La Triennale di Milano nel primo semestre del 2000

Mostre e manifestazioni


 

Emanuele Luzzati. Viaggio nel mondo ebraico

21 gennaio - 12 marzo 2000

A cura di

Centro Culturale "Primo Levi"

Ideazione e progetto

Emanuele Luzzati

Progetto d'allestimento

Michele Lastilla

Allestimento tecnico

Sergio Noberini

Catalogo

Tormena editore

 

La Triennale ospita una grande mostra antologica dedicata al mondo ebraico di Emanuele Luzzati, artista genovese di grande ecletticità, conosciuto per l'utilizzo di svariate tecniche illustrativo-pittoriche, per le tematiche affrontate, per la sua opera di scenografo, ma anche di illustratore, pittore, ceramista, produttore di disegni animati.

La mostra, organizzata in collaborazione con il Centro Culturale Primo Levi di Genova, presenta l'attività del maestro dal dopoguerra ai giorni nostri e propone circa duecento opere suddivise in cinque sezioni.

L'allestimento si snoda per sezioni:

la prima, Emanuele Luzzati illustratore, raccoglie un centinaio di illustrazioni per libri pubblicati tra il 1950 e il 1998, quali Quando Shlemiel andò a Varsavia e Le distese del cielo, di Isaac B. Singer, Il fabbricante di specchi, di Primo Levi, Barzellette ebraiche, di Elena Loewenthal, Racconti per la Bibbia, di Meir Shalev, nonché le tavole per l'Haggadah di Pesach (celebrazione della festività pasquale).

La sezione dedicata al teatro comprende modellini di scenografie, pannelli, costumi, utilizzati per spettacoli come Lea Lebowitz e Golem, di Alessandro Fersen, il Dibbuk, opera lirica di Ludovico Rocca.

Dagli anni Cinquanta agli anni Settanta, la ceramica è stata una delle attività fondamentali della produzione artistica di Luzzati, in collaborazione con vari architetti come Gustavo Pulitzer e Dora Gad.

Nella sezione grafica si trovano più di 20 manifesti, di alcuni dei quali saranno esposti i disegni originali, realizzati da Luzzati per mostre (come la mostra ebraica Meraviglie del Ghetto, realizzata a Ferrara nel 1989), eventi culturali e spettacoli.

In mostra verrà proiettato il cortometraggio Jerusalem, realizzato nel 1990 per il Museo della Città di Gerusalemme, con Giulio Gianini, autore con Luzzati anche dei cortometraggi Il flauto magico, Pulcinella, La gazza ladra, gli ultimi due insigniti della nomination all'Oscar.

La mostra è stata ideata dal Centro Culturale Primo Levi in occasione del settantesimo compleanno di Luzzati. Il progetto d'allestimento è stato ideato dallo stesso artista e sarà curato da Sergio Noberini e da Michele Lastilla.

Nell'ambito della mostra saranno organizzati incontri con l'autore e altre iniziative.

Nicoletta Cova

 

 

 

Milano. Cerchi della Città di mezzo

10 febbraio - 12 marzo 2000

130 opere fotografiche di

Giovanni Chiaramonte

Testi poetici di

Maurizio Cucchi, Milo De Angelis, Luca Doninelli, Umberto Fiori, Giovanni Raboni, Davide Rondoni

Allestimento

Pierluigi Nicolin

Catalogo

Federico Motta Editore

Un'iniziativa coordinata e promossa dal Centro Culturale di Milano

Con la collaborazione di

Regione Lombardia

Comune di Milano - Assessorato al Territorio

Provincia di Milano - Assessorato alla Cultura

AEM

AGFA

A.T.M.

 

Il cerchio. Delimitazione, figura, forma che dà consistenza, vita, significato. Che crea lo spazio. Il cerchio come segno della perfezione, nel suo riferimento simbolico desunto dall'ideale antico, a cui la cultura medioevale ha offerto solidi sostegni religiosi. Felice il caso di Milano, si diceva, perché la città aveva trovato la sua individuazione nella mirabile rotondità della cerchia muraria.

Il gioco del simbolo interpretativo ritorna nel racconto fotografico Milano. Cerchi della città di mezzo, a marcare i tratti del grande, magico o sacro disegno che si allarga, per continuare a custodire e difendere l'espandersi del vivere civile, destinato a rimanere a lungo visibile, concretamente o virtualmente.

Il cerchio, i cerchi, dunque, segnano la grande rappresentazione visiva di Milano, iniziata da Giovanni Chiaramonte nel gennaio 1996 e appena conclusa.

Nel descrivere dai margini estremi sino al centro, attraverso le sue stratificazioni storiche e monumentali, la complessa e contraddittoria figura urbana contemporanea, l'opera vuole evocare il genius loci, che dalla fondazione sino ad oggi ha edificato e sorretto la forma caratteristica e il destino della città.

L‘iniziativa rappresenta un originale lavoro. Il primo, grande racconto visivo realizzato sulla città, dopo il film "Miracolo a Milano" di Vittorio De Sica e dopo l'opera fotografica di Paolo Monti negli anni '50, pubblicata proprio grazie a Giovanni Chiaramonte nel 1986.

Ed è appunto Chiaramonte a firmare le 130 opere fotografiche in mostra, immagini inserite in una più ampia sequenza narrativa, nel costante rispecchiamento di eventi umani significativi. La forza straordinaria delle immagini di Chiaramonte suscita pensieri e parole, esige poesia per compiersi. Per questo, componimenti e poesie inedite di Maurizio Cucchi, Milo De Angelis, Luca Doninelli, Umberto Fiori, Giovanni Raboni, Davide Rondoni, appositamente nati dall'incontro con la fotografia di Chiaramonte e dal ri-guardare Milano, faranno da scenario narrativo alla mostra, raccontando l'umanità e la realtà della metropoli. Ciascuno dei poeti, tra i maggiori che hanno Milano come sede di lavoro, ha raccontato un cerchio, quello che più ama e frequenta.

I testi dei poeti costituiscono una vera e propria didascalia del cuore, della visione e dell'immedesimazione con la città e rappresentano la scrittura che dà senso alla città stessa, il significato che arreda il suo spazio. Brani, incipit o intere poesie saranno esposti negli spazi della Triennale accanto alle immagini, mentre nei Poet's Corners, che delimiteranno l’allestimento e in cui avranno luogo incontri degli autori con il pubblico, i testi saranno presentati integralmente.

