcosa. Ciò che era stato fatto ed apparteneva a quel periodo è rimasto e, ogni volta che si guarda di nuovo, ci dà una gioia infinita e un sapore antico, non dimenticato.
Del resto gli artisti hanno sempre cercato nuove strade di espressione per farsi capire meglio, per dichiarare le proprie sensazioni, al di là della comprensione dei propri contemporanei.
Pensate
a come Caravaggio ha sconvolto i
suoi contemporanei, a Goya che,
nell’ultimo periodo della sua vita, uscito dal carcere ha creato opere forti,
dense, piene, e ancora oggi Goya è ricordato soprattutto per le “Maja”.
Pensate
agli aereopittori che, volando
potevano vedere dall’alto e hanno creato opere nuove, ai futuristi che sono
stati colpiti dalla velocità. Pensate a Burri che con i suoi sacchi ha
sconvolto la critica a lui contemporanea al punto che, un po’ maltrattato, ha
preso la cittadinanza svizzera e poi si è ritirato a Città di Castello dove ha
creato un suo museo, o a Fontana i cui “tagli” non vengono capiti ancora oggi.
E così per tanti altri artisti in ogni epoca.
Quindi,
l’artista contemporaneo, come succede ogni volta che ci sono delle scoperte,
delle nuove proposte doveva provare ad adoperare un mezzo così coinvolgente e
invasivo come il computer.
Un tempo i mezzi tecnici per un artista erano marmi speciali o terre e minerali rari per fare nuovi colori. Oggi, come tutti sanno, esistono numerosi e potentissimi mezzi per cui è ancora più importante che il ricercatore artista abbia a disposizione questi strumenti per favorire lo sviluppo di nuove idee e nuove soluzioni.
Anche
se pure con questo mezzo ci sono voluti tanti e tanti anni per arrivare a poter
fare arte.
Perché fino agli inizi degli anni ’80 non c’erano le macchine adatte, non
c’erano i programmi giusti. E solo negli anni ’90 hanno cominciato ad apparire
le nuove forme artistiche fondate sull’uso delle tecnologie.
Inizialmente ci sono stati degli isolati pionieri che, con entusiasmo e intuito, si sono dedicati
alla ricerca.
Quando io ho iniziato a sperimentare, nel 1983, al Centro Scientifico IBM,
dove ho seguito un Stage, c’era solo
qualcosa che
veniva dagli Stati Uniti e dal Giappone. Quel qualcosa era in bianco/nero con
una grafica che oggi sembra primordiale.
A questo proposito vorrei leggere uno scritto che mi
ha dato Pier Luigi Ridolfi,
allora direttore del Centro Scientifico IBM, Centro che lui portava avanti con
intelligente creatività ed entusiasmo. Oggi Ridolfi è uno dei consiglieri del
CNIPA, Centro Nazionale per l’Informatica nella Pubblica Amministrazione.
Uno
scritto che lui ha intitolato ”Quando i
numeri diventano colori”.
All’inizio
degli anni ’80 ero responsabile della ricerca della IBM in Italia. Tra i vari
progetti che avevamo in cantiere tre ebbero un grande successo: un programma
per trascrivere il linguaggio parlato, un sistema per elaborare le immagini a
colori, un metodo matematico per determinare con grande precisione la soluzione
di certi tipi di equazioni molto complesse.
Il
primo progetto ci portò alla ribalta mondiale: per la prima volta si era
riusciti a dimostrare la possibilità di parlare davanti a un microfono e di
vedere stampate le parole che avevamo pronunciato: tutto ciò, in un ambiente di lavoro normale,
con un vocabolario molto vasto e con un tasso d’errori bassissimo.
