Ricerca Scientifica

INNOVAZIONE E RICERCA- PROTOCOLLO D'INTESA REGIONI, CONFINDUSTRIA, CGIL, CISL E UIL

L'ITALIA PROTAGONISTA IN KARAKORUM CON IL CENTRAL KARACORUM NATIONAL PARK

ITALIA/FRANCIA: IMPORTANTE SCOPERTA PER LO SVILUPPO DI NUOVI FARMACI ANTITUMORALI DA CNR/NAPOLI-CNRS E ISERM

PROGETTO INTERNAZIONALE SUL FREE ELECTRON LASER. PRESENTE L'INOA/CNR DI PISA

UN SOFTWARE DI ULTIMA GENERAZIONE VIATRONIX PER LA RICOSTRUZIONE VIRTUALE DEL COLON E DEI VASI SANGUIGNI

DALLA COLLABORAZIONE INTERNAZIONALE A GUIDA ITALIANA: "PAMELA" PER LA RICERCA DELL'ANTIMATERIA E DELLA MATERIA OSCURA NELLO SPAZIO

A MILANO PROGETTO CERBA: CENTRO EUROPEO PER LA RICERCA BIOMEDICA AVANZATA

ITALIA/GRAN BRETAGNA/SVEZIA/USA: IL NIOBATO DI LITIO PER I DISPOSITIVI FOTONICI

INFN/UNIVERSITÀ DI PADOVA/FERMILAB SPIEGANO L'ACCELERAZIONE DELL'UNIVERSO

L'ITALIA SU VEGA. L'ITALIA FINANZIA L'ESRIN AL 65%

INCONTRO CON ELISABETTA DEJANA UFFICIALE AL MERITO DELLA REPUBBLICA

BLU-ARCHEOSYS:PROGETTO DI DIAGNOSTICA PER L'ARCHEOLOGIA SUBACQUEA. COLLABORAZIONE ATENEI DI LECCE/BOLOGNA E CETMA

IDENTIFICATO IL MECCANISMO DI UN GENE CHE REGOLA LA RIGENERAZIONE DEL MUSCOLO

CONVEGNO INTERNAZIONALE a PALERMO - A COLLOQUIO CON LA PROF.SSA BONSIGNORE SULLA RICERCA IN TEMA DI BPCO

AL SAN RAFFAELE DI MILANO LA PRIMA TOMOTERAPIA IN EUROPA

EQUIPE INTERNAZIONALE OTTIENE IMPORTANTE CONFERMA DELLA PRESENZA DELL'ENERGIA OSCURA NELL'UNIVERSO

PORTALE NAZIONALE PER LA MOBILITÀ DEI RICERCATORI E NETWORK ITALIANO DEI CENTRI DI MOBILITÀ'

BANDO FINANZIAMENTO DI PROGETTI DI RICERCA INDUSTRIALE NEL LAZIO PER IL SETTORE AEROSPAZIALE (scadenza 15/5/2005

DECRETO LEGGE PER 1 MILIARDO E SEI CENTO MILIONI DI EURO AL SOSTEGNO DELLA RICERCA ITALIANA

A PROPOSITO DI "PROPRIETA' INDUSTRIALE" PUBBLICATO SULLA GAZZETTA IL NUOVO CODICE SULLA PROPRIETA' INDUSTRIALE E DI RICERCA

CONSORZIO CORILA: RICERCA INTERNAZIONALE PER LA SALVAGUARDIA DI VENEZIA. CESCON:"AIUTIAMO I POLITICI A PRENDERE LE MIGLIORI DECISIONI"

L'ITALIANO DUCCIO MACCHETTO RESPONSABILE PROGRAMMA SCIENTIFICO "HUBBLE TELESCOPE" SULLA FINE PREANNUNCIATA DEL TELESCOPIO SPAZIALE

ITALIA/FRANCIA/SVIZZERA: CONSEGNATO AL CERN L'ULTIMO COMPONENTE DEL MAGNETE DI CMS

PROGETTO EUROPEO "PARREHA" PER IL RECUPERO DELLA DEAMBULAZIONE NEI MALATI DI PARKINSON

PROGETTO "CASIMIR" PER L'INCONTRO TRA ACCADEMIA E INDUSTRIA - INTERVISTA ALLA DR.SSA BRAMBILLA

ITALIA/FRANCIA: RICERCHE SULLASINDROME DI OMENN: ALLA BASE DEL MECCANISMO ALL'ORIGINE DI UN'IMMUNODEFICIENZA

STATO-REGIONI APPROVA IRCCS ONCOLOGICO VENETO: VIA LIBERA ANCHE ALLA NEURORIABILITAZIONE MOTORIA

PARLAMENTO EUROPEO: IL "CER" "CRUCIALE PER IL SUCCESSO DELL'INNOVAZIONE".PRIORITARIO L'ACCESSO DELLE DONNE ALLE CARRIERE SCIENTIFICHE

A ROMA IL 31 MARZO IL SECONDO FORUM SUL TRASFERIMENTO TECNOLOGICO

MEDITERRANEO - UN QUARTO DEL TERRITORIO ITALIANO A RISCHIO DESERTIFICAZIONE - IANNETTA:"LE PROPOSTE DELL'ENEA"

NGF" (nerve growth factor) UNA PROTEINA TUTTA ITALIANA CHE SPRUZZATA NEL NASO AIUTA LA MEMORIA

ALLA RICERCA ITALIANA L'AMERICAN VENOUS DORUM SCIENTIFIC AWARD PER UNA SCOPERTA SULLE ULCERE VENOSE

TECNOLOGIA ITALIANA NELLA TERAPIA GENICA: UNA BANDIERINA PER RICONOSCERE LA CELLULA CURATA

IORT "SISTEMA INNOVATIVO DELL'ENEA PER LA RADIOTERAPIA INTRAOPERATORIA A COSENZA

ITALIA/USA - BENI CULTURALI: RICERCA ITALIANA/TECNOLOGIA USA- IL NUOVO ACCELERATORE ELETTROSTATICO DELL'ICIB-CNR

RICERCA PER IL TESSILE, PIEMONTE E TOSCANA ALLEATE

Il FUTURO CONSIGLIO EUROPEO PER LA RICERCA: APPUNTAMENTO IL 6 APRILE CON L'ADOZIONE DEL VII PROGRAMMA-QUADRO

L'AMBIENTE DOPO IL PROTOCOLLO DI KYOTO, A COLLQUIO CON IL PROF. GATTO DEL POLITECNICO DI MILANO

CONSUMO DI LATTE MINORE PESO CORPOREO MA OBESITA' INFANTILE - INTERVISTA AL DR. BARBA (ISTITUTO SCIENZE ALIMENTAZIONE DEL CNR)

ICS-UNIDO E LA RIVOLUZIONE DELLE NANOTECNOLOGIE ALLA PORTATA DI TUTTE LE NAZIONI - A COLLOQUIO CON LA PROF.SSA MESTRONI

A BOLOGNA CENTRO DELLA RETE REGIONALE DI RICERCA INDUSTRIALE:11 LABORATORI, 200 RICERCATORI, 10 CENTRI PER IL TRASFERIMENTO TECNOLOGICO E 2 PARCHI PER L'INSEDIAMENTO DI NUOVE IMPRESE INNOVATIVE

IN UMBRIA UNA NUOVA FONDAZIONE SULLE BIOTECNOLOGIE TRAPIANTOLOGICHE

HIMALAYA 2005- PER L'UNIVERSITÀ DI UDINE INDAGINI SULLA FISIOLOGIA DEGLI AMBIENTI ESTREMI

NUOVE TECNOLOGIE DI "INGEGNERIA INVERSA"PER LA COSTRUZIONE DI "MODELLI DIGITALI"

DALL' INFN/UNIVERSITÀ DI SIENA/ UNIVERSITÀ DEL MARYLAND E SUD COREANE RECORD MONDIALE DI DURATA DI VOLO CON "CREAM"

LE SFIDE DELLA RICERCA IN MEDICINA ALL'ISTITUTO DI INGEGNERA BIOMEDICA DEL CNR-INTERVISTA CON IL DR.A.SOLURI

SUMMIT SULLA RICERCA ITALIANA A MILANO: LE RICHIESTE DEL "GRUPPO 2003"

UNA DELEGAZIONE DI SCIENZIATI ITALIANI DEL "GRUPPO 2003 PER LA RICERCA" HA INCONTRATO IL PRESIDENTE CIAMPI

MINISTRO MORATTI: "LA RICRCA ITALIANA STA FACENDO RAPIDAMENTE PASSI AVANTI"

COMPUTATIONAL BIOLOGY. MINISTRO MORATTI: "UN CENTRO INTERNAZIONALE PER APPROFONDIRE LA CONOSCENZA E COMUNICARE I RISULTATI"

PROTOCOLLO D’INTESA FRA REGIONE LIGURIA/CNR/ATENEO DI GENOVA: NASCONO DUE POLI DI ECCELLENZA NELLE TECNOLOGIE MARINE, ENERGIA E AMBIENTE

LA REGIONE TOSCANA A CONFRONTO SUL PIANO ENERGETICO- ING.CORALLI:"GUARDARE ALLE FONTI RINNOVABILI ED ALLA STABILIZZAZIONE DEI CONSUMI"

MORBO DELLA MUCCA PAZZA NELL'UOMO: LE CELLULE NERVOSE MUOIONO PERCHÉ MESSE A TACERE

FINANZIATO DALL'UNIONE EUROPEA UN PROGETTO PER LA LAMPADINA DEL FUTURO GRAZIE A "OLLA"- IL DR.ARMAROLI DELL'ISOF-CNR SPIEGA L'INTERVENTO ITALIANO LA LAMPADINA DEL FUTURO

BREVETTO ENEA IN VETERINARIA DI PRODOTTI VEGETALI

12/20 FEBBRAIO A BRUXELLES EXPO' "TERRE ET ESPACE 2005":CONFERENZA INTERNAZIONALE SULLA COOPERAZIONE SPAZIALE

A BARI ATTIVO IL PRIMO CENTRO DI CHIRURGIA ROBOTICA - A COLLOQUIO CON IL PROF.ENRICO RESTINI

DAL CNR SENSORI PER LA SICUREZZA DELLE GRANDI INFRASTRUTTURE CIVILE

SCLEROSI LATERALE AMIOTROFICA: ORA L'OBIETTIVO È RIDURRE LA PERDITA MUSCOLARE

UN NUOVO TIPO DI FARMACI INTELLIGENTI EFFICACI CONTRO LE LEUCEMIE

ITALIA/SPAGNA- GLI ATENEI DI UDINE E BARCELLONA UTILIZZERANNO STRUMENTI INNOVATIVI AL POSTO DEGLI ANIMALI

LA MOZZARELLA DI QUALITÀ PRONTA A SBARCARE IN TUTTO IL MONDO - A COLLOQUIO CON IL DR. MALINCONICO

ITALIA/GIAPPONE:L'UNIVERSITÀ DI NAGOYA CON L'INFN PARTECIPA AL PROGETTO OPERA

A PISA IL COORDINAMENTO EUROPEO SULLE RICERCHE SUI SISTEMI EMBEDDED

CELLULE STAMINALI A VOLONTÀ

AL CEND DI MILANO SCOPERTI NUOVI SEGRETI SULLA SINDROME DI KALLMANN

LE ORIGINI GENETICHE DELLA SORDITÀ

L'UNIVERSITÀ DI PISA NEL CONSORZIO EUROPEO RUNES

EMILIA ROMAGNA - RETE REGIONALE DELLA RICERCA INDUSTRIALE E TRASFERIMENTO TECNOLOGICO

MINORI- LE PROSPETTIVE DELLA MEDIAZIONE PENALE IN UN CONVEGNO DELL'ISTITUTO DI RICERCA SUI SISTEMI GIUDIZIARI DEL CNR

PROGETTO EUROPEO RIGHT (RNA) INTERFERENCE TECNOLOGY FOR HUMAN THERAPEUTIC USE- APPUNTAMENTO A BERLINO

UNIVERSITA' DI BARI: UNA RICERCA DI IMMEDIATO UTILIZZO NEL MONDO INDUSTRIALE

ITALIA/COMMISSIONE UE: FORUM PER LA RICERCA E L'INNOVAZIONE SU "SCIENZA E SOCIETA'"

ITALIA/FRANCIA. A TORINO - IWOX 4 - INTERNATIONAL WORKSHOP ON OXIDES/ A COLLOQUIO CON LA PROF.SSA SCARANO

INDIVIDUATI NUOVI GENI RESPONSABILI DEL CANCRO. PROF. VEZZONI:"PROSPETTIVE PROGNOSTICHE. NECESSARI FONDI PER PROSEGUIRE LE RICERCHE"

2005, UN ANNO IMPORTANTE PER L'ASTRONOMIA ITALIANA. A LIVELLO MONDIALE AL V POSTO

STUDIO GENICO DELL'UNIVERSITA' DI PADOVA CHIARISCE IL "PUZZLE" DELL'OMOCISTEINA NEGLI INFARTI

IL PROF. LUIGI ROSSI BERNARDI NUOVO CAPO DEL DIPARTIMENTO PER L'UNIVERSITA' ALTA FORMAZIONE E RICERCA SCIENTIFICA

ITALIA/FRANCIA/PAESI BASSI/SVIZZERA. POLVERE COSMICA E CONCENTRAZIONE DI INQUINATI - LE RISPOSTE AI PROBLEMI DEL NOSTRO TEMPO? - A COLLOQUIO CON IL PROF. BARBANTE

GLI OBIETTIVI DELL'ISTITUTO DEI SISTEMI COMPLESSI. PROF.L.PIETRONERO (DIRETTORE): "PROSSIMO BREIN STORMING" FRA ISTITUTO E AZIENDE"

DALL'ITALIA NUOVE METODOLOGIE PER L'ANALISI DI MATERIALE COSMICO

NUOVI TESSUTI DALL'ISTITUTO DI CHIMICA E TECNOLOGIA DEI POLIMERI DEL CNR DI NAPOLI

SPELEOLOGI ITALIANI A RISCHIO DI ISTOPLASMOSI NELLE GROTTE CUBANE - MONITORAGGIO DEI SOGGETTI

A PROPOSITO DI TERREMOTI: PROF. P.MANETTI "PREVEDIBILI UNO OGNI ANNO"


INNOVAZIONE E RICERCA- PROTOCOLLO D'INTESA REGIONI, CONFINDUSTRIA, CGIL, CISL E UIL

La Conferenza delle Regioni e delle province autonome, Confindustria, Cgil, Cisl e Uil hanno stipulato un protocollo d'intesa che avvia un percorso di collaborazione per l'analisi, il confronto e la condivisione delle politiche territoriali più efficaci per il rilancio della ricerca e dell'innovazione.
Alla firma del protocollo erano presenti Enzo Ghigo in qualità di Presidente della conferenza dei Presidenti delle Regioni, Pasquale Pistorio in veste di vicepresidente Confindustria per ricerca e innovazione, e i tre segretari generali Guglielmo Epifani, Savino Pezzotta e Luigi Angeletti.

Il ritardo dell'Italia, sia nella ricerca pubblica che privata (come emerge dai principali indicatori statistici prodotti a livello nazionale ed europeo) è da considerare, infatti, una delle principali cause strutturali dell'attuale crisi di crescita e di competitività del Paese. E' ormai evidente che lo sviluppo della competitività scientifica e tecnologica richieda interventi sia a livello regionale, sia nazionale ed europeo e che tali livelli debbano essere tra loro fortemente integrati.
L'intervento regionale in materia di ricerca e innovazione deve essere potenziato e qualificato. Il Protocollo, accogliendo positivamente le linee guida definite dall'Unione Europea e confermate con il rilancio della strategia di Lisbona, si propone di contribuire alla definizione di programmi regionali e territoriali di ricerca e innovazione, condivisi con le parti sociali, che definiscano priorità, risorse, modalità e parametri di verifica delle ricadute in termini di prodotti e di occupazione. Si sosterrà, inoltre, lo sviluppo delle competenze professionali necessarie per l'avvio e la stabilizzazione dei processi di innovazione e di forme di partenariato tra università, centri di ricerca e imprese, per favorire processi di trasferimento tecnologico a sostegno delle pmi e dei distretti territoriali.

Asse portante del Protocollo è un Osservatorio nazionale a supporto delle politiche regionali di ricerca e innovazione.
L'attività dell'Osservatorio si articolerà su base regionale e si baserà su un forte impegno e partecipazione delle rappresentanze imprenditoriali e sindacali anche a livello locale.
L'Osservatorio si occuperà di :
  • diffondere le best practices, previo l'approfondimento e l'analisi delle scelte e degli strumenti di politiche della ricerca adottate dalle singole Regioni;
  • realizzare un confronto con le Regioni europee che hanno conseguito maggiori risultati nella promozione di un modello economico basato su R&I;
  • favorire la definizione di accordi interregionali;
  • fornire un supporto informativo aggiornato e di facile consultazione a tutte le Regioni sui modelli e gli strumenti
  • favorire la possibilità del confronto con il sistema finanziario e bancario per la partecipazione di risorse private a progetti interregionali di innovazione industriale (29/3/2005-Italian Network)


    L'ITALIA PROTAGONISTA IN KARAKORUM CON IL CENTRAL KARACORUM NATIONAL PARK

    Il supporto scientifico-tecnico italiano nel Karakorum e nell'Himalaya sarà fondamentale per l'avviamento e la costituzione del Central Karakorum National Park, un'area di 10.000 Km² attorno alla quale risiede una popolazione di 800.000 persone. È quanto emerge dal colloquio che Italian Network ha avuto con il dr. Agostino Da Polenza, presidente del Comitato "Ev-K²-CNR", che pone particolare enfasi anche sull'attività collegata di elaborazione dei primi risultati della stazione meteorologica del Cnr allestita nella regione del K2, a 4000 metri di quota, nata per osservare l'estensione e lo spostamento della nube di aerosol e di inquinanti che minaccia il Sud-Est Asiatico e per monitorare i cambiamenti climatici.
    Si tratta di un progetto molto ambizioso che, secondo il dr. Da Polenza, contribuirà allo sviluppo ecosostenibile del territorio e, nello stesso tempo, salvaguarderà uno dei patrimoni ambientali dell'umanità. In tale contesto l'Italia, grazie alla sua esperienza decennale in questi luoghi estremi, è stata chiamata a sostenere numerosi interventi di previsione e mitigazione del rischio idrogeologico, contenimento dell'impatto antropico, promozione del turismo sostenibile, ricerche epidemiologiche e supporto sanitario, pianificazione sistemica di interventi infrastrutturali. Questo impegno, insieme ai risultati dei progetti di ricerca collegati alla spedizione scientifica commemorativa sul K2, sarà presentato ad Islamabad durante l'International Karakorum Conference (25-27 aprile 2005).

    D.- Dr. Da Polenza, ci parli dell'impegno italiano:

    DA POLENZA:-ad Islamabad presenteremo le ricadute dei programmi di ricerca che sono stati avviati lo scorso anno e che stiamo presentando in questa occasione in Italia. Ad Islamabad andremo a ragionare circa l'attivazione del parco del Karakorum centrale, una realtà che, sul piano politico, è stata progettata fin dal 1993 dal governo pakistano; si tratta di un'area enorme, 10 mila km quadrati di territorio, dichiarato parco nazionale senza essere mai stato avviato. L'anno scorso le autorità pakistane ci hanno chiesto di contribuire al processo di attivazione del parco, per la nostra tradizione di esplorazione ma anche di ricerca. Presto discuteremo del "capacity building", ovvero dell'aiuto che potranno dare i nostri ricercatori dal punto di vista scientifico, assieme con esperti dei parchi italiani. Tra l'altro, poco prima di recarci ad Islamabad, saremo nel Parco dell'Everest dove si svolgerà una visita di studio degli "stakeholder" dell'area del Karakorum, invitati a conoscere coloro che hanno oramai accumulato una consolidata esperienza nella gestione di un parco come quello dell'Everest, appunto. Saranno con noi degli esperti di gestione ambientale che hanno messo a punto l'anno scorso al K2 un protocollo di gestione per una spedizione ecocompatibile e che stanno lavorando sul sistema di gestione ambientale del nostro laboratorio osservatorio Piramide ai piedi dell'Everest.

    Tutti questi incontri sono finalizzati alla creazione di un sistema di supporto alle decisioni mirato allo sviluppo ecosostenibile della regione, basato sui risultati delle ricerche scientifiche. Vorrei evidenziare che, quando dieci anni fa siamo andati in Himalaya per installare le stazioni meteorologiche, abbiamo riscontrato come la copertura di quelle regioni in termini di monitoraggio fosse insufficiente, estremamente segmentata e attuata solo per aree e periodi determinati. Mancavano completamente dati storici di carattere meteorologico riferibili a zone sopra i 5 mila metri. Oggi noi possediamo dati che coprono dieci anni di rilevazioni e che si stanno rivelando estremamente utili in quei grandi progetti come il CEOP, il progetto di monitoraggio climatico del WMO, o in altri di carattere più ambientale, come lo studio dell'Atmospheric Brown Cloud, che si stanno sviluppando all'interno delle grandi agenzie come l'UNEP.

    D.-Cosa accadrà ora per il Parco del Karakorum?

    DA POLENZA:-C'è una bozza di piano di gestione. Ci recheremo in Pakistan per parlarne. Ci sono delle Organizzazioni Non Governative che stanno lavorando su questo tema; il Ministero degli Esteri sta procedendo, in tempi abbastanza ragionevoli, ad attivare interventi di sostegno a questo processo mirati alla formazione e allo sviluppo economico delle popolazioni residenti. Inoltre, si sta avviando il meccanismo di cooperazione decentrata fatta da enti locali che ci stanno chiedendo cosa possono fare di concreto. Mi riferisco, ad esempio, alla comunità montana di Reggio Emilia. Noi stiamo realizzando un programma di fund raising di progetti, per esempio un'iniziativa per portare l'acqua potabile ai villaggi nella valle che va verso il K2. È una piccola cosa che aiuta a dare un segnale di presenza. Poi c'è la parte scientifica perché, come aveva ipotizzato Desio, questo territorio può essere una grande occasione di studio e di apprendimento, per i suoi enormi ghiacciai, terreno ancora da conoscere e monitorare. (29/3/2005-S.C.-Italian Network)


    ITALIA/FRANCIA: IMPORTANTE SCOPERTA PER LO SVILUPPO DI NUOVI FARMACI ANTITUMORALI DA CNR/NAPOLI-CNRS E ISERM

    Ricercatori del Cnr di Napoli e del Cnrs e Inserm francese hanno identificato una nuova molecola in grado di inibire un oncogene causa di tumori alla tiroide. Lo studio, pubblicato sul numero di marzo della rivista PLoS Biology, crea le premesse per arrivare allo sviluppo di nuovi farmaci antitumorali.
    Italian Network ha intervistato il dr. de Franciscis, coordinatore italiano della ricerca.

    D.-Com'è nata la collaborazione con i francesi?

    DE FRANCISCIS:- Ho una cooperazione di lunga data con la Francia, dove in occasione di un mio soggiorno di un anno con un grant dell'Unione Europea presso il CGM del CNRS; ho conosciuto il Dr. Domenico Libri, coautore della ricerca, con cui abbiamo deciso di iniziare a lavorare insieme su questo oncogene che studiamo a Napoli da anni.
    Il Dr Libri è un biologo molecolare con grande esperienza in biochimica degli acidi nucleici. Il terzo gruppo che ha partecipato alla ricerca è diretto dal Dr Tavitian dell'INSERM, che dirige un Unità di Diagnostica per Immagini a Orsay, e che ha proposto di inserire il progetto in un network del V Programma Quadro della UE coordinato da lui stesso.

    D.-Come avete suddiviso il lavoro?

    DE FRANCISCIS:- Inizialmente abbiamo fatto i primi esperimenti con il Dr Libri nel suo laboratorio di Gif sur Yvette (Parigi). Dopo il mio ritorno a Napoli, abbiamo poi continuato a collaborare occupandoci della parte di biologia cellulare sul Ret a Napoli con la Dott.ssa Laura Cerchia, primo nome del lavoro. Nei laboratori di Gif sur Yvette (CNRS) ed ad Orsay (INSERM) si sono invece occupati della parte che maggiormente coinvolgeva la biochimica degli acidi nucleici e dei primi saggi in animali da esperimento. Per potere portare avanti efficientemente il progetto siamo stati in contatto continuo con scambio di reagenti ed informazioni scientifiche..

    Il Dr de Franciscis e la Dr.ssa L. Cerchia che fanno parte dell'Istituto di endocrinologia e oncologia sperimentale (Ieos) del Consiglio nazionale delle ricerche di Napoli hanno sviluppato questo progetto di ricerca insieme ai colleghi del Cnrs e dell'Inserm francese.
    Mediante l'uso di cellule in coltura come bersaglio sono state isolate molecole biologicamente attive, gli attameri, in grado di riconoscere e legare in modo altamente selettivo una proteina-segnale esposta sulla superficie delle cellule di alcuni tumori. Uno degli attameri isolati dai ricercatori, lega specificamente e ad alta affinità l'oncogene Ret e ne blocca l'attività biologica, inibendone il potenziale trasformante. Il Ret, è un recettore ad attività tirosino chinasi che, se mutato, può causare neoplasie multiple: carcinomi midollari della tiroide e tumori della ghiandola surrenale, i feocromocitomi.

    Le prospettive che si aprono suggeriscono potenzialità applicative di questa nuova classe di molecole per lo sviluppo di nuovi farmaci utili nel trattamento di alcuni tipi di tumori anche chemio e radio-resistenti. Queste molecole, inoltre possono competere con gli anticorpi sia in diagnostica per immagini sia in terapia. Infatti, molte caratteristiche rendono gli attameri più promettenti degli anticorpi: sono più piccoli, meno complessi; sono facilmente ottenuti per sintesi chimica in laboratorio senza il coinvolgimento di linee cellulari o animali; sono facili da coniugare con molecole reporter e da modificare chimicamente così da aumentarne la stabilità e l'applicabilità in vivo. Inoltre, molti attameri fino ad ora isolati sono in grado di inibire la funzionalità biologica del bersaglio e possono, quindi, essere considerati potenziali strumenti terapeutici per differenti stati patologici, non solo nel cancro.

    L'identificazione degli attameri anti-Ret - sottoposti a richiesta di brevetto - è stata ottenuta attraverso la tecnica Selex (Systematic evolution of ligands by exponential enrichment). Si tratta di una tecnologia altamente innovativa, recentemente messa a punto negli Stati Uniti, che permette di isolare con una procedura di "evoluzione" in vitro singole molecole di interesse, attameri, a partire da un grande numero di molecole.
    Le proteine-segnale esposte sulla membrana cellulare, ed in primo luogo i recettori ad attività tirosino chinasi, come l'oncogene Ret, sono bersagli ideali per sonde molecolari o farmaci in medicina oncologica. La ricerca è stata in grande parte finanziata grazie a fondi ottenuti da un progetto Europeo del V Programma Quadro e pubblicata sul numero di marzo della prestigiosa rivista internazionale PLoS Biology, che pubblica articoli e risultati di ricerche scientifiche che possono essere stampati e distribuiti gratuitamente.
    Chiediamo infine al dr. de Franciscis, quali saranno i prossimi passi. Dimostrare che le molecole possono essere impiegate come strumenti diagnostici su modelli di topi. (29/3/2005-S.C.-Italian Network)


    PROGETTO INTERNAZIONALE SUL FREE ELECTRON LASER. PRESENTE L'INOA/CNR DI PISA

    Da decenni l'INOA ha esplorato la fisica del laser a CO2 singolo modo, individuando vari scenari di comportamento caotico. Questa linea di ricerca ha portato allo sviluppo di un progetto all'avanguardia dal punto di vista del controllo, della sincronizzazione e dei fenomeni di competizione tra campi ortogonalmente polarizzati in laser isotropici. "Sviluppo di tecniche nell'infrarosso per il controllo di fasci" è il titolo e recentemente è stato mostrato grande interesse da parte di gruppi di ricerca che lavorano sul laser FEL (Free Electron Laser) ad applicare le tecniche di controllo studiate presso l'INOA.
    Un laser FEL può generare grandi potenze di radiazione coerente e tunabile in un ampio intervallo di lunghezze d'onda dai mm fino al visibile e vicino UV, potenzialmente è possibile estendere il suo spettro di emissione fino ai raggi X. Come i laser convenzionali il FEL è caratterizzato da una alta coerenza spaziale, tuttavia da questi vi differisce per il mezzo attivo utilizzato per generare la radiazione coerente. Mentre nei laser convenzionali l'inversione di popolazione è ottenuta portando verso uno stato eccitato un atomo o una molecola, nel FEL questa è ottenuta usando un fascio di elettroni relativistico. La sua grande flessibilità sia nello spettro di emissione che nelle potenze ottenibili ha reso possibili molte applicazioni nei campi della fisica dei solidi, della spettroscopia, della biologia e della medicina.