La sequenza delle immagini si struttura in cinque sezioni, seguendo quattro percorsi anulari per arrivare al centro e al Duomo:

le tangenziali e gli ingressi autostradali in città, l'aereoporto di Linate, le intersezioni con le linee ferroviarie come Rogoredo e Certosa, le abbazie di Chiaravalle, Mirasole, Monluè, Garegnano, il Monte Stella;

la circonvallazione filoviaria della 90-91, con le immagini di Piazzale Lotto, Piazza Napoli, Piazza Piola, Piazzale Loreto, dei viali di circonvallazione, della Stazione Centrale, della Fiera;

l’antica cinta delle mura e delle porte: il Castello Sforzesco, piazza Sempione e l'Arco della Pace, Porta Ticinese, Porta Romana, la Rotonda della Besana, Porta Venezia, Porta Nuova, Porta Garibaldi e la Stazione, il Cimitero Monumentale, Sant'Eustorgio, la chiesa dell'Incoronata;

la cerchia ormai coperta dei Navigli, con Sant'Ambrogio, la Pusterla, Via Carducci, S. Lorenzo, la Cà Granda, via Sforza, via Visconti di Modrone, via Manzoni, San Marco, la Sinagoga, il Policlinico;

il centro: Piazza Fontana, momenti di vita in Piazza del Duomo e, infine, la conclusione sul tetto della cattedrale.

La manifestazione prevede, oltre al momento inaugurale, anche tavole rotonde sull'intreccio di problematiche sociali, culturali e urbanistiche della città.

Anna Mangiarotti

 

 

Antoni Gaudì (1852-1926)

15 febbraio - 30 aprile 2000

A cura di

Maria Antonietta Crippa (Politecnico di Milano)

Enrico Magistretti

Allestimento e progetto

M. A. Crippa

E. Magistretti

In collaborazione con:

Catédra Gaudì, Barcelona: prof. Juan Bassegoda Nonell

Catalogo-libro: J. Bergòs, Gaudì - La vita e l’opera, Jaca Book

 

La Triennale organizza una grande mostra retrospettiva, la prima in Italia, di Antonio Gaudì, l’architetto catalano oggi unanimamente riconosciuto figura di primo piano nella storia dell’architettura degli ultimi due secoli. L'uomo Gaudì, ricorda lo storico dell’architettura francese Michel Ragon, ha una biografia molto povera, scarna "come quella di Cézanne, in quanto, in entrambi i casi, si tratta di personaggi la cui intensa vita interiore divora l'urgenza e la grandezza dell'opera intrapresa". La sua storia, i moti del suo animo, il suo senso di responsabilità civile si riassumono dunque completamente nelle sue geniali costruzioni.

Esse suscitano, in ogni parte del mondo, l’interesse di un vasto pubblico specialistico e non, attratto dal suo genio generosamente comunicativo, oltre che precursore per molti aspetti delle avanguardie artistiche e delle attuali esigenze di comunicazione. Si è parlato infatti, a proposito delle invenzioni gaudiniane, di sconvolgenti profezie, di pop-architetture, di arte astratta ante litteram. A lui si attribuisce la messa a fuoco di una peculiare tecnica di immagine, che prende le distanze dalla scienza prospettica di ascendenza rinascimentale.

Per molti la sua produzione è ancora un fenomeno sconcertante nell'architettura moderna; non poche difficoltà incontra chi vuole incasellarlo negli inquadramenti storiografici del nostro secolo; taluni ne deprecano l’estremismo religioso. Lo si è comunque paragonato a personalità della statura dell’americano Wright, lo si è avvicinato persino all’illuminista francese Ledoux.

Nessuno degli architetti e degli storici contemporanei, attratto o respinto che sia dalla produzione gaudiniana, si mostra ad essa indifferente. Suscitano inquietudine e contradditorie prese di posizioni sia il suo itinerario di ricerca che la sua costruzione più imponente e complessa, la cattedrale della Sagrada Familia, nonché il suo completamento attualmente in corso. Ciò che riguarda Gaudì infatti si colloca in un punto nevralgico della riflessione storico-critica contemporanea, rendendo evidente l'instabilità e l’incompiutezza dell'assetto strografico dell'architettura otto-novecentesca.

L’esposizione della Triennale, organizzata in collaborazione con la Catédra Gaudì diretta dal Prof. Juan Bassegoda, intende mettere in evidenza nelle sue architetture l'immaginazione inesauribile e disinibita dell’architetto, il suo gusto gioioso della decorazione, l'inventiva strutturale strettamente connessa ad una capacità acuta di osservazione della natura, la freschezza costante dell'energia intuitiva, l'accalorata ed emotiva promozione di una sensibilità rivolta al sacro, che affonda le radici nella cultura popolare catalana: in una parola il talento di questo inventore di spazi e forme che parlano a tutti.

Non saranno celate le interne contraddizioni della sua ricerca, ma sarà anche messa in luce l’originalità del suo linguaggio artistico che riesce ad essere nuovo, persino in anticipo rispetto alle avanguardie del Novecento senza rompere i ponti con la tradizione culturale europea.

La mostra intende inoltre mettere in evidenza il suo talento di raffinato e colto artigiano, capace di valorizzare il vasto spettro di competenze artigianali catalane legate all’edilizia, patrimonio oggi purtroppo in gran parte estinto, ma al suo tempo ancora molto vivace per inventiva nell’uso dei materiali e delle tecniche nuove e antiche.

In sintesi l’esposizione interpreta la sua produzione, per usare una felice formula da lui stesso coniata, come 'tradizione vivente solidamente ragionata', dunque come connubio gioioso di fantasia e ragione. In essa il sogno non è fuga dalla realtà e la figurazione architettonica è rigorosamente aderente alla logica costruttiva in tutti i suoi sorprendenti scatti immaginativi.

Sarà dato spazio anche alla peculiarità del suo metodo progettuale, non nuovo ma sperimentato in termini nuovi, all'ideazione cioè dell’architettura attraverso l'esperimento del modello spaziale in funzione di una dinamica espressiva totalmente plastica.

Il percorso espositivo propone le realizzazioni d’architettura di Gaudì, cuore della mostra e oggetto di studio analitico, in:

pannelli di testi e immagini, che ne delineano una lettura critica;

documenti d’epoca (disegni, soprattutto di allievi di Gaudì,; fotografie d’epoca; documenti scritti);

numerosi modelli di frammenti o parti delle più significative costruzioni, anche a scala 1:1;

foto recenti del fotografo, specializzato in arte e architettura, oltre che architetto Marc Llimargas, immagini che superano la rappresentazione superficiale e coloristica usuale nella ripresa delle opere gaudiniane.

I materiali di cui la mostra è composta sono essenzialmente disegni, un numero molto ampio di modelli, grandi fotografie e documenti. Lo sviluppo del percorso espositivo è tematico e cronologico.