Il
secondo progetto fu una vera e propria sfida del nostro Paese alla grande
ricerca americana. A quell’epoca non esistevano terminali a colori ed era
opinione diffusa che non ci fossero applicazioni basate sul colore che
meritassero dei prodotti ad hoc. Da allora sono passati solo 25 anni: oggi con
gli schermi di cui sono dotati milioni di telefonini, di palmari, di macchine
fotografiche digitali e di un’infinità di altri dispositivi sembra impossibile
che sia stato fatto uno sbaglio di prospettiva così grande. Ma l’errore fu
fatto in America (e anche in Giappone, a dire il vero): in Italia invece il
capo del mio Centro di Ricerca di Roma, che credeva nell’elaborazione del colore,
mi convinse ad affrontare un progetto di grande complessità – e costo! – che
alla fine produsse un sistema elettronico in grado di elaborare immagini
digitali e di proiettarle su uno schermo digitale di grandi dimensioni. Si
trattava di un primato assoluto. Di questi sistemi ne costruimmo un centinaio
che vendemmo in tutto il mondo. Un altro successo che si aggiunse a quello
della voce.
Il
terzo progetto fu di calcolo numerico. L’esigenza ci era venuta dall’Agip, che
cercava sistemi più precisi per stimare il profilo degli strati geologici a
grande profondità, informazione indispensabile per perforare i pozzi solo dove
l’assetto delle rocce rendeva teoricamente possibile l’esistenza di un
giacimento. A questo scopo venivano fatte scoppiare delle piccole cariche di
dinamite e si registravano gli echi delle esplosioni riflessi dal sottosuolo.
Da questi echi, con calcoli matematici molto raffinati, si poteva ricostruire
l’andamento degli strati. Un mio ricercatore, esperto in metodi di elaborazione
basati sulla trasformata di Fourier, li aveva applicato al caso dell’Agip
ottenendo dei risultati straordinariamente precisi che contribuirono al suo
successo nelle attività di esplorazione petrolifera.
La
trasformata di Fourier generava degli spettri di moduli e frequenze che avevano
un aspetto estetico gradevole, indipendentemente dal loro significato. Provammo
a proiettare questi spettri sul sistema a colori prima citato e ottenemmo con
immensa sorpresa delle immagini bellissime, assolutamente originali, affascinanti.
Le vide Ida Gerosa, moglie di un collega e amico, e ne fu incantata. Volle
saperne di più: come si generavano queste immagini, come si modificavano, come
si rappresentavano. E fin qui niente di straordinario: ma il colpo geniale, che
caratterizza l’atto creativo dell’artista, Ida l’ebbe quando intuì che poteva
modificare le equazioni matematiche di partenza per ottenere gli effetti di
colore voluti.
Così nacque una splendida avventura. Ida stette qualche anno in laboratorio con noi, in simbiosi con il calcolatore, creando dal nulla una nuova tecnica pittorica basata su algoritmi matematici, gli stessi che consentivano all’Agip di perforare pozzi con grande sicurezza. Le fornimmo assistenza e facemmo in modo che per lei le equazioni divenissero l’equivalente di quello che la tavolozza fu per Michelangelo: uno strumento in grado di produrre capolavori, però solo se in mano ad un artista. E con questa nuova tecnica per dipingere Ida Gerosa cominciò a interagire nello spazio cromatico, che seppe ben presto gestire con grande maestria, creando emozioni e trasferendo all’esterno le sue intime visioni del mondo.
Mi
sento estremamente fortunata per aver avuto l’opportunità di cominciare questo
lavoro di ricerca.
Ho visto, al momento giusto, quello che stava accadendo, appunto, nel mondo della ricerca.
Partecipando, ho potuto vivere la nascita e lo sviluppo di queste opportunità.
Non potete capire quanto abbia amato la ricerca che ho fatto.
Ma perché l’ho fatto?
Agli inizi degli anni ’80, dopo aver superato quei
difficili eppure importanti anni ’70, avevo cominciato ad avvertire attorno a
me una trasformazione profonda.
Trasformazione che sentivo nelle mie cellule, sentivo un grande fermento e ho
capito che non potevo più rappresentare, con i mezzi tradizionali, quello che
intuivo. Il mondo era cambiato radicalmente.
