Termina la spedizione “Sulle tracce dei ghiacciai – Ande 2016”: Fitz Roy e Cerro Torre

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MC-link ha rinnovato il proprio supporto tecnologico a “Sulle tracce dei ghiacciai”, giunta quest’anno alla IV spedizione “Ande 2016”, proseguendo nella collaborazione iniziata con le due precedenti spedizioni “Caucaso 2011” e “Alaska 2013”.  Partito giovedì 11 febbraio 2016, il team di “Sulle tracce dei ghiacciai”, formato da fotografi, film-maker e ricercatori, è entrato nel vivo della spedizione, organizzata con il contributo di MC-link, oltre che di Enel Green Power e Gitzo.

L’obiettivo è quello di continuare il lavoro di documentazione avviato dal fotografo ambientalista Fabiano Ventura, dedicato alla realizzazione del primo archivio fotografico al mondo che documenta il collasso delle masse glaciali attraverso la fotografia comparativa; un progetto che conta già tre precedenti spedizioni svolte in Karakorum, Caucaso e Alaska. L’archivio prodotto da Fabiano Ventura si candida così ad essere la più importante documentazione dedicata ai ghiacciai della Terra, realizzata attraverso la tecnica della fotografia comparativa (repeat photography: confronto fotografico tra immagini storiche e moderne ottenute dallo stesso punto di ripresa per ottenere una perfetta sovrapposizione).

MC-link seguirà il procedere della spedizione documentando i risultati raggiunti con video e immagini e pubblicherà alcuni stralci del diario della spedizione.


On the Trail of the Glaciers Andes 2016 – Dispatch 04 from Fabiano Ventura on Vimeo.

Diario della spedizione

Sulle tracce dei ghiacciai – Ande 2016

12-16/03/2016

DeAgostini_Ventura_2Fitz Roy e Cerro Torre due mitiche montagne, nell’immaginario collettivo le più difficili al mondo. Sabato 12 marzo la nostra avventura inizia da El Chalten, piccolo paese all’interno del Parco Nazionale Los Glaciares a poche ore a piedi dalle grandi montagne.

Prima di partire incontro l’amico Alejandro Caparros direttore del parco che, interessato alle finalità didattiche del mio progetto, mi da la disponibilità di un piccolo rifugio come base logistica durante la permanenza nel parco e l’aiuto dei guardaparco per poter raggiungere i luoghi fotografici con la pesante attrezzatura.
Raggiungo il rifugio Blanco vicino al campamento Poincenot con l’aiuto delle guardaparco Valeria Abruzzo e Valeria che, appassionate del loro lavoro mi descrivono con molti dettagli le zone più belle del parco, una di loro pratica l’alpinismo ed ha già scalato il Fitz Roy per tre volte!
Il rifugio è splendido tutto di legno e immerso nel bosco, dopo aver offerto una tazza di te alle ragazze, le saluto, loro tornano a El Chalten ed io mi preparo qualcosa da mangiare.

La mattina seguente mi raggiungono altri due guardaparco con cui partiamo per il primo obiettivo fotografico, la vetta del Cerro Polo, una montagna dalla quale cercherò di ripetere la panoramica di De Agostini che ritrae l’intera skyline del Fitz Roy da una posizione frontale. Discutiamo sulla strada da percorrere, loro più propensi per quella più lunga ma meno faticosa io per quella più diretta ma più ripida, alla fine mi faccio convincere e in tre ore saliamo la cresta est fino all’anticima.
Arrivati sotto la vetta come da tradizione inizio la ricerca del punto fotografico con le foto storiche in mano spostandomi in vari punti per verificare l’esatta sovrapposizione delle varie creste delle montagne. Dopo lunghe ricerche anche in questo caso trovo delle rocce a terra che riconosco sulla fotografia storica e che mi confermano di aver ritrovato lo stesso luogo di scatto! Di corsa monto la folding Linhof e inizio a scattare, il Fitz potrebbe coprirsi di nuvole in qualsiasi momento.
Dal confronto tra l’immagine storica e la vista attuale di fronte a me è evidente come la parte terminale del ghiacciaio Blanco abbia perso diverse centinaia di metri. Dalla fotografia storica, infatti, si vede la fronte del ghiacciaio che occupa almeno mezza laguna mentre ora si è scoperta un’enorme parete di roccia. Il luogo è immenso, dalla fotografia è difficile comprendere le dimensioni di queste valli e montagne. Per fare solo un esempio, la quota del fondo valle è di 600 metri mentre la vetta del Fitz Roy è di 3405 metri!

