Subject: Computer art e dintorni

Colloquio tra Ida Gerosa e Stefania Fabri

 

 

 

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From: Ida Gerosa

To: Fabri Stefania

Sent: Tuesday, January 31, 2008 8:58 PM

Subject: computer art

 

Cara Stefania,

finalmente riparliamo insieme di computer art.

Questo progetto di diffusione e conoscenza della computer art che stiamo portando avanti da ormai tre anni, ogni tanto procede non solo idealmente ma anche con tappe concrete e visibili. Ne sono felice per i tanti motivi che mi hanno spinta a desiderarlo, soprattutto per cercare di chiarire, se possibile, alcuni dei fraintendimenti che circondano l'arte con un computer.

 

Ora per poter entrare nel merito, proverei di nuovo  a parlare delle questioni che riguardano la terminologia di quella che io continuo a chiamare “computer art”, terminologia che, più che altro, mi ha sempre incuriosita per capire il perché della necessità di tante trasformazioni lessicali.

Sono esistite più maniere per definire l’arte a computer.

Come dicono Edmond Couchot e Norbert Hillaire nel loro libro “L’art Numérique”, la prima usata è stata “Computer art”, che metteva l’accento sull’arte fatta sulla macchina stessa. Più tardi è stata sostituita con l’espressione “Computer science”, che fa riferimento alla scienza in pieno sviluppo, sottendendo la tecnologia. Poi è arrivato il termine “Arte elettronica”, categoria più vasta e fluida che si riferiva principalmente alla videoarte. Negli anni ‘90 si usò il termine “Arte virtuale” oppure “cyberart”. Per arrivare ora ad usare il termine “Arte digitale” perché sembra in grado di inglobare i diversi aspetti di questa nuova arte e di rendere conto della sua storia perché fa riferimento alle sue specificità tecniche.

Termine che non condivido perché non chiarisce il lavoro che viene fatto con il computer, ma anzi ne complica la comprensione.

A questo proposito fammi fare alcune riflessioni.

Capisco che non è facile distinguere tra i vari metodi di lavoro, riuscire ad entrare completamente nella comprensione della costruzione di un’opera (spesso è solo un’impressione legata alla personale cultura di chi guarda) ma credo che sia importante fare delle differenze per sapere immediatamente a che cosa ci stiamo riferendo.

Mi rendo conto che entrare nella vera essenza di una complessa apparecchiatura tecnica, come è il computer, è proprio di chi ci lavora direttamente usando la sua specificità, la sua potenzialità, mentre non può esserlo per chi lo usa, direi quasi, “inconsciamente”.

Cerco di spiegarmi con un esempio.

Chi definirebbe oggi "operatore di computer" un signore che si siede al volante ed accende la sua auto? Eppure, girando la chiave quel signore ha messo in moto decine di computer: quello che governa l'airbag, quello dell'ABS, quello del quadro strumenti e via dicendo.

Lo stesso si potrebbe dire per chi usa il telefonino: sta utilizzando decine di altri computer, ma non è certo un operatore di computer.

In definitiva sto dicendo che è molto diverso lavorare con questo elaboratore utilizzando direttamente le sue capacità e guidarlo in un colloquio cosciente perché esegua alcune operazioni da noi finalizzate, dall'usare inconsciamente decine di computer che costituiscono gli elementi componenti di un sistema creato a supporto di un'operazione che non ha nulla a che fare con l'uso consapevole del computer.

Analogo ragionamento si può fare per l'ormai diffuso termine "digitale".

Ogni registrazione di dati, di suoni, di immagini, prima veniva fatta con sistemi analogici cioè con sistemi  che riproducessero le caratteristiche fisiche di ciò che si voleva registrare.

Con l'avvento del mezzo elettronico si è visto che era molto più facile e preciso trasformare in numeri ogni fenomeno e poi registrare i numeri che erano la rappresentazione numerica di tale fenomeno, chiamata con il termine “digitale”.

Però non si può chiamare "musica digitale" la registrazione su CD di un concerto di Paganini suonato con uno Stradivari, pure se la tecnica di registrazione è numerica, come non si può chiamare "arte digitale" la rappresentazione  numerica della "Gioconda" quale la troviamo nel CD in vendita al Louvre.

 

Spesso chi “legge” dall’esterno i nuovi media e sa che tutti in qualche modo sono supportati dall’uso del computer, difficilmente può capire come e quanto la macchina contribuisca ai risultati.

