SADE : OPUS CONTRA
NATURAM
di
e con Enrico Frattaroli (autore
libertino)
dall’opera
di D. A. F. de Sade
Franco
Mazzi e
Anna Cianca (libertini filosofi)
Galliano
Mariani
(vittima) Catia Castagna
(complice)
Enrico
Venturini
percussione
e midi-device
Diana Stivali (assistente libertina) Viviana Mancini (fanciulla vittima)
Mohamed Ben Khalifa (assistente tecnico) Marco Di Giuseppe (assistente fonico)
Voce
soprano Patrizia Polia
ex Carcere di Correzione del San
Michele
Roma, Via di San Michele 25 (Porta
Portese)
Seconda settimana: 24-29
aprile 2007
È nella depravazione che la natura
comincia a rivelarci la chiave dei
suoi segreti, e noi possiamo
conoscerla a fondo solo oltraggiandola
La mostra negli spazi delle
Papesse System error: war is a force that
gives us meaning a cura di Lorenzo Fusi & Naeem Mohaiemen contiene un
forte pensiero sul concetto di guerra e purifica la mente dai pensieri di etica
secondo una filologia storica. Una delle immagini più forti sulla sopportabilità
insopportabile dell’uomo è del famoso fotoreporter Kevin Carter, che ritornato
in patria si è suicidato dopo aver ricevuto il premio Pulitzer per le morti
fotografate!!!
Il progetto espositivo getta un
ponte con il pensiero, con quel pensiero degli anni ’60 impegnato a raggiungere
l’origine delle cose. A distanza di mezzo secolo, gli intellettuali si
confrontano con un concetto di origine, come lente attraverso cui guardare
l’uomo e i suoi ‘peccati’, per scoprire un diverso mondo con cui dover fare i
conti secondo logiche altre, forse quelle trans-rationnelle di
Malevic.
La contemporaneità è eco della
storia, quella che deborda i tempi e le lingue presentandosi in un tempo futuro
che accoglie le sue istanze.
Su questa onda può scorrere il
pensiero di Bataille e più indietro quello di Sade. Attraversare Sade e
dialogare con l’essenza del suo
pensiero è dialogare con ciò che è oltre la maschera e l’estetica
ideologica
Enrico Frattaroli, autore del suo quinto lavoro
teatrale su Sade, cita Juliette che, alla fine dell’ Histoire, asserisce: «La filosofia deve dire
tutto, per quanto ne abbiano terrore gli uomini». «Dire tutto» senza badare alle
conseguenze è l’imperativo di ogni libertino sadiano: «È una verità terribile
ma, in quanto verità, non può esser tenuta nascosta – asserisce Padre Sylvestre nella
Nuova Justine – I miei principi sono ardui, le loro conseguenze
pericolose, ma cosa importa purché siano giusti?». Rischiare di «dire tutto» è
l’imperativo dello scrittore e uomo de Sade: «Dal momento che è una verità,
perché nasconderla? Dov’è questa necessità di ingannare gli uomini? Sarebbe un
cattivo modo di amarli allontanarli da verità tanto essenziali, qualunque ne
siano gli effetti». Le conseguenze pericolose della verità valgono per Sade la
verità stessa: «Provate a immaginare quale massa di crimini si innalza da questo
argomento!» aggiungerebbe Padre Sylvestre.
Se «dire tutto» è l’imperativo
di Sade e di ogni suo libertino, ‘ascoltare tutto’ è l’imperativo di chiunque
decida di avventurarsi nella sua opera. Ma ‘ascoltare tutto’ è ‘lasciarlo parlare’, vale a dire
l’operazione più ardua da portare fino in fondo con la sua scrittura:
Sade è così
impietoso nell’analisi del «cuore umano», che persino chi ha voluto ascoltarlo,
il più delle volte, l’ha fatto tacere. ‘Ascoltare tutto’ vuol dire concedergli tutto lo spazio di
risonanza della nostra mente, della nostra immaginazione, dei nostri corpi, del
desiderio che li muove: dall’«amico lettore» delle Centoventi giornate di Sodoma Sade non
si aspetta che ‘legga’, ma che «perda sperma». «Se non avessimo detto tutto, analizzato tutto, come
avremmo potuto intuire ciò che ti conviene?».
Impossibile rinunciare a questo «tutto» senza rinunciare
a Sade. Nella sua opera, filosofia ed erotismo si trovano mutuamente e
indissolubilmente implicati. Lasciar parlare Sade in teatro significa porre in
ascolto dissertazioni filosofiche inaccettabili ed esibire passioni altrettanto
inaccettabili al comune sentire. Ma significa anche lasciarsi mettere in scena
da lui quale suo «lettore», vale a dire come potenziale libertino: accostare
sulla scena una passione Semplice a una dissertazione sulla Religione («Dio è
l’unico torto che non posso perdonare all’uomo»), intrecciare una passione
Doppia a una disquisizione sul Libertinaggio («E’ nella depravazione che la
natura incomincia a rivelarci la chiave dei suoi segreti»), affrontarne una
Criminale trattando del Crimine («Un universo completamente virtuoso non
potrebbe vivere un solo istante»), per avvicinarsi all’Omicidio in ragione della
filosofia che riesce a sostenerne la passione («Soltanto l’orgoglio dell’uomo
eresse l’omicidio a crimine»).