Il tempo previsto è buono, per cui decido di scendere al rifugio e di tentare il giorno seguente la salita del Loma de las Pizzarras. Guardando la montagna dal basso decido di salire lungo un ripido canale intagliato nel bosco dalle frane che mi permetterà un accesso rapido a una cresta diretta alla vetta, contrariamente al percorso suggerito dal guardaparco Julien Esperanza, che oggi è con me e che m’indica una cresta molto più lunga. Salire per una via sconosciuta è spesso un’incognita, non sai mai cosa ti aspetta e se riuscirai a raggiungere la vetta, ma la soddisfazione di scoprire da solo una via di accesso alla montagna è nettamente superiore rispetto a una già conosciuta.
Il percorso, infatti, si rivela il più diretto ma il primo canale è impraticabile, troppo ripido e pericoloso. Il terreno sotto i nostri piedi cede continuamente. Per evitare questo canale, siamo costretti a infilarci nel bosco e procedere a volte aggrappandoci ai rami degli alberi. Dopo circa un’ora arriviamo sulla parte alta del canale, lo attraversiamo e ci dirigiamo verso la ripida cresta che su massi instabili ci porterà in vetta.
La vista è mozzafiato, da un lato possiamo mirare l’imponente sequenza di guglie granitiche del Fitz Roy con i laghi glaciali di color verde azzurro e dall’altro il deserto argentino con il lago Viedma.
Dopo aver ripetuto la fotografia storica di De Agostini mi dedico a scattare qualche immagine di quel paesaggio meraviglioso, realizzando anche una panoramica a 360°.

Per la discesa decidiamo una via ancora più diretta e ripida, ci infiliamo nel canele sotto la vetta e scivoliamo giù sui ghiaioni che ci impegnano non poco. La stanchezza accumulata purtroppo mi fa cadere correndo ma senza grosse conseguenze, solo qualche taglio e abrasione sulle mani e sulle gambe.

Il giorno successivo decidiamo di attraversare tutta la valle della laguna Madre passando nel bellissimo bosco di Lenga. Raggiungiamo dopo tredici chilometri il Mirador Maestri con vista mozzafiato sul Cerro Torre dove ripetiamo anche in questo caso una fotografia di De Agostini. Il ghiacciaio Torre è evidentemente arretrato frontalmente ed ha perso moltissimo il suo spessore. Nel 2005 ricordo che il ghiacciaio toccava quasi le rocce presenti nella laguna invece oggi, in soli dieci anni, si sarà arretrato di almeno 50 metri, figuriamoci facendo il confronto con la fotografia di De Agostini scattata nel 1945!

Beh…. in soli 3 giorni ho salito quasi 4000 metri di dislivello e camminato per oltre 60 km e ripetuto ben 5 fotografie storiche di De Agostini. E’ stata dura ma la fatica è stata ricompensata ampiamente!

2-10/03/2016

Eccoci di nuovo in partenza, questa volta da Puerto Natales a El Calafate, ci spostiamo dal Cile in Argentina per raggiungere la capitale dei ghiacciai e iniziare le attività nel Parco Nazionale Los Glaciares.

Partiamo con i cavalli forniti dall’Hotel Las Torres nonostante la pioggia e il vento forte già nella bassa valle. Dopo i primi 500 metri di dislivello il pendio si fa sempre più ripido, gli zoccoli dei cavalli iniziano a scivolare e con fatica li convinciamo a proseguire. Fra uno scivolone e l’altro raggiungiamo la fine del bosco e decidiamo di procedere a piedi. Il cavallante Miguel rimane con i cavalli ed io proseguo con il mio zaino pesantissimo.

La mattina seguente ci rechiamo subito nella sede amministrativa del parco per concludere le lunghe operazioni burocratiche e organizzare la logistica necessaria per raggiungere i ghiacciai. Dati gli obiettivi comuni, il parco ci conferma il pieno supporto offrendoci la possibilità di spostarci con i loro mezzi e mettendoci a disposizione alcuni guardia parco che ci aiuteranno sul campo; un aiuto indispensabile dato che tutti i luoghi prescelti si trovano in zone remote e a riserva integrale.
Stabilito un programma di massima, che sarà puntualmente modificato dalle condizioni meteorologiche, decidiamo di raggiungere come prima location il ghiacciaio Upsala, il secondo più grande di tutta l’Argentina. Raggiunto il rifugio del vecchio istituto glaciologico argentino dopo aver attraversato il lago Argentino con una nave turistica, lasciamo tutti i materiali e inizio subito la ricerca del punto fotografico da cui De Agostini scattò una sequenza di 7 lastre fotografiche per comporre una delle sue migliori panoramiche. La visione del ghiacciaio è mozzafiato, la valle che lo ospita è lunga 60 km e larga 5, si vede perfettamente la trimline, ovvero i segni di erosione sulle montagne laterali dove si trovava il ghiacciaio durante la piccola età glaciale che in alcuni punti sono alti anche 500 metri! Dopo essermi arrampicato su roccia friabile per diverse centinaia di metri riesco a trovare esattamente il punto fotografico su una vetta alla sinistra del mirador, ne ho la conferma come sempre riconoscendo delle rocce a terra riprese nelle fotografie storiche. La vista dal luogo scelto da De Agostini è impressionante, vedere come una valle così grande (60 km di lunghezza per 5 di larghezza) si sia completamente svuotata dal ghiaccio in poco più di 80 anni è sconfortante.
Ovviamente ormai è sera e per realizzare gli scatti dovrò tornare qui il giorno dopo.

