From: Comune di Roma - Dipartimento
Cultura - ufficio politiche universitarie
Subject: Re: Digital events
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Original Message -----
From: Ida
Gerosa
To: Fabri
Stefania
Sent: Tuesday,
May 18, 2004 4:58 PM
Subject: digital events
Cara Stefania,
finalmente mi sento in dirittura di arrivo.
Questo progetto che stiamo portando avanti da ormai due
anni, sembra che si possa realizzare. Ne sono felice per i tanti motivi che mi
hanno spinta a desiderarlo, soprattutto per cercare di chiarire, se possibile,
alcuni dei fraintendimenti che circondano l'arte con un computer.
Ora per poter entrare nella sua conoscenza, inizierei a
parlare delle questioni che riguardano la terminologia di quella che io
continuo a chiamare “computer art”, terminologia che, più che
altro, mi ha sempre incuriosita per capire il perché della necessità di tante
trasformazioni lessicali.
Sono esistite più maniere per definire l’arte a
computer.
Come dicono Edmond Couchot e Norbert Hillaire nel loro libro
“L’art Numérique”, la prima usata è stata “Computer
art”, che metteva l’accento sull’arte fatta sulla macchina
stessa. Più tardi è stata sostituita con l’espressione “Computer
science”, che fa riferimento alla scienza in pieno sviluppo, sottendendo
la tecnologia. Poi è arrivato il termine “Arte elettronica”,
categoria più vasta e fluida che si riferiva principalmente alla videoarte.
Negli anni ‘90 si usò il termine “Arte virtuale” oppure
“cyberart”. Per arrivare ora ad usare il termine “Arte
digitale” perché sembra in grado di inglobare i diversi aspetti di questa
nuova arte e di rendere conto della sua storia perché fa riferimento alle sue
specificità tecniche.
Termine che non condivido perché non chiarisce il lavoro che
viene fatto con il computer, ma anzi ne complica la comprensione.
A questo proposito fammi fare alcune riflessioni.
Capisco che non è facile distinguere tra i vari metodi di
lavoro, riuscire ad entrare completamente nella comprensione della costruzione
di un’opera (spesso è solo un’impressione legata alla personale
cultura di chi guarda) ma credo che sia importante fare delle differenze per
sapere immediatamente a che cosa ci stiamo riferendo.
Mi rendo conto che entrare nella vera essenza di una
complessa apparecchiatura tecnica, come è il computer, è proprio di chi ci
lavora direttamente usando la sua specificità, la sua potenzialità, mentre non
può esserlo per chi lo usa, direi quasi, “inconsciamente”.
Cerco di spiegarmi con un esempio.
Chi definirebbe oggi "operatore
di computer" un signore che si siede al volante ed accende la sua auto?
Eppure, girando la chiave quel signore ha messo in moto decine di computer:
quello che governa l'airbag, quello dell'ABS, quello del quadro strumenti e via
dicendo.
Lo stesso si potrebbe dire per chi usa il telefonino: sta
utilizzando decine di altri computer, ma non è certo un operatore di computer.
In definitiva sto dicendo che è molto diverso lavorare con
questo elaboratore utilizzando direttamente le sue capacità e guidarlo in un
colloquio cosciente perché esegua alcune operazioni da noi finalizzate,
dall'usare inconsciamente decine di computer che costituiscono gli elementi
componenti di un sistema creato a supporto di un'operazione che non ha nulla a
che fare con l'uso consapevole del computer.
Analogo ragionamento si può fare per l'ormai diffuso termine
"digitale".
Ogni registrazione di dati, di suoni, di immagini, prima
veniva fatta con sistemi analogici cioè con sistemi che riproducessero le caratteristiche fisiche
di ciò che si voleva registrare.
Con l'avvento del mezzo elettronico si è visto che era molto
più facile e preciso trasformare in numeri ogni fenomeno e poi registrare i
numeri che erano la rappresentazione numerica di tale fenomeno, chiamata con il
termine “digitale”.
Però non si può chiamare "musica digitale" la
registrazione su CD di un concerto di Paganini suonato con uno Stradivari, pure
se la tecnica di registrazione è numerica, come non si può chiamare "arte
digitale" la rappresentazione
numerica della "Gioconda" quale la troviamo nel CD in vendita
al Louvre.