Maria Antonietta Crippa

 

 

 

Cento forme della luce Italia 1946-2000

Dal 22 febbraio al 30 aprile

Con l’itineranza all’estero della mostra 1945- 1990. 100 Oggetti del Design Italiano e con le due mostre Cento "forme" della luce e Cento "forme" del sedere si è avviato quel processo di presentazione in giro per il mondo o rotatoria di parti della Collezione permanente del design italiano della Triennale di Milano, annunciato al momento del trasferimento della Collezione stessa al Campus universitario della Bovisa. L’intento è quello di accrescere il valore della Collezione, presentandola in modo vivo e dinamico al diverso pubblico (straniero, italiano), sollecitato da percorsi tematici o monografici, ispirati ogni volta a tagli e prospettive differenti.

Collezione Permanente del Design Italiano

Triennale di Milano

Curatore

Silvio De Ponte

Collaboratrice

Allegra caminada

Allestimento

Franca Bertagnolli

Conservatore Collezione Permanente del design

Silvana Annicchiarico

Con

Anna Casotti

 

Calda, fredda, colorata, diffusa, concentrata, morbida: la luce artificiale si manifesta e si materializza davanti ai nostri occhi secondo diversi valori di qualità percettiva.

La mostra Cento forme della luce. Italia 1946-2000 mira a mettere in scena proprio le diverse qualità della luce. Lo fa proponendo un percorso storico-critico attraverso la storia del design italiano: cento lampade, disegnate da progettisti italiani e stranieri per aziende italiane, selezionate non solo in funzione dell’apparecchio produttore di luce, ma anche sulla base della tipologia e della qualità della luce prodotta. Partendo dall’ipotesi di considerare la luce come un vero e proprio medium informativo, capace di illuminare e condizionare la relazione fra l’uomo e il suo ambiente artificiale, abbiamo individuato cinque parametri attraverso cui classificare le lampade selezionate e fornire un’ipotesi di lettura critico-analitica al visitatore:

i prodotti ad espressione figurativa: quei prodotti ad alto contenuto formale, il cui valore esiste anche se spenti e in cui la luce assume un valore secondario, come ad esempio la LTE3 di Ignazio Gardella, 1950, o la Miss Sissy di Philippe Starck, 1991;

i prodotti a innovazione tipologica, cioè quelli che hanno costituito un modo nuovo di utilizzare l’oggetto e di collocarlo nello spazio e nell’ambiente, come ad esempio Teti di Vico Magistretti, 1970, o Cestello di P. Castiglioni e Gae Aulenti, 1996;

i prodotti a innovazione tecnologico strutturale, ovvero quelli che utilizzano nuovi materiali, nuove tecniche costruttive e produttive, meccanismi, sistemi mobili e rotazionali, come ad esempio Hebi di Isao Hosoe, 1970, o Foglia di Andrea Branzi, 1988;

i prodotti a innovazione morfologica: quelli che si identificano soprattutto per le nuove metodologie di assemblaggio dei componenti e nuove qualità prestazionali dell’oggetto stesso, come Giogali di Angelo Mangiarotti, 1966, o Costanza di Paolo Rizzatto, 1989;

infine i prodotti a innovazione luminosa: quelle lampade in cui il progetto verte sulle qualità aggiuntive, evocative, spettacolari, date dalla modellazione e metemorfosi della luce che si rapporta con l’ambiente circostante, come ad esempio Eclisse di Vico Magistretti, 1965, o il sistema Metamorfosi, 1966.

Con l’intento di favorire la contaminazione e il confronto fra linguaggi e saperi diversi, l’allestimento è stato affidato a Franca Bertagnolli, figura di rilievo nel campo della scenografia cinematografica (ha disegnato, per esempio, le scene dei film Anime fiammeggianti, La fine della notte, Tutti giù per terra di Davide Ferrario; Giulia in ottobre di Silvio Soldini): il suo lavoro intende valorizzare in modo dinamico le lampade selezionate, giocando su contrasti e analogie nel rapporto fra luce e ombra o fra forma e struttura, in un vero e proprio "racconto" sulle forme della luce.

Silvio De Ponte Conti

 

 

 

Premio internazionale L’automobile più bella del mondo – Mostra Design in movimento

3 – 19 marzo 2000

A cura di

Automobilia

 

Per decenni l’automobile è stata considerata solamente una "macchina", limitando qundi ogni interesse agli aspetti tecnici e alle prestazioni. Persino il design ufficiale – quello degli oggetti d’uso comune – ha dedicato scarsa attenzione all’automobile. Il Premio internazionale "L’automobile più bella del mondo" è nato nel 1993 per ovviare a tale situazione e sottolineare il valore artistico e culturale dell’oggetto più diffuso al mondo.

Il Premio è assegnato ogni anno alle auto più belle, suddivise in sette categorie (berline piccole, berline medie, berline alto di gamma, berline di lusso, spider e cabriolet, coupé e berlinette sportive) da una Giuria Internazionale composta da artisti, storici dell’arte e operatori delle arti visive, la cui valutazione si fonda sulla capacità del prodotto automobile di trasmettere qualità formali e culturali.

La Giuria è formata da: Bruno Alfieri, Gianni Berengo Gardin, Fulvio Cinti, Pietro Consagra, Gillo Dorfles, Jorge Eielson, Heinz Mack, Vico Magistretti, Kenneth Noland, Piero Orazio, Fabio Pierotti Cei, Antoine Prunet, Alberto Seassaro, Harald Szemann, Massimo Vignelli.

Al Premio si affianca la mostra "Design in movimento", nata nel 1999 per completare lo spirito e l’analisi critica della Giuria con la documentazione delle intuizioni formali dei designer premiati, ma anche presentando progetti paralleli, meno vincolati alla logica della produzione di serie.

L’iter creativo di nuove automobili di serie e di concept car è illustrato non solo attraverso il "prodotto finito", ma anche con schizzi preliminari, figurini, modelli in scala e una video intervista al progettista, per spiegare l’intera dinamica di intuizioni e ripensamenti, fino al raggiungimento dei risultati finali.

All’edizione del 2000 sono stati invitati i centri stile di BMW, FIAT, General Motors, Mercedes-Benz, Renault, Toyota, Volkswagen, e i progettisti Giugiaro-Italdesign, Bertone, Pininfarina, Stola.

Bruno Alfieri

 

 

 

Segni per comunicare

dal 28 marzo al 18 giugno

 

Ideazione, organizzazione, progetto d’allestimento

Muba – Museo dei bambini

Laboratori a cura di

Tonino Milite

Progetto grafico

Marco Pennisi & C.