Voglio dire che altro è produrre certe opere usando direttamente la macchina conoscendola e entrando nel suo specifico e sfruttando le sue possibilità, altro è usare un mezzo quale ad esempio una macchina video da ripresa che ieri era meccanica-analogica ed oggi è elettronica-digitale.

Quindi è importante definire in maniera chiara e specifica, ma differente, l’opera creata solamente con un computer piuttosto che “anche” con un computer.

Inoltre c’è pure da distinguere tra le stesse opere create solamente con un computer, perché possono essere molto diverse tra loro sia come procedimento che come risultato ed hanno quindi bisogno di una loro specifica denominazione.

Per questi motivi mi trovo in posizione assolutamente antitetica rispetto a studiosi, critici che cercano di fare un “gran calderone” delle varie arti che in un modo o nell’altro usano un computer. Penso che sia piuttosto una maniera per “togliersi dai problemi”.

La macchina non ha caratteristiche forti che condizionano l’utente, è duttile e docile, aperta ai diversi programmi immessi per realizzare diversi lavori. E’ quindi un perfetto supporto per le diverse creatività individuali dell’uomo pensante.

In conclusione, sono convinta, non si possono e non si devono riunire tutte le diverse strategie di lavoro sotto un’unica definizione, quale la “digitale”, e non credo che sia sempre più sfuggente “la definizione di specifico rapporto tra computer e arte” (come qualcuno sostiene) anzi al contrario è tutto estremamente chiaro e comprensibile, purché si cerchi di capire ogni percorso diverso ed è ancora più facile, per tutti, farlo se si usa una definizione adeguata.

 

Tu che pensi di tutto questo? E poi, che cosa pensi dei “nuovi” quadri digitali?

 

Un abbraccio. Ida

 

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From: Stefania Fabri

To: Ida Gerosa

Sent: Wednesday, Februar 01, 2008 8.30 PM

Subject: Re: computer art

 

Cara Ida,

in linea generale non credo che ormai sia più possibile definire precisamente un'arte partendo dal mezzo con cui la si realizza, anche se tale mezzo comporta una specificità di linguaggio, che secondo me è la vera specificità che tu vorresti giustamente difendere e mantenere. La "contemporaneità" è fatta di tanti mezzi e linguaggi che si sovrappongono, e mi sembra che il segno prevalente sia il "cross over", dove nessuno rispetta nulla e tutto s'incrocia: c'è chi chiama “quadri digitali” tele tradizionali realizzate con procedure fotografiche o pitture fotografate o manipolate al computer, c'è chi chiama “net art” semplici operazioni di scrittura sul web, ecc. Come dici tu stessa, il computer è entrato in tutte le procedure automatizzate di qualsiasi natura e finalità. Con questo bisogna farci i conti per farsi comprendere dai giovani, che hanno le idee molto confuse, non c'è dubbio.

Un punto di vista interessante è  forse  quello indicato al di fuori della dimensione specifica dell’arte contemporanea, nei mondi della scienza e della comunicazione; è lì che secondo me si è avvertito con più nettezza il cambiamento di linguaggio e di "ambiente" espressivo. Per intenderci quando Negroponte parlava di "essere digitali", lì nasceva la grande linea discriminante. Bisogna guardare piuttosto a Jaron Lanier o a Pierre Lévy per capire qualche cosa di computer art, piuttosto che ai critici d'arte contemporanea. Non è un caso che Mario Costa, che tu conosci bene e che stimiamo entrambe, parli di "blocco comunicante", che l'artista dovrebbe riuscire a superare con una sorta di "distanza". Quindi per Mario Costa sarebbe rilevante la cosiddetta “freddezza” del mezzo. Io so che tu invece non sei per la "distanza", ma anzi per una diffusa immersione, dove i sentimenti trovano la strada per emergere dal magma delle "visioni" aniconiche.  E' così?

