LaVia

 

Silvia Bordini

 

C’è sempre un elemento autobiografico nei lavori di Ida Gerosa: la traccia della propria storia e dei propri desideri. La storia di un’artista che da molti anni ha scelto di assumere come strumento il computer, il desiderio di esprimere e sollecitare emozioni o, per usare le sue parole, "di dare forma a qualcosa che si intuisce ma che non si conosce ancora", convinta che soltanto le immagini tratte dalle potenzialità delle nuove tecnologie permettano di realizzare pienamente i processi dell’immaginazione del tempo presente.

Risale agli inizi degli anni Ottanta del secolo scorso la decisione di abbandonare l’incisione e la pittura e l’inizio di un lungo confronto dell’arte di Gerosa con il computer: un amore mai interrotto, una passione che, in prospettiva, assume i connotati di una intensa e pacata ossessione. All’epoca gli strumenti informatici non avevano ancora la diffusione e la facilità d’impiego che oggi costituiscono per gli artisti un medium duttile, disponibile per una gamma di esperienze linguistiche entrate nell’uso corrente in una molteplicità di ibridazioni e acquisizioni, dal virtuale, all’interattività, ai quadri digitali e alla web art. Con la sua scelta Ida Gerosa si schierava, ma solitaria e tenace nel rapporto individuale col mezzo, con una generazione di sperimentatori che indagavano possibilità di espressione ancora inedite, giungendo ad ipotizzare una figura nuova di artista-ricercatore profondamente calato nella tecnologia dell’immagine di sintesi. Anche Ida Gerosa si è dedicata a impadronirsi dei segreti dell’elaboratore e a dialogare con i programmi, esplorandoli, piegandoli all’intento esclusivo di trarne delle immagini corrispondenti a una propria visione interiore. Ha abbandonato ogni riconoscibile riferimento alla realtà visibile, ponendosi in simbiotica sintonia con il dispositivo e con la sua peculiarità di generare forme che non nascono dalla materia, da pigmenti, supporti e pennelli, ma dalla dialettica dei numeri e dall’elaborazione di un sapere manuale-mentale diversissimo da quello tradizione dell’arte.

Ne è scaturito un microcosmo di composizioni astratte, addensamenti e fughe di colori intensi, gorghi di forme e luci immateriali, nette e insieme vibranti di una sorta di energia compressa che sembra immobilizzata in attimi aurorali. Inizialmente materializzate dalla trasposizione in stampe fotografiche che le definiscono nel formato del quadro, le immagini di Gerosa sono state poi proposte in proiezioni multimediali accompagnate da musica elettronica e si sono in seguito animate, slittando l’una nell’altra in una continua metamorfosi; l’artista le fa espandere sui muri, sugli oggetti, sull’acqua delle fontane, sui monumenti, sommergendo lo spazio e la materia di luci, colori e suoni, in una dimensione percettiva cui affida il messaggio di una comunicazione sottilmente emotiva

L’autoreferenzialità di queste immagini si lega infatti strettamente all’idea dell’immersione in un mondo simbolico strutturato sul desiderio di svelare ed evocare un sistema di tensioni e sentimenti. Senza mezzi termini né mediazioni né inibizioni Ida Gerosa afferma una concezione dell’arte come volontà e capacità di sollecitare emozioni. "Il computer -scriveva nel 1989 – è usato per allargare i pensieri e la sensibilità… Che cosa straordinaria è l’arte! Trasmette sempre cascate di emozioni diverse e contrastanti". E al flusso cromatico di forme astratte vuole far corrispondere un flusso di stati emotivi primari, amicizia, amore, paura, inquietudine, come da sempre indica con i titoli delle sue opere, Elude così il complesso tessuto concettuale che percorre l’arte postmoderna; gli stimoli di un modo di sentire individuale, legato all’interiorità e all’immaginazione, si intrecciano alla sfida della loro evocazione proprio attraverso gli strumenti fondamentali di un mondo permeato da una tecnologia avvertita dall’artista non come disumanizzante ma come veicolo ed emblema di nuove forme di comunicazione e di esperienza

La sua è una posizione intimista che aderisce alla fede in un archetipo arcaico che oggi appare controcorrente nel fruttuoso ventaglio di ipotesi, interrogativi, ambiguità e contraddizioni dell’arte vivente. Ma, afferma Gerosa in un’intervista, bisogna essere "umilmente pronti a ricevere con spirito puro tutti gli stimoli che ci piovono addosso" dalle tecnologie contemporanee. Questo spirito puro è la sua forza e il suo specifico, e soprattutto la sua coerenza, che rasenta, come spesso nell’arte, la rigidezza e la solitudine di un percorso rivolto a sublimare in chiave personale, spirituale, la drammaticità del vissuto e dell’arte nel mondo contemporaneo.

Sono questi gli elementi di fondo che si intersecano nell’opera presentata al Museo Laboratorio de "La Sapienza", La Via: l’immersione del pubblico in un labirinto di sensazioni visive e sonore, che si ribaltano e si moltiplicano nello spazio attraverso un sistema di proiezioni e di specchi. E’ l’invito ad un tragitto di cui il corpo stesso dell’osservatore entra a far parte, coinvolto in una fantasmagoria destabilizzante in cui ci si può perdere e forse ritrovare come in un rito iniziatico. Lo spazio si trasforma in una struttura temporale morbida e lancinante che vuole stimolare una meditazione sul tema dell’identità psicofisica attraverso una via in cui inoltrarsi, suggerisce l’artista, per avvertire in modo diverso la discontinuità esistenziale del proprio andare.