Si ringrazia per il supporto scientifico

Fulvio Scaparro

 

Proseguendo un’esperienza iniziatasi con le mostre "Soldi" (nella primavera del 1998) e "Scatolè" (inverno 1998-99), il Muba (Museo dei bambini) e la Triennale presentano una mostra-gioco interattiva per bambini, dedicata alla comunicazione attraverso i segni.

In particolare, l’obiettivo è di trasferire ai bambini che visiteranno l’esposizione, alcuni concetti di base sulla comunicazione:

I segni si riconoscono e si interpretano: i segni sono strumenti di comunicazione che l’uomo ha sviluppato nel corso del tempo; i segni ci circondano in ogni ambito della vita quotidiana; sapere decodificare e interpretare i segni aumenta e facilita la capacità di interazione col mondo circostante.

I segni sono convenzioni: sono condivisi da una comunità che trova in essi una ragione d’appartenenza e connotazione; parlano dei confini di ciascuna comunità e del rispetto dovuto alle altre; ciascuno fa parte di più comunità diverse (geografiche, religiose, linguistiche, lavorative, …).

I segni sono percepiti attraverso i sensi: a seconda dei casi, i segni sono percepiti da sensi diversi e si possono distinguere tra segni visivi, sonori, gestuali, ecc..

I segni sono ambigui: a seconda del contesto, possono assumere significati diversi. Comprendere il contesto è fondamentale per capire i segni che vi sono presenti.

I segni sono necessari: senza la loro mediazione non vi è possibilità diretta di comunicazione, ma, se sono troppi, possono anche disorientare e creare confusione.

All’interno delle aree che la compongono la mostra utilizza differenti tipi di strumenti didattici, da quelli storici a quelli analitici, da quelli artistici a quelli della rappresentazione e della gestualità.

Tutti i molteplici aspetti della comunicazione presenti in mostra sono integrati in un meccanismo di gioco che guida i bambini per l’intero svolgimento del percorso.

Un primo gioco, un grande "memory", consiste nell’individuare l’appartenenza dei segni presentati ad ambiti specifici. Il tema della riga, il più semplice dei segni, è ricorrente e permette di viaggiare attraverso i tantissimi mondi differenti.

La riga diventa poi protagonista di divertenti applicazioni che i bambini possono sperimentare in uno spazio – quello dei laboratori munariani, ideati e condotti da Tonino Milite, collaboratore di Bruno Munari - appositamente dedicato alla creatività e alla fantasia.

Il vero centro della mostra è costituito da un grande labirinto dei segni, in cui i numerosi percorsi possibili offrono diversi gradi di lettura e complessità, in modo che ogni bambino possa trovare una propria strada, seguendo indicazioni che fanno riferimento ad ambiti logici e sensoriali diversi. Ci si può così addentrare in percorsi più o meno motori o intellettuali, le cui vie d’uscita sono indicate dall’ortografia, dai segnali stradali, dai suoni, dai colori e da altri segni e pittogrammi.

La scrittura è protagonista di un altro gioco che consiste nell’inviare messaggi utilizzando strumenti disponibili presso popoli e periodi storici diversi. Un impianto di posta pneumatica permette di scambiare messaggi tra postazioni distanti, inserite in ambientazioni differenti (dalla scrivania settecentesca al banco dello scriba egizio, fino alla posta elettronica).

La comunicazione gestuale è l’unico modo di comunicare da una serie di installazioni: il linguaggio a segni dello sport, i gesti di saluto o di amicizia, i segnali di lavoro.

Sabina Cantarelli

Presidente del Muba

 

 

 

Advertainment -Inc. pubblicità spettacolo

The most extravagant dimension of entertainment in advertising

dal 5 al 30 aprile

 

A cura di

Raffaella Guidobono

In collaborazione con

Università del Progetto di Reggio Emilia, Art

Director's Club, Provincia di Milano, Ass. Cult. Kroitnijz.

Curatori delle sezioni

Jean Marie Boursicot, Alvar Gullichsen, Enrico Ghezzi, Giulio Bizzarri

Progetto dell'allestimento

Massimo Morozzi

Grafica

Guido Morozzi

Sito Internet

http://www.wadadaw.com

Coordinamento

Plug&Play, Wadada -Inc. NYC

 

L'obiettivo dell’iniziativa è mostrare le campagne mondiali più stravaganti mai realizzate, specialmente se concepite per duettare con personaggi, eventi o prodotti mai esistiti.

Senza alcun intento moralista sulla buona e cattiva pubblicità, ci si smarca dalla guerra tra i marchi e il prodotto vive finalmente di vita propria.

Per il puro intrattenimento del consumatore.

Gli elementi costitutivi della mostra sono:

vere campagne pubblicitarie, stravaganti, bizzarre, nonsense;

false pubblicità elaborate dall'Università del Progetto di Reggio Emilia e da Bonk Business Inc., e altri esempi di finzione nella comunicazione (editoria, tv, cinema, Internet).

I risultati del concorso Advertainment di spot, affissioni e banner di prodotti inesistenti.

La pubblicità negli ultimi decenni registra una vistosa amplificazione di tecniche e ambizioni. Un viaggio nell'immaginario della migliore casistica nazionale e internazionale, punta a sedurre un vasto pubblico, dichiaratamente attratto dal linguaggio pubblicitario prima ancora che dai suoi messaggi.

Il titolo Advertainment contrae i due termini Advertising e Entertainment (pubblicità- intrattenimento). La mostra e` articolata in più sezioni, per toccare tutte le stravaganze linguistiche della comunicazione e offrire occasione di svago, ma anche di conoscenza e riflessione, sui meccanismi pubblicitari del mercato moderno. In un unico spazio convivono campagne ufficiali, affissioni solo apparentemente vere, video e finti spot nella storia del cinema, spezzoni di fiction e surreali testimonial.

Più che una mostra è una messinscena, un evento, un bizzarro e serissimo show sul più invadente e seducente dei linguaggi contemporanei: il messaggio pubblicitario. Se da una parte esistono committenze liberate che legittimano un intrattenimento firmato, dall'altra, senza alcuna committenza, nasce una generazione di nuovi oggetti da vendere senza la necessità di essere realmente "prodotti".

Nella consueta liturgia dei consumi, parrebbe impossibile prescindere da target, benefit, marketing e strategia. Qui invece prevale la creatività pura, svincolata dai dogmi del mercato, per vivere come espressione artistica senza confini.