Per cui quando
Pier Luigi Ridolfi, con molto intuito, m’ha dato la possibilità di sperimentare
mi sono trovata davanti un elaboratore per quell’epoca molto potente, costruito
anche per realizzare procedimenti grafici. Ho pensato che, forse, finalmente
avevo trovato la maniera di rappresentare la trasformazione che sentivo attorno
a me e soprattutto dentro di me.
E’ iniziata così la mia “avventura”. Ed è nato, così, il primo programma grafico a colori del mondo, secondo
quanto asserisce Pier Luigi Ridolfi.
ORA
vorrei fermarmi un attimo per parlarvi della macchina su cui lavoravo. L’Acienda,
L’Azienda aveva due terminali video, uno per i
comandi e uno per le immagini, legati ad un’unità centrale grande come una
grande stanza. Memorizzavo le immagini su nastri che sembravano le pizze dei
film. Devo dire che per fortuna ho fotografato le immagini che creavo, perché
oggi non esistono più le unità a nastro in grado di leggere quei supporti, i
lettori.
E’ stato per me, un periodo grandioso e molto emozionante.
Ricordo che quando ho
cominciato ad adoperare questo elaboratore, per tante notti di seguito ho sognato colori, colori,
colori… Per la prima volta mi sono trovata di fronte a colori saturi, pieni di
luce e di forza. Mi sono sentita
abbagliata.
E
da allora, giorno dopo giorno, è cominciata a cambiare la mia maniera di
ragionare, il mio rapporto con il mondo, la mia mentalità, la mia impressione
di spazio e di tempo. E’ diventato tutto estremamente veloce, immediato.
Ho
notato questo su di me, ma recentemente ho letto un articolo che parlava del
rapporto dei bambini con il computer. Hanno notato che quei bambini che lo
usano sono più reattivi, più pronti, più intuitivi.
Ma prima di continuare a parlare del mio lavoro, vorrei dare uno sguardo molto veloce al percorso fatto dall’arte con un computer.
Nei paesi industrializzati, dopo una trentina d’anni di
quasi clandestinità, da più di un decennio quest’arte sta conoscendo una vera
esplosione.
Ho parlato di clandestinità perché i pochissimi che
con molta passione hanno cominciato ad esplorare quei terreni vergini, hanno
faticato molto a realizzare qualcosa che somigliasse ad un prodotto d’arte.
Infatti fino a circa 25-30 anni fa non esistevano i mezzi adatti, pure se c’è
stato un grande desiderio di ricerca, ma senza un riscontro interessante.
Pensate solo che io stessa, come dicevo prima, ho
iniziato nel
Oggi l’arte virtuale è in piena evoluzione. Ha un avvenire pieno di promesse. E questo è provato da un’abbondanza di progetti, dall’apprezzamento del pubblico. Ha le sue scuole, i suoi centri di ricerca.
Ed è tale il
riconoscimento dell’importanza che stanno assumendo le arti basate sulle
tecnologie che si stanno sviluppando numerosi studi per definirle e
posizionarle sia da un punto di vista di
rapporto con le altre arti, sia da un punto di vista semantico in quanto richiedono la creazione di nuovi termini per poterne parlare.
Tante sono state e continuano ad essere le ricerche in questo campo.
Ci si può addirittura anche attendere che nel tempo
si possa arrivare ad una connessione
diretta fra le reti neurali artificiali dei computer con le reti biologiche neurali
degli individui.
E’ chiaro che connessioni
di questo tipo potrebbero portare ad una pervasività delle informazioni e delle
immagini tale da trasformare sostanzialmente la natura e la diffusione dei
messaggi artistici.
Qui entriamo però in un mondo di ricerca degli
sviluppi futuri nel quale scienza e fantasia tendono a confondersi. Ma questa, forse, è la parte più
affascinante.