    Nel corso dell'ultimo anno i ricercatori hanno continuato lo studio di cavità laser isotropiche con competizione tra modi risonanti ortogonalmente polarizzati. Si è inoltre utilizzato un interferometro di tipo Mach-Zehnder per misure di interferometria ed olografia digitale nell'infrarosso per la caratterizzazione di cristalli liquidi. Sono state indagate alcune possibili applicazioni dei cristalli liquidi nell'infrarosso per la realizzazione di modulatori di luce sia per luce polarizzata che per luce non polarizzata.
    Allo stato attuale è in corso una collaborazione con il Dipartimento di Scienze Chirurgiche Oto-neurooftalmologiche sulle tecniche di chirurgia laser e sul loro miglioramento con particolare riferimento alle patologie della retina.
    Nell'ambito dello sviluppo delle tecniche IR l'INOA ha presentato insieme ad alcuni grandi partner industriali (Distillerie Bonollo S.p.A. e Castelli del Grevepesa S.c.r.l.) un progetto di ricerca FISR per la realizzazione di un sistema esperto multisensoriale per il controllo di qualità in tempo reale durante il processo di produzione del vino e della grappa; l'insieme delle competenze del partner del progetto permetterà di sviluppare strumentazione innovative che renda più veloce, preciso ed efficiente il controllo dei diversi parametri che contribuiscono a migliorare la qualità dei prodotti enologici.

    Tra le istituzioni che partecipano al progetto ci sono l'INOA, l'Istituto di Biofisica del CNR di Pisa, il Dipartimento di Fisica dell'Università di Pisa, Dipartimento di Scienze Chirurgiche Oto-neuro-oftalmologiche dell'Università di Firenze, il Gruppo di Dinamica non lineare dell'Università Rey J. Carlos, Madrid, l'Istituto di Cibernetica del CNR di Napoli, il Department of Physics dell'Università del Maryland (USA), il Naval Research Laboratori di Washingthon (USA), Department. of Maths del Monclair State University (Monclaire - USA), il Dipartimento di Fisica dell'Università di Ancona, Elettra- Trieste, l'ENEA ed il (Karolinska Institute (Svezia).(29/3/2005-Italian Network)


    UN SOFTWARE DI ULTIMA GENERAZIONE VIATRONIX PER LA RICOSTRUZIONE VIRTUALE DEL COLON E DEI VASI SANGUIGNI

    Una tecnologia innovativa utilizzata, per la prima volta in Italia, dal dipartimento di Scienze ortopedico riabilitative, radiologiche e otorinolaringoiatriche dell'Università di Siena, per la visualizzazione del colon e dell'intera rete dei vasi sanguigni in una ricostruzione virtuale precisa, a colori, archiviabile in digitale e consultabile anche a distanza, con un'analisi non invasiva: è possibile oggi grazie al software di ultima generazione Viatronix, in dotazione presso il dipartimento di Scienze ortopedico riabilitative, radiologiche e otorinolaringoiatriche dell'Università di Siena, che, unica struttura sanitaria in Italia, lo utilizza per le analisi diagnostiche in modo routinario.
    Il software, acquisito nel 2001 grazie ad un considerevole contributo della Fondazione Monte dei Paschi di Siena, recentemente è stato implementato con gli ultimi aggiornamenti che permettono l'analisi del sistema vascolare e da settembre 2004 è utilizzato, per pazienti esterni e pazienti ricoverati al policlinico Le Scotte, per la diagnosi di patologie del colon retto e del sistema sanguigno.

    L'obiettivo è quello di applicare questa tecnica di analisi su larga scala, introducendola come metodica di screening approvata dal Sistema sanitario nazionale. La colonscopia virtuale si esegue prima di tutto sottoponendo il paziente ad una Tac, dopo aver assunto un liquido di contrasto. Le informazioni acquisite dalla Tac vengono elaborate dal software, che è in grado di riconoscere i tessuti del colon, producendo immagini tridimensionali e a colori dei tessuti che si vogliono studiare.
    L'immagine è una ricostruzione virtuale che permette di visualizzare alterazioni del colon senza ricorrere ad analisi invasive come la colonscopia strumentale, che viene fatta successivamente solo se si evidenzia il bisogno di effettuare una biopsia. Attraverso il sofware Viatronix il colon può essere esplorato dall'interno ma anche dall'esterno, cosa non possibile con la normale colonscopia strumentale.
    Per quanto riguarda i vasi sanguigni, questi possono essere visualizzati sia in modo tridimensionale che bidimensionale, nella loro struttura a rete, ma possono anche essere "srotolati", visualizzando il loro intero decorso su di un piano; inoltre si può "navigare" dentro le strutture vascolari e ottenere delle sezioni dell'immagine. Il software viene utilizzato per lo studio vascolare dell'aorta, delle coronarie, delle arterie renali e degli arti inferiori, delle embolie polmonari, degli angiomi e delle malformazioni artero-venose.
    Le elaborazioni vengono poi archiviate in digitale e al paziente si consegna un cd, che egli potrà mostrare al medico curante. Inoltre le immagini sono visibili dalla rete Internet, e questo permette di curare i pazienti attraverso la telemedicina. Ad oggi sono stati studiati circa 100 pazienti per quanto riguarda il sistema sanguigno e circa 120 pazienti per quanto riguarda il colon.(29/3/2005-Italian Network)


    DALLA COLLABORAZIONE INTERNAZIONALE A GUIDA ITALIANA: "PAMELA" PER LA RICERCA DELL'ANTIMATERIA E DELLA MATERIA OSCURA NELLO SPAZIO

    PAMELA, ovvero "Payload for Antimatter Matter Exploration and Light-nuclei Astrophysics", lo strumento italiano che per primo esplorerà dallo Spazio antimateria e materia oscura, è finalmente pronta per essere integrata sul satellite e preparata al lancio.
    Per questo motivo il prossimo 29 marzo l’apparato sarà trasferito dalla sezione INFN presso l’Università di Roma Tor Vergata, dove è stato progettato e realizzato, ai laboratori della TsSKB-Progress in Russia, a Samara, per essere installato sul satellite russo Resurs-DK1 e poi trasportato alla base di Bajkonur in Kazakhstan, da dove nel prossimo autunno sarà lanciato per essere posizionato su un'orbita ellittica quasi polare tra 300 e 600 chilometri d’altezza.

    PAMELA, che opererà per almeno tre anni, è frutto di una collaborazione internazionale coordinata dall’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare. Vi partecipano l’Agenzia Spaziale Italiana con il contributo delle agenzie spaziali tedesche, svedesi e russe.
    L’obiettivo sarà quello di indagare l’affascinante questione dell’antimateria e della materia oscura, studiando i raggi cosmici, ovvero particelle energetiche di diversa natura che giungono dallo Spazio e trasportano importanti informazioni sulla sorgente cosmica che li ha emessi, sulla composizione della materia che costituisce l’Universo e quindi sulla sua origine ed evoluzione.
    In particolare, PAMELA misurerà il flusso, l’energia e le caratteristiche dei raggi cosmici di origine galattica, interplanetaria e solare con una precisione mai ottenuta prima, consentendo notevoli progressi in questo importante e giovane settore dell’astrofisica.

    Grazie alla sofisticata strumentazione di PAMELA si potranno effettuare per la prima volta osservazioni di lungo periodo senza il disturbo dell’atmosfera con la quale i raggi cosmici interagiscono. Finora dati di questo tipo sono stati raccolti da strumenti posti su palloni stratosferici, e una volta anche sullo Space Shuttle, ma sempre per breve tempo. PAMELA fornirà inoltre informazioni sulle particelle energetiche emesse dal Sole e sulla loro interazione con il campo magnetico terrestre.

    "PAMELA", afferma Piergiorgio Picozza, direttore della sezione INFN dell’Università di Tor Vergata, che ha coordinato il lavoro delle sezioni INFN di Firenze, Napoli, Trieste, Bari, dei Laboratori Nazionali di Frascati e della collaborazione internazionale, "è attualmente lo strumento più avanzato nel campo dello studio dell’antimateria, della materia oscura e dei raggi cosmici in generale, ed è il risultato del lavoro comune fatto da un gran numero di ricercatori, in gran parte giovani. La sua messa in orbita nel prossimo autunno rappresenterà il coronamento di un lungo periodo di ricerche nello spazio realizzate dal nostro gruppo in tutti questi anni".
    Lo strumento pesa quasi cinquecento chili, ha le dimensioni di un parallelepipedo alto 1,3 metri con 75x75 centimetri di base ed è composto essenzialmente da un grande magnete corredato da un notevole numero di rivelatori che permettono di riconoscere le particelle, tracciarne la traiettoria e misurarne l’energia. Completano l’apparato sofisticati dispositivi elettronici per la lettura dei rivelatori, la gestione dell’apparato e il collegamento con i sistemi di comunicazione del satellite.

    PAMELA è uno degli elementi del programma dell’ASI dedicato alle alte energie che, oltre all’importante ruolo nell’astronomia X e gamma con la partecipazione alle missioni SWIFT e GLAST della NASA e il satellite nazionale AGILE, prevede importanti contributi alla realizzazione dell’Anti Matter Spectometer (AMS) per lo studio dei raggi cosmici dalla Stazione Spaziale e altri progetti di nuova generazione allo studio.
    La maggior parte di questi programmi è frutto dell’intensa collaborazione tra ASI e INFN che permette all’Italia di essere all’avanguardia nel mondo nel settore dell’astrofisica delle alte energie.(29/3/2005-Italian Network)


    A MILANO PROGETTO CERBA: CENTRO EUROPEO PER LA RICERCA BIOMEDICA AVANZATA

    Sorgerà a Milano, su un'area adiacente all'Istituto Europeo di Oncologia, il Centro Europeo per la Ricerca Biomedica Avanzata (CERBA), una vera e propria Città della Scienza che - sul modello del National Institute of Health di Bethesda, il più importante complesso di ricerca biomedica del mondo - realizzerà attività di ricerca, formazione e cura.
    Verrà creato un centro multidisciplinare per l'oncologia, la cardiologia, la neonatologia e le neuroscienze, dotato di una piattaforma tecnologica comune, che integri ricerca sperimentale e clinica, servizi terapeutici e diagnostici e strutture per la formazione e la cultura scientifica.
    Verranno raggruppati nella stessa area i tre principali istituti milanesi operanti nell'oncologia (IEO), cardiologia (Monzino) e neuroscienze (Besta II). All'attività di ricerca, svolta da oltre 500 scienziati, collaborerà anche l'IFOM (istituto di oncologia molecolare) e l'attività di formazione sarà svolta dalla SEMM (Scuola Europea di Medicina Molecolare) e dall'Università.

    Il progetto del Centro è stato presentato nei giorni scorsi dal presidente della Lombardia, Roberto Formigoni, dal direttore scientifico dello IEO (Istituto Europeo di Oncologia) Umberto Veronesi, dal presidente della Provincia di Milano, Filippo Penati e dal sindaco di Milano, Gabriele Albertini.
    "La Regione si farà capofila di questo progetto - ha affermato il presidente Formigoni - avviando i tavoli necessari per completare tutti i passaggi istituzionali, coinvolgendo anche enti locali e ministero, che permetteranno di realizzare, nel più breve tempo possibile, il Centro".
    "Questo Centro - ha proseguito Formigoni - che farà fare alla ricerca lombarda un salto decisivo per insidiare i modelli statunitensi e giapponesi, all'avanguardia in questo settore, non poteva che nascere nella nostra regione. Qui infatti abbiamo a disposizione una rete di centri di eccellenza unica in Europa, a cominciare da circa metà dei IRCCS italiani. Quello della ricerca inoltre è uno dei punti prioritari della Giunta lombarda che, nei dieci anni di governo, ha moltiplicato per 50 gli investimenti in ricerca: dai 5 milioni di euro all'anno nel 1995, ai 229 nel 2004. Questo progetto è inoltre frutto del modello lombardo in cui pubblico e privato sono messi sullo stesso piano, anzi sono chiamati a collaborare per il bene dei cittadini".

    "Il maggiore punto debole della ricerca biomedica europea oggi - ha sottolineato Veronesi - è quello di non disporre di un coordinamento attivo contrariamente a quanto avviene negli Stati Uniti. Bisogna intervenire subito. La medicina molecolare è il nostro futuro. Abbiamo incominciato a capire che le conoscenze genomiche avvicinano tutte le patologie, per cui l'imperativo è unificare gli sforzi. Le grandi innovazioni del futuro, come lo studio delle cellule staminali, si tradurranno in terapie 'trasversali': per il cuore e il sistema circolatorio così come per i tumori, l'Alzheimer e per il Parkinson. La creazione di una Bethesda europea è un aiuto fondamentale per non perdere le opportunità più innovative di cura offerte da una scienza in continua evoluzione e per renderle il più rapidamente possibile disponibili al maggior numero di cittadini europei".(29/3/2005-Italian Network)


    ITALIA/GRAN BRETAGNA/SVEZIA/USA: IL NIOBATO DI LITIO PER I DISPOSITIVI FOTONICI

    Nuovi dispositivi optoelettronici per il monitoraggio ambientale con tecniche spettroscopiche, le telecomunicazioni in fibra ottica, la sensoristica industriale, il controllo non distruttivo. Sono gli obiettivi del progetto "Sviluppo di dispositivi ottici con cristalli non lineari", portato avanti dall'INOA di Napoli, l' Istituto di Cibernetica del CNR di Napoli, l'IMM-CNR di Napoli e Bologna, l'Avanex, Optolectronic Research Center di Southampton, la Rice University di Houston, la Cambridge University e la Royal University di Stoccolma.
    I dispositivi fotonici rappresentano un ingrediente di "alta tecnologia" indispensabile in molti campi d'applicazione. La capacità tecnologica per sviluppare e realizzare tali componenti può consentire applicazioni innovative in diversi campi quali il monitoraggio ambientale con tecniche spettroscopiche, le telecomunicazioni in fibra ottica, la sensoristica industriale, il controllo non distruttivo.
    Ad esempio, nel campo dell'indagine vulcanologica, lo sviluppo di dispositivi fotonici e sistemi optoelettronici quali spettrometri basati su sorgenti laser a semiconduttore possono essere utilizzati per effettuare monitoraggio continuo "in situ" di gas geochimici, con elevata precisione. Inoltre, nel campo del monitoraggio delle deformazioni, l'utilizzo di sensori in fibra ottica rappresenta una delle soluzioni migliori, essendo questi particolarmente semplici e a basso costo, oltre che adatti ad essere controllati a distanza e collegati in architetture di rete.

    L'attività svolta fino ad oggi nell'ambito del progetto ha permesso di realizzare strutture ferroelettriche a domini periodicamente invertiti per la fabbricazione di dispositivi optoelettronici. La tecnica di inversione prevede l'utilizzo del processo di litografia interferometrica per la formazione del reticolo isolante e di un circuito ad alta tensione per l'inversione mirata della polarizzazione spontanea con la formazione di domini.
    Il materiale utilizzato è il Niobato di Litio (LN) z-cut che è, al momento, il ferroelettrico con i coefficienti non lineari più elevati in assoluto. La tecnica di inversione permette attualmente di realizzare reticoli ferroelettrici periodici unidimensionali (PPLN, Periodically Poled Lithium Niobate) con periodi compresi all'incirca tra 30micron e 16micron.

    Uno degli aspetti più critici del processo di inversione della polarizzazione spontanea nel caso del LN è legato all'evoluzione stessa del processo che, in questo materiale, si manifesta con un avanzamento del dominio invertito (spreading) anche nella regione di cristallo coperta dal fotoresist (isolante). La tecnica di inversione è stata implementata con l'utilizzo di un metodo di controllo dello spreading tramite computer. Tale metodo sfrutta il monitoraggio della corrente durante il processo di inversione per terminare l'erogazione dell'alta tensione solo dopo l'avvenuta l'inversione nelle regioni a contatto con l'elettrolita e prima dell'avanzamento dei domini al di sotto del fotoresist.
    Inoltre è stata implementata una tecnica di inversione cosiddetta di "overpoling" che, sfruttando il fenomeno di coalescenza sotto il resist di domini invertiti contigui, ha reso possibile la generazione di strutture ferroelettriche sub-micrometriche periodiche uni- e bidimensionali e la realizzazione di switch e scanner basati sulla riflessione totale all'interfaccia di inversione attuati per mezzo dell'effetto eletro-ottico.(21/3/2005- Italian Network)


    INFN/UNIVERSITÀ DI PADOVA/FERMILAB SPIEGANO L'ACCELERAZIONE DELL'UNIVERSO

    La risposta ad alcuni dei quesiti più appassionanti della cosmologia moderna, viene da uno studio reso pubblico dalla prestigiosa rivista scientifica Physical Review Letters. Quattro fisici teorici che rispondono ai nomi di Antonio Riotto, dell'Infn (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare) di Padova, Sabino Matarrese, dell'Università di Padova, Edward. W. Kolb del Fermilab, a Chicago, e Alessio Notari, attualmente all'Università di Montreal, stanno così cercado di rispondere a quesiti come "perché l'Universo si espande accelerando? Quale forza lo spinge ad aumentare sempre di più la propria estensione, condannando a una ineluttabile rarefazione tutto ciò che esso contiene?".
    La questione dell'espansione dell'Universo sembrava essersi risolta nel corso del '900 con l'abbandono di quello che Einstein definì "il mio più grande errore" la costante cosmologica: una forza che avrebbe dovuto fermare i movimenti del cosmo sia in espansione che in contrazione, cristallizzandolo in confini immutabili.
    A partire dal 1998 infatti l'osservazione di alcune supernove poste ai confini del cosmo ha messo in luce che non solo il nostro Universo si espande, ma lo fa accelerando, cioè aumenta progressivamente la propria velocità di espansione. E ciò apparentemente poteva essere spiegato solo ammettendo la presenza di una forza derivante dalla energia oscura, una variante della costante cosmica.
    Quest'ultima rappresenterebbe addirittura il 70% di tutto ciò che esiste nel nostro Universo, mentre il 25% sarebbe formato da una altrettanto misteriosa materia oscura, e appena il 5% dalla materia composta da particelle come quark, protoni, neutroni ed elettroni, che costituisce tutto ciò che conosciamo, da noi stessi fino alle più lontane galassie.

    La fisica moderna negli ultimi anni si è dunque trovata di fronte a un dilemma imbarazzante: mentre le osservazioni sperimentali indicano che l'energia oscura, se esiste, deve essere relativamente minuscola (pur ammontando pur sempre al 70% di tutto ciò che c'è nell'Universo), i modelli teorici la accettano solo se immensa. La soluzione a questo dilemma arriva da studi che partono dalla cosiddetta teoria dell'inflazione. Questa è nata nel 1981 e prevede che l'Universo subito dopo il Big Bang abbia subito, nello spazio di una infinitesima frazione di secondo, una espansione rapidissima. È proprio quest'ultima che ci spiega perché esso ci appare oggi estremamente omogeneo.
    Recentemente tale teoria è stata confermata dai dati ottenuti dagli esperimenti Boomerang e WMap, entrambi volti a misurare le piccole fluttuazioni della radiazione di fondo che ancora esiste in tutto l'Universo e che riecheggia quella lontanissima. Nel processo di espansione inflazionaria avvenuto subito dopo il Big Bang si sarebbero create piccolissime increspature dello spazio tempo, previste dalla teoria della relatività di Albert Einstein. Le increspature, "stiracchiate" dall'espansione del cosmo, esisterebbero ancora oggi e si estenderebbero persino al di là dell'Universo visibile, a oltre 15 miliardi di anni luce da noi. Italian Network)


    INCONTRO CON ELISABETTA DEJANA UFFICIALE AL MERITO DELLA REPUBBLICA

    La ricercatrice dell'Istituto FIRC di Oncologia Molecolare Elisabetta Dejana è tra le donne insignite con le onorificenze dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana durante la cerimonia indetta dal Presidente Ciampi in occasione dell'8 marzo. Il riconoscimento è arrivato per il lavoro e l'impegno come ricercatrice nel campo dell'oncologia molecolare ed è l'occasione gradita per incontrarla e parlare a tutto campo di donne e scienza, della crisi della ricerca scientifica italiana e del suo lavoro.

    Emozionata nel ricevere l'onorificenza dalle mani del Presidente della Repubblica in una cerimonia interamente dedicata alle donne?

    DEJANA:-La cerimonia e' stata molto bella perché molto semplice. Nonostante in passato ci siano state molto critiche alla Festa della Donna come istituzione, quello al Quirinale è stato un momento molto bello: sono state premiate donne con esperienze diverse ( volontarie in Africa, altre ricercatrici, studiose di letteratura , industriali etc..) e il tutto è stato fatto senza spettacolarizzazioni e con poca esibizione. Io sono tornata a casa con una gran voglia di fare di piu' e meglio.

    D.-Come è la situazione delle donne in ricerca?.

    DEJANA:-Le donne sono molto brave: io insegno e, noto che la media delle studentesse è più preparata degli studenti maschi. Tuttavia, ci sono molti filtri andando avanti nella carriera. Alcuni fattori pratici sono importantissimi come il fatto che, per far bene ricerca, bisogna essere disposti a viaggiare molto e a lavorare all'estero anche per diversi anni. Questo e' molto difficile per una donna soprattutto quando si e' sposate e si hanno dei figli. C'è anche un aspetto psicologico: per le donne l'investimento nella carriera lavorativa è diverso da quello degli uomini. Per la nostra cultura il successo di un uomo e' quasi esclusivamente legato al suo successo sul lavoro. Pertanto gli uomini sono educati ad impegnarsi al massimo per riuscire. Per le donne esistono altri valori spesso ugualmente o piu' importanti del lavoro come la famiglia, i figli, i rapporti sociali etc.. le donne sono abituate a vedere il loro lavoro come di "seconda classe" rispetto a quello dell'uomo e per questo sono spesso pronte a sacrificare la propria carriera in favore di quella del marito e comunque a mettersi in posizioni meno competitive. Queste sono ovviamente generalizzazioni, ma servono per dare un po' il quadro della situazione.

    D.-Quali sono le donne ricercatrici più importanti in Italia?

    DEJANA:-Sono state e sono tantissime. Come dicevo prima spesso non riconosciute come dovrebbero. Ma anche al di fuori della ricerca vera e propria ho incontrato donne straordinarie all'università e anche al liceo, bravissime nel trasferire l'informazione scientifica, l'entusiasmo e la passione.

    D.-Professoressa, lei ha girato molto, in Europa e negli Stati Uniti. Si è fatta un'idea della crisi italiana ed una ricetta per superarla?

    DEJANA:-La ricetta e' semplicissima. Dare più soldi e distribuirli con criteri basati sulla qualità scientifica. Non abbiamo neanche bisogno di andare troppo in là, ci sono paesi che gia' riescono a farlo in maniera egregia e basterebbe seguire gli stessi criteri. Il problema e' volerlo veramente e riconoscere che la ricerca e' importante non solo perche' crea innovazione, ma anche perche' crea comptenze e specializzazione per i giovani e come conseguenza immediata posti di lavoro, borse di studio, contratti, scambi con l'estero... Siamo l'unico paese in Europa la cui ricerca sopravvive grazie alle donazioni private ed il contributo pubblico e' minimo. Senza Fondazioni come AIRC o Telethon la ricerca italiana sarebbe agonizzante. Noi oggi facciamo una fatica incredibile a ottenere supporto per i nostri progetti e nessuno è mai finanziato da una sorgente sola, cosi', per poter lavorare, dobbiamo fare 10-15 domande di finanziamento all'anno. Questa è una fatica tremenda. Le faccio un paragone sportivo: nessuna squadra di calcio vincerebbe lo scudetto se i suoi calciatori non avessero la possibilità di allenarsi perché devono cucire le magliette o tagliare l'erba del campo. Bisogna investire e farlo in maniera più intelligente di quello che è stato fatto finora. Invece, non solo si continuano a ridurre, nei fatti, i fondi investiti in ricerca a tutti i livelli ma si fanno leggi che invece di migliorare peggiorano ulteriormente la situazione. Le faccio un esempio semplice. Le attuali leggi sulla immigrazione rendono difficilissimo per un extracomunitario entrare in Italia con permesso di lavoro anche per un un periodo post dottorale. Cosi' abbiamo ogni sorta di problemi a fare lavorare nei nostri Istituti studenti americani, australiani, sud americani, giapponesi etc.. Cosi' siamo qui a gridare sulla fuga dei cervelli italiani all'estero e poi impediamo che i cervelli stranieri vengano da noi. Tutto questo indica che non c'e' programmazione, lungimiranza .

    D.-Professoressa di cosa si sta occupando in questo momento?

    DEJANA:-Il tema generale del nostro lavoro è arrivare a ridurre la vascolarizzazione dei tumori. Il tumore, quando cresce, ha necessità di più nutrimento, più ossigeno e non fa altro che indurre i vasi limitrofi in cui circola sangue, a proliferare, ad entrare nel suo stroma ed a portargli il nutrimento necessario. L'idea di base è quella di ridurre la proliferazione tagliando i viveri al tumore. Una volta che non e' piu' vascolarizzato il tumore diventa più sensibile alle terapie tradizionali come la chemio o la radioterapia. Mentre fino a qualche anno fa non c'erano delle molecole specifiche, adesso ci sono diverse sostanze farmacologiche che sembrano mostrare i primi risultati clinici.

    Elisabetta Dejana si è laureata a Bologna in Scienze biologiche con 110 e lode; nel 1980-83 lavora in Canada, alla McMaster University di Toronto, dove mette a punto tecniche per l'isolamento e la cultura delle cellule endoteliali che formano la parete dei vasi sanguigni. Tornata in Italia, dirige fino al 1993 il Laboratorio di Biologia Vascolare dell'Istituto Mario Negri, intervallando periodi di lavoro all'estero alla Harvard Medical School di Boston, all'Hôpital Bicêtre di Parigi e all'Hadassah Medical School di Gerusalemme. In questo periodo la prof.ssa Dejana applica le conoscenze raccolte sulla biologia delle cellule vascolari al problema della formazione di nuovi vasi o "angiogenesi" (dal greco angêion, che significa "vaso" e génesis, che significa "nascita") durante la crescita tumorale.
    Dal 1993 al 1996 dirige l'Unità INSERM 217, "Laboratoire d'Hematologie", al Centro di Energia Nucleare di Grenoble in Francia dove resta per tre anni. Quindi ritorna in Italia e partecipa al progetto IFOM, il nuovo Istituto FIRC di Oncologia Molecolare voluto e finanziato dalla Fondazione Italiana per la Ricerca sul Cancro. Fin dalla creazione dell'Istituto, la prof.ssa Dejana dirige l'unità di ricerca IFOM "Angiogenesi", dedicata allo sviluppo di nuovi farmaci antitumorali in grado di agire attraverso l'inibizione dell'angiogenesi tumorale. Il suo lavoro all'IFOM è svolto nell'ambito di un progetto congiunto IFOM - Istituto Mario Negri.