Un triplice itinerario si struttura attraverso i manifesti pubblicitari, gli spot e i banner su Internet. Al suo interno una panoramica di lavori sulla finzione nella comunicazione si alterna a vere campagne pubblicitarie, con la peculiarità di esprimersi attraverso l'invenzione di prodotti o personaggi mai esistiti e un taglio particolarmente ironico e fuori dalla logica.

La parte conclusiva è dedicata alla selezione del "Concorso Advertainment", che prevede di ideare lo spot, l'affissione o il banner di un prodotto che non c'è. E' un concorso diretto a professionisti e non professionisti, ideato per sfidare ogni precedente convenzione, nonché scovare nuovi approcci estetici, provenienti dai più diversi contesti sociali e culturali. In questo senso la promessa del concorso sulla creatività pubblicitaria punta a monitorare i bisogni e le potenzialità delle nuove generazioni. Con l'ambizione di essere non tanto un'esaustiva sintesi delle produzioni in corso, ma piuttosto un vivaio di nuovi spunti sulle forme di espressione visiva a diffusione di massa. Gemellata con Advertainment,, la Notte dei Pubblivori 2000, nel suo 20° anniversario, segue l`inaugurazione della mostra durante la Notte del 7 aprile al Teatro Orfeo.

Raffaella Guidobono

 

 

 

Essere, ben essere

10 aprile – 10 maggio 2000

 

Ideazione e coordinamento

Gilda Bojardi / Interni

Progetto d’allestimento

Alessandro e Francesco Mendini

Con il patrocinio del Comune di Milano – Assessorato Cultura e Spettacolo

 

La mostra, ideata e coordinata da Gilda Bojardi/"Interni" e allestita su progetto di Alessandro e Francesco Mendini, intende sviluppare il tema del Benessere legato essenzialmente alle tematiche dell’abitare, ma anche, più estesamente, all’arte del bien-être, che può coinvolgere anche altri settori dell’habitat e dello star bene in casa (dalla musica al clima, dalla luce all’aria, l’acqua, i sensi,….). Il Benessere inteso come modo di essere, una scelta progettuale e non edonistica, mirata a migliorare la qualità della vita attraverso un nuovo approccio ai consumi.

A proseguire il percorso interno al Palazzo dell’Arte, alcuni artisti/progettisti saranno chiamati a realizzare una serie di installazioni giocate sul tema dell’acqua.

Gli spazi interni al Palazzo

Nelle sale del grande anello del primo piano della Triennale sarà simulata una grande casa, con una serie di "stazioni" intercomunicanti, che rappresentano in modo concreto la possibile ricerca per il raggiungimento del Benessere. Lo Scalone d’Onore sarà riservato a proiezioni e filmati, a cura di Studio Azzurro. Le "isole", vere e proprie "wunderkammer", messe in relazione tra loro, comunicheranno i valori del Benessere individuale e collettivo per il miglioramento della qualità della vita. Queste "isole" saranno gestite da singoli progettisti che proporranno progetti legati al concetto di benessere. Gli elementi che contribuiranno a trasmettere questo concetto di benessere saranno l’acqua (elemento dominante), le luci, i profumi, i sapori e i suoni.

Il percorso si articolerà in sezioni che svilupperanno il tema nelle sue molteplici forme:

il benessere tra le pareti di casa (in cucina, in bagno, nel soggiorno);

il benessere dei sensi: l’udito da salvare dall’inquinamento acustico, la vista da salvare dall’inquinamento luminoso, l’olfatto da salvare dall’inquinamento dell’aria, il tatto da gratificare con il contatto di materie e di finiture sempre più "comunicativi", il gusto legato al piacere dei sapori persi e ritrovati e quelli inventati dall’industria di alimenti biologici;

il benessere generato dalla padronanza degli elementi naturali: aria (il clima e la qualità dell’aria, purificatori, rilevatori del tasso di CO2), la terra (la materia e la qualità del suolo), il fuoco (riscaldamento vs. condizionamento), l’acqua (la sua qualità e la sua importanza).

Il visitatore dovrà essere parte attiva del percorso, potrà toccare provare, sperimentare tutto ciò che sarà esposto, essendovi elementi d’attrazione, dati soprattutto dalla tecnologia, tali da coinvolgere il visitatore sul piano delle emozioni e della spettacolarità.

La sezione nel Parco – Il ben essere urbano

Al benessere collettivo, legato alla qualità dell’arredo pubblico, verrà dedicata la parte della mostra da allestire in esterni, tra la fontana "Bagni misteriosi" di Giorgio De Chirico, posta alle spalle del Palazzo della Triennale, e lo specchio d’acqua del laghetto del Parco Sempione.

Dieci artisti-progettisti verranno invitati a creare delle installazioni-sculture dall’effetto spettacolare, che dopo la mostra potranno essere utilizzate per l’abbellimento e la riqualificazione di spazi pubblici della città di Milano.

Un inedito museo dell’arredo urbano, costituito da opere (monumenti, fontane a tema) dall’immagine inconsueta, progettate con l’uso di materiali (mosaico, marmo, ceramica, cristallo, rame, alluminio, acciaio, titanio, plastica, legno) e l’adozione di tutti gli accorgimenti che ne rendano realmente possibile l’installazione sul suolo pubblico.

Questa sezione, cui si accederà direttamente dal Palazzo dell’Arte, sarà osservabile dal balcone del Salone d’Onore della Triennale, dal quale si potrà godere della visione del giardino popolato dalle installazioni.

Con l’itineranza all’estero della mostra 1945- 1990. 100 Oggetti del Design Italiano e con le due mostre Cento "forme" della luce e Cento "forme" del sedere si è avviato quel processo di presentazione in giro per il mondo o rotatoria di parti della Collezione permanente del design italiano della Triennale di Milano, annunciato al momento del trasferimento della Collezione stessa al Campus universitario della Bovisa. L’intento è quello di accrescere il valore della Collezione, presentandola in modo vivo e dinamico al diverso pubblico (straniero, italiano), sollecitato da percorsi tematici o monografici, ispirati ogni volta a tagli e prospettive differenti.

Gilda Bojardi

 

 

 

François-Marie Banier

Dal 6 maggio al 30 luglio

 

a cura di

Dominique Stella

Coordinamento

Fondazione Mudima

Con il contributo di

Centre Culturel Français de Milan

L’Oréal

 

François-Marie Banier è nato a Parigi il 27 giugno 1947. La sua infanzia ci è stata perfettamente descritta nel suo romanzo "Balthazar, fils de famille", che scrisse, come per esorcizzare un passato difficile, in in un periodo lungo più di dieci anni. Il libro mostra anche il carattere di autodidatta di Banier: "Sono partito dal nulla – dice – ma ho avuto l’opportunità di conoscere alcuni fra i più grandi geni di questo secolo, come Salvador Dalì e Max Ernst, e ho avuto la fortuna di poter dialogare con loro".