Voglio però cogliere l’occasione per dirvi che in un
laboratorio di ricerca negli Stati Uniti, attraverso l’uso
della risonanza magnetica sono stati individuati nell’essere umano dei neuroni, definiti neuroni
specchio, che ricevendo e analizzando le immagini producono
in noi emozioni e sensazioni. Ma che cosa sono? Ad esempio se tra due persone
che si trovano di fronte, una di loro ride, l’altra è portata a ridere, ma è
così anche per il pianto o la nausea ecc… Adesso si stanno approntando macchine dotate
di un proprio sistema a specchio. Dunque in grado, al pari
dell’uomo, di essere flessibili apprendendo e imitando. A che servirà questo?
Per costruire in maniera più facile i programmi da far girare sui computer, ma
anche per trasferire al computer con maggiore velocità e precisione le nostre
sensazioni.
Ma torniamo agli anni di ricerca e sperimentazione, durante
i quali sono esistite più maniere per definire l’arte a computer.
La prima usata è stata “Computer art”,
che metteva l’accento sull’arte fatta sulla macchina stessa. Più tardi è stata
sostituita con l’espressione “Computer
science”, che faceva riferimento alla scienza in pieno sviluppo,
sottendendo la tecnologia. Poi è arrivato il termine “Arte elettronica”, categoria più vasta e fluida che si riferiva
principalmente alla videoarte. Negli anni ’90 si usò il termine “Arte virtuale” oppure “cyberart”.
Per arrivare ora ad usare il termine “Arte
digitale” perché sembra in grado di inglobare i diversi aspetti di
questa nuova arte e di rendere conto della sua storia perché fa riferimento
alle sue specificità tecniche.
Però fatemi fare
alcune riflessioni.
Ritornando a
quello che dicevamo un attimo fa, chi definirebbe oggi "operatore di
computer" un signore che si siede al volante ed accende la sua auto?
Eppure, girando la chiave quel signore ha messo in moto decine di computer:
quello che governa l'airbag, quello dell'ABS, quello del quadro strumenti e via
dicendo.
Lo
stesso si potrebbe dire per chi usa il telefonino: sta utilizzando decine di
altri computer, ma non è certo un operatore di computer.
In definitiva sto dicendo che è molto
diverso lavorare con il computer utilizzando direttamente le sue capacità e
guidarlo in un colloquio cosciente perché esegua alcune operazioni da noi
finalizzate, dall'usare inconsciamente decine di computer che costituiscono gli
elementi componenti di un sistema creato a supporto di un'operazione che non ha
nulla a che fare con l'uso di un computer.
Analogo
ragionamento si può fare per l'ormai diffuso termine "digitale".
Ogni registrazione di dati, di suoni, di immagini,
prima veniva fatta con sistemi analogici cioè con sistemi che riproducessero le caratteristiche fisiche di ciò che si voleva registrare.
Con
l'avvento del computer si è visto che era molto più facile e preciso trasformare in numeri ogni fenomeno e
poi registrare i numeri che erano la rappresentazione numerica di tale
fenomeno, chiamata con il termine “digitale”.
Però non si può
chiamare "musica digitale" la registrazione su CD di un concerto di
Paganini suonato con uno Stradivarius, pure se la tecnica di registrazione è
numerica, come non si può chiamare "arte digitale" la
rappresentazione numerica della
"Gioconda" quale la troviamo nel CD in vendita al Louvre.
Quindi penso che se si
vogliono evitare confusioni di tipo semantico e di conseguenza concettuali è bene usare termini che
indichino, in modo chiaro, le tecniche
utilizzate per produrre l'opera d'arte,
anche se non sono le tecniche o le denominazioni a qualificarla o meno come
opera d'arte.
In ogni caso, io
personalmente preferisco il termine computer art e me lo sentirete dire spesso,
perché è un’arte fatta con il computer e solo e sempre con il computer.
Dall’idea alla realizzazione di immagini in animazione, al montaggio delle
varie animazioni, fino alla proiezione nelle installazioni.
Proprio per tutto questo che ho detto, prima di
andare avanti fermiamoci ora un attimo a parlare specificamente del computer. Più che una tecnologia, è
l’essenza dell’idea del mondo, aiutato dalla scienza che ne costituisce il
substrato.