Lanier parla  del rapporto tra l'immaginario  e le nuove tecnologie dove queste riescono nell'impresa se colmano i vuoti che altrimenti non possono essere colmati da altre forme di linguaggio. Questo di Lanier mi sembra un proposito da tenere in considerazione, essendo poi egli stesso non solo il genio informatico pioniere della realtà virtuale ma anche un'artista (però curiosamente pittore tradizionale!). Lanier  ha proclamato la necessità di un "rinascimento del cyberspazio" e  si è lamentato più volte che c'è poca competenza nei critici e negli artisti contemporanei nei confronti dell'uso delle tecnologie più avanzate (per cui si scade molto spesso in un uso banale) oppure che c'è poca competenza artistica da parte di chi usa le tecnologie per fare arte ( che non è solo pura spettacolarità). A questo proposito ci sono anche da considerare due altri aspetti: che specialmente la computer art sembra ingannevolmente alla portata di tutti, per esempio nella sua forma di net art, e dall'altra anche l'altro elemento che le tecnologie sono sempre nuove, nel senso sempre in cammino verso il nuovo e quindi non è facile stare al passo...

 

A te la parola

Stefania

 

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From: Ida Gerosa

To: Stefania Fabri

Sent: Thursday, Februar 02, 2008 4:16 PM

Subject: Re: computer art

 

Cara Stefania,

si è vero quello che dici, in giro ci sono non molte idee e quelle poche sono confuse.

Ma è proprio per questo che nasce il nostro progetto di diffusione della  Computer art, per cercare di rendere, se possibile, tutto più chiaro. L’idea sottesa alla presentazione delle mie opere in vari contesti è da sempre quella di rendere giustizia alla computer art, perché non solo io, ma anche altri operatori, in anni di ricerca, abbiamo analizzato con estrema attenzione il linguaggio che è stato adoperato e siamo arrivati a creare opere “consolidate” stravolgendo, anche, l’uso dei programmi che adoperiamo.

Sì certo, per rendere giustizia bisogna “prendere le distanze” e guardare da fuori, ma è necessario saperlo fare con competenza e grande dedizione. Certo la “distanza” non determina sempre la comprensione di ciò che si guarda, ma se non altro spinge a fare il primo passo.

In genere chi parla di distanza è un critico o uno studioso o solo un osservatore, non un operatore. L’artista deve saper guardare “anche” da dentro.

Quando dici che io sono per una “diffusa immersione”, si è vero, ma solo perché per tanti anni ho studiato, esaminato, considerato, indagato per capire. Si, per capire. Per capire che cosa è il computer, come si adopera, quale è o dovrebbe essere la sua “risposta” alle aspettative. Ove per “risposta” ovviamente intendo sempre quello che l’operatore vede o intravede.

Come tu ben sai, la macchina non può nulla da sola. L’obiettivo, quindi, è usare il computer sapendo quello che si fa, e non “farsi usare”.

Poi ognuno sceglie il suo percorso, e persegue il suo obiettivo. Il suo.

Pensa a Pietro Grossi che ha creato programmi per “farsi usare” dal computer. Ma è stata una sua specifica scelta, una sua visione.

Il computer di per sé non suggerisce nulla, colui che lo adopera deve porsi in sintonia dando spazio al proprio pensiero.

Concordo con Lanier, penso che abbia assolutamente ragione quando afferma che le “nuove tecnologie” riescono nell’impresa solo se colmano vuoti che altrimenti non possono essere colmati da “altre forme di linguaggio”.

Purtroppo non conosco il lavoro di Lanier, ma non mi meraviglia che sia un pittore tradizionale. E’ evidente che è entrato nel campo dell’informatica solo da un certo punto di vista. Probabilmente ha scritto software e conosce bene la macchina dal punto di vista hardware. Immagino che il suo approccio deve essere stato diverso da quello artistico. Forse ha studiato, ha pensato, ha scritto, ma non è riuscito o non ha voluto attraversare la soglia che inizialmente separa chi opera, dallo spazio/tempo. Non è riuscito o non ha voluto galleggiare nello spazio con quella libertà assoluta che è necessaria al vero artista.

In ogni caso concordo con Lanier anche sulla poca competenza degli osservatori e di alcuni artisti, ma penso che sia non per colpa loro, ma perché siamo ancora agli albori degli sviluppi futuri. Sviluppi che saranno assolutamente diversi da quanto oggi è stato pensato e fatto.

Sono certa che anche per questo, ogni volta che si presenta una nuova maniera di lavoro o di ricerca, se così vuoi chiamarla, tanti si affrettano a presentare opere che spesso non sanno ancora fare o mostrare, perché ancora non sanno esattamente quello che loro stessi fanno e ogni opportunità che hanno a disposizione è una scoperta. Per questo sono nati i cosiddetti “quadri digitali”. Per questo tanti “curatori” si sono avvicinati alla net art, anche se è un’arte non ancora approfondita e, tutto sommato loro stessi non sanno neanche bene se può essere considerata arte.