Spesso chi “legge” dall’esterno i nuovi
media e sa che tutti in qualche modo sono supportati dall’uso del computer,
difficilmente può capire come e quanto la macchina contribuisca ai risultati.
Voglio dire che altro è produrre certe opere usando
direttamente la macchina conoscendola e entrando nel suo specifico e sfruttando
le sue possibilità, altro è usare un mezzo quale ad esempio una macchina video
da ripresa che ieri era meccanica-analogica ed oggi è elettronica-digitale.
Quindi è importante definire in maniera chiara e specifica,
ma differente, l’opera creata solamente con un computer piuttosto che
“anche” con un computer.
Inoltre c’è pure da distinguere tra le stesse opere
create solamente con un computer, perché possono essere molto diverse tra loro
sia come procedimento che come risultato ed hanno quindi bisogno di una loro
specifica denominazione.
Per questi motivi mi trovo in posizione assolutamente
antitetica rispetto a studiosi, critici che cercano di fare un “gran
calderone” delle varie arti che in un modo o nell’altro usano un
computer. Penso che sia piuttosto una maniera per “togliersi dai
problemi”.
La macchina non ha caratteristiche forti che condizionano
l’utente, è duttile e docile, aperta ai diversi programmi immessi per
realizzare diversi lavori. E’ quindi un perfetto supporto per le diverse
creatività individuali dell’uomo pensante.
In conclusione, sono convinta, non si possono e non si
devono riunire tutte le diverse strategie di lavoro sotto un’unica
definizione, quale la “digitale”, e non credo che sia sempre più
sfuggente “la definizione di specifico rapporto tra computer e
arte” (come qualcuno sostiene) anzi al contrario è tutto estremamente
chiaro e comprensibile, purché si cerchi di capire ogni percorso diverso ed è
ancora più facile, per tutti, farlo se si usa una definizione adeguata.
Tu che pensi di tutto questo? E poi, che cosa pensi dei
“nuovi” quadri digitali?
Un abbraccio. Ida
----- Original Message -----
From: Stefania
Fabri
To: Ida
Gerosa
Sent:
Friday, June 11, 2004 12:37 PM
Subject: Re: digital events
Cara Ida,
in linea generale non credo che ormai sia più possibile definire precisamente un'arte partendo dal mezzo con cui la si realizza, anche se tale mezzo comporta una specificità di linguaggio, che secondo me è la vera specificità che tu vorresti giustamente difendere e mantenere. La "contemporaneità" è fatta di tanti mezzi e linguaggi che si sovrappongono, e mi sembra che il segno prevalente sia il "cross over", dove nessuno rispetta nulla e tutto s'incrocia: c'è chi chiama quadri digitali tele tradizionali realizzate con procedure fotografiche o pitture fotografate o manipolate al computer, c'è chi chiama net art operazioni di scrittura sul web, ecc. Come dici tu stessa il computer è entrato in tutte le procedure automatizzate di qualsiasi natura e finalità. Con questo bisogna farci i conti per farsi comprendere dai giovani, che hanno le idee molto confuse, non c'è dubbio.
Il punto forse è quello di ripartire dalla dimensione indicata fuori dall'arte, nei mondi della scienza e della comunicazione; è lì che secondo me si è avvertito con più nettezza il cambiamento di linguaggio e di "ambiente" espressivo. Per intenderci quando Negroponte parlava di "essere digitali", lì nasceva la grande linea discriminante. Bisogna guardare piuttosto a Jaron Lanier o a Pierre Lévy per capire qualche cosa di computer art, piuttosto che ai critici d'arte contemporanea. Non è un caso che Mario Costa, che tu conosci bene e che stimiamo entrambe, parli di "blocco comunicante", che l'artista dovrebbe riuscire a superare con una sorta di "distanza". Io so che tu invece non sei per la "distanza", ma anzi per una diffusa immersione, dove i sentimenti trovano la strada per emergere dal magma delle "visioni" aniconiche. E' così?