    Oltre all'attività di ricerca, la prof.ssa Dejana ha tenuto diversi corsi sulla biologia del sistema vascolare alla facoltà di Medicina delle Università di Stoccolma, Grenoble e Parigi. Dal 1998 al 2002 è stata Professore associato di Patologia generale alla Facoltà di Medicina della Università dell'Insubria a Varese ed è oggi Professore Ordinario di Patologia generale presso il Dipartimento di Scienze Biomolecolari e Biotecnologie dell'Università di Milano. Fa parte del comitato editoriale delle principali riviste scientifiche internazionali di biologia cellulare e ha vinto diversi premi internazionali per la sua attività di ricerca. (21/3/2005-S.C.-Italian Network)


    L'ITALIA SU VEGA. L'ITALIA FINANZIA L'ESRIN AL 65%

    L'Europa dello spazio è in rampa di lancio in un nuovo importante progetto strategico. Infatti, la dotazione di lanciatori con cui l'Unione, attraverso l'ESA, porta a compimento i propri progetti spaziali si arricchirà di Vega che affiancherà l'Arianne.
    Le caratteristiche di Vega consistono nelle sue dimensioni ridotte - 30 metri di altezza contro gli oltre 50 del "gigante" Ariane 5 - mentre al momento del lancio avrà una massa complessiva di 128 tonnellate, circa 6 volte meno della massa dell'Ariane 5 (740 tons). Vega sarà in grado di mettere in orbita satelliti fino a un massimo di circa 2500 kg, destinati a orbite di inclinazioni ed altitudine diverse. Tra queste le orbite polari, con il sorvolo dei poli terrestri a quote relativamente basse, sui 700-800 km. Tra queste orbite ci sono le orbite eliosincrone, cosi definite perché il piano su cui giacciono ruota con un periodo uguale a quello della rotazione terrestre intorno al Sole.
    Vega sarà a tre stadi, come per l'Ariane4. Il primo stadio è costituito da un razzo alimentato con 80 tonnellate di propellente solido. Il secondo avrà invece un motore Zefiro, anch'esso a propellente solido, che brucerà in pochi minuti altre 23 tonnellate di combustibile. Infine, per il terzo stadio sarà usato un motore derivato proprio da Zefiro, alimentato ancora con propellente solido, per circa 9 tonnellate Attualmente si è in piena fase di sviluppo del lanciatore, che dovrebbe effettuare il suo primo lancio. nel 2005.

    Come entra l'Italia in Vega? Il Team Integrato di Programma che lo coordina, formato da specialisti europei, è ospitato da ESRIN, la sede italiana dell'Esa di Frascati. A livello industriale un ruolo chiave è giocato da una società italiana, la ELV, responsabile dello sviluppo del lanciatore, mentre la Fiat Avio è responsabile dello sviluppo di tutti im motori di Vega. La Fiat Avio partecipa anche allo sviluppo di tutti gli stadi del lanciatore. Nel progetto sono coinvolte poi tutta una serie di industrie spaziali Europee. Tra le Italiane ricordiamo Laben, Datamat, Officine Galileo, Telespazio e così via.
    In passato l'Italia ha anche contribuito alla costruzione di alcuni elementi fondamentali degli Ariane 5: per esempio, sono costruite alcune parti del motore Vulcano usato per lo stadio criogenico, il primo stadio del lanciatore. Inoltre i razzi a propellente solido, anch'essi parte dello stadio principale, sono costituito da tre segmenti che dopo essere stati costruiti in Germania vengono spediti in Italia per il montaggio e per l'isolamento termico. È proprio l'esperienza acquisita nel settore che consente il balzo in avanti costituito da Vega.

    Proprio all'ESRIN, si sono riunite il 14 Marzo una cinquantina di rappresentanti di oltre 20 industrie spaziali europee per fare il punto sullo stato di avanzamento dei lavori. Oggi l'Italia sostiene il programma di sviluppo con il 65% dei finanziamenti, seguita dalla Francia con circa il 15%. Allo sviluppo di Vega partecipano con quote minori anche Belgio, Spagna, Svezia, Svizzera e Paesi Bassi.(21/3/2005-S.C.-Italian Network)


    BLU-ARCHEOSYS:PROGETTO DI DIAGNOSTICA PER L'ARCHEOLOGIA SUBACQUEA. COLLABORAZIONE ATENEI DI LECCE/BOLOGNA E CETMA

    "BLU - Archeosys - Diagnostica per l'archeologia subacquea" è il nome del progetto a cui partecipano ENEA, ISUFI- dell'Università di Lecce, l'Università di Bologna, la sezione di Lecce dell'Istituto Nazionale di Ottica Applicata ed il CETMA di Lecce, e prevede lo studio, sviluppo e messa a punto di strumentazione per acquisizione di dati tridimensionali in ambiente sommerso.

    Nell'archeologia subacquea, a causa di limiti fisici ed ambientali, la capacità di dare risposte scientificamente attendibili a precise domande storiche è da sempre strettamente dipendente, assai più che nella ricerca "di terraferma", dai metodi, dalle tecniche, dagli strumenti e dalla programmazione. Per questo motivo, fin dai primi interventi, lo sviluppo della ricerca archeologica subacquea appare segnato da repentine accelerazioni, dovute alla scoperta ed all'impiego di nuove tecniche di scavo, di documentazione, di recupero, di restauro e di organizzazione dei cantieri.

    Il progetto, partito nei primi mesi del 2005 e di durata triennale, dovrà offrire funzionalità analoghe a quelle tipiche della strumentazione usata in ambito terrestre, dovendo, però, confrontarsi con specifiche assai diverse, la sua messa a punto comporterà una parte consistente di ricerca e innovazione.
    Di questa prima linea di ricerca farà parte la realizzazione di uno o più sistemi per la ripresa e l'acquisizione dati in ambiente sommerso e l'eventuale integrazione dei sistemi realizzati su una piattaforma robotizzata (un ROV) per analisi subacquee.

    Un'altra linea di ricerca del progetto prevede l'applicazione di tecniche ottiche per la documentazione di tutto quello che concerne gli oggetti e i materiali archeologici dopo il recupero. In questo tema la proposta dei ricercatori è quella di realizzare una stazione di misura integrata che assicuri la caratterizzazione completa degli oggetti scavati o recuperati, assommando a tecniche di ripresa del colore e tecniche di misura 3D (forma della superficie, texture e tomografia). (21/3/2005-S.C.-Italian Network)


    PROGETTO EUROPEO FP5: IDENTIFICATO IL MECCANISMO DI UN GENE CHE REGOLA LA RIGENERAZIONE DEL MUSCOLO

    Ricerche condotte, anche grazie a Telethon, presso l'Istituto di Neurobiologia e Medicina Molecolare del Consiglio Nazionale delle Ricerche (INMM - Cnr) di Roma hanno messo in luce il meccanismo d'azione del gene PC4 nella rigenerazione del muscolo. I risultati dello studio sono pubblicati sulla Rivista Molecular and Cellular Biology.
    Per i geni coinvolti, la ricerca rientra collateralmente nel Progetto europeo FP5 Brain development disorder and repair da cui è finanziata, oltre all'impegno in prima linea di Telethon e del Progetto strategico Oncologia del Cnr. I ricercatori, guidati da Felice Tirone, hanno identificato il meccanismo di funzionamento del gene PC4, un gene essenziale alla rigenerazione del muscolo scheletrico.

    Nella distrofia muscolare, malattia di origine genetica, la miofibra, elemento che conferisce al muscolo la sua capacità contrattile, va incontro a degenerazione e morte. Questo fenomeno porta alla sostituzione delle fibre muscolari con tessuto fibroso incapace di contrarsi, anche se contrastato in parte dalla rigenerazione compensativa dovuta alle cellule staminali del muscolo adulto, dette cellule satelliti.
    Le cellule satelliti sono dotate della capacità di moltiplicarsi in seguito ad un trauma o a malattia degenerativa del muscolo e di riparare le fibre muscolari danneggiate, un meccanismo in cui gioca un ruolo chiave il fattore di trascrizione MyoD, che attiva una "cascata" di geni miogenici. Ma senza il gene PC4 le fibre muscolari risultano più piccole. Si ha, cioè, una situazione simile a quella della distrofia e la rigenerazione risulta gravemente compromessa.
    Gli studi condotti nel laboratorio CNR hanno consentito di scoprire che il gene PC4, nella rigenerazione del muscolo, funziona come un interruttore biologico che dà via libera al flusso di espressione genica che viene attivato da MyoD.

    Chiediamo al dr. Tirone le prospettive future di questa scoperta. A questo punto, c'è la speranza di poter utilizzare le conoscenze che abbiamo ottenuto nella terapia genica della Distrofia e della Duchenne. Questa consiste nel trapianto di cellule satellite sane nel malato di distrofia, ma questa procedura sinora non è mai risultata efficace, essenzialmente a causa della difficoltà con cui rigenerano le cellule satelliti trapiantate. La cautela è d'obbligo, ma il mio laboratorio sta ora lavorando a studiare in modelli animali di distrofia se il gene PC4 possa facilitare la rigenerazione del muscolo. Da questa fase preclinica, se i risultati saranno incoraggianti, si potrà poi più legittimamente pensare di passare alla clinica.
    Professore, la sua scoperta rientra, collateralmente, in un progetto europeo. Mi può dire come è nato? E' cominciato contattando un paio di colleghi europei che lavoravano in uno degli ambiti di ricerca del mio laboratorio, il ciclo cellulare. Riuscii a convincerli a partecipare ad un bando del quinto progetto quadro, e poi attorno a noi si sono raccolti altri colleghi europei. Dopodichè siamo stati fortunati e abbiamo superato la selezione. Vale la pena di notare che questo studio, riguardando la rigenerazione del muscolo, non è direttamente pertinente al progetto europeo sul cervello ma è un risultato collaterale. Infatti il gene PC4, che abbiamo isolato alcuni anni fa, ha un ruolo anche nel sistema nervoso, che stiamo studiando, ed alcune delle molecole che abbiamo visto essere coinvolte nel meccanismo di PC4 hanno anch'esse un ruolo importante nel sistema nervoso.

    Il Progetto europeo FP5 Brain development disorder and repair è uno studio di geni che regolano il cervello, ed è stato sviluppato da un team di 6 scienziati provenienti da Germania, Gran Bretagna, Grecia, Israele e, ovviamente, Italia. (14/3/2005-S.C.-Italian Network)


    CONVEGNO INTERNAZIONALE A PALERMO - A COLLOQUIO CON LA PROF.SSA BONSIGNORE SULLA RICERCA IN TEMA DI BPCO

    Palermo ha ospitato il 4 e 5 marzo un seminario europeo organizzato dalla professoressa Maria Rosaria Bonsignore dell'Istituto di Medicina Generale e Pneumologia dell'Università, in collaborazione con l'Istituto di Biomedicina e Immunologia Molecolare (IBIM) del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR).
    L'Istituto da anni tesse relazioni scientifiche internazionali sui temi dell'ipossia e delle malattie respiratorie ad essa connesse, fa parte della European Respiratory Society e, nell'ambito del convegno, ha presentato i dati di uno studio che ha coinvolto i pazienti affetti da broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO).
    Italian Network l'ha intervistata per comprendere come è nata l'iniziativa e l'attività dell'istituto.

    BONSIGNORE:-Con questa iniziativa abbiamo voluto porre all'attenzione una questione molto importante: la carenza di comunicazioni fra la ricerca di base sugli effetti della carenza di ossigeno a livello cellulare e la ricerca clinica sui pazienti affetti da patologie respiratorie il cui maggiore problema è l'insufficiente apporto di ossigeno causato dalla malattia polmonare. Il tentativo del seminario è di riempire questa distanza fra gli scienziati puri, che lavorano su modelli di laboratorio, e i medici clinici. Una delle possibilità è di cercare nuovi approcci alla terapia perché se non si conoscono i meccanismi alla base delle alterazioni della carenza di ossigeno poi è difficile trovare il trattamento giusto.

    D.-Se non sbaglio, professoressa, durante i lavori del convegno avete presentato una ricerca. Me ne può parlare?

    BONSIGNORE:-La ricerca ha riguardato i pazienti affetti dalla malattia caratteristica del forte fumatore: la broncopneumopatia cronico ostruttiva, in cui abbiamo trovato un numero molto basso di cellule staminali adulte circolanti. Questo suggerisce una ridotta capacità di riparazione che si aggiunge al danno documentabile nella malattia.
    La ricerca è svolta in collaborazione con l'Università di Roma "La Sapienza" e con l'Istituto Superiore di Sanità.

    On questa ricerca il ruolo delle staminali è molto importante. Se si considera la funzione di riparazione tissutale a livello dei muscoli, del cuore e di altri organi svolta dalle staminali adulte è facile comprendere come i risultati preliminari della ricerca siano di grande importanza. Capire i meccanismi di questo fenomeno costituisce un passo importante per la messa a punto di nuove terapie nel trattamento della Bpco.

    D.-Il suo istituto ha importanti rapporti internazionali. Me ne parli.

    BONSIGNORE:-Innanzitutto, tengo a sottolineare che il convegno era organizzato dalla Società Europea Respiratoria i cui obiettivi sono di incentivare la ricerca e il progresso nella cura e la malattia delle malattie respiratorie; si tratta di una società scientifica molto importante, con migliaia di iscritti. Recentemente l'ERS ha pubblicato un "libro bianco" sulla medicina respiratoria, con tutti i dati epidemiologici degli effetti dell'inquinamento e del fumo alle diverse età della vita, nell'infanzia, nell'età adulta e nei pazienti anziani.
    Per quanto riguarda le collaborazioni internazionali con istituti europei, abbiamo progetti in comune con l'Università di Barcellona riguardanti l'esercizio muscolare e l'asma, l'università di Montpellier in Francia, e l'Università di Leiden in Olanda. Facciamo parte di una rete proposta a livello europeo per lo studio della genetica dei disturbi respiratori nel sonno con la Germania e diversi altri paesi.
    Inoltre, siamo coordinatori di una rete Europea nell'ambito del progetto COST (cooperazione scientifica e tecnologica) sulle conseguenze delle apnee nel sonno sul sistema cardiovascolare .

    Vorrei concludere, tornando al seminario ed alle conclusioni che i modelli sperimentali in uso sulle cellule dovrebbero essere aggiustati sui problemi clinici in quanto, l'ipossia e la carenza di ossigeno sono studiati molto bene in vitro o nelle cellule tumorali, ma sappiamo pochissimo di ciò che accade nel paziente che respira male e quindi ha un basso livello di ossigeno nel sangue. C'è la necessità di modelli sperimentali cronici, più simili alla situazione della patologia umana. Poi un altro punto molto importante è che ora comprendiamo meglio la risposta dei geni allo stimolo della carenza di ossigeno. Ciò apre possibilità di manipolazione terapeutica di questi geni. Ancora sappiamo troppo poco per arrivare a questo punto, però la prospettiva ultima della medicina respiratoria rimane curare meglio i nostri malati. (14/3/2005-S.C.-Italian Network)


    AL SAN RAFFAELE DI MILANO LA PRIMA TOMOTERAPIA IN EUROPA

    L'Istituto Scientifico Universitario San Raffaele presenta in anteprima per la stampa una tecnologia d'avanguardia per la cura dei tumori, una tecnologia per la radioterapia dei tumori unica in Europa: la tomoterapia.
    Il nuovo strumento terapeutico è stato acquisito nel contesto di un progetto sperimentale del valore di circa 15 milioni di Euro, di cui 5 milioni finanziati dal Ministero della Salute. Il progetto prevede la sperimentazione per la prima volta al mondo di una nuova metodologia di trattamento, la tomoterapia a guida metabolica, che aumenta l'efficacia terapeutica della nuova apparecchiatura integrandola con un'altra tecnologia d'avanguardia: la PET/TAC.
    La nuova apparecchiatura è costituita da un acceleratore rotante con TAC incorporata e grazie a uno speciale sistema computerizzato di collimazione è in grado di "conformare", cioè di adattare, la dose di radiazioni alla forma di tumore.

    In Italia ogni anno circa 100mila pazienti affetti da cancro vengono trattati con la radioterapia: il tumore viene "bombardato" dall'esterno con radiazioni prodotte da un acceleratore lineare. Gli attuali acceleratori tuttavia non sono ancora sufficientemente precisi e colpiscono, anche se in maniera marginale, anche i tessuti e gli organi circostanti il tumore. Inoltre, mentre le apparecchiature radioterapiche attuali irradiano il tumore da un numero limitato di posizioni, nella tomoterapia il fascio di particelle, ruotando a spirale intorno al paziente, crea un numero di "raggi" virtualmente infinito.
    Come risultato, la tomoterapia riesce a depositare la dose di radiazioni quasi esclusivamente sul tumore, risparmiando tessuti ed organi sani e minimizzando quindi spiacevoli effetti collaterali frequenti nei trattamenti radioterapici convenzionali, quali per esempio secchezza delle fauci per distruzione delle ghiandole parotidi nell'irradiazione dei tumori della bocca e del collo, esofagiti e polmoniti da radiazioni in pazienti trattati per tumori del polmone e del mediastino, diarrea e disturbi della sfera sessuale nell'irradiazione dei tumori della prostata, ecc.

    La tomoterapia a guida metabolica si basa nell'abbinare, per la prima volta al mondo, la tomoterapia con la metodologia PET/TAC. L'utilizzo della PET/TAC permette di trarre il massimo vantaggio dall'elevata precisione di cui dispone la tomoterapia. Grazie alla PET/TAC non solo si traccia una "mappa" anatomica delle zone interessate dal tumore (TAC) ma si opera una selezione ulteriore: il bersaglio divengono solo le cellule del tumore "metabolicamente" attive, che per le loro caratteristiche tendono ad assorbire rispetto alle cellule sane una maggiore quantità del tracciante utilizzato (PET).

    Il progetto sperimentale è partito all'inizio del 2005: trenta pazienti affetti da diverse forme di tumore hanno già terminato il trattamento o sono attualmente in cura. Questa tecnica è per ora disponibile solo a livello sperimentale nell'ambito di una serie di protocolli approvati dal Comitato Etico del San Raffaele. L'accesso ai protocolli sperimentali è possibile solo su indicazione del proprio medico curante.
    Una volta conclusa la fase sperimentale, verranno definite le migliori modalità di introduzione di questo tipo di trattamento nella pratica clinica.
    L'iniziativa nasce con la collaborazione ed il supporto di tutte le più importanti strutture oncologiche nazionali, ed in particolare degli Istituti di Ricovero e Cura Oncologici afferenti ad Alleanza Contro il Cancro, l'associazione fondata presso il Ministero della Salute nel 2002 (Istituto Tumori di Milano, Istituto Europeo di Oncologia di Milano, Istituto Regina Elena di Roma, Centro di Riferimento Oncologico di Aviano, Ospedale Oncologico di Bari, Istituto per lo Studio e la Cura dei Tumori G. Pascale di Napoli, Istituto Nazionale per la Ricerca sul Cancro di Genova).
    Il progetto si avvale inoltre della collaborazione del CNR e dell'Università degli Studi Milano-Bicocca attraverso la presenza di alcuni specialisti coinvolti nel progetto. (14/3/2005-Italian Network)


    EQUIPE INTERNAZIONALE OTTIENE IMPORTANTE CONFERMA DELLA PRESENZA DELL'ENERGIA OSCURA NELL'UNIVERSO

    Una équipe internazionale di astrofisica ha simulato con un supercomputer comportamenti dinamici di un gruppo di galassie vicine alla nostra. Il confronto dei risultati con le misure contenute in vari cataloghi astronomici evidenzia la presenza di energia oscura nell'Universo. Un risultato in accordo con altre ricerche, ma importante anche perché ottenuto con una metodologia nuova e completamente indipendente.
    Il gruppo di ricercatori è composto da Fabio Governato (Università di Washington e INAF-Osservatorio Astronomico di Brera), Andrea Macciò (Università di Zurigo) e Cathy Horellou (Chalmers University Of Technology) ed ha trovato, utilizzando simulazioni al computer confrontate con dati e misure effettuate sia dal Telescopio Spaziale Hubble che da altri, convincenti indicazioni sulla presenza di energia oscura nello spazio tra le galassie vicine alla nostra.

    Questa scoperta contribuisce a spiegare come le galassie si allontanino le une dalle altre a causa dell' espansione dell'Universo e perché la sua espansione mostri anche una accelerazione.
    Il lavoro apparirà a breve sul periodico Monthly Notices of the Royal Astronomical Society, mentre la rivista New Scientist pubblica un articolo in cui ne anticipa alcune conclusioni.
    L'équipe di Governato ha fatto uso di supercomputer per studiare e capire i motidi 28 galassie distribuite intorno alla nostra nel raggio di alcune centinaia di milioni di anni luce. La realizzazione di questo tipo di simulazioni è stata seguita dall' "N-Body Shop", un gruppo leader nello sviluppo di programmi di simulazione per astronomia, con strutture in Europa, Stati Uniti e Canada in cui lavorano scienziati di tableerse nazioni.
    L'Universo "virtuale" ricostruito al calcolatore è stato confrontato con quello reale, utilizzando i dati raccolti dall'osservatorio spaziale Hubble e da altri grandi telescopi terrestri. I risultati della comparazione hanno evidenziato l'ottimo accordo tra i moti delle galassie riprodotti al calcolatore e le misure attualmente disponibili, avvalorando l'ipotesi sull'esistenza della cosiddetta "energia oscura", la cui presenza nello spazio fra galassia e galassia fa si che l'Universo acceleri nella sua espansione. Vengono così confermate le conclusioni di altri recenti studi basati sulle proprietà delle supernovae lontane, utilizzando però una metodologia completamente indipendente ed originale.

    Negli anni '30 l'astronomo Edwin Hubble scoprì che le galassie si allontanano le une dalle altre. Se quest'espansione continuerà in eterno o se invece si invertirà in un lontano futuro è una delle domande fondamentali della cosmologia moderna.
    La scoperta dell'energia oscura, una sorta di pressione negativa che esisterebbe fra galassia e galassia e che sostiene la continua espansione dell'Universo, ha acquisito negli ultimi anni una grande importanza in quanto ingrediente fondamentale nella descrizione dell' Universo e della sua struttura.
    Solo l'introduzione dell'energia oscura nelle teorie cosmologiche ha potuto fornire una possibile spiegazione dettagliata ai moti di allontanamento effettivamente osservati. L'effetto dell'energia oscura sarebbe ridurre drasticamente i moti relativi delle galassie dovuti all'attrazione gravitazionale reciproca, ma allo stesso tempo accelerare il ritmo di espansione dell'Universo.(14/3/2005-Italian Network)


    PORTALE NAZIONALE PER LA MOBILITÀ DEI RICERCATORI E NETWORK ITALIANO DEI CENTRI DI MOBILITÀ

    La Fondazione CRUI, in collaborazione con MIUR, APRE (Agenzia per la Promozione della Ricerca Europea) e CNR, organizza il 16 marzo la giornata nazionale "La Mobilità: uno spazio per la valorizzazione della Ricerca": occasione per presentare il Portale nazionale per la mobilità dei ricercatori e il Network italiano dei Centri di mobilità http://www.fondazionecrui.it/eracareers/italy/default.htm nati nell'ambito dell'azione ERA-MORE (European Network of Mobility Centres) con il supporto della Commissione Europea.

    L'obiettivo di ERA-MORE, un network composto da circa 200 centri di mobilità in tutta Europa, è quello di favorire lo scambio internazionale di servizi, informazioni e best practices. In tale contesto il Portale italiano ha lo scopo di fornire informazioni sulle politiche europee e nazionali della ricerca e assistenza sulle procedure che regolano la mobilità dei ricercatori. Sia i ricercatori che gli operatori del settore potranno usufruire di uno strumento innovativo, in grado di soddisfare esigenze specifiche su questioni amministrative, giuridiche e culturali.

    Italian Network ha intervistato la responsabile, per la Fondazione Crui, del portale, la Dr.ssa Natalia Paganelli.

    D.-Dr.ssa, perché un Portale nazionale per la mobilità dei ricercatori?

    PAGANELLI:-Nasce da un'iniziativa comunitaria quale portale europeo per la mobilità dei ricercatori; successivamente, si sono sviluppati, in sintonia con esso, dei portali nazionali, tra cui il nostro che sarà lanciato il 16 marzo. I portali per la mobilità dei ricercatori intendono fornire una serie di servizi, tra cui alcune informazioni mirate poiché il problema principale è la mancanza di indicazioni specifiche per il target dei ricercatori.
    Nel portale sono presenti notizie su procedure di tipo amministrativo, sulle opportunità di ricerca, su come poter venire in Italia. Inoltre, il progetto comunitario si articola, oltre al portale web, in un network di centri di mobilità ovvero degli sportelli di servizio localizzati presso strutture già esistenti, organismi che già accolgono ricercatori (università, centri di ricerca o altri organismi come l'APRE, il CNR, Area Science Park di Trieste, che, attraverso un sistema in rete, forniscono informazioni ai ricercatori in mobilità. Ciò consente al network italiano di legarsi in rete ai paesi esteri, non solo dando supporto ad un ricercatore che arriva da un altro stato membro o da un paese terzo ma è in grado di indirizzare ai centri di mobilità i ricercatori italiani che vogliano fare un'esperienza all'estero. Il progetto Era More è il network dei centri di mobilità. Sostanzialmente raccoglie la rete che lega 31 paesi per un totale di circa 200 centri di mobilità; i paesi sono i 25 stati membri dell'UE ed in più altri paesi aggregati come la Turchia, Israele e Bulgaria.

    D.-Com'è stato strutturato il sito?

    PAGANELLI:In Italia non c'era una risorsa di questo tipo. In altri paesi è stato possibile legare alcune fonti che sostanzialmente erano già collegate fra di loro; noi, in un certo senso, non avevamo nulla ma è stato possibile dare vita ad una iniziativa più in linea con quelli che fossero gli obiettivi comunitari seguendo il lay out e le indicazioni della Commissione. Ci sono sezioni comuni a tutti i portali e che sono articolate in una sezione "a link" con rimandi alle risorse web dei paesi legate all'iniziativa.
    Un'altra sezione comprende i database in cui i singoli organismi di ricerca possono pubblicare online le loro offerte di lavoro, mentre, in un altro database speculare, sono i ricercatori ad inserire i dati ed il curriculum vitae. Così organismi e ricercatori possono intrecciare la domanda e l'offerta di lavoro; un'altra sezione del sito riguarda le informazioni di tipo pratico, come le procedure di visto, il permesso di soggiorno e per motivi di lavoro ma anche altre informazioni che vanno dalle tasse al servizio sanitario e così via.(14/3/2005-S.C./Italian Network)


    BANDO FINANZIAMENTO DI PROGETTI DI RICERCA INDUSTRIALE NEL LAZIO PER IL SETTORE AEROSPAZIALE (scadenza 15/5/2005

    Il MIUR e la Regione Lazio hanno concordano sulla necessità di adottare una strategia condivisa per svolgere, nei settori scientifici e tecnologici predetti, interventi e azioni mirate al sostegno delle attività di ricerca, all'incremento del grado di innovatività delle imprese, alla valorizzazione del capitale umano e delle iniziative che promuovano il collegamento alle imprese ed centri tecnologici connessi con le università ed i centri di ricerca, all’incentivazione della mobilità dei ricercatori sia a livello internazionale sia a livello di scambi tra Università e imprese, all'efficace coinvolgimento di tutti i soggetti che sono impegnati nello sviluppo del territorio per il raggiungimento di tali obiettivi: Enti Locali, Università, Centri di Ricerca, Imprese, Associazioni.

    Per il perseguimento di tali obiettivi, il MIUR, il MEF e la Regione Lazio, con l’Accordo di Programma Quadro, stipulato in data 30 giugno 2004, hanno, tra l’altro, concordato di destinare un importo pari a 14,05 milioni di euro al sostegno di specifici progetti che ricomprendano attività di ricerca industriale, di sviluppo precompetitivo e di alta formazione di personale qualificato, selezionati e finanziati ai sensi delle disposizioni dell’articolo 12 del Decreto ministeriale n. 593 dell’8 agosto 2000, e successive modifiche e integrazioni.
    In particolare, i progetti dovranno riguardare tecnologie, metodologie e processi produttivi di componenti e di equipaggiamenti, soluzioni di comunicazione e di gestione satellitare, avionica e terrestre, tecnologie per l’utilizzo innovativo dei materiali e per la progettazione e produzione di materiali innovativi.