La banalità. Hai ragione è imperante. I chiarimenti necessari a vari livelli sulla computer art dovrebbero mirare, appunto, al superamento della banalità, della incompetenza.

La computer art è un’arte difficile da fare, da capire, da vedere.

Ha la necessità di una conoscenza specifica, di una competenza assoluta, ma non solo in chi opera, ma anche in chi guarda.

La decisione di esporre opere di artisti che hanno scelto una strada differente tra loro, nasce dal desiderio di cominciare a chiarire alcuni degli aspetti più importanti.

E, tra gli aspetti nodali, metterei anche il supposto contributo della macchina.

Da queste riflessioni nasce la necessità di attribuire un nome specifico ad ogni genere di lavoro.

Il credere che la fusione delle varie forme di espressione sia la tendenza che oggi rende giustizia a queste opere, mi sembra assolutamente sbagliato.

Infatti, esistono artisti che hanno scelto di adoperare tutte, contemporaneamente, le sempre più numerose opportunità offerte dallo sviluppo crescente della tecnologia. Ci sono artisti che si muovono fluttuando tra computer, video, web ecc… Sono operatori che stanno cercando oppure hanno trovato una loro personale maniera di espressione in questo senso.

Ma non sono i rappresentativi dell’arte elettronica contemporanea. Hanno solo scelto di esprimersi così.

Piuttosto sono gli “osservatori” che, non riuscendo ad orientarsi con chiarezza, ogni volta che qualcuno si esprime in maniera diversa da quanto è stato fatto prima, scrivono e spingono il mondo dell’arte (ancora poco acculturato in questo senso) a pensare che ormai “si lavora così”.

Non credo. Penso piuttosto che ognuno cerchi la sua strada e la persegua, ognuno ha il suo approccio personale con il mondo e con l’espressione artistica.

Se non fosse così, sarebbe una dimostrazione di incertezza.

Infine, mi dici “la computer art sembra ingannevolmente alla portata di tutti”. Si, hai ragione, proprio ingannevolmente. Oggi i bambini di sei anni, in prima elementare, studiano informatica, hanno il loro approccio con il computer e, se vogliono disegnare possono fare i loro disegni con il computer. Ma questo significa “fare arte”?

Suvvia, sia tu che io negli anni, continuando a lavorare e a studiare e ad approfondire, abbiamo imparato a vedere e a riconoscere la differenza tra arte ed “esercizi di stile”.

Ma parliamo d’altro.

Secondo te, l’arte interattiva può arrivare ad essere considerata arte oppure si deve intendere come un lavoro che si basa solo sulla “sorpresa”, sulla “partecipazione” dello spettatore e quindi sulla sua attenzione? Secondo te, è un lavoro che prende forza dal proporre opere curiose, divertenti e quindi è forse paragonabile ad uno spettacolo di giochi di prestigio?

 

A presto. Ida

 

 

From: Stefania Fabri

To: Ida Gerosa

Sent: Saturday, 04 Februar, 2008 3:22 PM

Subject: Re: computer art

 

 

Cara Ida,

rispondo un po' in ritardo perché come sai la mia attività è intensa.  Intanto direi che il nostro progetto di lavoro dovrebbe espandersi in diversi contesti. Per molti motivi. Soprattutto perché parliamo di opere che hanno una diversa vita e consistenza, che viaggiano nel web, di cui si può discutere anche io e te in un modo differente e non per questo, io penso, meno significativo. Un’ iniziativa meramente espositiva, proprio per le peculiarità di questo tipo di arte non è un perimetro sufficiente per contenere le nostre aspirazioni (io penso che ormai non lo sia per nessuna forma di arte). Vi sono artisti che proprio rifiutano l'idea stessa della mostra, e qui vengo anche al punto dell'interattività, spesso sia negli eventi espositivi sia nei musei non è garantita alcuna forma di interattività, perché l'interattività paradossalmente è più vicina come concetto alla lettura e cioè ad un'attività solitaria e senza lo sguardo di altri spettatori, con tempi e modalità di fruizione diverse da quelle che può consentire un'esposizione, necessariamente legata al passaggio di utenti, a orari e spazi delimitati. L'interattività è sicuramente una fruizione personalizzata e come tale necessita di canali particolari per potersi compiutamente realizzare.