La sua personalità si afferma, dapprima, nella scrittura che gli permette di evadere da un ambiente familiare ostile: l’incomprensione dei suoi lo porta ad isolarsi attraverso la creazione di un linguaggio del tutto proprio, con il quale inventa un mondo, fatto di parole e immagini, legato alle esperienze del vissuto e del tempo presente, del tempo che fugge. Più tardi vengono la fotografia e la pittura.

Personaggio dalle molte sfaccettature, Banier è, già all’età di vent’anni, uno scrittore di valore e come tale riconosciuto da personalità come François Mauriac o Louis Aragon. Successivamente, diventerà fotografo di grande fama e quindi pittore di notorietà internazionale.

Nel 1968, le sue capacità sono riconosciute da Dalì, che lo incoraggia a sviluppare il suo talento. Tuttavia, la sua opera si manterrà a livello confidenziale fino al 1991, anno in cui, quasi per scommessa, presenta la sua prima rassegna personale. Da allora le mostre si succedono in tutto il mondo.

La fonte del suo lavoro si ritrova nei suoi taccuini di scritti intimi e disegni che alimentano il suo immaginario, come dei racconti che nascono dall’acquarello e dall’inchiostro e riferiscono le menzogne degli scritti, i fatti raccontati tra verità e invenzione. Dipinge questo mondo ambiguo, nato dalla parola, falsa immagine della realtà, mezza immagine, mezza realtà…. Dipinge un malinteso.

I primi scatti risalgono al 1968 e le prime fotografie dipinte al 1997, dopo una serie di fotografie scritte. Dipinge su foto in bianco e nero e, più recentemente, su foto a colori. La sua opera è interamente basata sul concetto del tempo e, nel corso degli anni, segue con la macchina fotografica alcuni personaggi famosi, come Yves St. Laurent, Nathalie Serraute, Silvana Mangano, oppure anonimi che ritrae all’infinito, creando sequenze di tempo e tranches de vie. La sua ossessione per gli altri ha nascosto la sua stessa immagine, che non affronta mai l’obiettivo; Banier cerca così di trasmettere tracce di una vita nascosta nella verità dei personaggi, della quale intende appropriarsi. Ama sperimentare nuove tecniche e si sente vicino ad un artista come Pollock: "Penso che la mia sia la stessa pratica di Pollock, la stessa ‘disorganizzazione’. Mi piace ciò che non ha legge, che crea la propria legge". S’interessa alla forma, umana e naturale, oscillando tra astrazione e raffigurazione.

L’opera di Banier testimonia di una visione malinconica e tragica della vita, in un tentativo disperato di fermare il tempo.

In contemoranea la Fondazione Mudima di Milano ospita una rassegna dell’opera pittorica di Banier.

Dominique Stella

 

 

 

Dall’automobile agli oggetti d’uso quotidiano
Una mostra sul design Pininfarina

dal 6 giugno al 30 luglio

 

a cura di

Aldo Colonetti e Franco Origoni

allestimento

Studio Origoni&Steiner

 

La mostra si sviluppa in tre momenti che corrispondono ad altrettanti luoghi espositivi:

Le radici del design Pininfarina, ovvero l’automobile, da cui derivano la filosofia e la metodologia progettuale;

Lo sviluppo della metodologia progettuale, dove emergonoi valori della ricerca, dell’innovazione, del design, della ricerca formale.

Il design degli oggetti d’uso quotidiano, ovvero l’attività della Pininfarina Extra, attraverso l’evoluzione della ricerca e del gusto, contestualizzando ciascun prodotto all’interno del suo percorso progettuale.

Nella prima parte della mostra, viene presentato un modello di ricerca nell’ambito automobilistico (dai primi schizzi al prototipo-prodotto), il tutto contestualizzato all’interno di uno spazio simbolico che ricordi un ambiente dell’uomo (casa-lavoro).

La seconda parte espone, con strumenti, immagini, pannelli, la filosofia della ricerca Pininfarina: è una sorta di corridoio-galleria che, attraverso le tappe più importanti dei processi innovativi, porta il visitatore alla terza parte dell’esposizione, ovvero al sistema totale del design-Pininfarina, presentando appunto gli ultimi risultati dell’attività progettuale.

Infine, la terza parte - il cuore - della mostra presenta il risultato dell’innovazione e della ricerca dopo settant’anni di design Pinanfarina. Anche in questo caso, accanto all’oggetto, saranno presentati tutti i vari passaggi della progettazion, facendo soprattutto emergere la qualità del disegno.

Se l’automobile è la nostra casa viaggiante, sempre più confortevole, bella e "unica", così anche il parco degli oggetti che ci circondano lo vogliamo sempre più unico e "riconoscibile". Anche gli oggetti pensano, così sembra affermare Neil Gershenfeld, collaboratore di Negroponte presso il MediaLab, il laboratorio soerimentale informatico del celebre MIT (Massachusetts Institute of Technology), a proposito degli "oggetti intelligenti".

Il design, presente costantemente in tutta la ricerca tecnologica e scientifica di settant’anni di storia Pininfarina, rappresenta la disciplina in grado di declinare l’universalità delle soluzioni tecniche con l’estetica e il linguaggio delle forme: questo è il significato ultimo della mostra

Aldo Colonetti e Franco Origoni

 

 

 

Giovanni Sacchi: l’altra metà del designer

Dal 16 maggio al 30 luglio

a cura di

Piero Polato

 

Per cinquant’anni, a partire dall’incontro con Marcello Nizzoli, la "bottega" di Giovanni Sacchi, modellista milanese, è stata crocevia di esperienze, incontri, sperimentazioni che hanno contribuito al successo del design made in Italy. Quasi tutti i designer più noti, italiani e stranieri (da Nizzoli ai Castiglioni,, da Munari a Zanuso, da Bellini a Sottsass, Sapper, Colombo e tanti altri) , hanno lavorato nel laboratorio di via Sirtori, in cui sono stati costruiti, probabilmente, più di ventimila modelli, in maggior parte dedicati ad oggetti di design, ma anche plastici d’architettura, che sono stati sparsi ed esposti in tutto il mondo.