Purtroppo però la mattina seguente, arrivato nuovamente sulla vetta, il vento è fortissimo e non mi permette neanche di montare il cavalletto, mi riparo dalle raffiche in una piccola valle sotto la vetta e aspetto fiducioso l’orario giusto per scattare. Purtroppo però nel primo pomeriggio il vento rafforza togliendomi ogni speranza. Sono quindi costretto a rimanere un’altra notte nel rifugio per tentare il giorno dopo. Prima di scendere lascio il mio zaino fotografico con l’attrezzatura più pesante fra due rocce e chiamo con il satellitare il referente logistico del parco per rimandare tutti i trasferimenti previsti fra jeep e imbarcazioni e scendo al rifugio per prepararmi una bella cenetta.
Il giorno successivo il tempo è buono e soprattutto il vento si è calmato, raggiungo la vetta per la terza volta e aspetto l’orario giusto (circa le 3:00pm) e inizio a scattare le fotografie.

Ritornati a El Calafate ci prepariamo subito per la nuova missione prevista al ghiacciaio Ameghino e la mattina seguente partiamo con 4 guardia parco e il gommone sul rimorchio dietro la jeep. Arrivati al ghiacciaio Perito Moreno, da dove saremmo dovuti partire, sentiamo un enorme boato e capiamo subito che la diga di ghiaccio che aveva sbarrato il lago si è aperta e decidiamo quindi di restare per fotografare i crolli spettacolari. Il giorno successivo però non possiamo perdere altro tempo e anche se a malincuore decido di non fotografare il collasso finale della grotta e partiamo comunque per il ghiacciaio Ameghino.
Arrivati sotto la montagna saliamo lungo la cresta per evitare il più possibile di camminare nella fitta vegetazione, arriviamo sulla vetta dopo circa 3 ore di dura salita su un terreno sconosciuto e incontaminato.
Posiziono il cavalletto con dei grandi massi a terra per contrastare le forti raffiche di vento e ripeto la sequenza di scatti per realizzare la nuova panoramica. Anche in questo caso il ritiro del ghiacciaio è notevole, dove prima c’era una lunga lingua bianca ora c’è una valle detritica e sul fondo una laguna lunga almeno 4 km che arriva fino all’attuale fronte.

Il meteo continua ad essere buono ma il tempo a mia disposizione è sempre di meno, devo proseguire il lavoro di repeat photography anche nella zona di El Chalten sulle mitiche montagne del Fitz Roy e Cerro Torre.

Ventura_losglaciaresData la quantità di fotografie da ripetere al ghiacciaio Spegazzini e le ore di viaggio per attraversare il lago Argentino decido di dedicare almeno due giorni a questa nuova missione. Arrivati nel fiordo Spegazzini dopo circa tre ore di navigazione con il gommone fra onde alte 3 metri e un vento pazzesco montiamo il nostro campo base con vista sul ghiacciaio.
Nel pomeriggio inizio a salire il pendio con incontri ravvicinati poco rassicuranti, nella zona infatti ci sono tori selvatici piuttosto violenti, ma loro hanno fortunatamente più paura di me. Durante la salita con grande soddisfazione ripeto due scatti e una panoramica di De Agostini.
Il giorno seguente raggiungiamo con il gommone la base di un ripido pendio accanto all’enorme fronte del ghiacciaio Spegazzini e attracchiamo dove la vegetazione ci sembra meno fitta.
Dopo una lunga salita di 1200 metri su balse erbose inizio il lavoro di confronto fra il paesaggio circostante reale e quello della fotografia storica di De Agostini e man mano riesco a ritrovare esattamente lo stesso luogo da dove realizzo la sua panoramica. Tutto combacia perfettamente, anche le rocce a terra, il ghiacciaio data la sua conformazione non ha subito un processo di ritiro frontale molto evidente ma il suo spessore si. Quest’ultimo reso evidente dalla presenza di molte voragini aperte sul ghiacciaio dove oggi si vede la roccia al posto del ghiaccio.
Dopo aver montato tutta l’attrezzatura nonostante le fortissime raffiche di vento il tempo improvvisamente cambia e inizia una tormenta di neve che ci costringe a ripararci sotto alcune pareti rocciose. I guardia parco cominciano a farmi pressione sul voler scendere, sono preoccupati per le condizioni meteo nettamente peggiorate e il ritorno con il gommone, sono ben conscio che ci aspettano 2 ore di discesa per raggiungere il lago e almeno 3 ore di navigazione prima che faccia buio, ma la voglia di ripetere quella fotografia prevarica su tutto e li convinco ad aspettare ancora.
Dopo 20 minuti le nuvole si aprono e approfitto per realizzare un paio di sequenze in digitale con la Nikon D810, purtroppo però ora dobbiamo andare e con rammarico sono costretto a smontare la Linhof che avevo montato sul cavalletto.

