
LaVia
C’è sempre un elemento autobiografico nei lavori di Ida Gerosa: la
traccia della propria storia e dei propri desideri. La storia di un’artista che
da molti anni ha scelto di assumere come strumento il computer, il desiderio di
esprimere e sollecitare emozioni o, per usare le sue parole, "di dare
forma a qualcosa che si intuisce ma che non si conosce ancora", convinta
che soltanto le immagini tratte dalle potenzialità delle nuove tecnologie
permettano di realizzare pienamente i processi dell’immaginazione del tempo
presente.

Risale agli inizi degli anni Ottanta del secolo scorso la decisione di
abbandonare l’incisione e la pittura e l’inizio di un lungo confronto dell’arte
di Gerosa con il computer: un amore mai interrotto, una passione che, in prospettiva,
assume i connotati di una intensa e pacata ossessione. All’epoca gli strumenti
informatici non avevano ancora la diffusione e la facilità d’impiego che oggi
costituiscono per gli artisti un medium duttile, disponibile per una gamma di
esperienze linguistiche entrate nell’uso corrente in una molteplicità di
ibridazioni e acquisizioni, dal virtuale, all’interattività, ai quadri digitali
e alla web art. Con la sua scelta Ida Gerosa si schierava, ma solitaria e
tenace nel rapporto individuale col mezzo, con una generazione di
sperimentatori che indagavano possibilità di espressione ancora inedite,
giungendo ad ipotizzare una figura nuova di artista-ricercatore profondamente
calato nella tecnologia dell’immagine di sintesi. Anche Ida Gerosa si è dedicata
a impadronirsi dei segreti dell’elaboratore e a dialogare con i programmi,
esplorandoli, piegandoli all’intento esclusivo di trarne delle immagini
corrispondenti a una propria visione interiore. Ha abbandonato ogni
riconoscibile riferimento alla realtà visibile, ponendosi in simbiotica
sintonia con il dispositivo e con la sua peculiarità di generare forme che non
nascono dalla materia, da pigmenti, supporti e pennelli, ma dalla dialettica
dei numeri e dall’elaborazione di un sapere manuale-mentale diversissimo da
quello tradizione dell’arte.

Ne è scaturito un microcosmo di composizioni astratte, addensamenti e
fughe di colori intensi, gorghi di forme e luci immateriali, nette e insieme
vibranti di una sorta di energia compressa che sembra immobilizzata in attimi
aurorali. Inizialmente materializzate dalla trasposizione in stampe
fotografiche che le definiscono nel formato del quadro, le immagini di Gerosa
sono state poi proposte in proiezioni multimediali accompagnate da musica
elettronica e si sono in seguito animate, slittando l’una nell’altra in una
continua metamorfosi; l’artista le fa espandere sui muri, sugli oggetti,
sull’acqua delle fontane, sui monumenti, sommergendo lo spazio e la materia di
luci, colori e suoni, in una dimensione percettiva cui affida il messaggio di
una comunicazione sottilmente emotiva
L’autoreferenzialità di queste immagini si lega infatti strettamente
all’idea dell’immersione in un mondo simbolico strutturato sul desiderio di
svelare ed evocare un sistema di tensioni e sentimenti. Senza mezzi termini né
mediazioni né inibizioni Ida Gerosa afferma una concezione dell’arte come
volontà e capacità di sollecitare emozioni. "Il computer -scriveva nel
1989 – è usato per allargare i pensieri e la sensibilità… Che cosa straordinaria
è l’arte! Trasmette sempre cascate di emozioni diverse e contrastanti". E
al flusso cromatico di forme astratte vuole far corrispondere un flusso di
stati emotivi primari, amicizia, amore, paura, inquietudine, come da sempre
indica con i titoli delle sue opere, Elude così il complesso tessuto
concettuale che percorre l’arte postmoderna; gli stimoli di un modo di sentire
individuale, legato all’interiorità e all’immaginazione, si intrecciano alla
sfida della loro evocazione proprio attraverso gli strumenti fondamentali di un
mondo permeato da una tecnologia avvertita dall’artista non come disumanizzante
ma come veicolo ed emblema di nuove forme di comunicazione e di esperienza
La sua è una posizione intimista che aderisce alla fede in un archetipo
arcaico che oggi appare controcorrente nel fruttuoso ventaglio di ipotesi,
interrogativi, ambiguità e contraddizioni dell’arte vivente. Ma, afferma Gerosa
in un’intervista, bisogna essere "umilmente pronti a ricevere con spirito
puro tutti gli stimoli che ci piovono addosso" dalle tecnologie
contemporanee. Questo spirito puro è la sua forza e il suo specifico, e
soprattutto la sua coerenza, che rasenta, come spesso nell’arte, la rigidezza e
la solitudine di un percorso rivolto a sublimare in chiave personale, spirituale,
la drammaticità del vissuto e dell’arte nel mondo contemporaneo.
Sono questi gli elementi di fondo che si intersecano nell’opera
presentata al Museo Laboratorio de "La Sapienza", La Via:
l’immersione del pubblico in un labirinto di sensazioni visive e sonore, che si
ribaltano e si moltiplicano nello spazio attraverso un sistema di proiezioni e
di specchi. E’ l’invito ad un tragitto di cui il corpo stesso dell’osservatore
entra a far parte, coinvolto in una fantasmagoria destabilizzante in cui ci si
può perdere e forse ritrovare come in un rito iniziatico. Lo spazio si
trasforma in una struttura temporale morbida e lancinante che vuole stimolare
una meditazione sul tema dell’identità psicofisica attraverso una via in cui
inoltrarsi, suggerisce l’artista, per avvertire in modo diverso la
discontinuità esistenziale del proprio andare.