A buon titolo, quindi, si può ritenere che i modelli di Giovanni Sacchi rappresentino un elemento di grande rilievo per chi vuole capire fino in fondo la genesi e le particolarità del design italiano: praticamente tutti gli oggetti più noti sono passati, in fase di modello, tra le mani di Sacchi: orologi, radio, macchine per cucire, televisori, telefoni, calcolatori…… Il procedimento creativo ha trovato in quella fase un momento spesso fondamentale, in cui la grande tradizione artigianale e manuale del passato ha incontrato le esigenze del nuovo processo di produzione industriale. Sbagliando e rifacendo, correggendo il disegno in base all’esperienza sul modello e il modello in base all’idea espressa dal disegno, designer e modellista hanno potuto superare ogni problema di estetica e di produzione.

Dei numerosissimi modelli che Sacchi ha realizzato nel corso degli anni, la maggior parte, soprattutto quelli definitivi, poi consegnati a produttori e committenti, è andata persa. Restano, però, caparbiamente conservati dall’autore stesso, moltissimi modelli di studio, che consentono di ricostruire il percorso progettuale e apprezzare il procedimento con cui si è infine giunti all’oggetto realizzato, evidenziando il fondamentale ruolo svolto da Giovanni Sacchi nel design industriale italiano.

Questi modelli compongono una collezione recentemente acquistata dalla Regione Lombardia e affidata alla Triennale di Milano che la propone al pubblico con un rilievo fotografico – "racconto visivo" - del laboratorio di via Sirtori e con la proiezione di un filmato realizzato da Piero Polato per la RAI, nel quale si raccontano non solo la storia e il metodo di lavoro di Sacchi, ma anche quell’entusiasmo e quella disponibilità che ne hanno fatto un indispensabile "compagno di strada" di tanti progettisti.

Poiero Polato

 

 

 

 

100 "forme" del sedere Italia 1946-2000

Collezione Permanente del design italiano
Triennale di Milano

Con l’itineranza all’estero della mostra 1945- 1990. 100 Oggetti del Design Italiano e con le due mostre Cento "forme" della luce e Cento "forme" del sedere si è avviato quel processo di presentazione in giro per il mondo o rotatoria di parti della Collezione permanente del design italiano della Triennale di Milano, annunciato al momento del trasferimento della Collezione stessa al Campus universitario della Bovisa. L’intento è quello di accrescere il valore della Collezione, presentandola in modo vivo e dinamico al diverso pubblico (straniero, italiano), sollecitato da percorsi tematici o monografici, ispirati ogni volta a tagli e prospettive differenti.

 

Curatore Giampiero Bosoni

Allestimento Giancarlo Basili

Conservatore Collezione Permanente del design

 Silvana Annicchiarico

Collaboratrice Anna Casotti

 

Quando diciamo sedia, seggiolina, sedia d’ufficio, seduta, sgabello, poltroncina, trono, panca, poltrona, divano, non intendiamo descrivere semplicemente un tipo di seduta, in realtà nel nostro inconscio viene a costruirsi un’immagine più complessiva che associa la figura archetipica di questi modelli a diversi modi di sedersi. Ma i vari modi di sedersi non sono solo quelli corrispondenti alle dimensioni della seduta o delle sue imbottiture, l’esperienza ci insegna che possono essere tanti quanti sono gli oggetti predisposti a questo uso, a a seconda, sia delle sue caratteristiche formali, sia, ancor più, del contesto storico e sociale in cui essi nascono, oppure si diffondono. In tal senso il design della "sedia" in Italia ha senza dubbio fatto scuola nel mondo per la ricerca di nuovi tipi e "controtipi" di quell’archetipo che Le Corbusier aveva definito negli anni Trenta la "macchina per sedersi".

Questa esposizione di 100 modelli di seduta, provenienti in gran parte dalla Collezione storica del design italiano della Triennale di Milano e in parte da nuove acquisizioni, ci racconta non solo dell’evoluzione formale e del gusto estetico della società italiana in questo secolo, ma soprattutto intende accompagnare il visitatore attraverso i costumi e i modelli sociali che hanno disegnato il nostro modo di vivere e, per così dire, la "forma" del nostro tempo.

La mostra si articola in sette sezioni corrispondenti ai diversi periodi storici:

1933-1943 Per una nuova seduta razionale e moderna;

1943-1948 L’imperativo e la praticità!;

1948-1960 La ricostruzione dell’universo borghese;

1960-1972 L’informale prende il sopravvento;

1972-1980 Tra casual e high tech;

1980-1990 La condizione postmoderna della seduta pret à porter;

1990-2000 Transitive design: alla ricerca di sedute affettive.

L’allestimento è stato affidato a uno scenografo, Giancarlo Basili, che ha lavorato per registi come Gianni Amelio (Così ridevano), Gabriele Salvatores (Nirvana), Nanni Moretti (Palombella rossa) e Daniele Luchetti (Piccoli maestri),e che ambienterà le sedute con il suo gusto plastico e il suo rigore storico, cercando di sottrarre i singoli oggetti a una visione puramente "archeologica" o "cultuale" per farli rivivere dentro una sorta di simulazione ambientale e gestuale.

Giampiero Bosoni

 

 

 

Flavio Costantini

dal 30 maggio al 30 luglio

A cura di

Arturo Schwarz

Con

Fausto Rocchi e Cristina Taverna

Allestimento di Sergio Noberini

Catalogo

Electa

Con il contributo di

Benasedo Spa

 

Flavio Costantini nasce a Roma nel 1926. Sembra che come primo quadro abbia dipinto una sogliola: ma tutto finisce lì. In seguito non è certo attratto dalla natura morta del Caravaggio o dalla merenda di Bonnard. La sua occhiata sul mondo è secca e rapida come una rivoltellata: decoratore di fatti visionario e raffinato, perfetto ricostruttore di ambienti e dettagli che fanno da cornice alle azioni dell’anarchia in Europa, ce li restituisce in pittura ai confini della paranoia ossessiva. Preciso come un costruttore navale, come Eiffel immaginoso e monumentale, bravo a disegnare intercapedini e architetture meccaniche o murarie, i suoi bulloni di sostegno o i lampioni floreali sembrano già contenere pacchi di detonatori, pugnali e bombe a mano.

A proposito: le mani dei suoi protagonisti, sempre sproporzionatamente rilevanti hanno, al posto delle vene regolamentari, fili di ferro, anzi tondini di ferro, logiche armi per chi tutto ha fatto e farà con le mani. L’afflitta umanità esaltata che, per amor dell’ideale, non esita ad affrontare la morte, ha queste mani smisurate sempre aggrappate come zappe o tenaglie allo sportello di una carrozza reale in corsa, o nell’anticamera di un alberghetto reso glaciale dal tipo di funereo drappeggio prediletto dall’artista. Tappezzerie o mani di vernice da scannatoio, ambienti nei quali il sangue fa parte dell’arredo. Un buon getto d’acqua e tutto tornerà livido e agghiacciante come prima del delitto.