Andar via da quel luogo faticosamente conquistato senza fare nemmeno uno scatto mi sarebbe costato troppa fatica, era una fotografia che sognavo da anni, non avrei però potuto aspettare oltre, il pericolo di navigare di notte sarebbe stato troppo alto, tra l’altro con l’ipotesi che sarebbe potuto finire il carburante…

25-29/02/2016

DeAgostini_Ventura_2Dopo un giorno di attesa ci confermano il transfert e partiamo con una jeep verso il lago Grey, arrivati al lago prendiamo un motoscafo e poi il catamarano che dopo la traversata del lago ci lascia sulla spiaggia vicino al ghiacciaio Grey e raggiungiamo a piedi l’omonimo rifugio immerso in una splendida foresta di faggi.

La sera stessa grazie anche all’aiuto di un guardiaparco del Conaf decidiamo di cercare un punto fotografico da cui De Agostini realizzò una fotografia panoramica della fronte del ghiacciaio Grey, non dovrebbe essere poi così distante dal rifugio. Dopo diversi sali e scendi sulle creste delle vecchie morene del ghiacciaio, sempre con foto storica alla mano, troviamo il punto fotografico e a distanza di oltre 80 anni scattiamo la nuova fotografia. Ci rendiamo subito conto però che per vedere il ghiacciaio nella posizione attuale sarò costretto a scattare una terza fotografia verso destra.

Il giorno seguente il tempo non è buono ma decido ugualmente di andare a cercare gli altri punti fotografici a circa due ore dal rifugio. Arrivati sul posto ci rendiamo conto che De Agostini era passato al di fuori del sentiero attuale e spostandoci di circa 200 metri riconosciamo il luogo dalle pietre che sono rimaste al loro posto. Quello che invece è cambiato molto è la posizione frontale dei due rami del ghiacciaio Grey che oltre a retrocedere di diversi centinaia di metri ha perso il suo spessore scomparendo dietro il nunatak, la collina posta al centro della fronte del ghiacciaio. Nei due giorni successivi raggiungiamo nuovamente i luoghi fotografici e scattiamo le nuove fotografie terminando così il lavoro nel Parco Nazionale delle Torri del Paine.

Ora il nostro prossimo obiettivo sarà il Parco Nazionale Los Glaciares in Argentina, dove si svolgerà il lavoro più importante di tutta la spedizione.

21-24/02/2016

Il 21 febbraio entriamo nel vivo della spedizione, siamo nel Parco Nazionale delle Torri del Paine in Cile e abbiamo pianificato il primo tentativo per trovare il luogo esatto da dove Alberto De Agostini scatto la sua fotografia delle Torri del Paine. Nel 2005 ero già stato qui, ricordo bene che al posto del ghiacciaio ora è presente una valle con un grande lago. Sono quindi convinto che il confronto fra l’immagine storica e quella moderna sarà di grande impatto.

Partiamo con i cavalli forniti dall’Hotel Las Torres nonostante la pioggia e il vento forte già nella bassa valle. Dopo i primi 500 metri di dislivello il pendio si fa sempre più ripido, gli zoccoli dei cavalli iniziano a scivolare e con fatica li convinciamo a proseguire. Fra uno scivolone e l’altro raggiungiamo la fine del bosco e decidiamo di procedere a piedi. Il cavallante Miguel rimane con i cavalli ed io proseguo con il mio zaino pesantissimo.