    Attraverso tali progetti, si intendono promuovere le attività rivolte all’acquisizione di nuove conoscenze finalizzate alla messa a punto di nuovi prodotti, processi produttivi, servizi, o al miglioramento di quelli esistenti, ciò al fine di contribuire al potenziamento del settore tecnologico aerospaziale e alla promozione e sviluppo socio-economico del territorio laziale.

    I progetti dovranno ricomprendere anche attività di formazione di qualificato personale di ricerca, con l’obiettivo di una adeguata preparazione teorica e professionale attraverso una attività formativa avente ad oggetto sia esperienze operative in ambiti scientifici, tecnologici, industriali, sia l’approfondimento delle conoscenze specialistiche nelle discipline inerenti l’attività di ricerca.
    I progetti dovranno riguardare attività di ricerca industriale, estese a non preponderanti attività di sviluppo precompetitivo, e con connesse attività di formazione professionale di ricercatori e tecnici di ricerca, nelle tematiche:
  • Tecnologie, metodologie e processi per lo sviluppo di componenti e di equipaggiamenti
  • Soluzioni di comunicazione e di gestione satellitare, avionica e terrestre
  • Tecnologie per l’utilizzo innovativo dei materiali e per la progettazione e produzione di materiali innovativi Possibili risultati attesi:

    I progetti debbono essere presentati, entro le ore 17.00 del 15 giugno 2005, utilizzando, secondo le modalità indicate, il servizio Internet al seguente indirizzo: http://roma.cilea.it/Sirio (Sezione "Servizi privati", voce "Domande di finanziamento") che sarà attivo a partire dal 14 aprile 2005.
    La compilazione delle domande prevede una fase propedeutica di registrazione dei soggetti che interagiranno con il sistema.
    La registrazione è già attiva al medesimo indirizzo (Sezione "Servizi pubblici", voce "Registrazione Persona Fisica").
    Le modalità di registrazione sono consultabili nella prevista sezione 'Guida ed informazioni di base'.(14/3/2005-Italian Network)


    APPROVATO UN DECRETO LEGGE PER DESTINARE 1 MILIARDO E SEI CENTO MILIONI DI EURO AL SOSTEGNO DELLA RICERCA ITALIANA

    Il Consiglio dei Ministri ha approvato l'11 marzo del 2005 il decreto-legge sullo sviluppo previsto dall'Agenda di Lisbona.
    Nell'ambito del decreto è stato ripartito il Fondo rotativo per il sostegno alle imprese, che ammonta a 6 miliardi di euro. Una quota consistente del Fondo, il 30% - pari a un miliardo e 800 milioni di euro - è destinato al sostegno di attività, programmi e progetti strategici di ricerca e sviluppo delle imprese da realizzare anche in sinergia con soggetti della ricerca pubblica.

    'Cinque sono gli obiettivi prioritari fissati dal decreto', ha dichiarato il Ministro Letizia Moratti. 'Un forte aumento degli investimenti in ricerca da realizzare nei settori industriali strategici, coinvolgendo insieme imprese, università ed enti di ricerca, potenziando anche i distretti tecnologici; destinare alla formazione di giovani ricercatori e di personale qualificato per le imprese il 10% delle risorse finalizzate ai programmi di ricerca; prevedere investimenti da parte dello Stato in start-up tecnologiche per sostenere la creazione di nuove imprese innovative e competitive; realizzare dieci programmi strategici di ricerca, che coinvolgano prioritariamente imprese, università ed enti pubblici di ricerca, a sostegno sia della produttività dei settori industriali a maggiore capacità di esportazione o ad alto contenuto tecnologico, sia della attrazione di investimenti dall'estero'.

    'I dieci programmi interessano in prevalenza aree scientifiche di frontiera', ovvero: cura dei tumori con nuovi approcci derivati dalla conoscenza del genoma umano, farmaceutica applicata alla chimica fine dei composti naturali, biomedica, sistemi avanzati di manifattura, industria motoristica a basso impatto ambientale, telecomunicazione innovativa, sicurezza alimentare, trasporti e logistica avanzata.(14/3/2005-Italian Network)


    A PROPOSITO DI "PROPRIETA' INDUSTRIALE" PUBBLICATO SULLA GAZZETTA IL NUOVO CODICE SULLA PROPRIETA' INDUSTRIALE E DI RICERCA

    Pubblicato il D.Lgs. 10/02/2005, n. 30, sulla Gazzetta della Repubblica italiana nel Ordinario 04/03/2005, n. 52 l'importante iniziativa legislativa del Codice che provvede ad un razionale riassetto della disciplina della proprietà industriale, alla semplificazione normativa ed al coordinamento delle fonti nazionali e comunitarie, nonché all’ampliamento della tutela riservata alla proprietà industriale, alla ridefinizione delle competenze dell’Ufficio italiano brevetti e marchi ed in particolare alla tutela delle invenzioni realizzate dai ricercatori delle Università e degli enti pubblici di ricerca.

    Per quanto riguarda le azioni giudiziarie. viene confermata la competenza delle sezioni specializzate in materia della proprietà industriale.
    A tal proposito è previsto che in tutti i procedimenti giudiziari che riguardano i diritti di proprietà industriale, (anche se riguardanti i diritti degli inventori dipendenti di azienda o università e enti pubblici di ricerca, e anche nei procedimenti giudiziari relativi a violazioni delle norme antitrust o della concorrenza attinenti all'esercizio dei diritti di proprietà industriale) si applichino le norme di cui alla legge n. 5 del 2003.
    Quest'ultima riguarda le controversie su questioni di diritto societario e finanziario, con forti innovazioni volte a favorire una soluzione extragiudiale delle vertenze.

    Per quanto riguarda le sanzioni relative alla violazione della proprietà intellettuale, il lucro cessante e' valutato dal giudice anche tenendo conto degli utili realizzati in violazione del diritto e dei compensi che l'autore della violazione avrebbe dovuto pagare qualora avesse ottenuto licenza dal titolare del diritto.

    Per contrastare il fenomeno della pirateria, è prevista la possibilità di intervento diretto da parte del Ministero delle Attività Produttive, che potrà disporre anche il sequestro della merce contraffatta.
    Sono tuttavia considerati fenomeni di "pirateria" solo le contraffazioni e le usurpazioni di altrui diritti di proprieta' industriale, realizzate dolosamente in modo sistematico.
    Il codice viene così ad attuare l'art. 15 della legge-delega 273/02 riguardante misure per favorire lo sviluppo della concorrenza.(8/3/2005-Italian Network)


    CONSORZIO CORILA: RICERCA INTERNAZIONALE PER LA SALVAGUARDIA DI VENEZIA. CESCON:"AIUTIAMO I POLITICI A PRENDERE LE MIGLIORI DECISIONI"

    Salvaguardare Venezia ed il suo enorme patrimonio artistico, culturale ed ambientale atraverso progetti di ricerca finalizzati a soluzioni concreti intrapresi grazie a importanti collaborazioni internazionali. È la missione del Corila, Consorzio per la gestione delle attività di ricerca sul sistema lagunare, che recentemente ha organizzato nella sua sede veneziana una tavola rotonda per riflettere ed informare su un argomento non solo di attualità come quelle del pericolo tsunami in Adriatico, di interesse scientifico ed operativo per tutti coloro che si occupano di gestione delle coste.
    A latere dell'incontro, Italian Network ha approfondito i temi del dibattito con Paolo Cescon Presidente del consorzio, nonchè direttore dell'Istituto per la dinamica dei processi ambientali del Consiglio nazionale delle ricerche di Venezia per capire gli obiettivi scientifici del Corila:

    CESCON: Noi siamo un centro di ricerca sulla laguna di Venezia il cui obiettivo è produrre risultati e studi che aiutino i politici a prendere le migliori decisioni per la protezione di Venezia dalle acque alte e dagli inquinanti. Venezia è un'area importante dal punto di vista ambientale, per cui si è creata questa associazione fra le università del Veneto ed il CNR nazionale con finanziamenti della Legge Speciale per Venezia rivolti non a ricerche di base ma a progetti finalizzati alle scelte da fare per la salvaguardia della città. In quest'ottica di protezione di un bene internazionale, abbiamo organizzato questa tavola rotonda con degli esperti in tsunami.

    D.-Presidente, una questione di tale importanza per sua natura non può non avere un approccio internazionale. Quali collaborazioni state portando avanti ed in quali settori?

    CESCON:-I settori di ricerca sono l'ambientale, per lo studio dei problemi di contaminazione chimica, biologica e la modellistica per la previsione delle maree; poi, c'è un settore di indagine sulla conservazione dei beni culturali ed un altro che attiene all'economia. Abbiamo una banca dati in cui inseriamo i risultati delle nostre indagini.
    Il settore prioritario è l'indagine ambientale con un approccio interdisciplinare dalla biologia, alla chimica, dall'ingegneria, all'idraulica e alla tossicologia, all'economia e ai beni culturali. Ognuna delle ricerche che noi portiamo avanti deve avere un approccio internazionale e coinvolge ricercatori dei paesi stranieri.

    Il Corila ospita l'European Union for costal conservation; collaboriamo con l'Università di Liverpool per alcune indagini sulla contaminazione tossicologica; con l'università di Zurigo; con la Duke University sui temi economici; il MIT sui problemi delle morfologie e l'idraulica; con la Lanchester University, l'Università di Amsterdam e più precisamente con i Dipartimenti Aerospaziale e di Economia Ambientale; stiamo avviando un'importante collaborazione con la Nasa per poter usufruire dei loro potenti mezzi di indagine con il satellite per il telerilevamento. Abbiamo contati con l'Università di La Rochelle e Montpellier. Fra poco avvieremo delle collaborazioni con istituzioni dei paesi della sponda est dell'Adriatico, grazie all'interessamento dell'Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica di Trieste; in passato abbiamo avuto una tradizione di cooperazione, soprattutto attraverso l'università di Venezia, con l'Università di Zagabria. Tutte queste ricerche di respiro internazionale seguono quelle grandi direttrici di cui ho accennato, al cui interno sono approfondite singole questioni come la previsione delle maree, ad esempio, o la morfologia della laguna.

    D.-Una delle questioni più importanti in merito alla salvaguardia di Venezia è il Mose. C'è qualche altro tema forte che voi state cercando di sottoporre all'attenzione delle istituzioni politiche?

    CESCON:- Ci sono altre proposte. Il Mose è stato deciso e, anche se la questione è dibattuta, sta prendendo il via. Noi stiamo elaborando un progetto per capire se si può sopraelevare Venezia, pompando in profondità dei fluidi; secondo dei nostri modelli potrebbe essere possibile farla salire di circa 20 centimetri anche se saranno necessarie delle lunghe sperimentazioni. Mi spiego meglio: il progetto vuole verificare la possibilità che il territorio veneziano possa essere alzato. Questo potrebbe aiutare il Mose a fare meglio il "suo lavoro". Se dovessero aumentare i livelli del mare - come qualcuno sostiene a causa delle scioglimento dei ghiacciai - questo potrebbe essere un supporto in più o, comunque, il Mose potrebbe essere efficace più a lungo. È un nostro progetto per cui stiamo cercando adesioni di altre istituzioni, e le necessarie autorizzazioni per poter avviare un sperimentazione su una particella di territorio, in cui pompare in profondità dei fluidi, preceduto dalla adeguate analisi del sottosuolo per verificare se ci sono le condizioni affinché un fluido, ad esempio acqua salata, possa essere pompato ad una profondità di 800 metri ed alzare il territorio.

    Tornando all'incontro sul pericolo tsunami in Adriatico, tra gli interventi segnaliamo quello del prof. Renato Funiciello, ordinario di geologia strutturale all'Università di Roma tre, che ha evidenziato come le caratteristiche del Mediterraneo, e del Mare Adriatico in particolare, rendono la fenomenologia di un maremoto assai differente in queste aree, dove va distinto il Mediterraneo sud-occidentale. Innanzitutto la sismicità è più bassa, poi le distanze ed i fondali cambiano le caratteristiche di propagazione di un'eventuale onda da maremoto.

    Il dott. Luigi Cavaleri, dirigente di ricerca del CNR-ISMAR, ha sottolineato come la costa nord-adriatica, ed a Venezia in particolare, i maremoti si manifestano con un rapido sollevamento del livello marino, seguito da un altrettanto rapido abbassamento. In pratica è una "marea" che dura 10-20 minuti, magari seguita da altre oscillazioni. A parte il livello, ci si dovrebbe in questi casi preoccupare delle correnti, in quanto una grande quantità d'acqua tenderebbe ad entrare in laguna in un tempo molto breve. L'analisi delle cronache del passato, anche se ovviamente non molto precise, evidenzia alcuni episodi accaduti nell'ultimo millennio.
    Nel 1106 un maremoto fece sparire l'isola di Malamocco. Nel 1348 uno tsunami negativo (un abbassamento della superficie acquea) mise a secco il Canal Grande. Nel 1511 il mare crebbe rapidamente "fino a raggiungere le finestre delle case". Riguardo la genesi di questi maremoti, essi possono essere collegati anche a forti terremoti nell'entroterra, tipicamente nel Friuli.
    Il dott. Cavaleri ha evidenziato poi come nel Pacifico esista un sistema di rilevatori sul fondo del mare, connessi acusticamente con boe superficiali, da cui il segnale passa al satellite e quindi alle stazioni a terra. Questo permette un continuo monitoraggio della situazione ed una possibile allerta alle popolazioni. Un sistema del genere avrebbe limitato senso nell'Adriatico.

    Il dibattito che è seguito è stato chiuso dall'intervento dell'ing. Pierpaolo Campostrini, direttore del CORILA, il quale ha ricordato come esistano diversi Enti produttori di dati ed informazioni e come sarebbe già un risultato utile poterli integrare e metterli a disposizione in modo accessibile e diretto, anche al fine di una corretta educazione ambientale. D'altro lato, un sistema del controllo del mare integrato, che tenga conto delle possibili sorgenti di danni o problemi, è per il mare Adriatico urgente, più utile e meno costoso di eventuali sistemi dedicati alla prevenzione di ciascuna singola emergenza ambientale. Per questo le Pubbliche Amministrazioni sono chiamate ad intervenire e su questo tema la comunità scientifica mette a disposizione, anche attraverso il CORILA, competenze scientifiche multidisciplinari integrate. (7/3/2005-S.C.-Italian Network)


    L'ITALIANO DUCCIO MACCHETTO RESPONSABILE PROGRAMMA SCIENTIFICO "HUBBLE TELESCOPE" SULLA FINE PREANNUNCIATA DEL TELESCOPIO SPAZIALE

    Il telescopio spaziale Hubble, che da 13 anni invia sul nostro pianeta spettacolari immagini dei segreti dell'Universo, non verra' tenuto in vita poichè la NASA, l'ente spaziale americano, non ha i fondi necessari ad effettuare la manutenzione del sistema. Sicchè il telescopio, in orbita a 570 km dalla Terra, potrebbe cominciare a perdere quota a partire dall'anno 2013. Tutte le ipotesi avanzate in questi anni di riportarlo a terra sono state messe da parte, tuttavia resta il pericolo che la massa di 12,5 tonnellate del telescopio finisca in un prossimo futuro sulla terra.
    Sono in molti a voler mantenere in vita Hubble per il quale chiedono una quinta missione di manutenzione, programmabile per il 2010, che potrebbe anche essere usata per applicare ad Hubble il dispositivo per guidare il telescopio nel Pacifico.
    A sostenere questa posizione, naturalmente Duccio Macchetto, lo scienziato italiano responsabile del programma scientifico del telescopio spaziale, il quale sostiene che il James Webb Space Telescope, destinato ad essere posto in orbita nel 2011, sarà complementare ad Hubble e non il suo successore, poichè i due strumenti operano in modo diverso.

    Sulla questione, trasmettiamo stralci di un'intervista pubblicata dal numero di Marzo della "newsletter from Washington" dell'editore Oscar Bartoli (www.ilgonline.com) a Duccio Macchetto, a Baltimore (Maryland) nella sede dello Hubble Telescope Space Center.

    "Oggi lo Hubble Telescope è al massimo della sua produzione scientifica. Negli ultimi anni ha continuato a produrre più di tutti gli altri telescopi terrestri e spaziali messi insieme. Questa morte annunciata deriva dal fatto che la Nasa ha deciso di non spendere soldi in una missione dello Shuttle di riparazione. Ma il telescopio è perfettamente funzionante in questo momento e prevediamo che, anche senza manutenzione, continuerà a funzionare fino al 2008."
    Allora perchè rinunciare al Telescopio a priori da parte della NASA ? vi sono forse ragioni politiche?
    Marchetto afferma "La politica è quella che decide come si spendono i soldi in ogni paese. Lo scopo in questo caso è quello di risparmiare soldi da destinare all'iniziativa annunciata da Bush un anno fa e cioè sviluppare un nuovo programa per andare sulla Luna e su Marte..un progetto che si svilupperà nei prossimi venti anni."
    Eppure - prosegue - è emerso da uno studio dell'Accademia delle Scienze, richiesta dal Congresso degli Stati Uniti, risulta che il programma scientifico Hubble è il programma più importante che mai la Nasa abbia avuto. L'Accademia ha detto che il telescopio doveva essere mantenuto e riparato. Ha detto che lo Shuttle era il miglior modo per portare a termine questa riparazione e che il rischio di mandare la navetta a fare questa riparazione non è superiore al rischio che lo Shuttle incontrerà nei prossimi 28 viaggi per il completamento della Stazione Spaziale...."

    Ma quali sono i risultati scientifici dello Hubble Telescope?

    "Prima di tutto non si possono negare i risultati che sono conosciuti dalla comunità scientifica internazionale" afferma Macchetto. Ma non solo: bisogna anche considerare l'impatto che lo Hubble ha avuto in tutto il mondo sull'opinione pubblica. L'anno scorso quando è stato annunciato per la prima volta che lo Shuttle non sarebbe stato mandato a riparare il telescopio, nelle scuole americane i bambini delle elementari hanno deciso di dare i soldi del loro pranzo per salvare lo Hubble che è conosciuto dai bambini e dalla gente della strada. Dal punto di vista scientifico abbiamo portato a termine una serie imponente di programmi che ci hanno consentito di capire come funziona l'Universo. Cito due esempi: il primo riguarda l'Universo nella sua totalità. Prima del lancio dello Hubble si sapeva che l'Universo è in espansione. Ma non si sapeva quale sarebbe stato il futuro. Si pensava addirittura che l'Universo potesse smettere questa sua espansione, frenarla e ricadere su stesso. O altrimenti continuare questa sua espansione in un modo costante. Invece con lo Hubble abbiamo visto che l'Universo sta accelerando il suo moto espansivo. E questo è il risultato di una 'forza nuova' che era stata prevista da Einstein cento anni fa ma che era stata poi negata dallo stesso Einstein e dai suoi successori che avevano negato l'esistenza di questa forza. Non solo questa forza esiste, ma essa rappresenta il 75 per cento dell'energia totale dell'Universo. Così, grazie allo Hubble, siamo molto più ignoranti ! Prima non conoscevamo una parte importante dell'Universo, ma adesso ne conosciamo molto di meno: questa Forza che non sappiamo cosa sia ma che domina l'Universo. Il secondo esempio riguarda la formazione delle Galassie. Dopo il Big Bang c'è un periodo di circa un miliardo di anni del quale conosciamo molto poco, non sappiamo cosa è successo nell'Universo. Però passiamo da un concetto dell'Universo come molto denso e uniforme, all'esistenza delle galassie. E grazie allo Hubble siamo riusciti a capire i processi che portano a formare le galassie e come queste galassie diventano sempre più grandi attraverso processi di incontri, di 'merger', di scontri spaziali..." (7/3/2005-Newsletter from Washington/Italian Network)

    guido.tonelli@pi.infn.it;pasquale.fabbricatore@ge.infn.it;antonio.riotto@pd.infn.it;sabino.matarrese@pd.infn.it;roberta.antolini@lngs.infn.it;


    ITALIA/FRANCIA/SVIZZERA: CONSEGNATO AL CERN L'ULTIMO COMPONENTE DEL MAGNETE DI CMS

    È il più grande solenoide superconduttore esistente al mondo: formato da cinque gigantesche bobine collegate fra loro, genererà un campo magnetico di 4 Tesla, pari a 100.000 volte il campo magnetico terrestre. Questo apparato straordinario sarà al servizio dell'esperimento Cms (Compact Muon Solenoid), allestito presso l'acceleratore Lhc al Cern.
    Il magnete di Cms è frutto di una vasta collaborazione internazionale tra l'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, il Cern, il Centro di Ricerche Nucleari (Cea) di Saclay in Francia, il Politecnico Federale di Zurigo (Ethz) e le migliori industrie del settore in Italia, Francia, Svizzera, Germania, Russia e in molti altri Paesi membri della collaborazione.

    L'esperimento Cms studierà le proprietà delle particelle prodotte nelle collisioni tra fasci di protoni circolanti nell'acceleratore Lhc. Lo scopo principale dell'esperimento è riuscire ad identificare il bosone di Higgs, la "primula rossa" della moderna fisica subnucleare. Il bosone (o particella) di Higgs infatti fino ad oggi non è mai stato osservato direttamente, tuttavia è previsto dai modelli teorici, che ne ipotizzano l'esistenza per spiegare come mai alcune particelle possiedono la fondamentale caratteristica che chiamiamo massa.
    Italian Network ha intervistato il prof. Guido Tonelli, responsabile INFN di CMS e gli ha chiesto di specificare il contributo italiano a CMS: TONELLI:-L'Italia è uno dei partner principali di un esperimento che ha realmente dimensione planetaria: si tratta di circa 1600 fra fisici e ingegneri provenienti da 36 paesi diversi. I partner più importanti come contributo di idee e finanziamenti sono Italia, Stati Uniti, Cern e Svizzera; noi abbiamo circa 235 fisici e ingegneri che, oltre al magnete, hanno la responsabilita' completa del rivelatore per muoni ed importanti partecipazioni nel calorimetro a cristalli, nel tracciatore centrale e nel computing. Sostanzialmente 5 dei 7 sistemi principali di Cms hanno un forte apporto italiano.

    D.-Professore, immagino che un progetto tanto importante abbia un forte impatto di innovazione per diversi settori. Ce ne può parlare?

    TONELLI:-È un discorso lungo perché non c'è nulla che sia convenzionale in CMS: per il tracciatore, ad esempio, le strutture di supporto sono realizzate con le fibre di carbonio e i compositi più avanzati. I chip di lettura sono stati prodotti in una nuova tecnologia resistente alla radiazione; le fibre ottiche sono le più avanzate tra quelle sviluppate per le telecomunicazioni del futuro; per il magnete superconduttore abbiamo dovuto sviluppare un cavo assolutamente innovativo ed un metodo speciale di avvolgimento dello stesso. I cristalli utilizzati per il calorimetro elettromagnetico sono stati cresciuti appositamente per noi. Tutte queste cose avranno, come è accaduto in passato, applicazioni industriali; quel che è certo è che dall'ultima vite all'ultimo cavo non c'è nulla di convenzionale in Cms.
    D.-Ed il tutto è avvenuto in collaborazione con l'industria, giusto?

    TONELLI:-Esatto, spesso abbiamo spinto le industrie di avanguardia su un terreno ancora più avanzato tecnologicamente perché le nostre richieste sono sempre ai limiti della fattibilità. Le faccio un esempio: per i sensori del tracciatore abbiamo collaborato con l'Stmicroeletronics - che è una delle migliori industrie del settore nel mondo- ed abbiamo lavorato su richieste di mancanza di difetti che erano cento volte superiori a quelle dei dispositivi standard; ciò ha richiesto anni di sviluppo e di lavoro in comune che ha dato risultati. Penso che sia ancora presto per capire gli sviluppi di queste tecnologie, come sempre mi aspetto che alcune di queste innovazioni trovino applicazione nella vita civile e in quella industriale. Quel che è certo è che si tratta di sviluppi talmente recenti che è difficile prevederne l'utilizzo a distanza di anni. Bisognerà aspettare qualche tempo per capirne la portata. Ci aspettiamo molto per esempio dall'utilizzo, per usi industriali e civili, delle tecnologie di calcolo distribuito (Grid) che stiamo sviluppando per la gestione dell'enorme quantità di dati prodotti dall'esperimento. Sara' una rivoluzione la cui portata può essere paragonabile, forse, solo all'avvento di internet e le cui conseguenze sulla vita quotidiana delle generazioni future sono difficili da prevedere oggi.

    D.-Qual è l'indotto per industria italiana?

    TONELLI:-Per lo sviluppo del magnete abbiamo coinvolto l'Ansaldo Supercondutori che ha vinto una commessa da 10 milioni di euro per la realizzazione della bobina; per lo sviluppo delle camere di rivelatori di muoni sono state avviati rapporti di collaborazione con industrie di produzione di dispositivi di precisione. Sistemi di alimentazione, sensori, cavi speciali, link ottici e dispositivi elettronici sono tutti settori nei quali l'industria italiana si e' aggiudicata importanti commesse. È stata fatta una stima qualche tempo fa: ogni euro investito in ricerca di base per Cms dall'Italia ha prodotto un ritorno di 1,5 euro in commesse di alta tecnologia per l'industria italiana. La cifra globale e' significativa se si considera che il contributo italiano all'esperimento si avvicina ai 43milioni di euro.

    Cms permetterà di studiare i differenti tipi di particelle prodotte negli urti fra protoni separandole grazie a un potentissimo campo magnetico il quale curverà la loro traiettoria a seconda della loro carica elettrica e del loro impulso. Il campo magnetico verrà generato dalle cinque bobine che compongono il magnete, ciascuna del diametro di sei metri, della lunghezza di due metri e mezzo e dal peso di cinquanta tonnellate. Grazie a un sofisticato sistema di raffreddamento a elio liquido, le bobine saranno tenute alla bassissima temperatura di -269 C°, così da essere rese superconduttive (la superconduttività permette la circolazione senza perdite di ingenti correnti elettriche che producono a loro volta il potentissimo campo magnetico). L'intero magnete sarà poi racchiuso in un gigantesco cilindro a vuoto che lo isolerà termicamente dall'ambiente esterno. Infine una struttura composta da 12.000 tonnellate di ferro (la quantità utilizzata per costruire la Torre Eiffel) verrà utilizzata per "imbrigliare" le linee di campo magnetico che altrimenti si disperderebbero nell'ambiente creando disturbi.
    Nel complesso, Cms sarà un gigantesco apparato dal diametro di 16 metri e dalla lunghezza di 22 metri: le dimensioni di un palazzo di cinque piani! (7/3/2005-S.C.-Italian Network)


    PROGETTO EUROPEO "PARREHA" PER IL RECUPERO DELLA DEAMBULAZIONE NEI MALATI DI PARKINSON

    Grazie a un dispositivo sviluppato nel corso di un progetto dell'UE finanziato dal Quinto programma quadro (5PQ), circa un ventesimo dei malati immobilizzati dal morbo di Parkinson potrà nuovamente camminare.
    Nell'Unione europea, circa 700.000 persone sono attualmente colpite dal morbo di Parkinson, e si prevede che il loro numero aumenterà con l'invecchiamento generale della popolazione. L'alterazione è provocata dalla perdita delle cellule produttrici di dopamina che trasmettono i segnali al cervello, perdita che rende le vittime incapaci di dirigere o controllare i propri movimenti in modo normale. Ecco perché tanti malati di morbo di Parkinson hanno problemi a camminare in condizioni che in una situazione normale non presenterebbero problemi.

    Il progetto PARREHA (Parkinson's rehabilitation), lanciato con un contributo di 1,68 milioni di euro del programma TSI (tecnologie della società dell'informazione) del 5PQ, intende sfruttare un fenomeno poco conosciuto, la cinesi paradossale, grazie al quale alcuni malati immobilizzati dal morbo di Parkinson sono in effetti capaci di camminare normalmente se sul loro cammino sono stati collocati degli 'ostacoli' visibili, spesso dei semplici pezzi di carta sul pavimento.
    Partendo da questo dato di fatto, gli otto partner di PARREHA hanno utilizzato la tecnologia della realtà virtuale per sviluppare un casco che permette a chi lo indossa di percepire ostacoli di questo tipo ovunque guardi, e dunque nel suo campo visivo.