Lanier parla del rapporto tra l'immaginario e le nuove tecnologie dove queste riescono nell'impresa se colmano i vuoti che altrimenti non possono essere colmati da altre forme di linguaggio. Questo di Lanier mi sembra un proposito molto interessante, essendo poi egli stesso non solo il genio informatico pioniere della realtà virtuale ma anche un'artista (però curiosamente pittore tradizionale!). Lanier ha proclamato la necessità di un "rinascimento del cyberspazio" e si è lamentato più volte che c'è poca competenza nei critici e negli artisti contemporanei nei confronti dell'uso delle tecnologie più avanzate (per cui si scade molto spesso in un uso banale) oppure che c'è poca competenza artistica da parte di chi usa le tecnologie per fare arte ( che non è solo pura spettacolarità). A questo proposito ci sono anche da considerare due altri aspetti: che specialmente la computer art sembra ingannevolmente alla portata di tutti, per esempio nella sua forma di net art, e dall'altra anche l'altro elemento che le tecnologie sono sempre nuove, nel senso sempre in cammino verso il nuovo e quindi non è facile stare al passo...
A te la parola
Stefania
----- Original Message -----
From: Ida Gerosa
To: Stefania
Fabri
Sent:
Thursday, July 01, 2004 4:16 PM
Subject: Re:
digital events
Cara Stefania,
si è vero quello che dici, in giro ci sono non molte idee e
quelle poche sono confuse.
Ma è proprio per questo che nasce il progetto di mostra di
sola Computer art, per cercare di rendere, se possibile, tutto più chiaro.
E’ una mostra che nasce per aiutare i ragazzi ad inoltrarsi in questo
mondo elettronico. Ma anche per rendere giustizia agli operatori che, in anni
di ricerca, hanno analizzato con estrema attenzione il linguaggio che adoperano
e sono arrivati a creare opere “consolidate”.
Si certo, per rendere giustizia bisogna “prendere le
distanze” e guardare da fuori, ma è necessario saperlo fare con
competenza e grande dedizione. Certo la “distanza” non determina
sempre la comprensione di ciò che si guarda, ma se non altro spinge a fare il
primo passo.
In genere chi parla di distanza è un critico o uno studioso
o solo un osservatore, non un operatore. L’artista deve saper guardare
“anche” da dentro.
Quando dici che io sono per una “diffusa
immersione”, si è vero, ma solo perché per tanti anni ho studiato,
esaminato, considerato, indagato per capire. Si, per capire. Per capire che
cosa è il computer, come si adopera, quale è o dovrebbe essere la sua
“risposta” alle aspettative. Ove per “risposta”
ovviamente intendo sempre quello che l’operatore vede o intravede.
Come tu ben sai, la macchina non può nulla da sola.
L’obiettivo, quindi, è usare il computer sapendo quello che si fa, e non
“farsi usare”.
Poi ognuno sceglie il suo percorso, e persegue il suo
obiettivo. Il suo.
Pensa a Pietro Grossi che ha creato programmi per
“farsi usare” dal computer. Ma è stata una sua specifica scelta,
una sua visione.
Il computer di per sé non suggerisce nulla, colui che lo
adopera deve porsi in sintonia dando spazio al proprio pensiero.
Concordo con Lanier, penso che abbia assolutamente ragione
quando afferma che le “nuove tecnologie” riescono
nell’impresa solo se colmano vuoti che altrimenti non possono essere
colmati da “altre forme di linguaggio”.
Purtroppo non conosco il lavoro di Lanier, ma non mi
meraviglia che sia un pittore tradizionale. E’ evidente che è entrato nel
campo dell’informatica solo da un certo punto di vista. Probabilmente ha
scritto software e conosce bene la macchina dal punto di vista hardware.
Immagino che il suo approccio deve essere stato diverso da quello artistico.
Forse ha studiato, ha pensato, ha scritto, ma non è riuscito o non ha voluto
attraversare la soglia che inizialmente separa chi opera, dallo spazio/tempo.
Non è riuscito o non ha voluto galleggiare nello spazio con quella libertà
assoluta che è necessaria al vero artista.
In ogni caso concordo con Lanier anche sulla poca competenza
degli osservatori e di alcuni artisti, ma penso che sia non per colpa loro, ma
perché siamo ancora agli albori degli sviluppi futuri. Sviluppi che saranno
assolutamente diversi da quanto oggi è stato pensato e fatto.
