DOCUMENTA

a

KASSEL

 

16 giugno – 23 settembre 2007

 

di

Ida Gerosa

 

 

Quest’anno per l’arte c’è stata una favorevole concomitanza di eventi.

Nello stesso momento si è inaugurata la Biennale di Venezia, che come dice il nome si presenta ogni due anni, “Documenta” a Kassel, che ha una periodicità di cinque anni, e una mostra di sculture che occupano tutta la città di Munster e viene presentata ogni dieci anni.

E’ stata quindi l’occasione per fare confronti di idee e di presenza visiva.

In questo momento parliamo di “Documenta”.

Per poter apprezzare e capire a fondo l’esposizione bisognerebbe fare la visita dopo un veloce percorso artistico attraverso i movimenti che si sono succeduti nel secolo scorso ed hanno segnato epoche diverse.

Un po’ come per cogliere gli aspetti più significativi della Biennale di Venezia bisognerebbe conoscere l’arte che ha influito sulla nostra storia passata e presente.

In Germania sarebbe utile vistare Dessau, la leggendaria sede della Bauhaus e quelle città più ricche non solo di storia, ma soprattutto di quell’arte contemporanea che possiamo vedere nelle strade, nei graffiti, nei murales, nell’architettura molto spesso affascinante e sorprendente.

Ecco, c’è da dire che in genere in molte città europee (ma non a Roma né a Milano) c’è un’atmosfera che rende con forza scintillante, il senso dell’attuale.

Forse coinvolge di più respirare questa atmosfera di crescita che visitare le mostre dedicate ad un’arte che dovrebbe dimostrare lo sviluppo visivo odierno.

La mia costante impressione è che le piccole e le grandi mostre che vengono allestite nelle diverse città del mondo non rendono bene l’idea della trasformazione, della crescita.

In genere sono presentati frammenti di pensieri e di arte. Tutto sembra poco e già visto. Non un proseguimento, un mutamento, un evento, forse solo qualche originalità. Manca il respiro del contemporaneo.

Abitualmente si esce dalle rassegne con un senso di sospensione, di vuoto. Sembra che manchi qualcosa.

Nella realtà, al di fuori di questi ambienti, tutto è velocemente cambiato e stiamo, sempre di più, vivendo un’atmosfera ricca di stimoli continui, di sorprese. Ad ogni passo (fuori dall’Italia) siamo circondati da un turbino di metamorfosi.

Tutto è così stimolante che nell’andare a visitare mostre come quella di Venezia o di Kassel si ha un senso di riposo, quasi di staticità. Perciò viene spontaneo pensare che non siano rappresentative dell’arte di oggi, ma solo dei pensieri dei diversi curatori.

Sembrano esposizioni di “curatori” e non di “artisti”.

Ma qual è la vera arte di oggi? Penso sia quella che, nonostante la spinta della parte commerciale, continua a crescere  e ad andare avanti senza tener conto dei maneggi dei critici e delle piccole e grandi gallerie. Chissà, poi un certo giorno alcuni di loro si approprieranno della “scoperta” di alcune opere e pretenderanno di guidare la creatività di qualche artista di valore…

Intanto oggi Documenta ha presentato opere che non dimostrano il vissuto dell’arte negli ultimi cinque anni.

Tante, tante, tante le fotografie. Grandi, piccole, a colori, in bianco e nero. Troppe.

Anche se in questo naufragare nelle foto, sono da segnalare quelle splendide, veramente splendide di Gorge Osodi. Con il titolo “Oil Rich Niger Delta” 2003-2007, ha presentato (come spesso succede nelle grandi mostre) visioni di guerra, di rapimenti, di alluvioni, pestilenze, privazioni, scoppi di bombe, baraccopoli, fuoco, fuoco e fumo, fuoco e luce. Malattie, morti. Cristalli forati da pallottole e fuoco e ancora fuoco e luce. Del resto è più facile far piangere che far ridere o suscitare gioia o tenerezza… E’ più facile rendere l’odio che l’amore. E la denuncia è uno de temi preferiti di oggi, come del resto negli anni 60-70.

Presenti anche molte installazioni, semplici, complicate, palesi e poi anche incomprensibili al punto da sembrare banali.

In mezzo a queste da segnalarne tre.

Molto poetica la grande piroga di Romuald Hzummè Doomed.

“Dannati se partono, dannati se restano, meglio alla fine essere partiti per essere coinvolti”, questo il titolo molto esplicativo. Nella vita vale la pena esserci, essere presenti sempre. Vale la pena vivere con consapevolezza e costante partecipazione.

Trascinante l’installazione di Imogen Stidworthy. Scritte luminose che scorrendo parlano di vita vissuta in mezzo alle situazioni problematiche contemporanee.

Ma la più affascinante opera installata mi è sembrata quella musicale di Saldane Afif “Black chords” Corde nere del 2007. Tredici computer programmati, 13 amplificatori elettronici, chitarre nere guidate da un disco che gira sulle corde stesse. Sul disco una pennetta che fa vibrare le corde e quindi suonare le note ad intervalli di qualche secondo l’una dall’altra. Dopo ogni suono, l’eco dello stesso.

Emozionante! E’ sembrato di ascoltare l’eco della nostra essenza, del nostro pensiero che così diventa libero di vagare nel silenzio (sonoro) cresciuto tra un suono e l’altro.

Non è la spettacolarità dell’opera a creare emozioni, ma la sospensione delle note, l’assenza di note in un buio conciliante che spinge a ritrovare se stessi guidati da un flusso di stimoli e di ricordi. E’ come essere spettatori del proprio spirito che galleggia nello spazio e nel tempo.

Tante altre le opere interessanti. Ma forse vale la pena parlare ancora solo di un’operazione particolare. Non nuova, ma resa bene.

Nel Museum Schloss Wilhemshohe è stato offerto agli spettatori un confronto tra le opere classiche esistenti nel museo e opere create appositamente.

La polacca Zofia Zulik ha presentato la foto, su plexiglass, di una dama vista come una carta da gioco. Ha inserito una serie di elementi diversi per “arricchire” la figura.

Il confronto con le migliori opere tradizionali, opere note, viste più volte, amate, punisce un po’ l’opera contemporanea, pur bella, ma ancora da capire e da assimilare.

Ma l’insieme risulta particolare e interessante.

Il forte contrasto tra le opere esistenti e le poche inserite è ben studiato e riuscito.

Il contrasto è netto, ma sembra ben accettato dall’ambiente.

In ogni caso, si inseriscono e vengono accolti meglio i grandi video. Forse anche perché il confronto non esiste. Alla fine, che siano video più o meno belli non ha importanza, sono opere a sé stanti, sono le uniche  che dimostrano di appartenere ad un’altra epoca.

In conclusione una mostra da vedere per trarre delle conclusioni personali.

Si esce pensando. Mi sembra un grande successo.