    Come spiega il coordinatore del progetto Reynold Greenlaw, della Oxford Computer Consultants: 'Questo casco leggero e indossabile ha un display, molto piccolo e simile a un normale paio di occhiali, che permette a numerosi malati di Parkinson di muoversi liberamente e con maggiore sicurezza nel loro ambiente quotidiano'.
    Con la collaborazione di un altro membro del consorzio, Europark (organizzazione paneuropea dei malati di Parkinson), il team ha lavorato sui pazienti per dimostrare l'efficacia del dispositivo. Dopo aver tentato di avanzare senza aiuto in un corridoio vuoto, i volontari hanno indossato i loro occhiali di realtà virtuale, grazie ai quali potevano vedere il corridoio e una serie di brillanti strisce dorate che si avvicinavano a loro lentamente proprio come se si fossero trovati a camminare in un tunnel.

    'Lavorando con Europark, abbiamo dimostrato che il dispositivo è estremamente efficace per una certa categoria di malati di Parkinson', ha ribadito Greenlaw. 'Ha un effetto sensazionale sulla loro qualità di vita e non richiede l'uso di farmaci o interventi chirurgici'.

    Dopo la fine del progetto nel 2003, le cinque PMI (Piccole e medie imprese) d'ingegneria che avevano partecipato al consorzio hanno dato vita alla società ParkAid, con sede in Italia, per lavorare allo sviluppo della tecnologia assieme ai produttori di display indossabili.
    L'ultimo prototipo è attualmente sottoposto a un trial clinico di due anni in un istituto neurologico britannico, e i partner sperano che il dispositivo possa venire presto certificato. Anche se non ne è stato ancora determinato il prezzo esatto, i partner sperano che il dispositivo - incluso casco, PDA e software - possa essere venduto a circa 2.000 euro.
    Il punto di contatto nazionale britannico del programma TSI, Peter Walters, ha commentato: 'Ecco un altro esempio di come la tecnologia della società dell'informazione si stia sviluppando, con l'aiuto finanziario del programma quadro dell'UE, in applicazioni che vanno ben oltre quelli che sono considerati i confini normali dei patiti d'informatica'. (7/3/2005-Italian Network)


    IL PROGETTO "CASIMIR" PER FAVORIRE L'INCONTRO TRA ACCADEMIA E INDUSTRIA - INTERVISTA ALLA DR.SSA BRAMBILLA

    Si è svolto il 24 febbraio a Milano il secondo Casimir workshop, nel contesto del progetto CASIMIR, il cui obiettivo è di creare una piattaforma ed un punto di aggregazione efficace tra l'università, l'industria, la ricerca e il tessuto sociale nel segno della ricerca scientifica e dell'innovazione tecnologica.
    Durante il workshop è stata presentata anche la nuova iniziativa del Casimir network, e cioe' la creazione di un database di ricerca in cui gli attori del mondo accademico ed industriale si possano incontrare, scambiare esperienze ed avviare un circolo virtuoso che porti a rafforzare le relazioni tra ricerca accademica ed industriale; sono stati presentati i programmi dell'Unione Europa che puntando ad incoraggiare l'incontro tra ricerca e industria; è stato affrontato il tema degli obiettivi di Lisbona ed il rischio per l'Italia di rimanere fuori dall'Europa della ricerca e dall'Europa in generale; si è discusso del problema della mobilità dei ricercatori dall'accademia all'industria e viceversa, un tema aperto per l'Italia, mentre, in altri paesi, l'accesso è molto più semplice; si discusso delle ricadute per la società degli investimenti in ricerca e si è portato il caso dell'Irlanda, un paese in cui si è investito molto sulla ricerca e ha ottenuto delle ricadute molto importanti sull'economia e la società irlandese.

    Italian Network ha intervistato la dr.ssa Nora Brambilla, dell'Università di Milano, una delle responsabili di Casimir.

    D.-Dottoressa, perché è nato Casimir?

    BRAMBILLA:-L'attività a lungo termine è creare un terreno su cui si possano incontrare accademia e industria. Presupposto fondamentale sarebbe che entrambi fossero ambienti vivaci e fertili di idee: negli Stati Uniti è così, in Italia no, per diversi motivi come il fatto che la nostra industria non fa più ricerca come una volta; un altro fattore è che in Italia non esiste una appropriata valorizzazione del dottorato di ricerca: all'estero, nazioni con un'industria forte come la Germania ad esempio, il dottorato di ricerca è ben conosciuto e le industrie tendono ad assumere persone che hanno conseguito non solo il dottorato di ricerca ma che hanno avuto anche esperienze di "post doc" in patria e fuori dai confini nazionali; ciò avviene perché il concetto condiviso è che una persona che ha avuto una formazione attraverso la ricerca è adatta a risolvere i problemi ed è un bene assumerla per fare ricerca ma anche per svolgere altri incarichi perché, comunque, è in grado di sciogliere questioni di qualsiasi natura. Al contrario in Italia spesso avere un dottorato di ricerca e' percepito in maniera negativa.

    D.-Quali sono le iniziative di cui Casimir si fa portatore?

    BRAMBILLA:-Una delle iniziative piu' concrete è il Casimir network: un database, su cui registrarsi, aperto ad accademici ed a esponenti del mondo dell'industria, in cui lasciare i dati circa l'attività svolta e la ricerca in cui si e' interessati. Si tratta di un database intelligente con cui poter fare delle ricerche inserendo delle parole chiave per raggiungere altre persone; sara' istituti anche un comunication per la discussione su argomenti di interesse. Un altro obiettivo è sostenere i target della strategia di Lisbona dell'Unione Europea. Il punto fondamentale è raggiungere entro il 2010 il 3% del PIL di investimento in ricerca. Se guardiamo ai dati, ad esempio la percentuale dei ricercatori sulla forza lavoro totale, l'Italia ha il numero più basso d'Europa; se, poi, prendiamo la spesa in ricerca, divisa tra pubblica e la privata, la prima è più bassa della media europea ma non è poi così lontana (0,58 del PIL italiano contro lo 0,73 dell'UE), ciò che manca è la spesa privata in ricerca - 0,53% contro l'1,49 nell'Unione. Un altro dato interessante è il numero di dottori di ricerca che è il più basso in Europa. Un altro punto è il bilancio dell'importazione tecnologica, con un saldo sempre più negativo cosa che non accadeva trenta anni fa; stiamo andando sempre peggio e, quindi, l'idea del programma è cercare di fermare questa tendenza. Prima di tutto è necessario che nel Paese si comprenda l'importanza della ricerca perché nelle società moderne fondate sulla conoscenza, la scienza è uno dei motori principali dello sviluppo economico e quindi del benessere di una nazione. Detto questo, è importante investire in ricerca, è importante creare delle prospettive per cui i ricercatori possano fare ricerca - il che è una cosa quasi impossibile in questo paese. All'interno di questo quadro, è importantissimo sviluppare delle relazioni fra l'accademia e l'industria in maniera tale che le ricadute della ricerca passino nel terreno produttivo ed economico. In quest'ottica, per esempio un primo passo sarebbe che la figura del dottore di ricerca fosse considerata in Italia come negli altri paesi, nel senso che si capisca che è una cosa buona assumere un dottore di ricerca.

    Tra gli obiettivi che si è preposto il progetto Casimir ci sono:
  • Creare una piattaforma favorevole per la nascita di nuove idee di ricerca che possano portare ad innovazione tecnologica;
  • Stimolare nuovi contatti e collaborazioni tra l'accademia e l'industria (per esempio attraverso studenti di laurea e ph.d. e scambi di staff) e il settore economico-produttivo;
  • Fornire gli strumenti e creare le opportunità perché l'innovazione tecnologica si concretizzi e facilitare la formazione di startups;
  • Promuovere e valorizzare il ruolo del dottorato di ricerca all'interno dell'industria italiana (lottando anche contro le barriere legate all'età e alla mancanza di mobilità tra accademia ed industria);
  • Presentare e discutere le regolamentazioni generali a proposito di brevetti;
  • Facilitare l'afflusso di capitali a supporto di idee di innovazione tecnologica;
  • Stimolare un maggior e più rilevante investimento nella ricerca fondamentale (Spirale Scienza-Tecnologia);
  • Contribuire al raggiungimento dell'obiettivo di Lisbona del 3% del PIL speso in ricerca scientifica, con la partecipazione attiva del settore privato.

    Tra le iniziative concrete c'è il Casimir Network, accessibile attraverso il sito web http://casimir.fisica.unimi.it; le Casimir Lectures, una serie di colloqui, ognuno dei quali mirato su un argomento specifico, tenuti ogni mese. Le lectures sono presentate in un format molto breve (conferenze che dureranno circa due ore) o in un format più esteso (fino a mezza giornata). Le conferenze saranno organizzate insieme alla Scuola di Dottorato dell'Università degli studi di Milano e saranno tenute da ricercatori che lavorano su programmi di ricerca di punta o in istituzioni che gestiscono l'innovazione tecnologica. (7/3/2005-S.C.-Italian Network)


    ITALIA/FRANCIA: RICERCHE SULLA SINDROME DI OMENN: ALLA BASE DEL MECCANISMO ALL'ORIGINE DI UN'IMMUNODEFICIENZA

    Grazie a un finanziamento Telethon-AFM è stato scoperto il meccanismo responsabile dell'autoimmunità osservata nella sindrome di Omenn, una rara malattia genetica spesso fatale, che oltre a compromettere il sistema immunitario, dà reazioni di tipo autoimmune, una sorta di crisi di identità in cui cellule del sistema immunitario dette linfociti T non riconoscono più l'organismo al quale appartengono e lo aggrediscono.
    Lo studio, coordinato da Raffaele Badolato e pubblicato sulla prestigiosa rivista Journal of Clinical Investigation, scaturisce da un progetto finanziato con un bando Telethon-AFM, l'Association Française contre les Myopathies, una fondazione francese che ha come obiettivi la ricerca sulle malattie neuromuscolari e genetiche rare e l'assistenza ai malati.
    Titolari del progetto sono Alain Fischer dell'Ospedale Necker-Enfants Malades di Parigi, Luigi Notarangelo, direttore dell'Istituto di Medicina Molecolare "Angelo Nocivelli" dell'Università e degli Spedali Civili di Brescia, e Anna Villa dell'Istituto Tecnologie Biomediche del CNR a Milano. AFM e Telethon hanno stabilito una collaborazione per finanziare lo sviluppo di nuovi metodi di terapia (terapia cellulare e genica, trattamenti farmacologici o enzimatici) per le malattie rare.

    Nel bando metà dei fondi viene dall'Italia e metà dalla Francia. Il processo di revisione viene seguito, sempre secondo le regole del peer review, da una commissione scientifica mista, composta da membri provenienti sia dal gruppo di esperti di Telethon sia dal comitato di AFM. Finora, tre progetti hanno meritato il finanziamento Telethon-AFM.
    I ricercatori italiani studiando il timo di 2 bambini con sindrome di Omenn e di 1 con SCID, hanno capito che all'origine della crisi d'identità delle due immunodeficienze c'è l'assenza di AIRE, una proteina già nota per il suo coinvolgimento nelle reazioni di tipo autoimmune di altre malattie. AIRE si trova nelle cellule di una ghiandola situata nella gola, il timo, e serve a garantire la cosiddetta tolleranza immunologica, la capacità cioè dei linfociti T di riconoscere cellule appartenenti allo stesso organismo senza distruggerle. Ecco perché nella sindrome di Omenn senza AIRE i linfociti T "cattivi" reagiscono contro cellule e tessuti dello stesso organismo - cute, intestino e fegato - invece di essere eliminati. (7/3/2005-Italian Network)


    STATO-REGIONI APPROVA IRCCS ONCOLOGICO VENETO: VIA LIBERA ANCHE ALLA NEURORIABILITAZIONE MOTORIA

    La Conferenza Stato-Regioni ha approvato l'iter per la nascita in Veneto di un Istituto Nazionale di Ricerca e Cura a Carattere Sientifico (IRCCS) per la lotta ai tumori, che avrà sede a Padova all'Ospedale Busonera e progressivamente coinvolgerà tutte le "eccellenze" in materia oncologica presenti nei vari reparti della Regione attraverso procedure di convenzionamento.
    L'Istituto Oncologico Veneto (IOV) era stato definitivamente messo a punto con una delibera della Giunta regionale approvata il 4 febbraio scorso, dopo un lungo ma positivo confronto tecnico con il Ministero della Salute. Nella stessa seduta la Conferenza Stato-Regioni ha dato il via libera anche alla nascita di un secondo IRCCS in Veneto: quello per la Riabilitazione Neuromotoria con sede all'Ospedale San Camillo di Venezia, le cui procedure si erano concluse con un'altra delibera della Giunta regionale del 15 febbraio.
    Per il sistema sanitario veneto, e per l'oncologia in particolare, si tratta di una svolta per certi versi "storica", che apre importanti prospettive di sviluppo nella lotta al cancro, sia sul piano della ricerca scientifica, sia su quello delle cure. Una struttura riconosciuta come IRCCS Nazionale può infatti anche godere di importanti finanziamenti statali specifici.

    L'Istituto Oncologico Veneto-IOV, strutturato in Consorzio, ha tra i suoi soci le Aziende Sanitarie di Padova e Verona e le Ullss 1 di Belluno, 6 di Vicenza, 9 di Treviso, 12 di Venezia, 16 di Padova, 18 di Rovigo. I servizi inseriti nella struttura centrale del Busonera a Padova sono la Direzione, il Registro Tumori, il Centro Oncologico Regionale, l'Oncologia Medica, il Day Hospital Oncologico con Servizio di Cardiologia Oncologica, l'Area Omogenea di Chirurgia Oncologica con posti letto di Terapia Intensiva e Servizi di Terapia Antalgica ed Endoscopia Diagnostica e Operatoria, la Radioterapia con Servizio di Medicina Nucleare, la Fisica Sanitaria, l'Anatomia Patologica, l'Immunologia e Diagnostica Molecolare Oncologica, la Radiologia Oncologica, la Senologia. La strutturazione dell'IRCCS oncologico veneto concilia l'esigenza di legge nazionale di avere una sede unica, con le caratteristiche policentriche delle eccellenze oncologiche presenti in molti Ospedali veneti, che saranno messe in rete con le forme di convenzionamento possibili.
    Questa formula garantirà un altissimo numero di pazienti sui quali concentrare cure e attività di ricerca (elemento fondamentale per la massima incisività dell'azione) ed eviterà ai malati di sottoporsi a faticosi "viaggi della speranza".

    L'IRCCS di Neuroriabilitazione Motoria al San Camillo del Lido di Venezia comprende la totalità dei posti letto della struttura (100) e l'attività si svolgerà nel monoblocco in 4 piani agli Alberoni. Sin dal 1990, il San Camillo collabora con varie strutture riabilitative venete e, grazie alle convenzioni già in atto, ha come centro promotore e di riferimento la Clinica Neurologica della facoltà di Medicina e Chirurgia dell'Università di Padova.(7/3/2005-Italian Network)


    PARLAMENTO EUROPEO: IL "CER" "CRUCIALE PER IL SUCCESSO DELL'INNOVAZIONE".PRIORITARIO L'ACCESSO DELLE DONNE ALLE CARRIERE SCIENTIFICHE

    Alla fine di febbraio il comitato Industria, Ricerca ed Energia del Parlamento europeo ha adottato una relazione sul futuro della politica di ricerca dell'UE che poggia sulle grandi linee della comunicazione della Commissione 'La scienza e la tecnologia, chiavi del futuro dell'Europa: Orientamenti per la politica di sostegno alla ricerca dell'Unione'.
    Il relatore Pia Elda Locatelli ha ricordato la necessità di aumentare il bilancio per la ricerca, ha sottolineato l'esigenza di continuità, e ha indicato il proposto CER (Consiglio europeo della ricerca) come 'cruciale per il successo dell'innovazione'. Sono stati proposti 225 emendamenti, pochi dei quali rimettevano però in discussioni la posizione generale di Locatelli.

    La relazione ha chiesto che durata dei programmi quadro e prospettive finanziarie vengano sincronizzate, portando quindi la durata dei programmi a sette anni. Il nuovo sistema includerebbe un programma evolutivo, con una revisione intermedia che permetterebbe di riaggiustare gli obiettivi se e quando opportuno.

    Nell'adottare la relazione, il comitato ha chiesto agli Stati membri di garantire un significativo aumento del bilancio di ricerca dell'UE. Non sarà possibile creare un SER (Spazio europeo della ricerca) senza aumentare sensibilmente il bilancio, afferma la relazione, che sollecita quindi 'gli Stati membri e le istituzioni dell'UE a mostrare, nel dar vita al SER, la stessa determinazione manifestata nel perseguire l'obiettivo di un mercato unico e di un'unione monetaria'.
    Nella sua motivazione, Locatelli ha ricordato, tra l'altro, 'l'assurdità di tentare di pianificare un nuovo programma quadro ignorando completamente il bilancio disponibile', aggiungendo che il bilancio per la ricerca dovrebbe essere almeno raddoppiato e che 'gli Stati membri dovrebbero considerarlo un minimo da non mettere in discussione nei negoziati sulle prospettive finanziarie'.

    La relazione ha accolto con favore la proposta di dar vita a un Consiglio europeo della ricerca, che dovrebbe essere adeguatamente finanziato, indipendente, responsabile verso i finanziatori, ma autonomo nel suo funzionamento.

    Per quanto riguarda le risorse umane, la relazione ha chiesto alle istituzioni della UE e agli Stati membri di considerare prioritario l'accesso delle donne alle carriere scientifiche (e la conseguente ascesa professionale), e di trasformare la mobilità in un 'fenomeno di massa'.
    Per favorire il trasferimento tecnologico, gli europarlamentari hanno accettato un emendamento del collega olandese Lambert van Nistelrooij, secondo il quale una quota predeterminata e sostanziale dei fondi per la ricerca collaborativa del Settimo programma quadro (7PQ) dovrebbe venire accantonata per agevolare e sostenere la cooperazione tra PMI (Piccole e medie imprese) e istituzioni di ricerca.
    I settori scientifici che dovrebbero essere finanziati nell'ambito del 7PQ sarebbero, secondo le indicazioni della relatrice Locatelli: spazio e sicurezza, scienze della vita, energia, e nanotecnologie, cui si aggiungono scienze della vita (biotecnologie, neuroscienze, ricerca preventiva e sanità pubblica). Alla lista sono poi state aggiunte le TIC (Tecnologie dell'informazione e delle comunicazioni), i nuovi materiali, i processi produttivi, e la chimica.

    Dalla relazione, infine, è stato chiesto anche di promuovere gli incubatori per le start-up ad alta tecnologia.
    La relazione, adottata con 41 voti favorevoli e 3 contrari, verrà trasmessa alle istituzioni dell'UE e agli Stati membri. Una nuova relazione sarà preparata dopo che, a primavera, la Commissione avrà reso pubbliche le proposte per il 7PQ. (7/3/2005-Italian Network)


    A ROMA IL 31 MARZO SECONDO FORUM SUL TRASFERIMENTO TECNOLOGICO

    Si terrà a Roma il 31 marzo il II Forum sul Trasferimento Tecnologico presso la sede centrale del C.N.R, sulla scia del successo ottenuto dal I Forum sul Trasferimento Tecnologico, tenutosi il 1^ ottobre scorso presso Villa Mondragone. A promuoverlo la Provincia di Roma, che ha incentrato i temi del dibattito, di carattere nazionale ed internazionale, sulle questioni riguardanti l’innovazione, la ricerca e lo sviluppo.

    L’evento riveste un’importanza fondamentale per lo sviluppo sia del sistema Paese sia per quello della Provincia e dunque, in questa seconda sessione, si è definita una dimensione ancora più precisa e concreta degli argomenti trattati, individuata nel rapporto tra l’Italia e l’Unione Europea all’interno degli obiettivi stabiliti dal piano d’azione di Lisbona.
    L’attenzione, in tal modo, si focalizzerà sui risultati raggiunti, sulle priorità in gioco e sulle prospettive possibili nell’ambito del Trasferimento Tecnologico dal mondo della ricerca scientifica a quello delle imprese.

    Al Forum prenderanno parte esponenti ed esperti di alto livello che operano nella scena internazionale e nazionale del mondo della ricerca, dell’economia, dell’industria e dell’innovazione. Gli interventi e le relazioni saranno di stampo teorico, ma comunque centrati sulle tematiche concrete suscitate dagli argomenti affrontati.
    In seguito si svolgeranno tre Workshops su tre temi differenti di immediata rilevanza: il progetto "Galileo", la brevettazione e la Biomedica.
    Il primo presenterà alle imprese i 4 progetti pilota, applicativi delle tecnologie derivanti da "Galileo", precisando le sue ricadute industriali. Il sistema di posizionamento e navigazione satellitare "Galileo" riveste un ruolo di estrema importanza non solo per la Provincia di Roma, ma per l’Italia stessa come soggetto attivo nelle politiche comunitarie a favore dello sviluppo economico e scientifico.
    L’ultimo Workshop sarà interamente rivolto ad illustrare le proposte e gli obiettivi nel campo della Biomedica. Con il sostegno a questa tipologia di tecnologie e di ricerche, la Provincia pone tra le sue priorità fondamentali la tutela della salute dei cittadini.
    L’incentivazione allo sviluppo nel settore della Biomedica, vuole essere anche un’azione concreta tesa a contrastare la cosiddetta "fuga di cervelli" dall’Italia, fenomeno che sta acquistando un peso sempre maggiore all’interno delle problematiche del Paese e che comporta effetti di ampia portata sul benessere della popolazione. (7/3/2005-Italian Network)


    MEDITERRANEO - UN QUARTO DELL'ITALIA A RISCHIO DESERTIFICAZIONE - IANNETTA: "LE PROPOSTE DELL'ENEA"

    Un excursus approfondito delle strategie di lotta alla desertificazione, con un riferimento particolare al ruolo dell'agricoltura nella salvaguardia del territorio, quali possono essere gli interventi di recupero, mitigazione ed adattamento alle diverse forme di degrado. È il tema del convegno svoltosi all'ENEA - Casaccia di Roma lo scorso 24 febbraio a cui hanno partecipato istituzioni ed enti che si occupano di questo argomento.
    "Desertificazione e Agricoltura", ecco il titolo del workshop, è stata l'opportunità di evidenziare alcuni dei progetti che ENEA ha intrapreso il questo settore, con diversi progetti nazionali (RIADE Ricerca Integrata per l'Applicazione di tecnologie e processi innovativi per la lotta alla DEsertificazione) ed europei (DESERTNET Sistemi di monitoraggio dei processi di desertificazione nel bacino del Mediterraneo e DESERTWATCH), che hanno ottenuto finanziamenti significativi, rispettivamente dal Ministero della Ricerca Scientifica (MIUR), dall'Unione Europea e dall'Agenzia Spaziale Europea (ESA). Le collaborazioni in corso con le PMI, finalizzate all'applicazione dei risultati della ricerca al settore agro-ambientale, hanno permesso di avviare iniziative di spin-off per la costituzione di nuove imprese nel campo della tutela degli ecosistemi, con giovani titolati di Master di specializzazione, che hanno seguito una fase di affiancamento alle diverse attività di progetto.

    Italian Network ha intervistato il Dr. Massimo Iannetta - Responsabile Gruppo BIOTEC-DES ENEA - per capire come è nata l'iniziativa e quali sono stati i dati più interessanti emersi nel corso dei lavori.

    IANNETTA: Volevamo rendere conto di quello che, nel corso degli ultimi 2 e 3 anni, è stato realizzato nell'ambito di progetti sulla desertificazione nel bacino del Mediterraneo. È stata l'occasione per presentare dei risultati e fare un'analisi, insieme ad altri colleghi, di quella che è la situazione attuale. Il workshop è stato suddiviso in una sezione nazionale ed una internazionale. Per la seconda, erano presenti i rappresentati del segretariato della Convenzione Internazionale sulla lotta alla siccità e desertificazione. Per la parte nazionale, i rilievi emersi sono tre. Primo punto: il 30% del territorio nazionale, nel sud Italia, è affetto da problemi di desertificazione. Di questa percentuale, il 5% lo è per fattori predisponenti: per il clima semiarido, secco, subumido che predispone al rischio di desertificazione; per fattori fisiografici come l'idrologia, la topografia e la vegetazione che sono particolarmente fragili e aumentano il rischio desertificazione.
    Per il rimanente 25%, le cause della desertificazione sono da attribuire ad attività antropiche e mi riferisco non soltanto all'agricoltura ma anche all'urbanizzazione, il turismo, l'industria, le attività estrattive, tutte quelle attività che determinano un uso competitivo delle risorse naturali, soprattutto suolo, acqua e vegetazione. Il titolo del workshop era "Desertificazione ed Agricoltura" perché abbiamo voluto sottolineare il fatto che l'agricoltura troppo spesso viene messa sul banco degli imputati come responsabile di questi processi di degrado. Di fatto c'è una responsabilità ma non è la sola. In più, abbiamo voluto sottolineare che è importante che l'agricoltura dia un contributo alla mitigazione di certi fenomeni ma non può farlo da sola perché, in termini economici, il settore agricolo rappresenta veramente molto poco all'interno della filiera alimentare; se lei pensa che solo un sesto del prezzo che noi paghiamo al consumo finale dei prodotti agricoli va agli agricoltori, vuol dire che c'è tutta una fase di intermediazione che non mette nemmeno piede sul terreno delle aziende agricole ma che in qualche modo trae profitto da una serie di passaggi che avvengono all'interno della filiera. Per cui, il settore agricolo è stretto nella morsa della concorrenza internazionale e non possiamo chiedere di svolgere anche una funzione di salvaguardia del territorio perché non ha i mezzi economici per farlo. Se noi chiediamo multifunzionalità all'agricoltura in termini di salvaguardia del territorio, di paesaggio, di turismo rurale, dobbiamo capire che dietro tutto questo deve esserci un costo sociale da parte di tutti quei soggetti che reclamano un rapporto migliore con il territorio.

    D.-Ed il secondo aspetto?

    IANNETTA: L'innovazione rappresenta un punto di forza e noi stiamo cercando di mettere appunto un sistema fortemente innovativo di rilevamento e monitoraggio di parametri legati ai vari processi di desertificazione che ci consenta di individuare e caratterizzare le aree più a rischio e di valutarne le dinamiche e di trend. Questo sistema si basa su processi e tecnologie innovative e lo stiamo facendo con imprese hitech e uno stretto collegamento con il mondo delle imprese.

    D.Qual è l'ultimo punto, dottor Iannetta?

    IANNETTA: Il terzo ed ultimo aspetto è legato agli interventi: abbiamo analizzato il problema, abbiamo realizzato un sistema per poter capire quali saranno le dinamiche di questo problema ma quali possono essere gli interventi? Io, proprio per essere chiaro, ritengo ce ne possano essere tanti e diversi per la protezione del suolo, per la più razionale utilizzazione delle risorse idriche, per la gestione dei boschi ed il miglioramento delle condizioni della vegetazione naturale. Le faccio alcuni esempi. Per la protezione del suolo, stiamo realizzando degli esperimenti di agricoltura conservativa per coltivare cercando di smuovere il meno possibile il terreno; stiamo intraprendendo delle semine su terreno non arato di grano duro, in alcune situazioni particolari: infatti, abbiamo scoperto che, laddove piove meno di 350mm di pioggia, nelle regioni del sud Italia, una semina su terreno non lavorato rende produzioni analoghe ad una fatta su terreno arato, con il vantaggio di non muovere il terreno perché, quando lo si ara, lo si sottopone ai rischi di erosione ed alla perdita di sostanza organica. Il secondo aspetto riguarda la migliore gestione delle risorse idriche. Ci possono essere diversi interventi di razionalizzazione nell'uso delle risorse idriche in agricoltura come sistemi irrigui più efficienti, maggior controllo degli emungimenti della falda acquifera, la lotta alla salinizzazione delle falde. Infatti, l'uso competitivo della risorsa acqua da parte dell'agricoltura e dell'industria può svuotare la falda superficiale di acqua dolce ed al suo posto entra l'acqua del mare, salinizzando l'acqua. È un po' quello che è avvenuto a Siracusa. Noi, nei nostri laboratori, stiamo selezionando delle varietà di grano duro più tolleranti allo stress idrico e salino. Questo lo stiamo facendo con sistemi di genomica funzionale: non stiamo producendo OGM ma stiamo cercando di esaltare il patrimonio genetico già presente all'interno della pianta per conferirgli questa maggiore tolleranza allo stress fisico ed alla salinità. Lo stiamo facendo con un organismo internazionale, il SIMIT, che è il più importante organismo che si occupa di selezione e miglioramento genetico di piante in ambienti aridi. L'ultimo aspetto, in termini di interventi, riguarda la gestione di risorse naturali come i boschi cercando di mettere a punto dei sistemi di monitoraggio della vegetazione attraverso il rilevamento a terra che tecniche di telerilevamento.

