La 50° Biennale di Venezia

Un passo indietro

 

di

Ida Gerosa

 

 

 

 

Dal 15 giugno al 2 novembre 2003.

Tre i principali spazi coinvolti: i Giardini della Biennale, l’Arsenale, il Museo Correr.

 

 

Una mostra mediocre, allargatasi a dismisura in tutti gli angoli di Venezia. Impossibile da vedere nei tre giorni dedicati alla stampa. Una mostra caotica e senza una regia.

All’arsenale opere di “seconda categoria” esposte con una disposizione frammentaria che toglie il respiro e il piacere di vedere.

Alcune opere importanti al Padiglione Italia, ai Giardini.

L’installazione migliore quella al Padiglione Israeliano, dove Michal Rovner presenta un nuovo lavoro dal titolo “Against Order? Against Disorder?”

Questa artista è stata, per me, una vera rivelazione, esattamente quanto lo è stata l’inglese Chris Cunningham che esponeva alle Corderie, due anni fa, due video assolutamente perfetti. Confesso che allora quando li ho visti, così esemplari, mi sono emozionata. Del resto l’arte elettronica è ancora in “costruzione” ed è raro trovare degli ottimi prodotti.

Quest’anno l’opera di Michal Rovner coinvolge l’intero Padiglione, sia interno che esterno trasformandolo in un vero e proprio percorso che invita il visitatore a riflettere sulle questioni di fondamentale e comune interesse per il mondo attuale: il rapporto tra l’uomo e le bio-tecnologie, le armi chimiche, la clonazione, il nuovo ordine mondiale e le aree di conflitto locale.

Tema, peraltro, ampiamente sfruttato in questa 50° Biennale, ma proposto con eleganza, con armonia… con arte.

 

 

Dicevo, nel suo complesso una Mostra mediocre. La maggior parte delle opere parlano in maniera ripetitiva e ossessiva, di distruzione, di guerra, di malattie. Ma sono opere superficiali che spingono alla noia e non alla riflessione. Assolutamente lontane dalla “vera arte”.

Mentre visitavo i “Giardini” e l’ ”Arsenale” mi chiedevo se è solo questo il mondo che stiamo vivendo e quindi da rappresentare oppure se, come penso, ci siano anche se in fieri, altri aspetti che sono stati accantonati.

L’arte contemporanea non è stata rappresentata tutta. I lavori di ricerca sembra siano stati cancellati con un colpo di spugna per far riemergere (dalle loro stesse ceneri) opere che potevano essere targate anni ’70 o ’80.

In questi anni l’elaborazione artistica è profondamente cambiata, ma guardando la Mostra nel suo insieme, sembra che i curatori abbiano rinunciato ad una qualunque progettazione di pensiero e che si siano chiusi nei termini tradizionali del “critichese”, termini che dilagano nelle opere presentate.

Tutto questo, nel suo complesso somiglia pericolosamente a una filosofia di natura puramente commerciale che cerca di dissimulare la propria essenza, ma poi purtroppo raggiunge solo un appiattimento totale.

Mi sembra che gli artisti, questi artisti, abbiano perso la capacità di sognare ed abbiano sciupato la possibilità di dichiarare una propria identità presente e futura.

 


Padiglione della Korea - Whang Inkie

 

In questo grande “bazar” o “fiera”, come vogliamo chiamarla, all’ingresso dei Giardini si distinguono gli  inquietanti  “alberi scarnificati”. L’inquietudine può anche essere affascinante, ma è un fascino che nasce dall’incertezza e non da una classica bellezza.

Nel Padiglione Italia, curato da Francesco Bonami, seducente l’opera di Damien Hirst, più pittorica di tante brutte pitture viste: un armadio di quasi nove metri diventa cornice per migliaia di pillole, rifatte e messe in ordine secondo fogge e colori diversi. Sul fondo dell’armadio è posto uno specchio che riflette le pillole e spinge ognuno di noi a ritrovarsi obbligatoriamente inserito in quell’ambiente particolare.

Interessante l’opera di Fischli e Weiss (che peraltro segue un filone di scrittura già ampiamente collaudato soprattutto da artisti statunitensi). L’opera pone trecento domande raccolte in vent’anni, presentate come pensieri che appaiono e svaniscono nel buio di un ambiente oscurato, “I miei sentimenti sono corretti?” “Il disagio cresce da solo?”…

Affascinante la stanza dai “tavoli trasparenti” di Matthew Barney, la “Pop sfera” di Pastrick Tuttofuoco, il bassorilievo di Giuseppe Gabellone, la grande scultura di Jennifer Pastor, i ritratti di Alessandra Ariatti.

Nel Padiglione coreano un’istallazione affascinante di  Whang Inkie.

All’Arsenale, come dicevo, opere non solo poco interessanti ma, collocate in maniera frammentaria e caotica, senza respiro. Il titolo “Clandestini”, che vorrebbe esprimere la rappresentazione di operatori artistici che seguono una “ricerca sotterranea”, spinge a sperare che pochi di loro possano sopravvivere… artisticamente parlando.

 

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Padiglione della Korea - Whang Inkie

 

 

Un discorso a parte si deve fare per la mostra Painting al Museo Correr, dove è esposta la pittura che è transitata di qui negli ultimi quarant’anni. Dà la sensazione precisa di quanto sia o sia stata importante la Biennale. Le opere ben scelte e significative, affascinanti anche quelle del 2003.

 

Una giuria presieduta da Salvatore Settis, ha attribuito i “Leoni” a Carol Rama e a Michelangelo Pistoletto (per la carriera); al Lussemburgo, con l’opera “Echo” di Su-Mei Tse (per la migliore partecipazione nazionale); a “Questions” degli svizzeri Peter Fischli e David Weiss (per la migliore opera esposta); a “Gentlemen” degli inglesi Oliver Payne e Nick Relph (per gli artisti under 35); all’iraniana, trapiantata in Italia, Avish Kheberhzadeh (quello per la giovane arte italiana).

 

Il progetto più ambizioso della Biennale: grazie a un finanziamento di 5.000.000 di euro, alcune opere esposte verranno decentrate in otto regioni del sud Italia.

 

 

Infine, particolarmente interessante la presentazione di “Genova Capitale Europea della Cultura”.

Genova è una città che racconta sottovoce, senza clamore la sua grandezza passata.

Qui nel 2004 potremo fare un grande “viaggio” nelle diverse forme che animano e qualificano il suo panorama culturale attuale. Sarà un percorso che ciascuno potrà intraprendere secondo il proprio gusto e le proprie predisposizioni, seguendo il programma ufficiale o creandosene uno tutto personale evento per evento.

Un calendario ricco e diversificato che annovera mostre d’arte e performance di danza, convegni scientifici e spettacoli teatrali, architettura d’avanguardia e concerti internazionali.

Varrà la pena andare a vedere.