Il
computer è uno stravolgimento, in senso positivo, della vita umana, cambia il nostro rapporto con il tempo, la
nostra maniera di vivere o di rivivere, di anticipare, di attraversare l’arte.
Cambia il nostro rapporto con lo spazio, con il nostro stesso pensiero.
Possiamo dire che l’arte con un computer è
estremamente diversa dalle modalità espressive tradizionali.
E
soprattutto è diversa la maniera di espressione dovuta alle infinite
possibilità offerte che permettono di arrivare a “visualizzare” attraverso immagini immateriali le emozioni, i sentimenti,
la nostra più nascosta essenza.
E’ quasi come se si potesse ritornare indietro nel
tempo fino a quel momento in cui da neonati
avvertivamo molto profondamente tutto quello che ci circondava, compreso l’amore della
mamma. E i sentimenti erano avvertiti così acuti, densi perché non avevamo la
possibilità di vedere perfettamente, e tutti i nostri sensi erano acuiti e
protesi verso il mondo che ci circondava.
Ecco, quindi
noi, oggi, riuscendo a lavorare superando la barriera dello schermo, riusciamo a visualizzare i nostri pensieri, i nostri
sentimenti, le nostre emozioni che, alla stessa maniera avvertiamo acute e
dense.
Quale
altro mezzo tradizionale permette un viaggio così affascinante nell’universo
più intimo?
Io credo che l’arte elettronica in genere, la computer art in particolare, sia quella che maggiormente rappresenta il
mondo contemporaneo, così complesso, così convulso eppure tanto nostro,
tanto profondamente umano.
Dicevo
prima, sono stata così fortunata da poter assistere a tutti i cambiamenti dei
mezzi e delle possibilità di uso per fare arte.
Oggi, momento in
cui tutto appare normale e “assorbito”, forse per la prima volta nella storia, ci
rendiamo conto che l’arte non copia o modifica la realtà, ma la inventa. Ci muoviamo dentro questo nuovo mondo in
costruzione intuendo, creando possibili strade alternative, pur se guidati
dalle ferree leggi dell’arte.
La
grandiosa differenza con le circostanze passate sta nella possibilità di
svincolarsi dai limiti delle normali percezioni; con l’immaginazione possiamo dare una nuova forma non solo agli oggetti,
ma soprattutto alla sensibilità. Ecco, riusciamo così a “vedere” anche
l’arte con occhi nuovi.
E giorno dopo giorno
contribuiamo alla creazione e alla diffusione di un’arte immateriale che ci
appartiene profondamente. Giorno dopo giorno reinvestiamo una storia. Una storia dell’arte.
In
conclusione, che cos’è la computer art? Che cos’è quest’arte che per esprimersi
ha bisogno di un computer?
Vi
confesso che anche io che l’ho vissuta dall’inizio, ho faticato a capire quale
era la maniera migliore per arrivare a “tirare fuori” l’opera giusta. Ho messo
del tempo per arrivare a capire veramente quello che stavo facendo e quello che
scoprivo.
Per riuscirci, dopo tutto il lavoro tradizionale
fatto prima, ho cercato di mettermi
davanti allo schermo video con uno spirito puro, per dimenticare le opere passate e riuscire a
mettermi in sintonia con il mezzo e
tutte le sue infinite opportunità.
Per capire qual’era la maniera giusta di operare ho scritto tutto quello che pensavo, tutto quello che
scoprivo, ho cercato scritti che mi potessero introdurre, che potessero
spiegarmi qualcosa, ma non c’era niente sull’argomento. C’erano, in Italia, degli isolati ricercatori che portavano
avanti i loro pensieri, ognuno secondo il proprio punto di vista. Ovviamente ci
conoscevamo tutti. Qualcuno, forse due o tre, è rimasto e ancora lavora, altri
hanno cambiato direzione di interesse.