Arrivato sulla sella del monte Paine sono costretto più volte a sdraiami a terra per le forti raffiche di vento, che superano sicuramente i 120 km/h. Arrivo con fatica sotto la vetta, mi riparo dietro un masso e decido di lasciare lo zaino con tutta l’attrezzatura, con questo tempo non avrei comunque la possibilità di scattare. Mentre continuo a salire so già che dovrò riaffrontare questa fatica.

Confronto la fotografia storica con il paesaggio circostante e mi convinco sempre più che è stata scattata dalla vetta, sono quindi costretto a salire ancora.

Alle due del pomeriggio, dopo una lunga cresta innevata, raggiungo la vetta e trovo il luogo dello scatto. Le nuvole che arrivano dall’oceano si fanno sempre più minacciose e decido di scendere prima che il tempo peggiori ancora.

Chiamo via radio Miguel nella speranza che mi stia ancora aspettando con i cavalli, sarebbe faticosissimo arrivare a valle a piedi con uno zaino da 15 kg! Purtroppo la radio non prende a causa della distanza. Scendo ancora a valle e alla fine riesco a parlarci, mi sta aspettando! Lo raggiungo e per le 18 siamo finalmente di ritorno al maneggio. Con la schiena rotta ma felice di aver trovato il punto fotografico. Nei prossimi giorni ritenteremo!

Le previsione del tempo per i giorni successivi sono brutte, siamo quindi costretti ad aspettare a valle per due giorni prima di ritentare. Le cose da fare in ogni caso non mancano, sono infatti impegnato per l’organizzazione logistica in Argentina, fra telefonate, email, skype, messaggi whatsapp e chi più ne ha più ne metta.

La mattina del 24 febbraio la pressione è in aumento e il cielo è in gran parte sereno anche se sulle Torri del Paine sono presenti ancora molte nuvole. Non ci dimentichiamo che siamo in Patagonia e l’assenza di vento è quasi un miracolo. Selliamo i cavalli e arriviamo velocemente fino alla fine del bosco a circa 750 metri di quota.

Questa volta lasciamo i due cavalli nel bosco ma portiamo con noi il terzo che ci porta gli zaini con l’attrezzatura. Raggiunta la sella il vento è molto forte e proseguo da solo sulla cresta. Miguel mi raggiungerà più tardi sulla vetta dopo aver messo al sicuro il cavallo.

DeAgostini_VenturaCon la foto storica in mano inizio a scrutare le creste per individuare esattamente il luogo da dove De Agostini aveva scattato la sua fotografia e mi rendo conto che aveva scelto una posizione riparata dal vento vicino ad una roccia sulla cresta sommitale poco al di sotto della vetta. Verificate le ombre sulla foto storica capisco che non manca poi tanto al momento dello scatto, devo quindi sbrigarmi a montare tutta l’attrezzatura. Posiziono il cavalletto Gitzo ponendo sul gancio una zavorra di pietre per saldarlo bene a terra ed evitare così che il vento mi porti via tutto, monto la folding Linhof e inizio la lunga procedura per eseguire lo scatto con la stessa inquadratura storica. Questa volta però le condizioni sono veramente estreme. Le raffiche di vento a oltre 120 km/h mi rendono il lavoro quasi impossibile, ho le mani congelate e la temperatura corporea in queste condizioni si abbassa velocemente, riesco con difficoltà a serrare le ghiere di messa a fuoco della macchina e a volte perdo l’equilibrio spinto dalle forti raffiche. In ogni caso il momento dello scatto è come sempre emozionante, approfitto di un raggio di sole per esporre la lastra e subito dopo mi rendo conto che come sulla foto storica, le cime di una montagna sulla sinistra dell’inquadratura sono coperte dalle nuvole. Subito dopo il tempo peggiora e inizia a nevicare, sono costretto quindi a smontare tutto rapidamente e iniziare la discesa che mi permetterà di scaldarmi.

La sera, lasciati i cavalli al maneggio, controllo il meteo e decido di modificare il programma della spedizione, andremo direttamente al ghiacciaio Grey, dedicare quattro giorni per raggiungere il ghiacciaio Dikson, senza avere la certezza di raggiungerlo per le condizioni della strada, sarebbe una perdita di tempo che non posso permettermi. Nell’organizzazione logistica della spedizione devo tenere conto di molti fattori tra cui anche il tempo a disposizione. Il 20 marzo mi raggiungerà il team dei ricercatori del dipartimento di Ingegneria dell’Università La Sapienza di Roma e i glaciologi del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università Statale di Milano per realizzare le attività scientifiche previste.

Dopo aver avvisato del cambio di programma l’amministrazione del rifugio Grey e i vari referenti logistici di Vertice Patagonia, che ci supportano per gli spostamenti in jeep e catamarano, vado a dormire, stanco ma felice del primo risultato.