    D,-Dr. Iannetta, mi può parlare di una delle vostre iniziative che coinvolge il bacino del Mediterraneo nel suo insieme?

    IANNETTA: Noi stiamo portando avanti un progetto finanziato dall'ESA, insieme ad altri soggetti europei, con la finalità di perfezionare un sistema di monitoraggio della desertificazione con tecniche di telerilevamento. Questa iniziativa si colloca nel panorama del bacino del Mediterraneo e servirà di sostegno per la migliore definizione degli interventi sul territorio che gli enti locali dovranno realizzare. All'interno è prevista la realizzazione di un sistema di supporto, realizzato in collaborazione con le istituzioni regionali che dovranno utilizzarlo, con un sistema di simulazione che consente all'utente di vedere quali sono gli effetti di un intervento: se si ipotizza di realizzare una regimazione delle acque in una determinata area, se ne possono verificare gli effetti attraverso la modellizzazione e la simulazione di quelle che sono le relazioni di causa ed effetto dell'intervento stesso .(28/2/2005-S.C. - Italian Network)


    "NGF" (nerve growth factor) UNA PROTEINA TUTTA ITALIANA CHE SPRUZZATA NEL NASO AIUTA LA MEMORIA

    Far "sniffare" l'NGF (nerve growth factor), una proteina tutta italiana, a topolini malati con sintomi che ricordano l'Alzheimer non solo migliora la salute delle cellule nervose, ma li aiuta a recuperare la memoria, a ricordare un oggetto a loro familiare e a compensare i danni provocati dalla malattia.
    È il risultato ottenuto da Antonino Cattaneo, ricercatore Telethon presso la SISSA, Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati di Trieste e allievo del Nobel Rita Levi Montalcini, che scoprì la molecola nel 1952. Il progetto Telethon, il cui titolare è Nicoletta Berardi dell'Istituto di Neuroscienze del CNR di Pisa, riguarda lo sviluppo di strategie terapeutiche non invasive volte a migliorare i deficit comportamentali nel modello animale dell'Alzheimer, una malattia che nell'uomo provoca demenza e declino progressivo delle funzioni intellettive e della memoria, con alterazioni della personalità e del comportamento.

    La maggioranza dei casi (circa il 95%) è rappresentata da forme cosiddette sporadiche, che colpiscono un solo membro di una famiglia e non presentano quindi familiarità, mentre il restante 5% dei casi è rappresentato da forme familiari, a carico di più persone nella stessa famiglia, precoci o tardive a seconda che la malattia si manifesti prima o dopo i 65 anni d'età.
    Tutto inizia da un modello animale che presenta sintomi e disturbi simili a quelli del morbo di Alzheimer: un topolino in cui un anticorpo contro il fattore di crescita delle cellule nervose, l'NGF, ne blocca l'azione nel cervello, determinando degenerazione e morte delle cellule cerebrali analoghe a quelle osservate nel morbo di Alzheimer.

    Non è la prima volta che si sfrutta la capacità di un paziente di annusare un farmaco, ma questi risultati prospettano la possibilità che un farmaco basato su NGF, una proteina che difficilmente raggiungerebbe il cervello, possa essere veicolato direttamente al cervello in modo non invasivo.
    Far arrivare un farmaco basato su NGF al cervello per via intranasale, invece, è una strada promettente verso una possibile terapia, perché è un procedimento molto meno invasivo che potrà avere importanti ricadute cliniche: potrebbe bastare una spruzzata di NGF nel naso e questo, seguendo la pista dell'olfatto, dal naso s'intrufola negli spazi liberi tra cellule vicine fino a risalire al cervello.(28/2/2005-S.C. - Italian Network)


    ALLA RICERCA ITALIANA L'AMERICAN VENOUS DORUM SCIENTIFIC AWARD PER UNA SCOPERTA SULLE ULCERE VENOSE

    L'équipe del Centro Malattie Vascolari dell'Università di Ferrara ha scoperto il fattore genetico che favorisce la comparsa delle ulcere venose, risultato che ha consentito la vittoria del 2005 American Venous Forum Scientific Award, il premio scientifico più importante nel campo delle malattie vascolari.
    Le ulcere venose sono delle piaghe croniche degli arti inferiori molto dolorose e disabilitanti che riducono la qualità della vita in modo significativo. In USA ed in Europa hanno una prevalenza variabile fra l'1% e il 2% della popolazione determinando aumenti vertiginosi della spesa sanitaria: in US è calcolato che si spenda 1 billione di dollari l'anno per le sole medicazioni e che UK devolva il 14% della spesa sanitaria alla cura di queste piaghe.

    L'équipe del Centro Malattie Vascolari dell'Università di Ferrara diretta da Paolo Zamboni ha scoperto un fattore genetico molto diffuso nella popolazione di razza bianca, denominato C282Y.Questa mutazione genetica è normalmente asintomatica ma quando si combina con le comuni varici aumenta da 2 a 17 volte il rischio di sviluppare l'ulcera venosa.
    La mutazione determina la formazione di radicali liberi a partenza da depositi di ferro sotto la pelle. I radicali liberi sono così aggressivi da determinare la rottura della cute e la comparsa della piaga.
    Nei pazienti affetti da varici (20-40% della popolazione) in questo momento non è possibile sapere in anticipo chi farà parte di quel 1-2% che svilupperà la piaga.
    Questo test genetico eseguito su pazienti portatori di varici permetterà di identificare il gruppo a rischio per attuare delle misure preventive ed impedire lo sviluppo di questa grave patologia. Per esempio interventi mini-invasivi in DayHospital sulle vene, calze elastiche, non assunzione di ricostituenti a base di ferro.

    Il test genetico, assieme ad altri variabili sul DNA correlate a questa ed ad altre malattie vascolari, è già eseguibile nei laboratori del Centro Malattie Vascolari presso l 'Arcispedale Sant'Anna di Ferrara. Le informazioni genetiche sono desumibili con un semplice prelievo di sangue al prezzo di un ticket sanitario.

    Sempre le equipe chirgiche universitarie al Sant'Anna eseguono una serie di prestazioni di chirurgia mini-invasiva che nel 60-70% dei casi possono portare ad una stabile guarigione delle lesioni della cute.
    Ad esempio, chirurgia Doppler-guidata delle vene, eventualmente associata al trapianto delle proprie cellule della pelle, che vengono prima dell'innesto coltivate ed accresciute in laboratorio.
    Gli interventi sono così leggeri ed indolori che vengono eseguiti in Day Hospital.Per gli altri pazienti non passibili di chirurgia, nei prossimi mesi sarà disponibile un programma di riabilitazione unico nel nostro Paese, presso le nuovissime strutture dell'ospedale di riabilitazione Nuovo San Giorgio di Ferrara. (28/2/2005-S.C. - Italian Network)


    TECNOLOGIA ITALIANA NELLA TERAPIA GENICA: UNA BANDIERINA PER RICONOSCERE LA CELLULA CURATA

    Dall'HSR-TIGET arriva una nuova tecnica che aumenta sicurezza ed efficacia della terapia genica che consiste nell'inserire in una cellula malata una "navicella" da cui escono due proiettili biologici, uno per compensare il gene malato con quello sano e uno per rendere visibili le cellule nelle quali è entrato il gene sano. È l'oggetto della pubblicazione del gruppo coordinato da Luigi Naldini, condirettore dell'Istituto Telethon-San Raffaele per la Terapia Genica (HSR-TIGET) sulla prestigiosa rivista Nature Biotechnology.
    Sfruttando la capacità che certe sequenze di DNA hanno di poter accendere geni adiacenti sia che si trovino alla loro destra sia alla loro sinistra, i ricercatori hanno costruito in laboratorio un nuovo vettore virale, la navicella dalla quale, una volta entrata nella cellula bersaglio, fuoriescono due geni che vanno a correggere il difetto e aggiungono al patrimonio genetico della cellula ospite qualche caratteristica in più.

    La scoperta trova un'applicazione immediata nella terapia genica, un esempio di medicina molecolare che usa i geni come farmaci e le cui potenzialità per la cura di alcune malattie genetiche sono dimostrate proprio dal successo delle sperimentazioni in corso presso l'HSR-TIGET: in particolare si è trattato di una forma di immunodeficienza congenita, grave malattia che abolisce le difese immunitarie per la quale, dal 2002 a oggi, sono stati già trattati 6 bimbi. La terapia genica consente di compensare in una cellula malata prelevata dal paziente un gene difettoso responsabile della patologia introducendovi la sua versione sana con un vettore virale. Le cellule curate vengono poi fatte moltiplicare in laboratorio e trapiantate nel paziente.
    Finora, per introdurre due geni nelle cellule malate era necessario utilizzare due navicelle, oppure una modificata per lo scopo: in entrambi i casi si otteneva un doppio trasferimento genico con efficienza talmente ridotta da limitarne le applicazioni. Ora invece è possibile introdurre due geni simultaneamente grazie a un unico vettore, con numerosi vantaggi per la terapia genica, che si riassumono in una maggiore sicurezza ed efficacia della tecnica: oltre alla correzione del difetto genetico, infatti, sulle cellule curate può essere posizionata una sorta di bandierina che le distingue dalle altre, rendendo più facile il loro riconoscimento e la loro selezione per farle moltiplicare o per eliminarle a seconda della necessità.
    La possibilità infatti di purificare prima del trapianto nel paziente le sole cellule corrette mediante il trasferimento genico, o di farle moltiplicare selettivamente nel paziente dopo il trapianto a discapito di quelle malate, aumenta le probabilità di successo della terapia genica. Nel caso invece in cui si presentassero effetti avversi della terapia, l'introduzione anche di un gene per l'eliminazione a comando della cellula modificata ne permetterebbe l'eliminazione nel paziente. (28/2/2005-Italian Network)


    IORT "SISTEMA INNOVATIVO DELL'ENEA PER LA RADIOTERAPIA INTRAOPERATORIA A COSENZA

    Si chiama IORT-1 ed è l'ultima generazione di sistema per IORT (Radioterapia IntraOperatoria) sviluppato dall'ENEA, che ha ultimato in questi giorni le fasi di installazione e collaudo presso l'Azienda Ospedaliera di Cosenza.
    La tecnica IORT permette di irradiare la zona interessata da un tumore durante un intervento chirurgico utilizzando un fascio di elettroni prodotto da un acceleratore. Si tratta di una tecnica che permette di colpire i tessuti neoplastici selettivamente, con estrema precisione, con ununica dose di radiazioni molto elevata (10-20 Gy), preservando gli organi sani circostanti. La radioterapia effettuata nel corso dell'intervento permette di ottenere migliori tassi di controllo locale e di sopravvivenza libera da malattia risultando più efficace di quella tradizionale, basata sul rilascio di diverse dosi, a cui i malati devono sottoporsi a qualche tempo di distanza dall'intervento.

    Il sistema, che è un prototipo innovativo rispetto a quelli finora commercializzati, è stato promosso e realizzato dall'ENEA nell'ambito del Progetto IORT, con il finanziamento del MIUR/UE in base alla legge ex 488, che ne disponeva anche la collocazione finale in un Ospedale del Sud Italia. Per la sua realizzazione l'ENEA si è avvalso della collaborazione dell'industria nazionale e di esperti del settore.

    Lo IORT-1 è il sistema più avanzato a livello mondiale per questo tipo di terapia, per le sue caratteristiche di compattezza, affidabilità e versatilità di impiego, disponendo di una struttura radiante mobile di ingombro ridotto installabile senza problemi in qualsiasi tipo di sala operatoria e di un sistema di movimentazione robotica che facilita e velocizza le operazioni di posizionamento sul paziente.
    La scelta di dotare una struttura Ospedaliera nel Meridione con un sistema così innovativo ha lo scopo di promuovere e sviluppare in questa parte del Paese metodi e procedure nuove di cura oncologica, originali a livello internazionale, che permettano anche la germinazione di autonome strutture di formazione medica chirurgica e radioterapica. (28/2/2005-Italian Network)


    ITALIA/USA - BENI CULTURALI: RICERCA ITALIANA/TECNOLOGIA USA- IL NUOVO ACCELERATORE ELETTROSTATICO DELL'ICIB-CNR

    Una strumentazione unica in grado di datare, in pochi minuti, reperti minuscoli risalenti fino a 50 mila anni fa. L’acceleratore elettrostatico tandem del Circe- Centro di ricerche isotopiche per i beni culturali e ambientali- afferisce ad Innova, struttura coordinata da Antonio Massarotti dell’Istituto di cibernetica (Icib) del Cnr di Pozzuoli.
    Niente più dubbi nella datazione di monumenti e reperti antichi. A sollevare gli archeologi e storici dell’arte dal rompicapo dell’attribuzione cronologica, sarà un acceleratore elettrostatico tandem in grado di datare manufatti e fossili risalenti fino 50 mila anni fa. Lo straordinario strumento si trova presso il Laboratorio di spettrometria di massa ultrasensibile, una nuova struttura ospitata nell’ex Ciapi di San Nicola La Strada, in provincia di Caserta.

    Il laboratorio fa parte del Centro di ricerche isotopiche per i beni culturali e ambientali (Circe), uno dei "tasselli" di Innova, Centro di competenza regionale nato per trasferire i risultati scientifici alle imprese della Campania coordinato da Antonio Massarotti dell’Istituto di cibernetica (Icib) del Cnr di Pozzuoli. Il Circe e il suo acceleratore sono stati presentati oggi, in occasione della tavola rotonda: “Ruolo delle regioni nella promozione della ricerca e dell’innovazione ai Beni Culturali” svoltasi presso la Reggia di Caserta.

    L'apparecchiatura del Circe, di cui esistono in Italia solo altri due esemplari, a Firenze e a Lecce, ma con caratteristiche funzionali differenti, è in grado di datare in pochi minuti anche campioni di un milligrammo, caratteristica che la rende scarsamente invasiva nei confronti dell'oggetto rinvenuto. “La metodologia di base impiegata” spiega il prof. Filippo Terrasi del Dipartimento di scienze ambientali della seconda Università di Napoli “è quella convenzionale del radiocarbonio 14, che consiste nel misurare nel reperto la quantità di carbonio residua.
    Il rapporto tra quest’ultima e quella iniziale, ci svela l’età dell’oggetto. Con la tecnica tradizionale è però necessaria una grande quantità di materiale, in quanto, in un reperto, la presenza di radiocarbonio è molto bassa.
    L'acceleratore invece supera questo limite. Con uno speciale spettrometro riusciamo a individuare e a contare, uno per uno, anche in minuscoli frammenti, il numero di atomi di carbonio 14 presenti nel reperto. Gli atomi estratti vengono accelerati e, quindi, separati rispetto alle specie atomiche e molecolari interferenti”. La rapidità del suo utilizzo consentirà di eseguire circa 2 mila datazioni l'anno.

    Al contrario di quanto si possa immaginare, sono in molti, tra enti, istituzioni ed imprese, ad aver bisogno di questo tipo di servizio. “Già cinque anni fa” spiega Masarotti dell’Icib-Cnr “nell'ambito del Progetto finalizzato beni culturali del Cnr, abbiamo stimato, attraverso un’indagine, che in Italia si richiedevano circa 3.000 datazioni l’anno, effettuate per la maggior parte in laboratori europei e americani. Ora il nostro acceleratore, più avanzato rispetto a quelli esistenti in Europa, potrà soddisfare non solo le esigenze di chi opera nel settore dei beni culturali. Numerosi sono, infatti, i suoi campi di applicazione: dall'analisi ambientale alla medicina legale, alla certificazione dell’annata di produzione di vini, all’individuazione di uranio impoverito”.
    La macchina, acquistata dalla Regione Campania negli Stati Uniti, per un importo di 2 milioni di euro, è solo una delle tante che andranno a potenziare le strutture scientifiche aderenti ad Innova. A questo centro, che ha sede presso il Comprensorio Olivetti di Pozzuoli, afferiscono, oltre al Cnr, sette università campane, i parchi scientifici e tecnologici della regione, il Centro europeo per i beni culturali di Ravello, numerosi enti, oltre 300 professori universitari.(28/2/2005-Italian Network)


    RICERCA PER IL TESSILE, PIEMONTE E TOSCANA ALLEATE

    Il Piemonte e la Toscana si alleano per sostenere la ricerca e l'innovazione in campo tessile. E' questo l'obiettivo del progetto "Hi Tex" approvato dalla Giunta regionale su proposta dell'assessore al Bilancio, Industria e Lavoro Gilberto Pichetto.
    All'iniziativa sono indirizzati, nell'arco di tre anni fondi per circa 12 milioni di euro, di cui 4 milioni messi a disposizione dalla Regione Piemonte e 3,8 dalla Regione Toscana. E' previsto il co-finanziamento da parte di istituti di ricerca e privati.
    "Si tratta di un progetto di ricerca a livello nazionale - ha dichiarato Pichetto - che ha l'obiettivo di consentire al settore tessile-abbigliamento di difendere il made in Italy, tutelare la propria produzione dalle contraffazioni, individuare nuove fibre o nuovi processi tecnologici per poter tenere testa alla concorrenza internazionale, e soprattutto di sperimentare nuovi campi di applicazione delle fibre tessili tradizionali. Il progetto intende diventare uno fra i principali strumenti per sostenere quei segmenti del settore che saranno in grado di continuare a imporsi nei mercati mondiali. Per questo è stato ideato, studiato, messo a punto in stretta collaborazione con le associazioni imprenditoriali delle due Regioni".

    Il progetto si concretizza in sette azioni di ricerca, che saranno realizzate congiuntamente dai soggetti piemontesi e toscani individuati. Queste riguarderanno: prodotti e materiali tessili per impieghi tecnici, a base laniera, in particolare rigenerata, o di altre fibre vegetali ed artificiali; prodotti e materiali tessili con specifiche proprietà e funzioni (antifiamma, antisporco, conducibilità elettrica ecc.) e sviluppo di nuove tecnologie di processo (irraggiamento, nanotecnologie); prodotti tessili per abbigliamento, e metodologie di progettazione per migliorare il comfort e il benessere della persona; tessili per impieghi nel settore ospedaliero e biomedicale; monitoraggio in continuo dei processi di tintura e finissaggio per la riduzione dell'impatto ambientale; produzione di fibre ceramiche o ibride mediante processi non convenzionali; processi e sistemi per la tracciabilità del prodotto e per l'associazione di dati su prodotti intermedi e finiti.

    In Piemonte il progetto coinvolgerà un'associazione temporanea di scopo comprendente il Politecnico di Torino, il Cnr di Biella, l'Itis di Biella, l'Associazione Tessile Salute, Città Studi Biella SpA, quest'ultima con funzione di coordinamento tecnico e amministrativo. E' la stessa struttura che sta portando a termine il progetto regionale di laboratorio di alta tecnologia tessile, di cui Hi Tex rappresenta l'evoluzione nazionale.
    "Confidiamo - ha aggiunto Pichetto - che anche le Regioni Emilia Romagna e Puglia, che hanno condiviso con noi le fasi di elaborazione, possano aderire già in questa fase di avvio, apportando ulteriori risorse. Nella seconda fase si dovrebbe aggiungere anche il Ministero dell'Università e Ricerca con fondi propri, per cui le risorse regionali fungeranno da cofinanziamento. E' infine prevista una terza fase, con il diretto coinvolgimento dell'Unione Europea. Noi e la Toscana crediamo infatti che il modello di cooperazione interregionale su specifici temi di ricerca, di cui Hi Tex è un esempio, possa rappresentare un'utile traccia anche per il migliore impiego futuro dei fondi comunitari".
    Prima fase: progetto congiunto Piemonte Toscana: valore complessivo Euro 11.390.000.(28/2/2005-Italian Network)


    Il FUTURO CONSIGLIO EUROPEO PER LA RICERCA: APPUNTAMENTO IL 6 APRILE CON L'ADOZIONE DEL VII PROGRAMMA-QUADRO

    Il Comitato incaricato di identificare le personalità scientifiche che potranno essere scelte per costituire il futuro Consiglio europeo per la ricerca si è riunito per la prima volta il 25 gennaio a Bruxelles. Presieduto dall'ex Commissario europeo Chris Patten, attuale cancelliere dell'Università di Oxford, questo piccolo “comitato di identificazione” comprende: - il Premio Nobel Erwin Neher del Max Planck Institut für biophysikalische Chemie di Gottinga, - la direttrice dell'Istituto di ottica dell'Università di Parigi Sud Catherine Bréchignac, - il professor Jüri Engelbrecht presidente dell'Accademia delle scienze d'Estonia, - il professor Guido Martinetti della Facoltà di sociologia dell'Università degli Studi di Milano-Bicocca.

    La designazione di tale Comitato di selezione, quando ancora non si conosce la forma definitiva che prenderà il Consiglio europeo per la ricerca, può sorprendere. Secondo la Commissione europea, il comitato serve a garantire l'indipendenza scientifica di questa nuova struttura che in futuro dovrà, da un punto di vista scientifico, determinare le priorità in materia di ricerca fondamentale sostenute a livello europeo. Questo dovrebbe utilmente integrare le priorità tematiche del Programma Quadro che continueranno ad essere determinate, politicamente, dal Parlamento Europeo e dal Consiglio sulla base delle proposte della Commissione.

    Per ora ancora non si sa come funzionerà questo Consiglio europeo per la ricerca, ne se disporrà di un budget consistente. Un pacchetto annuale di un miliardo di euro era stato previsto da un gruppo di personalità ma tutto dipenderà dagli arbitraggi budgetari futuri e dalla conferma del raddoppio di fondi disponibile per la ricerca.
    La creazione del Consiglio europeo per la ricerca sarà inclusa nel pacchetto legislativo del VII Programma Quadro, la cui adozione da parte della Commissione europea dovrebbe avvenire il prossimo 6 aprile. (21/2/2005-Italian Network)


    L'AMBIENTE DOPO IL PROTOCOLLO DI KYOTO, A COLLQUIO CON IL PROF. GATTO DEL POLITECNICO DI MILANO

    Si è svolto al Politecnico di Milano il convegno "Presente e futuro del Protocollo di Kyoto" organizzato dallo stesso ateneo, la Regione Lombardia, ARPA Lombardia e Fondazione Lombardia per l'Ambiente. Italian Network ha chiesto al prof. Marino Gatto, docente di ecologia del Politecnico e presidente della Società Italiana di Ecologia, di illustrare i temi dell'iniziativa e di spiegare perché è stata lanciata.
    In concomitanza con l'entrata in vigore del Protocollo, abbiamo deciso di celebrare l'evento anche a Milano. Ma lo scopo vero del convegno era quello di informare in maniera obiettiva la cittadinanza (il convegno era aperto a tutti, ndi) sulle tematiche principali del riscaldamento globale e degli accordi di Kyoto. Per questa ragione abbiamo invitato gli scienziati più competenti in Italia su questo argomento chiedendo loro di spiegare in maniera semplice i più recenti risultati del settore. Abbiamo avuto una risposta eccezionale del pubblico: più di 400 persone hanno ascoltato con attenzione i relatori. Per prima cosa abbiamo affrontato le tematiche del riscaldamento globale in rapporto all'emissione di gas serra: è ormai accertato che gli ultimi trent'anni sono stati i più caldi dalla nascita di Cristo. Le prime due relazioni hanno messo in evidenza che la grande maggioranza degli scienziati è concorde nell'attribuire il riscaldamento al grande aumento della concentrazione di anidride carbonica in atmosfera (accentuazione dell' effetto serra). Ma il riscaldamento globale si è fatto sentire anche a livello nazionale, seppure con diversa intensità a seconda delle regioni italiane che si considerano. La successiva relazione sul ciclo del carbonio a livello globale ha mostrato come l'aumento di anidride carbonica è legato non solo alla combustione dei combustibili fossili ma anche alla deforestazione. Perciò le politiche di contenimento del riscaldamento globale dovranno puntare non solo a ridurre le emissioni legate alla produzione di energia e al trasporto, ma anche a preservare gli ecosistemi forestali. Poi, abbiamo affrontato il tema degli impatti sull'Europa del riscaldamento globale, che si farà sentire soprattutto in termini di aumento degli eventi estremi (piene e ondate di calore) con effetti sulla salute e sui manufatti. La seconda parte delle relazioni è stata dedicata ad illustrare che cosa è possibile fare (e con quali costi) per mitigare i cambiamenti climatici. In primo luogo è stata fatta una panoramica delle tecnologie innovative che si possono adottare nel breve e nel lungo periodo per la produzione di energia e per la mobilità. A breve periodo bisognerà andare verso un maggiore utilizzo di gas naturale in centrali termoelettriche a ciclo combinato e verso un rinnovamento del parco autoveicolare incrementando l'uso di veicoli ibridi (elettrici / combustione interna) o comunque con abbattimenti più spinti delle emissioni. Nel lungo periodo si spera di poter ricorrere alla produzione di idrogeno con sequestro e confinamento dell'anidride carbonica e all'utilizzo di "fuel cells". Gli scenari della produzione di energia a livello dell'intero pianeta non sono comunque del tutto rosei perché bisogna aspettarsi un incremento delle economie in via di sviluppo, soprattutto Cina e India, come messo in luce da un'altra relazione. Ciò comporterà un aumento delle emissioni se tali economie non verranno aiutate a crescere in maniera che sia più sostenibile dal punto di vista ambientale. Tuttavia i costi per soddisfare il Protocollo di Kyoto, che è solo un primo passo verso la stabilizzazione della concentrazione di gas serra in atmosfera, non sono assolutamente insostenibili - è stato spiegato in una successiva relazione - e i benefici, anche immediati, sono moltissimi. Le due ultime relazioni sono state dedicate ad illustrare specificamente come funziona il Protocollo e che cosa ci dobbiamo aspettare dopo il 2012, data in cui il Protocollo dovrebbe aver raggiunto i suoi obiettivi. .

