Ennio Bertrand

B&D Studio Contemporanea

Milano Settembre-Ottobre 1998

Info: bdart@galactica.it

 

 

di Daniele Perra

 

Che la televisione avesse trasformato il nostro immaginario visivo e percettivo creando piccole porzioni di realtà sapientemente confezionate, facendo da filtro alla conoscenza di ciò che accade lontano da noi (pensiamo all'effetto ponte radio) era cosa nota. Che numerosi artisti ne fossero affascinati o disturbati andando a ritoccare fotogrammi più o meno indicativi come Schifano nei suoi interventi esasperati e manuali sulla pellicola televisiva dove il suo studio si trasforma in una sorta di centralina di montaggio o nell'operazione in rete di Parrini , Arte-Etere-Rete,che stimolava gli artisti a rielaborare con vari strumenti immagini tratte dal palinsesto televisivo, era cosa nota. Non avevamo ancora la consapevolezza che cominciava ad imporsi un altro canale che avrebbe provocato una nuova forma di assuefazione visiva: la rete telematica ed il World Wide Web. Siamo ormai in balia di una sorta di sindrome da overload informativo che ci provoca un senso di spiazzamento, dove oltre all'enorme quantità di dati da accumulare e trasmettere, si aggiunge la contemporaneità, la globalità e l'ubiquità degli eventi. E' sintomatico e indicativo che Alessandro Riva faccia riferimento nel testo di presentazione della mostra al film "The Truman Show", esempio emblematico di una totale ricostruzione e ambientazione artificiale dove poter collocare la vittima o forse l'eroe, frutto dell'incessante trasformazione sociale e culturale. Ennio Bertrand attraverso una camera digitale fissa brevi momenti dello scorrere degli avvenimenti filtrati attraverso il mezzo televisivo. Entra in un processo di simulazione personalizzandolo. Ci fornisce una visione altra di una realtà già falsificata. Sono immagini d'impatto, il soft-porn si affianca alla guerra del golfo in una sorta di anestetizzazione propria del mezzo televisivo. La sua è una scelta arbitraria che nell'indifferenziazione della grande quantità di immagini che passano sullo schermo della televisione ci colpisce, ci affascina anche grazie all'uso di foglie d'oro e d'argento come sfondo.

Oltre alla serie che potremmo chiamare "televisual" vi era anche un'installazione fatta di computer portatili. L'elaboratore non solo come interfaccia dove poter scorgere la riproduzione e la rivisitazione di opere di artisti celebri, da Fontana a Klee, da Duchamp a Calder, raccolte in un CD-Rom, ma anche come parte integrale dell'opera. Un po' come l'uso dei video (in quanto oggetti collezionabili(?) nelle ambiziose costruzioni a metà tra influenze orientali e Hyper-Tecnologiche di N. J Paik. Lo sviluppo tecnologico, del resto, non si manifesta soltanto dallo sviluppo di software avanzati, dalla creazione di agenti intelligenti ma anche dalla realizzazione di macchine sempre più leggere, piccole, estremamente affascinanti sia da un punto di vista funzionale sia estetico. L'insolita e suggestiva e spero non casuale collocazione dei computer sospesi su una parete della galleria è sicuramente un segnale chiaro. L'opera quindi non più rappresentata dall'evanescenza e dalla riproducibilità del CD-Rom che aveva suscitato le paure degli amanti dell'aura "sacrale" e dell'assoluta non riproducibilità ed unicità dell'opera d'arte, ma anche dalla membrana che la contiene, che la rende "funzionante". L'interfaccia informatica quindi non solo come pelle visiva ma anche come scelta precisa di rappresentabilità. Un'icona inglobata in una macchina sicuramente standardizzata e di largo consumo che assume allo stesso tempo un alto valore estetico.