Se Sade risulta inaccettabile, è perché viene misurato
con la logica della praticabilità sociale. Ma Sade non si rivolge alla
collettività, parla all’individuo, e lo invita a incontrare, e
pericolosamente, la parte di sé che egli stesso considera inumana. Non si può
eludere o tradurre in positivo la violenza lucida del suo pensiero, come non ci
si può sottrarre, se non giustificandola in termini ideologici, alla violenza
fredda degli uomini. Ciò che Sade descrive è ciò che Sade vede. Non è lui ad
avere inventato gli assassinî, le torture o gli abusi di potere (di cui,
peraltro, ci ingozziamo, senza problemi digestivi, ogni giorno) e i relativi
piaceri: ha voluto solo investigarle, e fino in fondo, e nel più profondo. Ciò
che non finisce mai di turbare le nostre coscienze.
Sade non ci chiede di mettere in pratica la filosofia
dei suoi libertini, ma di diventare pratici di noi stessi: se parla degli abissi
del nostro immaginario, è nel nostro immaginario che dobbiamo cercarlo, è col
nostro immaginario che dobbiamo capirlo. In pieno Illuminismo, portando alle
ultime conseguenze i presupposti della filosofia della ragione, Sade attinge a
quanto di meno ascrivibile alla ragione sia dato conoscere, il «cuore umano», e
vi scava fino a raggiungere le plaghe
ghiacciate e più profonde della nostra natura, dove non si può arrivare né col
tepore, né con l’ingenuità dei buoni sentimenti. «Possiamo andare incontro a
Caino, Giuda o Lucifero – scrive Hillman – solo se prendiamo coscienza del
nostro desiderio di mentire e di tradire, di uccidere nostro fratello o di
ucciderci, del fatto che il nostro bacio ha dentro la morte e che esiste una
porzione dell’anima decisa a vivere esiliata dal consorzio di uomini e
Dei».
OPUS CONTRA NATURAM
Gli alchimisti immaginavano l’opus contra naturam come un processo di
deformazione: «per servire la natura, il lavoro alchemico doveva deformare la natura. Per liberare la
natura animata, doveva fare male alla natura naturale (bollire, recidere,
scuoiare, essiccare, putrefare, soffocare, affogare, ecc.)».[1]
Per Freud e Jung, il lavoro dell’opus
contra naturam è di rendere conscio l’inconscio: il sogno, che ne è lo
strumento per eccellenza, opera in base agli stessi processi della deformazione
alchemica.
In Sade, è l’operazione stessa della scrittura ad
implicare un doppio processo di deformazione e di coscienza. Nelle sue Considerazioni sul romanzo, il Divino
Marchese assegna allo scrittore il compito di «far vedere l’uomo non solo qual
esso è o si mostra, ma quale può essere, quale può diventare di fronte alle
mutazioni del vizio e ai contraccolpi delle passioni», perché «è la natura che
deve afferrare, ...il cuore dell'uomo, la più singolare delle sue opere». Nella
depravazione, Sade ravvisa il
processo privilegiato di deformazione attraverso il quale cogliere l’enigma del
«cuore umano» all’interno del più vasto enigma della natura: «ha intuito l’uomo,
lo dipingerà». «L'uomo – avrebbe scritto Jung un secolo dopo – è opus contra
naturam».
Per Frattaroli l’opus contra naturam è come un principio di
messa a fuoco in profondità
della scrittura di Sade da tradurre nella forma teatrale destinata a
rappresentarla.
Dal 2000 al 2004 Enrico Frattaroli è stato regista
di:
MRF - Incontri Festival
2001, Comune di Roma - Ass. alla Cultura
Roma, Ex Carcere di Correzione
del San Michele (gennaio 2002),
Dal monologo sull’omicidio di
Papa Pio VI Braschi
MRF - Incontri Festival
2002, Comune di Roma - Ass. alla Cultura
Roma, Palazzo Braschi (dicembre
2002),
“Non serviam” per quartetti in voce suono
azione coercizione silenzio
Comune
di Terni - Ass. alla Cultura, Centro Multimediale, Neroluce.
Terni, Studi del Videocentro
(giugno 2003),
Lezione di anatomia del
desiderio
Teatro
Comunale di Ferrara, Neroluce.