Il nostro progetto dovrebbe forse inventare un contenitore, una sorta di laboratorio permanente, in cui convogliare riflessioni e "dimostrazioni" artistiche, senza che per questo sia penalizzato il pur giusto desiderio di un "riconoscimento estetico" delle produzioni prescelte. La mia idea è che comunque il portato di questo tipo di arte sia così collegato allo sviluppo delle nuove conoscenze e delle nuove sensibilità che sia impossibile non accompagnarlo con "pensieri" e "parole". Per tornare su Lanier ma non per interpretare Lanier, che se ne sta a studiare le connessioni telematiche tridimensionali, ma io credo che un esperto come è lui di tecnologie digitali e multimediali si senta in qualche maniera troppo limitato dalle sue stesse competenze, al punto da preferire di dedicarsi alla pittura tout court quando vuole esprimersi in maniera artistica. Credo che questo meccanismo sia comune anche ad altre persone che prescelgono le tecniche tradizionali: le sentono in qualche modo più aderenti ad una creatività più spontanea e meno artefatta, una sorta di ritorno alle origini.

I "quadri digitali" sono proprio un esempio di tentativo di mediazione o forse di accomodamento tra  due esigenze, quella di una rappresentazione più appetibile e più commerciabile e quella di rappresentare comunque le innovazioni introdotte dalle tecnologie. Possono essere una strada ambigua da percorrere, né carne né pesce, sono d'accordo con te, però a volte vi sono dei lavori anche qui di un certo valore artistico. Perciò in linea di massima quando si parla di arte contemporanea bisogna evitare i fanatismi di tutti i tipi. Possono uscir fuori dal buio (buio mediatico, buio dell'introspezione, buio della confusione e mescolanza, buio delle macchine) cose impensabili.

E qui vengo all'ultimo punto: la sorpresa, il gioco, la spettacolarità. A quelle competizioni o concorsi a cui ho partecipato come giuria ho notato che i giovani puntano molto sull'elemento sorpresa: a volte un'idea originale è più che sufficiente per creare un progetto artistico e ovviamente la progettualità è molto importante in questo tipo di arte e da qui anche l'intenzionalità ( e perciò l'intenzione di stupire il fruitore). Spesso i giovani si limitano a manipolare una foto con una tecnica molto semplice, ma l’effetto è un’immagine originale dove quello che conta è l'idea. Ti ricordi del laboratorio per bambini che fu organizzato alla Galleria Comunale d'arte moderna e contemporanea (ora denominata MACRO) sull'uso creativo di Adobe ? Anche tu sei rimasta colpita da quello che avevano realizzato i bambini, perché c'erano delle idee, anche se non c'era l'arte: c'era un certo senso di bellezza. Il gioco di prestigio se è arido secondo me non colpisce nessuno, anche questo tipo di arte ha bisogno di autenticità. Sono sicura che sei d'accordo...

Stefania

 

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From: Ida Gerosa

To: Stefania Fabri

Sent: Sunday, Februar 05, 2008  5:20 PM

Subject: Re: computer art

 

 

Cara Stefania,

sono d’accordo con te, su tutte le tue argomentazioni che desidero molto approfondire e allargare. Anche se penso che l’idea è certamente importante, ma pure la realizzazione, l’opera che rimane. Per questo mi piacerebbe o mi piacerà affrontare questi argomenti in  pubblici dibattiti per un confronto produttivo, ma soprattutto mi piacerebbe operare in un Laboratorio. Un contenitore dove gli artisti possano sperimentare e dove sia possibile parlare con i ragazzi circa le opportunità e gli sviluppi che si presenteranno in futuro. Un luogo dove poter parlare e soprattutto sperimentare  riguardo alle connessioni con altri mezzi. Un luogo attento alle continue, costanti possibilità che il mondo tecnologico propone.

Vorrei concludere, però, con una sola puntualizzazione. Per me l’arte fatta con un computer è assolutamente spontanea e non la sento artefatta. Significa adoperare un mezzo piuttosto che un altro. E poi, sento e amo talmente il rapporto con questo strumento che, ogni volta che lavoro, sono felice e completamente coinvolta. Piuttosto sento che se dovessi tornare a dipingere, allora e solo allora costruirei qualcosa di artefatto che non mi somiglia più.

A presto. Ida