Per quanto tragico possa sembrare il racconto delle sue gesta, voglio ricopiare, in suo omaggio, un frammento di Marcel Proust da Albertine scomparsa: "A partire da una data età, i nostri ricordi sono tanto incrociati gli uni con gli altri che la cosa cui si pensa, il libro che si legge, non hanno quasi più importanza. Abbiamo messo ovunque qualcosa di noi, tutto è fecondo, tutto è pericoloso ed è possibile compiere scoperte altrettanto preziose nei pensieri di Pascal come nel foglietto pubblicitario di una saponetta".

Flavio vive a Rapallo in un edificio esternamente anonimo. Ma dentro casa, abbandonato il comodo salotto borghese, si arriva ad un posto di blocco di due o tre metri quadri interamente occupato da micidiali collezioni di riviste illustrate francesi e italiane dell’inizio del secolo. L’unico per il quale senta e provi un brivido minimo e massimo. Lì dentro c’è il letto e lo studio. Le sue prigioni sono a pochi metri dalla riva del mare, a un passo dalla gente che sta in vacanza e prende il sole e corre sui gommoni nel golfo dei poeti, tra Rapallo e Portofino, mentre Costantini, immerso in una temperatura da ibernato, vive la sua vita ignorato e ignorante se sia bello o brutto avere rapporti con l’umanità. Tappato tra quei muri che stanno tra la biblioteca di un vecchio carcere e la piccola tipografia sotterranea di un gruppetto anarchico in esilio, deglutisce, con il caffè del mattino, la ricostruzione dei delitti e dei loro moventi. "Pugnale, o mio pugnale, hai fatto una gran mossa, hai messo un presidente in una fossa; pugnali come te ce ne vorria una schiera, in testa all’anarchia e alla bandiera".

Come un subacqueo intuisce la preda poco distante, egli fulmina con il suo regolo calcolatore la fetta di mondo che lo riguarda; come un drogato fiuta, fra le migliaia di valige che partono e arrivano in un aeroporto, il pacchetto giusto. Egli non sa che decine di telecamere hanno già inquadrato le sue mosse e, di lì a poco, qualcuno piomberà su di lui per arrestarlo e toglierlo di mezzo. Questo capitano di lungo corso che non ha mai nuotato perché non sa nuotare, che vive estate e inverno ricoperto di maglie e sciarponi di lana, che non risponde al telefono perché i viventi lo disturbano con i loro rumori molesti e modesti, è l’innamorato e mai rassegnato costruttore e progettista di ambienti e situazioni assolutamente prese dalla storia.

Come nel famoso quadro di Catilina e Cicerone uno di fronte all’altro al Senato di Roma il pittore aveva fissato nella nostra memoria di studenti le bianche toghe, lo sdegno, le accuse tra i due grandi personaggi, così il ridotto di un teatro, l’interno di un ristorante, il balcone di una stazione ferroviaria, il lettino di contenzione sul quale giace Cafiero, sono le uniche drammatiche visioni, gli unici poemi di un mondo che chiameremo poetico perché Costantini lo ha inventato. Il quadro di Ravachol in galera, uno dei più belli di questa nuova raccolta, è già un classico del suo modo di raccontarci la prospettiva della cognizione del dolore. Costantini è riuscito a far volare il suo dolcissimo spirito dentro e fuori della prigione, come se a lui soltanto fosse permesso entrare e uscire con tutti i documenti che gli mancavano. Adesso che li ha trovati li tiene ben stretti fra le dita.

Giorgio Soavi

 

 

 

1945-1990. 100 Oggetti del Design Italiano

Collezione Permanente Triennale di Milano

 

Curatore Silvana Annicchiarico

Allestimento Piero Polato

 

La mostra "100 Oggetti del design italiano" ha iniziato la sua tournée mondiale con l’esposizione all’Iparmuvészeti Muzeum (il Museo di Arti Applicate) di Budapest, dall'8 ottobre al 7 novembre 1999. Grande e significativa l’affluenza del pubblico: alla sola cerimonia d’inaugurazione si è stimata una presenza di circa 1000 visitatori che hanno partecipato all’evento con estremo interesse, mostrando attenzione, sensibilità ed entusiasmo di fronte agli oggetti esposti.

A Budapest, infatti, non c’era mai stata una rassegna dedicata al design italiano. L’intento di far conoscere a un pubblico lontano dalla nostra cultura il design e il lavoro delle aziende italiane attraverso una significativa rassegna di opere può dirsi quindi pienamente riuscito.

L’inaugurazione è stata preceduta da una conferenza stampa in cui il prof. Giorgio Pressburger, Direttore dell’Istituto Italiano di Cultura a Budapest oltre che stimato scrittore e autorevole esponente della cultura europea, ha espresso un sincero ringraziamento per la realizzazione della manifestazione, seguito poi da un intervento del Presidente della Triennale di Milano, Pierantonino Berté, che ha spiegato i principi che hanno guidato l’ordinamento della mostra, invitando il pubblico e i giornalisti a interrogarsi sul rapporto esistente tra l’evoluzione del design e le contemporanee trasformazioni della società italiana. La mostra è stata allestita al piano terreno nel bellissimo edificio liberty fine Ottocento, collocato nella zona centrale di Budapest, costituito da uno spazio centrale coronato da un ampio loggiato con un doppio ordine di porticato. L’allestimento, curato da Piero Polato con strutture Orsogril, proprio per le sue caratteristiche di modularità e di flessibilità si è adattato perfettamente agli spazi, sfruttando il ritmo della successione di piccole stanze in forma di scenari e teatrini.

Dopo Budapest la mostra è stata trasferita a Zagabria, nel bel Museum of Arts and Crafts, fondato nel 1880, dove è stata inaugurata il 24 Novembre dello scorso anno alla presenza del Direttore del Museo, Vladimir Malekovic, storico d’arte, della Direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura Patrizia Raveggi, del Ministro all’Economia Nenad Porges e del Curatore della mostra Silvana Annicchiarico..

L’interesse della stampa e dei mass media è stato notevole: molti i quotidiani, le emittenti televisive e radiofoniche che hanno divulgato la notizia, producendo una rassegna stampa di proporzioni cospicue e un vivo interesse da parte del pubblico locale.

Anche con il nuovo anno la mostra continua il suo percorso itinerante nei vari paesi europei: dal 17 gennaio è a Bucarest, per proseguire subito dopo verso Sofia, Vilnius e Stoccolma.

Silvana Annicchiarico