In quel periodo mi sono trovata sola e il mio unico conforto è stato un diario dove annotavo pensieri, riflessioni, ansie,
ma anche gioie. Diario che, nel 1994 è diventato un libro “Il pozzo dei
desideri”. Libro oggi quasi esaurito.
Poi, negli anni ’90, quando sono cominciate ad apparire timidamente opere create con un
computer. Ognuno ha cercato il proprio percorso di
lavoro, ognuno ha trovato una diversa dagli altri, perché questo è un mezzo che
consente qualunque direzione. Hanno cominciato a diffondersi Festival di arte elettronica dove venivano soprattutto
presentate opere della più antica videoarte. Spesso ero sola con la mia
computer art. Solo più tardi si è diffusa
la net art e la web art, la cosiddetta arte digitale che è un’opera dipinta o fotografica cambiata da
elaborazioni al computer e poi stampata.
Oggi, a distanza di 23 anni, sono assolutamente convinta che l’arte con un
computer è quella che premette di visualizzare profondamente la nostra anima, i
nostri pensieri, la nostra essenza.
All’inizio, quasi per creare un ponte
con il mio passato artistico, ho costruito un’opera figurativa che rappresentava
un “Uomo che attraversa la giornata”. Un’opera composta da 16 immagini elaborate
separatamente, quindi un’opera complessa, difficile da realizzare, ma
rappresentativa.
Poi ho capito
che la maniera giusta per lavorare era creare immagini astratte che, mandate in animazione, penetrano nello spirito dello spettatore e
lo coinvolgono in maniera subliminale.
Ho capito che la luce di emissione, il movimento, la costruzione delle
immagini fatta nella forma adatta riuscivano a trasmettere le forti emozioni,
riuscivano a trasmettere le forti sensazioni che io provo lavorando.
Devo
dire che ancora oggi a distanza di così tanti anni, ogni volta che mi siedo
davanti al computer mi succede di staccarmi completamente dalla realtà e mi trovo a
galleggiare, al di là dello schermo, nel tempo e nello spazio. E’ come se, ogni
volta, facessi un viaggio all’interno della mia mente, dei miei pensieri, delle
mie emozioni, dei miei sentimenti.
Ma questa nuova estetica, quest’arte immateriale
come può essere vista?
Sono convinta che proprio per il suo essere
immateriale, la computer art debba essere presentata allo spettatore con il
rispetto di questa caratteristica. Per
questo creo installazioni che favoriscono l’immersione in un’atmosfera particolare in grado di
trasmettere quelle sensazioni che ho provato creando le immagini. Emozioni che
spingono lo spettatore ad entrare, forse in maniera subliminale, nella sfera
dello spirito, del pensiero.
Comunque
credo che la maniera migliore per entrare nella mia computer art, sia vedere.
Per farlo vi racconterò dell’ultima mostra che ho
fatto alla Biblioteca di Terni, a marzo scorso. E’ stata forse una delle più
belle che ho fatto fino ad oggi. Ho pensato ad un percorso di proiezioni che ha
attraversato tutta
IL titolo: “CERVELLO: labirinto di emozioni -“Una musica costante”
Il significato: L’installazione è permeata
da “una musica costante” che è quella
caratteristica peculiare che appartiene ad ognuno di noi e ci accompagna per
tutta la vita.
Il nostro approccio alle diverse situazioni in cui
ci veniamo a trovare, il nostro approccio ai diversi momenti di età e di
comportamento che viviamo durante il nostro percorso è sempre filtrato dalla
nostra maniera di essere, dalla nostra capacità di vedere le cose, ed è sempre
così costantemente presente in noi che sembra, appunto, un suono musicale
continuo.
“Una musica costante” quindi è sempre presente nella
nostra mente. Il cervello la assorbe e restituisce immagini diverse pur
filtrate da questa specie di membrana che è la nostra essenza. Il cervello
restituisce così il riflesso preciso di quello che proviamo, sia esso dolore o
gioia, o paura o tensione, o serenità.
L’installazione rappresenta tutto questo.