Sono certa che anche per questo, ogni volta che si presenta
una nuova maniera di lavoro o di ricerca, se così vuoi chiamarla, tanti si
affrettano a presentare opere che spesso non sanno ancora fare o mostrare,
perché ancora non sanno esattamente quello che loro stessi fanno e ogni
opportunità che hanno a disposizione è una scoperta. Per questo sono nati i
cosiddetti “quadri digitali”. Per questo tanti
“curatori” si sono avvicinati alla net art, anche se è
un’arte non ancora approfondita e, tutto sommato loro stessi non sanno
neanche bene se può essere considerata arte.
La banalità. Hai ragione è imperante. La mostra di sola
computer art, che stiamo proponendo mira, appunto, al superamento della
banalità, della incompetenza.
La computer art è un’arte difficile da fare, da
capire, da vedere.
Ha la necessità di una conoscenza specifica, di una
competenza assoluta, ma non solo in chi opera, ma anche in chi guarda.
La decisione di esporre opere di artisti che hanno scelto
una strada differente tra loro, nasce dal desiderio di cominciare a chiarire
alcuni degli aspetti più importanti.
E, tra gli aspetti nodali, metterei anche il supposto
contributo della macchina.
Da queste riflessioni nasce la necessità di attribuire un
nome specifico ad ogni genere di lavoro.
Il credere che la fusione delle varie forme di espressione
sia la tendenza che oggi rende giustizia a queste opere, mi sembra
assolutamente sbagliato.
Infatti, esistono artisti che hanno scelto di adoperare
tutte, contemporaneamente, le sempre più numerose opportunità offerte dallo
sviluppo crescente della tecnologia. Ci sono artisti che si muovono fluttuando
tra computer, video, web ecc… Sono operatori che stanno cercando oppure
hanno trovato una loro personale maniera di espressione in questo senso.
Ma non sono i rappresentativi dell’arte elettronica
contemporanea. Hanno solo scelto di esprimersi così.
Piuttosto sono gli “osservatori” che, non
riuscendo ad orientarsi con chiarezza, ogni volta che qualcuno si esprime in
maniera diversa da quanto è stato fatto prima, scrivono e spingono il mondo
dell’arte (ancora poco acculturato in questo senso) a pensare che ormai
“si lavora così”.
Non credo. Penso piuttosto che ognuno cerca la sua strada e
la persegue, ognuno ha il suo approccio personale con il mondo e con
l’espressione artistica.
Se non fosse così, sarebbe una dimostrazione di incertezza.
Infine, mi dici “la computer art sembra
ingannevolmente alla portata di tutti”. Si, hai ragione, proprio
ingannevolmente. Oggi i bambini di sei anni, in prima elementare, studiano
informatica, hanno il loro approccio con il computer e, se vogliono disegnare
possono fare i loro disegni con il computer. Ma questo significa “fare
arte”?
Suvvia, sia tu che io negli anni, continuando a lavorare e a
studiare e ad approfondire, abbiamo imparato a vedere e a riconoscere la
differenza tra arte ed “esercizi di stile”.
Ma parliamo d’altro.
Secondo te, l’arte interattiva può arrivare ad essere
considerata arte oppure si deve intendere come un lavoro che si basa solo sulla
“sorpresa”, sulla “partecipazione” dello spettatore e
quindi sulla sua attenzione? Secondo te, è un lavoro che prende forza dal
proporre opere curiose, divertenti e quindi è forse paragonabile ad uno
spettacolo di giochi di prestigio?
A presto. Ida
From: Stefania
Fabri
To: Ida
Gerosa
Sent:
Tuesday, August 31, 2004 3:22 PM
Subject: Re: digital events
Cara Ida,
rispondo un po' in ritardo perché come sai c'è stata l'interruzione estiva. Intanto direi che il nostro progetto di lavoro non si può racchiudere dentro il canone "mostra". Per molti motivi. Soprattutto perché parliamo di opere che hanno una diversa vita e consistenza, che viaggiano nel web, di cui si può discutere anche io e te in un modo differente e non per questo, io penso, meno significativo. Una mostra proprio per le peculiarità di questo tipo di arte non è un perimetro sufficiente per contenerla (io penso che ormai non lo sia per nessuna forma di arte). Vi sono artisti che proprio rifiutano l'idea della mostra, e qui vengo anche al punto dell'interattività, perché nessuna mostra può garantire una vera interattività, perché l'interattività paradossalmente è più vicina come concetto alla lettura e cioè ad un'attività solitaria e senza lo sguardo di altri spettatori, con tempi e modalità di fruizione diverse da quelle che può consentire un'esposizione, necessariamente legata al passaggio di utenti, a orari e spazi delimitati. L'interattività è sicuramente una fruizione personalizzata e come tale necessita di canali particolari per potersi compiutamente realizzare.