Ferrara,
Chiesa sconsacrata di San Francesco (maggio 2004),
quattro opere, ovvero quattro fasi del processo di
elaborazione di
E’ nella
depravazione che la natura comincia a rivelarci la chiave dei suoi segreti e noi
possiamo conoscerla a fondo solo oltraggiandola.
il cui titolo viene a designare sia l’opera
conclusiva, sia l’intero processo messo in atto per realizzarla. Quest’opera-summa, che completa l’opus
contra theatrum portando alle ultime conseguenze le istanze e i materiali
elaborati nei lavori precedenti, si compirà nello spazio da cui ha preso l’avvio
l’intero processo: l’antica Casa di Correzione del San Michele a
Roma.
I LUOGHI DI
FRATTAROLI-SADE
Enrico Frattaroli realizza le quattro opere in luoghi
non teatrali, connotati da un’impronta, una storia sadiana che coinvolge e
completa l’installazione teatrale. Il Carcere del San Michele appartiene alla
classe di edifici in cui Sade ha passato quasi trent’anni della sua vita e
concepito e scritto quasi tutte le sue opere; Il Museo di Roma è l’edificio
nobiliare fatto costruire da Pio VI Braschi, papa coevo al Voyage en Italie del Marchese e uno dei
protagonisti della sua Histoire de Juliette; gli studi del Videocentro di
Terni, ex cantieri industriali, sono luoghi analitici per eccellenza
re-immaginati attraverso la «sala delle riunioni» delle Centoventi Giornate di Sodoma; la chiesa
sconsacrata di San Francesco a Ferrara (con annesso convento) è parte di una
famiglia di edifici presenti in quasi
tutte le opere di Sade come il tema della religione lo è nelle dissertazioni
filosofiche dei suoi libertini.
Da questo punto di vista, il carcere settecentesco di
Carlo Fontana è stato il grembo ineluttabile del mio opus contra theatrum come il carcere della
Bastiglia, di Vincennes o di Bicêtre lo furono della scrittura di Sade.
Cominciare dal carcere, infatti, ha significato ricominciare esattamente dal
luogo che invece di correggere o imbrigliare ha «esaltato fino al fanatismo» –
come Sade scriveva – il suo modo di vedere e di pensare; ha significato far
risuonare le parole dei suoi libertini proprio là dove sono state concepite, con
l’irriducibile libertà del loro pensiero e nel cuore stesso della loro
coercizione. L’opus contra naturam di
Sade inizia dalle architetture carcerarie che fecero di lui lo spirito più
libero nel corpo più rinchiuso.
L’uso di uno spazio non-teatrale (che può essere
utilizzato né più né meno come un qualsiasi teatro) trasforma lo stesso,
come dice lo stesso
regista, in spazio intransitivo: cioè un luogo da considerare nella sua
integralità, come la scena stessa. Ogni teatro è un luogo
transitivo, strumentale, la cui funzione non è di incidere sulla
rappresentazione o di modificarla – anche se non è mai indifferente, in quanto
soglia e cornice, a quella che in esso si inscrive – mentre un luogo reale, se
assunto nella singolarità della sua architettura e del suo carattere, è – o può
diventare – un protagonista della rappresentazione che vi si realizza e con la
quale ‘fa corpo’. In questo caso, non solo il luogo incide sulla
rappresentazione, ma ne diventa una chiave interpretativa, così come la
rappresentazione diviene una chiave di lettura dello spazio in cui si compie.
Concludere l’iter nel punto in cui è iniziato, l’antica
casa di correzione del San Michele, insieme carcere, chiesa, opificio e macchina
architettonica del Secolo dei Lumi, è come parafrasare il percorso di scrittura
e di vita di Sade: fu il manicomio criminale di Charenton l’ultimo luogo di
detenzione a rinchiudere il suo corpo e in cui scrisse la sua ultima opera di
irriducibile libertà.
FRATTAROLI
AUTORE LIBERTINO
Frattaroli mette in scena il sistema della lettura, non nel senso usuale della sua
interpretazione” di Sade, ma nell’accezione singolare in cui Sade la descrive e
propone al suo «amico lettore». «Eccomi qui – dice Frattaroli – oltre i confini
professionali che mi avrebbero lasciato, come autore e regista, al di fuori
della scena. “Quale senso sadiano avrebbe potuto avere la “mia lettura” se non
avesse investito anche il corpo e il desiderio di colui che immagina, oltre al
suo immaginario? Non ho messo in scena il personaggio di
Sade, né i personaggi del suo
universo poetico, ma me stesso in quanto «lettore» sadiano: soggetto
insostituibile, non riducibile a un ruolo, non interpretabile da nessun altro se
non da me, autore in quanto «lettore». Non ho messo in scena un’opera di Sade,
ma l’opera di Sade ha messo in scena di me. Non potendo offrire una varietà così
estesa di passioni, ho offerto una gamma compatibile con il mio immaginario e
con il mio corpo: con l’immaginario e il corpo del mio
teatro.”»
In tal senso l’autore si inscrive in quel processo di
autenticità, di avanguardia in cui bisogna essere autenticamente veri per essere
vivi, secondo quell’eccitazione e quel piacere sviluppata intorno al concetto di
limite iniziato nell’illuminismo.
Vittoria Biasi