    Con l'avvicinarsi della data di entrata in vigore del Protocollo (16 febbraio 2005) si sono accentuate le divisioni politiche su Kyoto, evidenziando, non solo in Italia ma anche nel resto del mondo, una destra scettica ed una sinistra concorde sugli obiettivi della tutela ambientale. Secondo lei è davvero così e, se sì, quanto è dannosa questa divisione per la questione ambientale?
    Prima di tutto, le faccio notare l'intervento in un'audizione alla Camera dei Deputati del nostro Ministro dell'Economia, Siniscalco, che, seppur facendo parte di un governo di centro-destra, ha affermato il 10 febbraio che il costo del Protocollo non sarà un costo per l'Erario e per il sistema Italia ma un investimento e che sarà contenuto in una cifra compresa fra i 2,5-3 miliardi di euro in 8 anni. È una dichiarazione molto responsabile ed in linea con le stime fatte, anzi secondo me i costi saranno forse un po' superiori; ma l'ordine di grandezza è quello, non è certo una cifra di migliaia di miliardi, come alcuni fanno irresponsabilmente circolare. Certo, è vero che c'è una sorta di divisione fra sinistra e destra su Kyoto ed è vero che l'Italia ha un po' remato contro ed ha perso del tempo: se si fosse andati avanti più speditamente sul fronte del controllo delle emissioni, non ci troveremo oggi, nel 2005, con solo 7-8 anni davanti a noi; se fossimo partiti 5-6 anni fa avremmo avuto del tempo per aggiustare il tiro. Ed è vero che Stati Uniti e Australia non hanno voluto firmare il protocollo, ma questo, secondo me, è avvenuto più per ragioni geopolitiche che per reale scetticismo sui cambiamenti climatici globali. Tanto è vero che gli Stati Uniti stanno comunque avviandosi per conto loro su una strada virtuosa circa il controllo dei gas serra e io confido che aumenteranno ancora i loro sforzi in tale direzione..
    Qual è il punto delicato e difficile da superare del Protocollo? In Italia purtroppo si è perso tempo e non c'è ancora una chiara programmazione degli interventi nei diversi settori (produzione di energia, trasporto, produzione industriale e agricola, usi civili). Sembra che nel mondo delle aziende (soprattutto delle piccole e medie aziende) ci sia un po' di confusione relativamente ai meccanismi flessibili, in particolare sulla questione dell'Emission Trading, cioè del commercio delle quote di emissione: essendo ormai in ritardo, tutti pensano che non ci potrà essere un aggiornamento tecnologico immediato e quindi bisognerà, almeno inizialmente, comprare da nazioni più virtuose i diritti per delle quote di emissioni. Al momento il sistema industriale non è preparato a gestirne tecnicamente la compravendita. In questo momento il prezzo delle quote si si aggira sugli 8 euro a tonnellata di CO2 , ma, in futuro, il prezzo potrebbe crescere molto se la domanda di quote fosse alta e ciò potrebbe costituire un problema di una qualche entità per la nostra economia. Se fossimo partiti prima con provvedimenti per il contenimento delle emissioni, non ci troveremmo in questa situazione. In Italia, poi, l'incremento maggiore dei gas serra è dovuto all'aumento della mobilità veicolare e non tanto alla produzione di energia e alle emissioni da parte dei processi di produzione. Si sarebbe decisamente dovuto fare qualcosa sul fronte della mobilità. Non ci troveremmo ora a dover tagliare le nostre emissioni di circa il 14% in otto anni..

    Professore, un'ultima domanda: cosa fa e quali sono le competenze del Politecnico sui temi ambientali? Abbiamo una grande esperienza perché da 25 anni lavoriamo in vari settori della protezione dell'ambiente. Da più di 15 anni è istituita una laurea in "Ingegneria per l'ambiente e il territorio", nel cui ambito trattiamo tutte le tematiche più importanti come la protezione dai rischi naturali (piene, frane e terremoti), la gestione delle risorse naturali, il trattamento delle acque reflue, degli inquinanti gassosi e dei rifiuti solidi, il rilevamento cartografico e la pianificazione territoriale. Rispetto ad altri corsi di laurea nel settore ambientale, abbiamo anche delle capacità progettuali, ad es. per la realizzazione di impianti per smaltimento di rifiuti o di opere di regimentazione idraulica. In più, in collaborazione con docenti di altri corsi di laurea, abbiamo delle competenze nel campo energetico e per quanto attiene alla mobilità. Abbiamo lanciato recentemente un progetto strategico intitolato "Energia e Ambiente" che riguarda la produzione ecocompatibile di energia e la mobilità sostenibile, con scadenze ravvicinate per avviare tutte le tecnologie che possano aiutare a migliorare le cose entro il 2012 come richiesto dal Protocollo. Ma il progetto strategico ha anche avviato ricerche in una prospettiva più lunga, ad esempio sulla produzione e l'utilizzo di idrogeno come vettore energetico pulito. È un progetto su cui il Politecnico ha già investito e investirà importanti risorse. Stiamo aspettando che si concretizzino le promesse degli enti locali per un sostegno concreto al progetto. In particolare speriamo che parta finalmente il progetto congiunto con la regione Lombardia per il decollo presso il Polo di Arese di un centro di ricerca sull'automobile verde e sulla generazione distribuita di energia basata su fonti rinnovabili.. (21/2/2005-Italian Network)


    CONSUMO DI LATTE MINORE PESO CORPOREO MA OBESITA' INFANTILE - INTERVISTA AL DR. BARBA DELL'ISTITUTO DI SCIENZE DELL'ALIMENTAZIONE DEL CONSIGLIO NAZIONALE DELLE RICERCHE

    È stato pubblicato sul British Journal of Nutrition uno studio dei ricercatori dell'Istituto di scienze dell'alimentazione del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Isa-Cnr) di Avellino secondo cui i bambini che consumano poco latte hanno un indice di massa corporea (stima dell'adiposità totale) significativamente maggiore rispetto ai bambini che lo consumano più frequentemente.
    Si tratta di uno studio epidemiologico sulle relazioni tra frequenza di consumo di latte e adiposità, realizzato su un campione di circa 1000 bambini delle scuole elementari in provincia di Avellino. La ricerca è stata condotta nell'ambito di uno screening delle abitudini alimentari e dei determinanti del peso corporeo in età pediatrica, reso possibile dai ricercatori dell'Istituto di scienze dell'alimentazione (Isa) del Cnr di Avellino, e finanziato dalla Regione Campania, Assessorato all'Agricoltura.

    Italian Network ha chiesto al dr. Barba di parlarci della ricerca: Lo studio ha dimostrato un'associazione inversa tra consumo di latte e adiposità. La relazione osservata è dose-dipendente. La ricerca rientra nella nostra indagine sullo stile di vita dei bambini in età scolare, per indagare il problema dell'obesità, dilagante in questa fascia di età e che in Campania è particolarmente sentito. Un obiettivo, quindi, è proprio questo: monitorare la situazione locale in modo da implementare una campagna di educazione alimentare finalizzata alla valorizzazione di un corretto stile di vita ed una corretta alimentazione, fondamentalmente di tipo mediterraneo. Abbiamo estratto i dati relativi al consumo di latte e abbiamo riscontrato alcune interessanti associazioni - che già erano emerse da di studi sugli adulti in altre ricerche - fra il consumo di calcio nell'alimentazione e il peso corporeo nei bambini. Abbiamo potuto osservare come i bambini che consumano il latte con maggiore frequenza hanno un peso corporeo in media più basso rispetto a quelli che avevano un consumo di latte basso o moderato. Questo tipo di osservazione non può essere, ovviamente, di tipo causa - effetto; non possiamo dire in quale misura è il latte a contribuire alla riduzione del peso corporeo ma possiamo associare l'analisi effettuata ad una discreta plausibilità biologica. Infatti, altri studi sperimentali hanno ipotizzato che un alto consumo di calcio associato ad un alto consumo di latte modifica l'attività del metabolismo all'interno delle cellule favorendo la lipolisi ovvero la distruzione del grasso in eccesso. In un certo senso, questa nostra scoperta è cosa evidente, nel senso che più latte si consuma, più basso è il peso corporeo. C'è, ad esempio, una differenza fra chi lo consuma tutti i giorni, fra coloro che lo fanno una volta e chi, invece, più volte nelle 24 ore. Questi ultimi, infatti, hanno un peso ancora più basso rispetto ai primi. Il rilievo fondamentale in uno studio come questo, legato al consumo di alimenti importanti come il latte, facilmente accessibile a tutti quanti, è che potrebbe avere un impatto sulla prevenzione dell'obesità infantile, un problema molto sentito in Italia e soprattutto nel sud del Paese. Ciò che stimola il nostro studio è il capire i meccanismi che possono determinare l'associazione che noi abbiamo osservato. Abbiamo parlato del calcio e questa è l'ipotesi più conosciuta ma il latte è un alimento molto complesso con sostanze dall'azione biattiva che potrebbero, indipendentemente dal calcio, causare una riduzione del peso corporeo.
    In che termini è importante il problema del soprappeso infantile? Nella provincia di Avellino il 40% dei bambini è in soprappeso o almeno obeso. Studi come questo, relativi alla possibile attività di un alimento per la riduzione dell'obesità, sono importanti ma vanno ben inquadrati in un discorso più generale: per far perdere peso ad un bambino è importante che mangi di meno, la quantità di calorie totale deve essere rapportata al dispendio energetico; nel ambito poi di un regime alimentare normocalorico, ci sono certamente quegli alimenti da preferire e il latte potrebbe essere uno di quegli alimenti da preferire

    Lo stesso istituto del CNR avevo reso pubblici i risultati di un'indagine condotta su un campione di 4.284 scolari della Campania che evidenziò come bevande zuccherine e snack dolci fanno ormai parte delle abitudini alimentari di tutti i bambini: il 30% ne consuma quotidianamente, il 70% in misura inferiore, ma almeno una volta alla settimana. Un bambino su due, poi, beve bibite dolci ogni giorno. Sono dati che emergono nell'ambito del progetto "Arca"; tra l'altro: il 53% dei bambini pratica attività sportiva, mentre il 61% guarda la televisione come occupazione principale nel tempo libero. Il 26% è in sovrappeso e il 21% obeso, una preoccupante tendenza che si riscontra più nelle aree urbane che in quelle rurali. (21/2/2005-S.C. - Italian Network)


    ICS-UNIDO E LA RIVOLUZIONE DELLE NANOTECNOLOGIE ALLA PORTATA DI TUTTE LE NAZIONI - A COLLOQUIO CON LA PROF.SSA MESTRONI

    Si sono riuniti a Trieste più di quaranta tra i massimi esperti internazionali di nanotecnologia, provenienti da Paesi industrializzati e in via di sviluppo, assieme ad un nutrito gruppo di "addetti ai lavori" italiani per partecipare al convegno "North-South Dialogue on Nanotechnology: Challenges and Opportunities" ("Dialogo sulle nanotecnologie tra Nord e Sud del mondo: sfide ed opportunità").
    Hanno partecipato autorità come Uzi Landman, vincitore dell'importante Materials Research Society Award per la fisica; Roop Mahajan, noto professore dell'Università del Colorado; scienziati di origine italiana, come Mauro Ferrari, che si sono affermati anche all'estero; Judith Light Feather, presidente del Nano Technlology Group, dal Texas; Terry Turney, direttore del Nanotechnology Centre, dall'Australia; rappresentanti della Commissione Europea, della National Science Foundation americana, e membri delle più importanti università ed istituzioni di Argentina, Brasile, Egitto, Giappone, India, Inghilterra, Israele, Malesia, Sud Africa.
    Il convegno "North-South Dialogue on Nanotechnology: Challenges and Opportunities" è stato organizzato dall'ICS-UNIDO (Centro Internazionale per la Scienza e l'Alta Tecnologia dell'Organizzazione per lo Sviluppo Industriale delle Nazioni Unite).

    Italian Network ha intervistato la prof.ssa Mestroni, direttore dell'ICS, a cui abbiamo chiesto come è nata questa iniziativa: Noi ci occupiamo di promuovere la ricerca applicata e il trasferimento tecnologico ad alto livello. In questo ambito, le nanoscienze e le nanotecnologie stanno riscuotendo sempre più importanza. Ci siamo domandati se non fosse nostro compito analizzare l'importanza che potranno avere per i Paesi in Via di Sviluppo. Questo è stato il primo congresso mai organizzato al mondo ad affrontare questo problema.
    A che conclusioni siete giunti? Ci sono state diverse sessioni a cui hanno partecipato una sessantina di esperti internazionali di alto livello, rappresentanti dell'industria, dei governi, dell'università e dei centri di ricerca. È stata un'analisi a tutto campo, direi. Le conclusioni a cui siamo arrivati sono che certamente le nanotecnologie avranno un grande impatto, sia dal punto di vista scientifico ma anche economico, industriale e sociale. È assolutamente fondamentale affrontare il problema subito per quanto riguarda i Paesi in Via di Sviluppo perché, altrimenti, rischiano di essere emarginati come per le altre grandi rivoluzioni scientifiche e industriali, come avvenuto per le biotecnologie, per esempio. Le nanotecnologie vanno affrontate in modo specifico per i Paesi in Via di Sviluppo, questo è un aspetto molto importante. Entro il prossimo anno vogliamo fare un'analisi paese per paese di quelle che sono le risorse dal punto di vista dell'eccellenza scientifica. Poi, ci sono anche delle priorità, come la purificazione dell'acqua, o per determinati tipi di industrie. È sicuramente emersa la grande importanza dell'educazione: ci sono paesi che stanno promuovendo legislazioni per divulgare le nanoscienze a livello di scuola elementare e queste sono azioni che possono essere fatte immediatamente; poi, quando sono state identificate le priorità dei paesi, questi vanno aiutati e assistiti per quanto riguarda il trasferimento tecnologico, la proprietà intellettuale e così via. Certamente ci sono paesi già molto avanzati fra i Paesi in Via di Sviluppo come la Cina, l'India, il Brasile, il Sudafrica che hanno già programmi molto importanti in questo senso, ma altri paesi, come lei può immaginare, sono molto lontani e per niente consapevoli dell'importanza delle nanoscienze.
    Quali saranno i prossimi passi operativi? Stiamo preparando i Proceedings del convegno. Sono già disponibili in rete, in forma di power point nel website dell'ICS, ma presto prenderanno la forma più completa pubblicati su un giornale. Queste saranno le future linee guida; noi, come istituto delle Nazioni Unite, ci prefiggiamo di coordinare questa azione nel senso di analisi dei problemi, paese per paese, e promozione dell'educazione e abbiamo già un appuntamento per un nuovo incontro fra un anno a Bangalore.(21/2/2005-S.C./Italian Network)


    IN UMBRIA UNA NUOVA FONDAZIONE SULLE BIOTECNOLOGIE TRAPIANTOLOGICHE

    Firmato l'accordo per la costituzione Fondazione sulle Biotecnologie trapiantologiche a Roma, al Ministero della Salute, l'accordo di programma per la costituzione in Umbria della Fondazione I.R.C.C.S. (Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico) sulle "Biotecnologie trapiantologiche".
    L'intesa disciplina l'azione integrata e coordinata degli enti istituzionali per realizzare la Fondazione nella quale far convergere le strutture e le attività assistenziali e di ricerca della Struttura complessa di Ematologia dell'Azienda Ospedaliera di Perugia e le strutture e le attività di ricerca svolte dall'Ateneo di Perugia nei settori dell'ematologia e dei trapianti cellulari in diabetologia e dall'Azienda Ospedaliera di Terni nel settore della neurorigenerazione; si pone inoltre l'obiettivo di qualificare ulteriormente l'offerta assistenziale in favore dei cittadini.

    La Fondazione, una volta costituita, si impegnerà nello sviluppare - nella specializzazione delle biotecnologie trapiantologiche - le seguenti aree tematiche: 1) trapianto di cellule emopoietiche ed ematologia; 2) trapianto di insulae pancreatiche e connessi aspetti di diabetologia; 3) trapianto di cellule staminali per la neurorigenerazione.
    Il documento è stato firmato dal Ministro Girolamo Sirchia, dal Rettore dell'Università di Perugia Francesco Bistoni, dall'assessore Maurizio Rosi per la Regione Umbria, dal sindaco di Perugia, Renato Locchi, dal sindaco di Terni, Paolo Raffaelli, dal direttore generale dell'Azienda Ospedaliera di Perugia, Umberto Pediconi, dal direttore generale dell'Azienda Generale dell'Azienda Ospedaliera di Terni, Luigi Macchitella.
    Secondo il Rettore dell'Università degli Studi di Perugia, professor Francesco Bistoni La costituzione della Fondazione è un fatto estremamente importante per l'Umbria, per la sanità regionale e per l'Ateneo che dà concretezza ad un Centro di eccellenza di rilevanza internazionale. Per l'Università di Perugia, in particolare, si aprono nuove prospettive anche nel circuito europeo della ricerca in campo biomedico.(21/2/2005-S.C./Italian Network)


    A BOLOGNA CENTRO DELLA RETE REGIONALE DI RICERCA INDUSTRIALE:11 LABORATORI, 200 RICERCATORI, 10 CENTRI PER IL TRASFERIMENTO TECNOLOGICO E 2 PARCHI PER L'INSEDIAMENTO DI NUOVE IMPRESE INNOVATIVE

    Sarà Bologna l'area più densa di iniziative ed il centro della nuova rete regionale che ospita ben 19 dei 55 Laboratori per la ricerca industriale e centri per l'innovazione, che il Programma regionale per la ricerca indusrtriale, l'innovazione e il trasferimento tecnologico, ha promosso e definito. A Bologna sono stati selezionati e finanziati dalla Regione ben 11 Laboratori.
    I risultati sono stati illustrati oggi nell'Aula Absidale di S. Lucia dall'assessore regionale alle Attività Produttive Duccio Campagnoli assieme al rettore dell'Alma Mater Pier Ugo Calzolari e agli assessori Pamela Meier della Provincia, Silvana Mura del Comune, al presidente di ASTER Gabriele Falciasecca e a Giancarlo Seconi del CNR.

    "Bologna si presenta come il centro della rete di innovazione regionale - ha detto Campagnoli - e in questo modo la Regione intende anche valorizzare la vocazione di una città di eccellenza per il proficuo incontro tra scienze e industria. La centralità di Bologna sarà anche importante per dare un collegamento internazionale alla rete regionale". "Si tratta di un risultato significativo - ha aggiunto L'Assessore - che mostra anche una grande iniziativa da parte dell'Università di Bologna nei confronti di tutta Romagna, dove l'Università non avrà solo un ruolo legato alla didattica ma anche ad importanti iniziative di ricerca".
    Il territorio di Bologna ha visto inoltre un'ampia partecipazione alla programmazione regionale per le imprese (48 imprese bolognesi su 182 sovvenzionate e sostenute). Questo dimostra - ha concluso Campagnoli - che nell'industria bolognese è forte la spinta verso l'innovazione.

    Nel campo dell'alta tecnologia meccanica e del distretto Hi-Mech il DEIS dell'Università di Bologna ha promosso LARER il laboratorio per l'automazione, l'ISMN del CNR ha dato vita a NANOFABER per la nanofabbricazione, il DIEM dell'Università di Bologna ha sviluppato MATMEC laboratorio per i nuovi materiali, l'IMM del CNR ha sviluppato MISTER per le micro e sub-micro tecnologie nel campo dell'ambiente e dell'energia, ISAC del CNR ha promosso LARIA per il controllo di qualità dell'aria, mentre Enea e Conami hanno promosso ERG per il trasferimento tecnologico nel settore dell'energia.

    Nel settore Scienze della vita l'Università di Bologna ha attivato in collaborazione con il gruppo di ricerca Rita Levi Montalcini il laboratorio ASCLAB sulle cellule staminali, mentre gli Istituti Ortopedici Rizzoli insieme al Cineca ha dato vita a GEBBA-LAB sull'applicazione della bioinformatica alle biotecnologie mediche e il DEIS ha realizzato STARTER il laboratorio per le tecnologie della riabilitazione.
    Nell'area dell'edilizia ci sono invece LARCO promosso dall'ICIE Istituto Cooperativo per l'Innovazione e CECERBENCH dal Centro Ceramico di Bologna.
    Questi laboratori sono raggruppamenti di strutture universitarie di ricerca sostenuti da imprese ed altre organizzazioni pubbliche e private. Sviluppano attività di ricerca applicata su specifiche tematiche di interesse socio-economico e sulla base di un programma di attività. Hanno l'obiettivo comune di aumentare il patrimonio di conoscenza utilizzabile a fini industriali e produttivi e valorizzabile economicamente; sono circa 200 (di cui 120 nuovi) i ricercatori di nuova assunzione impegnati nei laboratori che fanno parte della rete regionale della ricerca industriale nella provincia di Bologna.

    In un contesto di "fuga di cervelli" e di mobilitazione di giovani ricercatori, in difesa di questa attività fondamentale per l'economia della conoscenza, il risultato dell'alleanza sancita con la Legge Regionale 7 del 2002 tra Regione, Università ed Enti di ricerca, appare assai positivo.
    Ai laboratori si affiancano anche i Centri per l'innovazione che sono strutture predisposte per realizzare principalmente trasferimento tecnologico attraverso iniziative di sperimentazione, formazione e aggiornamento permanente rivolte a tecnici di impresa.

    Svolgerà questa attività il centro T3Lab, nato dalla collaborazione e da un impegno comune di Università di Bologna con Assindustria di Bologna e assieme ad esso CALL, che svilupperà le attività già collaudate di Cermet nel campo della certificazione di qualità e dei nuovi materiali. Così come le iniziative di Almaweb (il forum dei talenti con la collaborazione di Ducati, Ferrari e molte altre aziende di eccellenza per il confronto sulle esperienze più significative nel mondo del management innovativo e per la formazione di esperti di trasferimento tecnologico per le imprese).

    Sempre a Bologna saranno insediati CNA Innovazione promosso da CNA, CROSS promosso da ENEA e Unionapi e, nel campo della qualità dell'organizzazione del lavoro, PMI NET promosso da Istituto per il Lavoro in collaborazione con il centro di ricerca tedesco FRAUHOFER; ICOS e Indici opereranno invece nel campo delle tecnologie dell'edilizia.
    Infine nell'area delle nuove tecnologie dell'informazione e telecomunicazione, nascono a Bologna il "Centro Multimediale" che porta a compimento il progetto a cui si lavora da tempo tra Regione, Università e Aster, che intreccia tecnologie della comunicazione digitale per audiovisivo e tecnologie di uso industriale.
    Marconi Wireless promosso dalla Fondazione Marconi e "CENTER" il centro di alta competenza che seguirà tutti gli sviluppi di tecnologia e contenuti della nuova rete regionale LEPIDA.

    Il programma di ricerca regionale completa la realizzazione di questo grande sistema di ricerca e innovazione nella provincia di Bologna con il sostegno alla realizzazione di due nuovi parchi per l'innovazione: cioè aree e strutture dedicate ad ospitare sedi di laboratori e insediamenti di nuove imprese hi-tech nate dai risultati della ricerca; uno sarà collocato all'interno dell'Area di Ricerca del CNR, al Navile, l'altro amplierà l'attuale insediamento di AlmaCube localizzato nell'Area CAAB.
    Va poi ricordata l'importanza dell'impegno del programma regionale sui progetti di ricerca promossi dalle imprese bolognesi e realizzati in partnership con Università e CNR: 48 progetti finanziati per un valore complessivo di 22,3 milioni di euro con un contributo regionale di 8,6 milioni di Euro, oltre a 13 progetti di nuove imprese innovative finanziati per 760 mila euro.(21/2/2005-Italian Network)


    HIMALAYA 2005- PER L'UNIVERSITÀ DI UDINE INDAGINI SULLA FISIOLOGIA DEGLI AMBIENTI ESTREMI

    L'Università di Udine sarà al fianco della spedizione alpinistica "Himalaya 2005", in cui Nives Meroi, Romano Benet e Luca Vuerich partiranno per il Nepal il prossimo 3 aprile alla conquista di altri due "Ottomila".
    Un'équipe coordinata da Pietro Enrico di Prampero, ordinario di Fisiologia alla facoltà di Medicina e chirurgia dell'università di Udine e direttore del centro di eccellenza Mati (Microgravità, aging, training and immobilità) dell'ateneo, finalizzato allo studio della plasticità muscolare in condizioni di stress nell'uomo, dalla microgravità all'invecchiamento, dall'allenamento all'immobilità, monitorerà gli atleti prima e dopo la spedizione.
    Obiettivo, lo studio della neocitolisi al fine di individuare i meccanismi che ne stanno alla base, operazione fondamentale per la messa a punto, in futuro, di rimedi per le nefropatie croniche. Non solo. I ricercatori dell'università di Udine, la cui competenza nel campo della fisiologia dell'esercizio e degli ambienti estremi è riconosciuta a livello internazionale, svolgeranno anche test per misurare numerosi parametri di valutazione atletica.

    Italian Network ha intervistato il prof. Guglielmo Antonutto dell'ateneo udinese per capire le finalità dell'iniziativa. Professore, che analisi effettuerete?

    ANTONUTTO:-Faremo dei test di valutazione circa il massimo consumo di ossigeno, la massima potenza muscolare esplosiva, test di fisiologia prima e dopo la spedizione, per valutare gli effetti eventuali dell'ipossia sull'apparato muscolare e cardiocircolatorio.
    A latere noi intendiamo fare uno studio su un altro fenomeno che si è evidenziato negli alpinisti, nelle persone che vanno in orbita nello spazio e in coloro che fanno lunghi periodi di allettamento in quegli esperimenti di simulazioni del volo spaziale fatto a terra restando distesi a letto per due tre mesi.

    D.-Cosa volete studiare?

    ANTONUTTO:-

    Lei sa benissimo che, andando in montagna ad alta quota, aumentano i globuli rossi, poiché diminuisce la pressione dell'ossigeno nell'atmosfera ed il corpo reagisce costruendo più globuli rossi per catturare quel poco ossigeno che c'è. Quando poi torna a casa, nelle due settimane successive, c'è la distruzione dei globuli rossi in eccesso. Il problema è che vengono distrutti non i globuli rossi vecchi ma i più giovani, un fatto alquanto strano che merita adeguati approfondimenti. D'altro canto, per chi va nello spazio o si trova in una situazione di microgravità, il cuore legge questa nuova situazione come un aumento improvviso dell'aumento della massa del sangue - perché non esiste più la pressione idrostatica - ed anche in questo caso c'è la distruzione di una certa quantità di globuli rossi che non servono ma anche lì sono distrutti quelli più giovani. Noi vorremmo capire il perché di questo meccanismo di distruzione selettiva apparentemente non giustificato. È un po' lo stesso fenomeno che accade anche in alcune patologie, come l'insufficienza renale cronica, dove si ha una produzione ridotta di eritropoietina, e ciò è causa di una produzione di globuli rossi deboli, fragili e che muoiono più facilmente. Probabilmente il meccanismo è simile. Vogliamo capire perché accade ciò: faremo dei prelievi di sangue prima che gli alpinisti partano e appena al ritorno, seguendo questo fenomeno, irrorando i globuli rossi neoformati, caratterizzando nelle loro proprietà di membrana, biochimica e tutto il resto per cercare di capire perché vengono distrutti. Questo fenomeno di chiama neocitolisi.

    D.-Che tipo di ricadute attendete da questi studi?

    ANTONUTTO:-Il volo spaziale è un modello che riguarda le malattie dell'apparato muscolare, atrofie, osteoporosi dell'apparato scheletrico, indebolimento del cuore. Sono tutti fenomeni che si sviluppano in breve tempo - nell'arco della durata del volo spaziale - ma riproducono malattie degenerative che sulla terra ci mettono anni a formarsi. Questi sono modelli sperimentali e consentono di fare degli studi nella patologia degenerativa e da disuso.(14/2/2005-S.C./Italian Network)


    NUOVE TECNOLOGIE DI "INGEGNERIA INVERSA"PER LA COSTRUZIONE DI "MODELLI DIGITALI"

    Il laboratorio Protocenter dell'ENEA di Bologna è impegnato nella riproduzione digitale delle sculture di Luciano Minguzzi e, in occasione del 60° anniversario della battaglia di Porta Lame, il Comune di Bologna, Progetto Nuove Istituzioni Museali, in collaborazione con l'ENEA di Bologna, Unità di Agenzia-Progetti di Trasferimento Tecnologico per le PMI, ha promosso la realizzazione della copia in scala del "Monumento al Partigiano e alla Partigiana" (1947) dello scultore.
    L'intervento, condotto da Sergio Petronilli e Carlo Poli del Laboratorio Protocenter dell'ENEA di Bologna, si è articolato in due fasi distinte: quella di acquisizione della geometria del monumento, mediante la tecnologia denominata ingegneria inversa, e la seconda di prototipazione rapida per la riproduzione delle copie in scala, conformi all'originale.

    Nella salvaguardia dei beni culturali, ed in particolare di quelle opere dove l'aspetto morfologico assume un ruolo primario, l'uso di sistemi di acquisizione digitale e di tipo CAD/CAM consentono, sotto opportune condizioni, sia di ottenere preziose informazioni sulle caratteristiche morfologiche dell'opera d'arte, nel rispetto dell'integrità del reperto, che di eseguire interventi di simulazione e pianificazione dell'azione di restauro.
    L'ingegneria inversa (Reverse Engineering) è quella tecnologia che, a partire dal modello fisico, consente di risalire alla sua descrizione matematica costituita dalle coordinate dei punti sulla sua superficie. Il risultato è una rappresentazione tridimensionale del reperto visibile con i moderni sistemi CAD o fruibile attraverso internet mediante software dedicati. La fase di acquisizione digitale mediante ingegneria inversa del Monumento di Porta Lame è stata svolta mediante l'utilizzo del sistema di scansione a triangolazione laser senza contatto, capace di acquisire ad ogni scansione una grande quantità di punti con elevata precisione, così da mantenere la fedeltà geometrica tra le sculture reali e quelle virtuali. Per la ricostruzione dei modelli digitali tridimensionali sono state eseguite, per ognuna delle due statue, più di trecento scansioni successivamente riallineate mediante l'utilizzo di marker di riferimento, facendo uso di software dedicati al fine di ottenere il modello geometrico completo.