ll nostro progetto dovrebbe essere un contenitore, secondo me, da qui il titolo, forse banale, Digital Art Events (DAE), in cui contestualizzare riflessioni e "dimostrazioni" artistiche, senza che per questo sia penalizzato il pur giusto desiderio di un "riconoscimento estetico" delle produzioni prescelte. La mia idea è che comunque il portato di questo tipo di arte sia così collegato allo sviluppo delle nuove conoscenze e delle nuove sensibilità che sia impossibile non accompagnarlo con "pensieri" e "parole". Per tornare su Lanier ma non per interpretare Lanier, che se ne sta a studiare le connessione telematiche tridimensionali, ma io credo che un esperto come è lui di tecnologie digitali e multimediali si senta in qualche maniera troppo limitato dalle sue stesse competenze, al punto da preferire di dedicarsi alla pittura tout court quando vuole esprimersi in maniera artistica. Credo che questo meccanismo sia comune anche ad altre persone che prescelgono le tecniche tradizionali: le sentono in qualche modo più aderenti ad una creatività più spontanea e meno artefatta, una sorta di ritorno alle origini.
I "quadri digitali" sono proprio un esempio di tentativo di mediazione tra due esigenze, quella del radicalismo estetico tecnologico e quello del radicalismo estetico tradizionale. Possono essere una strada ambigua da percorrere, né carne né pesce, sono d'accordo con te, però per esempio i ritratti del giovane Matteo Basilè sono piuttosto originali. Perciò in linea di massima quando si parla di arte contemporanea bisogna evitare i fanatismi di tutti i tipi. Possono uscir fuori dal buio (buio mediatico, buio dell'introspezione, buio della confusione e mescolanza, buio delle macchine) cose impensabili.
E qui vengo all'ultimo punto: la sorpresa, il gioco, la spettacolarità. A quelle competizioni o concorsi a cui ho partecipato come giuria ho notato che i giovani puntano molto sull'elemento sorpresa: a volte un'idea originale è più che sufficiente per creare un progetto artistico e ovviamente la progettualità è molto importante in questo tipo di arte e da qui anche l'intenzionalità ( e perciò l'intenzione di stupire il fruitore). Per esempio ricordo un'immagine di una ragazza, Monica Basso, che ha partecipato al concorso di cyber art bandito per il progetto europeo di cultura 2000 "in-visible out-skirt" , che molto semplicemente ha usato una foto probabilmente di un'automobile ad un parcheggio particolarmente desolato, manipolandola digitalmente in modo tale da farla sembra un'astronave atterrata in periferia. L'idea era buona e l'idea conta. Ti ricordi a proposito di bambini, del laboratorio che ho organizzato alla Galleria comunale d'arte moderna e contemporanea sull'uso creativo di Adobe ? Anche tu sei rimasta colpita da quello che avevano realizzato i ragazzi, perché c'erano delle idee, anche se non c'era l'arte: c'era un certo senso di bellezza. Il gioco di prestigio se è arido secondo me non colpisce nessuno, anche questo tipo di arte ha bisogno di autenticità. Sono sicura che sei d'accordo...
Stefania
----- Original Message -----
From: Ida Gerosa
To: Stefania
Fabri
Sent:
Tuesday, August 31, 2004 5:20 PM
Subject: Re: iniziamo a scrivere per il catalogo
Cara Stefania,
sono d’accordo con te, su tutte le tue argomentazioni
che desidero molto approfondire e allargare. Per questo mi piacerebbe o mi
piacerà affrontare questi argomenti in un pubblico dibattito per un confronto
produttivo.
Vorrei concludere, però, con una sola puntualizzazione. Per
me l’arte fatta con un computer è assolutamente spontanea e non la sento
artefatta. Significa adoperare un mezzo piuttosto che un altro. E poi, sento e
amo talmente il rapporto con questo strumento che, ogni volta che lavoro, sono
felice e completamente coinvolta. Piuttosto sento che se dovessi tornare a
dipingere, allora e solo allora costruirei qualcosa di artefatto che non mi
somiglia più.
A presto. Ida