    La scelta della struttura ottimale che consentisse di eseguire le scansioni al coperto, senza ostacoli al posizionamento dello scanner, è stata eseguita mediante una simulazione virtuale dello scenario delle operazioni di scansione. E' stata quindi ricostruita con software CAD (Computer Aided Design), sia la struttura di protezione che la figura di ingombro delle due statue (ottenute da semplici immagini digitali), permettendo di avere informazioni utili sia per la scelta della copertura più idonea, che per il suo posizionamento. Uno dei problemi maggiori incontrati nella fase di ricostruzione dei modelli digitali è stato il completamento della geometria dei modelli nelle zone in sottosquadro, ovvero quelle zone nascoste che il fascio laser non riesce a raggiungere completamente. Per ovviare a questo problema, è stata messa a punto una metodologia che consente di ricostruire parti incomplete di un modello digitale tridimensionale mediante l'uso di un programma di modellazione CAD di tipo free-form.
    Una volta ultimata la fase di ricostruzione dei modelli digitali, si è passati alla fase di prototipazione rapida utilizzando un sistema multigetto (MJM-Multi Jet Modeling, Thermojet) che deposita strati di un materiale termoplastico simile alla cera (dello spessore di circa 0,04 mm). Materiale che presenta buone caratteristiche di applicazione nel processo di microfusione a cera persa, in quanto non genera residui all'interno del guscio ceramico dopo la fase di scolatura, comportandosi come la cera tradizionale e consentendo di ottenere delle fusioni di ottima qualità.
    Obiettivo della fase di prototipazione rapida è quello di ottenere, a partire dal modello digitale tridimensionale opportunamente scalato, un modello da utilizzare come copia sacrificale nel processo di microfusione a cera persa. In questo caso non volendo realizzare il modello pieno, sia per motivi legati al peso che per i problemi relativi alla fusione, è stato necessario creare sul modello digitale un opportuno spessore interno di 4.5 mm, corrispondente a quello minimo in genere usato dalla fonderia Venturi Arte per questa tipologia di oggetti. Dato che le limitate dimensioni di lavoro della macchina non consentono di ottenere dei modelli di dimensioni tali da fornire un aspetto estetico soddisfacente, si è deciso di realizzarli con un altezza di circa 500 mm utilizzando un fattore di scala pari a 0,2 (1:5).

    Questa soluzione ha comportato la divisione del modello in due parti da riassemblare in un secondo tempo, prima della fase di fusione e la creazione di un opportuno accoppiamento geometrico, al fine di consentire il corretto riallineamento del componente superiore con quello inferiore. Particolare attenzione è stata posta alla disposizione del modello rispetto al piano di crescita della macchina di prototipazione rapida, al fine di ottenere sia la migliore qualità superficiale, sia la rimozione ottimale dei supporti depositati dalla macchina per sostenere le parti geometriche in sottosquadro. Per la realizzazione di ogni componente, dei quattro in cui sono state divise le due statue, sono occorse circa 18 ore di lavoro della macchina di prototipazione rapida (Thermojet), in pratica poco più di tre giorni, in quanto la macchina può lavorare in condizioni non presidiate anche durante la notte.
    Dopo la fase di prototipazione si è passati alla fase di desupportazione consistente nell'asportazione del materiale di supporto e a quella di finitura superficiale, allo scopo di preparare i modelli alla successiva fase di fusione. Quest'ultima operazione è stata realizzata nella fonderia Venturi Arte di Bologna che vanta una grande esperienza nella tecnica della fusione a cera persa applicata alla riproduzione di questa tipologia di oggetti. Ottenuti i modelli in bronzo, dopo opportune e complesse fasi di lavorazione, questi sono stati sottoposti a trattamenti termici e di ossidazione al fine di conferire alla superficie la patina con il colore desiderato. In questo caso, la scelta delle patine è stata effettuata con la consulenza dell'Accademia delle Belle Arti di Bologna, consentendo di ottenere un effetto estetico del tutto simile a quello delle statue originali. (14/2/2005-S.C./Italian Network)


    INFN/UNIVERSITÀ DI SIENA/ UNIVERSITÀ DEL MARYLAND E SUD COREANE BATTONO IL RECORD MONDIALE DI DURATA DI VOLO CON CREAM

    Il pallone stratosferico NASA "Cream" ha battuto il record mondiale di durata di volo e da oltre 40 giorni sta volando sui cieli dell'Antartide. Seguendo la circolazione dei venti ad alta quota il pallone, lanciato il 16 dicembre scorso dalla base di McMurdo, ha circumnavigato per tre volte il continente di ghiaccio, indagando i meccanismi delle esplosioni stellari e raccogliendo dati di grande interesse scientifico relativi ai raggi cosmici provenienti dallo spazio.
    All'esperimento, diretto da Eun-Suk Seo, dell'Università del Maryland, partecipano università americane (Maryland, Chicago, Penn State, Ohio), della Corea del Sud (Ewha, KyungPook) e un gruppo italiano (Pisa, Siena, Torino) dell'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN), diretto da Pier Simone Marrocchesi, di cui fanno parte ricercatori del dipartimento di Fisica dell'Università di Siena, con il supporto del Programma Nazionale di Ricerche in Antartide (PNRA).

    Il progetto Cream (Cosmic Ray Energetics And Mass) studia i raggi cosmici, ovvero flussi di particelle cariche di altissima energia, ed è in grado di rivelare particelle di energia mai raggiunta finora da acceleratori sulla terra e pari a circa 1000 TeV (ovvero un milione di miliardi di elettronVolt).
    Cream è stato progettato per indagare sui meccanismi con cui le esplosioni stellari (supernovae) sono in grado di accelerare particelle ad energie così elevate, svelando un mistero che resiste fino dal lontano 1912. Allora, Victor Hess, con i suoi pionieristici voli su pallone, dimostrò per primo l'esistenza di radiazione proveniente dal cosmo.(14/2/2005-S.C./Italian Network)


    LE SFIDE DELLA RICERCA IN MEDICINA ALL'ISTITUTO DI INGEGNERA BIOMEDICA DEL CNR-INTERVISTA CON IL DR.A.SOLURI

    Si è svolta a Roma la Mostra Convegno "Sanit", con l'obiettivo di informare i cittadini sui servizi offerti dalle strutture pubbliche e private e sulle novità nel settore medico. All'interno della manifestazione il CNR ha presentato nuove strumentazioni in grado di dare un contributo importante nella lotta contro le malattie. Tra queste, un dispositivo scintigrafico con puntatore laser per localizzare le lesioni tumorali di pochi millimetri, un naso artificiale per analisi di tipo clinico, sofisticati marcatori di cellule staminali per individuare lesioni cerebrali, radiotraccianti specifici per i tumori di prostata e mammella.
    Italian Network ha intervistato il dr. Alessandro Soluri dell' Istituto di ingegneria biomedica (Isib) del Cnr per approfondire queste importanti novità.

    SOLURI:-Innanzitutto, abbiamo presentato il naso elettronico, un sistema messo a punto dall'Istituto di Microelettronica e Microsistemi del prof. D'Amico a Roma, una macchina che ha già avuto una sperimentazione clinica al Forlanini e, in questo senso, è una delle novità più significative: è un sistema con dei sensori olfattivi che gli consentono di analizzare gli odori; questi segnali sono registrati e confrontati con un database di odori della sostanze analizzate. In tal modo viene stimato il cambiamento di odore della pelle, alito o di una sostanza chimica, come l'urina, ad esempio.
    Prosegue Soluri: Poi, abbiamo presentato un robot con puntatore laser che è in realtà un sistema scintigrafico con la capacità di diagnosticare tumori di piccole dimensioni, fino a 3 millimetri. È una novità assoluta e la società che lo produce è la Li-tech (http://www.li-tech.it), uno spin off del CNR che ha l'obiettivo di realizzare strumentazioni avanzate di imaging. Una novità sul fronte della ricerca nasce dal fatto che noi abbiamo usato questa camera per lo studio delle cellule staminali. Abbiamo fatto degli esperimenti di laboratorio su cellule staminali cerebrali di ratto, marcandole con una sostanza che si chiama bombesina al fine di studiare come le staminali si concentrano in presenza di danno cerebrale. Siccome la bombesina è marcata con un radioisotopo, è possibile seguirla con una gamma camera ad alta risoluzione come la nostra. Abbiamo verificato come la bombesina si accumula nel cervello di un ratto, per cui legandola con le staminali, si potrà mettere a punto un metodo per monitorarle, potendo quindi studiare quante di esse migrano, quante ne permangono e quante se ne riproducono. È una ricerca di base che, anche se non è immediatamente applicativa sull'uomo, può fornirci delle informazioni utili in futuro. È una grande scommessa ed i prossimi passi riguardano lo sviluppo di un sistema specifico di indagine per lo studio sui piccoli animali, da realizzare per mettere a frutto le indagini di laboratorio su farmaci nuovi, staminali e qualsiasi meccanismo che possa aiutare per la prevenzione, al fine di proporlo successivamente su uomo. Abbiamo già avuto dei risultati di nuove molecole utilizzate in indagini diagnostiche su pazienti. Abbiamo sperimentato, infatti, la bombesina, specialmente per i tumori della prostata e della mammella. I risultati sono molto significativi in quanto, ad esempio, per lo studio pilota del tumore della prostata, la bombesina si è dimostrata efficace in senso assoluto, in quanto ci ha permesso di individuare tumori altrimenti non visibili, oltre a localizzare i linfonodi invasi. .
    A carattere più generale, quali sono gli obiettivi di indagine? Dal punto di vista strumentale, siamo in grado di migliorare le tecnologie attuali, parlo dei sistemi diagnostici in ambito ospedaliero. L'obiettivo è di realizzare macchine dedicate a singole patologie: gamma camere per la mammella, la prostata, la tiroide. Il nostro intento è rivolto ad una diagnostica dedicata piuttosto che ad una diagnostica di tipo generalizzato. Vorrei aggiungere come la partecipazione a Sanit del CNR sia importante per far capire come questo Ente da tempo stia compiendo importanti investimenti nella ricerca applicata, tant'è che nella sua riorganizzazione è prevista la creazione di un Dipartimento di Medicina, segno evidente che l'impegno futuro della ricerca si concentrerà, come priorità, su una tematica di grande importanza, scientifica e sociale. .(14/2/2005-S.C./Italian Network)


    SUMMIT SULLA RICERCA ITALIANA A MILANO: LE RICHIESTE DEL "GRUPPO 2003"

    Summit sulla ricerca in Italia al Centro Congressi Fondazione Cariplo nel corso del convegno ‘Il Futuro della Ricerca in Italia’, nel quale sono state presentate le richieste del ‘Gruppo 2003’, che riunisce alcuni tra i più insigni scienziati italiani, tra cui Pier Mannuccio Mannucci, Gianfelice Rocca, Carlo Alberto Maggi, Ernesto Carafoli, Tommaso Maccacaro e Luigi Nicolais.
    Gli scienziati hanno chiesto "Non più precarietà oltre i 35 anni e stipendi mensili di 800 euro, né promozioni favorite da gruppi di potere, ma basate solo sui meriti e le capacità scientifiche. È un diverso metodo di selezione e valutazione dei ricercatori, dei progetti e dei centri, oltre a maggiori finanziamenti e una più intensa collaborazione tra industria e università quello che chiede il Gruppo 2003 per una rinascita della ricerca scientifica in Italia.

    "Il gruppo è nato per dare voce per la prima volta ai ricercatori, spesso esclusi dai dibattiti sulle riforme del sistema italiano della ricerca", afferma il prof. Pier Mannuccio Mannucci, ordinario di Medicina Interna all'Università degli studi di Milano e ideatore del Gruppo 2003, presentando il "manifesto per la ricerca", che propone una drastica riforma della ricerca italiana con l’obiettivo non solo di bloccare la fuga di cervelli, ma di attrarre scienziati da altri Paesi.
    In tale contesto "Il rapporto università-impresa è imprescindibile per la crescita e lo sviluppo della competitività del Paese. E’ necessaria una cultura della misurabilità fondata sulla definizione degli obiettivi, il rendiconto trasparente dei risultati, l’autonomia nel realizzarli" secondo Gianfelice Rocca, vicepresidente di Confindustria con delega all’Education e presidente di Humanitas -. È altrettanto fondamentale, per Rocca, il problema dei finanziamenti. Anche governi di impostazione liberista - gli Stati Uniti per primi - si sono proposti un aumento massiccio e programmato degli investimenti statali in ricerca. E l’Italia non può rifiutarsi di seguire questa strada.
    D'altra parte "Qualunque tentativo di risolvere i problemi della ricerca in Italia che non metta al primo posto un rigoroso riconoscimento del merito delle persone e dei progetti è destinato al fallimento" per Carlo Alberto Maggi, direttore Ricerca e Sviluppo del Gruppo Menarini. Mentre allo stato attuale il sistema italiano è rigido e sono scarsi i livelli di mobilità. E' difficile far carriera negli organismi pubblici, i concorsi sono ancora troppo spesso pilotati e non basati sugli standard valutati all’estero, come impact factor, citation index, pubblicazioni su riviste internazionali o vendita di brevetti. Anche la retribuzione è del tutto inadeguata. Per questi motivi molti scienziati scelgono di lavorare negli Stati Uniti e Gran Bretagna, dove lo stipendio è commisurato ai finanziamenti ottenuti per progetti competitivi (grant) e lo Stato, attraverso agenzie come il National Institute of Health e il Medical Research Council, costituisce uno sportello affidabile e costante in un contesto di competizione sulla base della qualità. Niente di tutto questo avviene in Italia.

    Altro dilemma "La scarsità di fondi e l’incertezza di un nuovo finanziamento privilegiano chi è più affermato e responsabile di grandi gruppi di ricerca" per il prof. Tommaso Maccacaro dell’Istituto Nazionale di Astrofisica, mentre sarebbe necessario "legare adeguati finanziamenti al rendimento scientifico delle strutture, secondo parametri di merito".
    Prioritario, comunque, per una ricerca di base competitiva la collaborazione con l’industria, conclude il prof. Luigi Nicolais dell’Università degli Studi Federico II di Napoli ed assessore all'Università e Ricerca..(14/2/2005-Italian Network)


    UNA DELEGAZIONE DI SCIENZIATI ITALIANI DEL "GRUPPO 2003 PER LA RICERCA" HA INCONTRATO IL PRESIDENTE CIAMPI

    Rivolgendosi agli scienziati del "Gruppo" 2003 per la ricerca giunti al Quirinale per presentare il Presidente della Repubblica il "Manifesto per la rinascita della ricerca scientifica in Italia", il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ha sottolineato "interpreto la vostra presenza qui oggi come testimonianza d'impegno civile al servizio della Repubblica. Ciascuno di voi ha raggiunto risultati di eccellenza in una comunità, come quella scientifica, da sempre aperta al mondo intero. Le dieci proposte che concludono il Manifesto dimostrano la volontà di contribuire come cittadini e come scienziati al progresso civile, culturale ed economico dell'Italia. Ringrazio il Ministro Moratti per avere ricordato quegli aspetti delle Linee guida per la politica scientifica e tecnologica del Governo con i quali il Governo stesso si propone di fornire risposte concrete ad alcune delle questioni sollevate dal "Gruppo 2003".

    Tuttavia, Ciampi ha fatto presente "Non mi stanco di ripetere che questa azione, per essere efficace, richiede un sistema di alleanze fra istituzioni, università ed enti di ricerca, mondo economico e finanziario. È un impegno che va sostenuto anche nello spazio europeo. La dimensione europea offre risorse per superare i limiti. Offre opportunità per coltivare e moltiplicare i talenti."
    Ed ha ricordato "La Commissione europea ha pubblicato questa estate il documento sulle linee guida del 7° Programma quadro di ricerca e sviluppo tecnologico, che rappresenta lo strumento finanziario per l'attuazione della politica di ricerca dell'Unione europea e il Parlamento europeo è nella fase istruttoria della proposta". Tuttavia il Presidente ha sottolineato "Ciò che emerge dal dibattito è il cosiddetto "Paradosso europeo": l'Europa, pur essendo prima nella produzione di pubblicazioni scientifiche rispetto agli USA e al Giappone, è all'ultimo posto per numero di brevetti depositati. La debolezza europea, e ancora di più quella italiana, risiede nell'insufficiente capacità sia di trasformare la conoscenza tecnologica e scientifica in effettive opportunità imprenditoriali sia di conservare e attrarre intelligenze e talenti.
    A questo proposito alcuni vostri suggerimenti appaiono di facile applicazione e possono tornare utili, in questo momento; ad esempio, quello di snellire le pratiche burocratiche per attrarre nei nostri laboratori giovani laureati di Paesi meno sviluppati.

    "Traggo dai miei viaggi in Italia segnali positivi: innovazione, ricerca e formazione sono concetti inscindibili alla base del confronto e dei progetti di sviluppo, al Nord come al Sud. Si cominciano a fare passi concreti: nel 2002 la Confindustria ha organizzato la Prima Giornata della Ricerca, come momento di incontro e di discussione tra il mondo della scienza, quello dell'impresa e quello della politica. Questo evento è divenuto un appuntamento annuale e nel 2004 siamo giunti alla III edizione della Giornata della ricerca.
    Dal 2003, anche la Conferenza dei Rettori ha promosso una giornata annuale di riflessione sullo stato del sistema universitario e della ricerca; a queste giornate la Presidenza della Repubblica, in segno di apprezzamento, ha concesso il suo Patronato.
    Oggi, ricordando questi segnali importanti, vi esorto a lavorare insieme, nella convinzione che il vostro ruolo è strategico. La scienza, è "curiosità seguita da verifica", quello che io chiamo "il gusto dei perché", che impongono la ricerca di risposte. Nessuno conosce meglio di voi l'esperienza del vivere quotidianamente in questo spirito. È necessario anche che continuiate a farvi ambasciatori presso la società dell'entusiasmo e delle difficoltà del vostro mondo. La sfida più importante è risvegliare nei giovani la passione per la ricerca, invogliarli ad iscriversi anche a facoltà scientifiche".(14/2/2005-Italian Network)


    MINISTRO MORATTI: "LA RICRCA ITALIANA STA FACENDO RAPIDAMENTE PASSI AVANTI"

    Presentando il Centro Microsoft di Trieste sulla "Biologia dei sistemi", il Ministro Letizia Moratti ha fatto presente come il Computationl Biology sarà uno dei laboratori italiani di punta nel settore della bioinformatica.
    La ricerca italiana - ha fatto, tra l'altro, notare Moratti- sta facendo velocemente passi avanti: secondo Naturegli scienziati italiani occupano il terzo posto, dopo i colleghi statunitensi e britannici, in quanto a produttività scientifica (numero di ricerche pubblicate per scienziato).

    Inoltre nel mese di dicembre 2004, l'indagine annuale ISTAT sulla scienza in Italia ha rivelato che per il 2002 (ultimo anno disponibile) la spesa totale per la ricerca nel nostro paese dopo dieci anni di calo in cui è passata dall'1,32% del PIL (1990) all'1,04 (1999), ha ripreso a crescere e ha raggiunto l'1,16% del PIL; la spesa pubblica prevista per il 2004 - circa lo 0,60% del PIL - si sta progressivamente allineando con la spesa media europea (0,63%).
    Tra il 2000 e il 2004, il numero di ricercatori italiani è aumentato di 7.000 unità (settore pubblico) e 4.500 (settore privato).
    Infine, il contratto che l'Agusta-Westland, impresa totalmente italiana di proprietà Finmeccanica, si è aggiudicata per la produzione di 23 elicotteri destinati alla Difesa statunitense, è anche il risultato di una industria che investe attualmente il 18% del proprio fatturato annuo in ricerca. (14/2/2005-Italian Network)


    COMPUTATIONAL BIOLOGY. MINISTRO MORATTI: "UN CENTRO INTERNAZIONALE PER APPROFONDIRE LA CONOSCENZA E COMUNICARE I RISULTATI"

    Presentando il Centro Microsoft di Trieste sulla "Biologia dei sistemi" -studio dei sistemi biologici quali i tessuti, gli organi e gli organismi nella loro interezza e non lo studio dei singoli geni o proteine-, il Ministro Letizia Moratti ha fatto presente come il Computationl Biology - che farà parte della rete internazionale di laboratori di ricerca Microsoft attualmente attivi a Pechino, Cambridge, Bangalore, Redmond, San Francisco e la Silicon Valley, a seguito dell'approvazione del programma EuroScience promosso da Bill Gates - sarà uno dei laboratori italiani di punta nel settore della bioinformatica.
    L'iniziativa è nata dalla collaborazione fra MIUR, Ministero dell'Innovazione e delle Tecnologie e Provincia di Trento.

    Il principale obiettivo di questo centro sarà: approfondire la conoscenza e elaborare nuovi metodi di calcolo per l'analisi dei dati genomici e proteomici nei settori della scienza biologica, agraria e della farmacogenomica.
    Gli scienziati multidisciplinari che lavorano nel campo dell'informatica e delle tecnologie della comunicazione saranno affiancati da scienziati italiani che lavorano nei laboratori di biotecnologie e in altri centri di bioinformatica al fine di creare una rete di laboratori avanzati che operano in questi settori in Italia e all'interno della rete di laboratori Microsoft in tutto il mondo.

    Il secondo obiettivo del Centro sarà: diffondere e comunicare i risultati della ricerca a beneficio di tutta la comunità scientifica anche attraverso conferenze aperte, seminari, corsi di formazione per i giovani e l'istituzione di corsi di dottorato.

    Il motivo per cui è stata scelta Trento come sede di questo nuovo centro va ricondotto ai seguenti fattori: Lo sforzo eccezionale profuso da questa provincia italiana nel passato e l'impegno futuro a favorire la ricerca e l'innovazione come fattori chiave dello sviluppo economico.
    Va sottolineato che la Provincia destina oltre il 6% del proprio bilancio ad attività di R&S; la situazione ambientale estremamente favorevole di Trento e della sua Provincia dal punto di vista della buona amministrazione, scuole, alloggi, attività ricreative e risorse naturali; L'immediata disponibilità delle infrastrutture per ospitare il nuovo centro; L'esistenza di un campus universitario abbastanza sviluppato dotato di una moderna Facoltà di Ingegneria e di Informatica, nonché la presenza dell'Istituto Trentino di Tecnologia; L'ampia disponibilità di capitale umano.

    "Sono convinta - ha concluso il Ministro - che, per tutte queste ragioni, la scelta di Microsoft di istituire il proprio centro a Trento sia più che giustificata e spero che molte altre città e regioni italiane vorranno intraprendere simili iniziative. A tal fine, guardo con particolare entusiasmo alle attività della rete dei distretti industriali recentemente avviate in 11 regioni italiane in vari settori di interesse.

    Il Ministro ha anticipato, tra l'altro, che il Governo italiano intende creare a breve tre grandi centri di ricerca bioinformatica, il primo mirato all'acquisizione di dati umani genomici attraverso i più avanzati metodi di analisi, il secondo per lo studio della biodiversità e il terzo per la neuroinformatica. (14/2/2005-Italian Network)


    PROTOCOLLO D’INTESA FRA REGIONE LIGURIA/CNR/ATENEO DI GENOVA: DUE POLI DI ECCELLENZA NELLE TECNOLOGIE MARINE, ENERGIA E AMBIENTE

    Individuare e attivare nuovi strumenti di politica regionale, attraverso i quali promuovere la crescita economica e competitiva delle imprese, incrementando la loro capacità di innovazione intesa come creazione di valore, a partire dalla conoscenza. Avviare la nascita di due Poli di eccellenza, a La Spezia, nelle tecnologie marine e a Savona nelle tecnologie dell’energia e dell’ambiente.
    Questi, in estrema sintesi, gli obiettivi del programma di "Azioni innovative della regione Liguria", per attuare il quale sono stati firmati a Savona, nella sede del Polo universitario, due importanti documenti: un protocollo d’intesa fra il CNR, l’Università degli Studi di Genova e la Regione Liguria e una convenzione fra il CNR e la Regione Liguria.
    Il protocollo d’intesa, che individua nel Consiglio Nazionale delle Ricerche il soggetto capofila operativo per la realizzazione del Programma, sottolinea come "la Regione Liguria abbia assunto l’innovazione e la ricerca a motore della propria strategia di sviluppo, nella consapevolezza che favorire la crescita, la promozione e la diffusione delle attività di ricerca equivale a sostenere, in modo integrato e coordinato, oltre alla competitività e all’innovazione delle imprese, la qualificazione e la professionalizzazione delle risorse umane, l’ammodernamento dell’intera regione e il miglioramento della qualità della vita" .

    Nelle premesse al protocollo si sottolinea come "il settore delle Scienze Tecnologiche sia rilevante per dimensione e per tasso di crescita in due ambiti territoriali - La Spezia, relativamente alle tecnologie marine e Savona relativamente ai temi dello sviluppo sostenibile (energia e dell’ambiente)" segnalando che “in tali ambiti le competenze di ricerca scientifica e tecnologica pubbliche (CNR e Università di Genova) e industriali liguri occupano un posto di grande rilievo a livello nazionale ed internazionale".
    A tale scopo la Regione Liguria, il CNR e l’Università di Genova, dopo un’attività di consultazione delle realtà istituzionali e scientifico - imprenditoriali presenti sul territorio ligure, "concordano sulla necessità di adottare una strategia condivisa per svolgere, nei settori scientifici e tecnologici predetti, interventi e azioni mirate al sostegno delle attività di ricerca, all’incentivazione della mobilità dei ricercatori, sia a livello internazionale, sia a livello di scambi tra mondo scientifico e imprenditoriale, all’efficace coinvolgimento di tutti i soggetti che sono impegni nello sviluppo del territorio, per il raggiungimento di tali obiettivi: Enti Locali, centri di Ricerca, Imprese, Associazioni".

    Le azioni previste per la realizzazione dei due Poli di eccellenza prevedono, rispettivamente:
  • Il rafforzamento delle competenze scientifiche nell’area di interesse, consentendo ai Poli di diventare centri di assoluta eccellenza internazionale in settori ad alta intensità di innovazione tecnologica;
  • Il potenziamento della rete di collaborazioni, che dovrà essere agevole e flessibile;
  • L’impegno a favorire lo sviluppo di imprenditorialità, derivante dall’innovazione tecnologica;
  • L’attrazione di aziende innovative nell’area di interesse, allo scopo di promuovere investimenti in Liguria;
  • il potenziamento di un sistema integrativo volto alla formazione di eccellenza per i diversi livelli professionali necessari allo sviluppo dei campi di riferimento;
  • la promozione dello sviluppo dell’imprenditorialità tecnologica nei comparti di riferimento, attraverso la realizzazione e il potenziamento di iniziative dedicate alla nascita e alla crescita di nuove imprese ad alta tecnologia;
  • l’accelerazione di iniziative volte a favorire la nascita e lo sviluppo di nuove imprese nel distretto, anche attraverso spin- off accademici, d’impresa, di ricerca.

    La cerimonia è avvenuta alla presenza del Presidente della Regione Liguria, Sandro Biasotti, del Vice Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Guido Possa, del Presidente del CNR, Fabio Pistella, del Rettore dell’Università di Genova, Gaetano Bignardi e di Francesco Beltrame, Presidente del Comitato tecnico scientifico del Fondo agevolazioni ricerca del MIUR. (14/2/2005-Italian Network)


    LA REGIONE TOSCANA A CONFRONTO SUL PIANO ENERGETICO- ING.CORALLI:"GUARDARE ALLE FONTI RINNOVABILI ED ALLA STABILIZZAZIONE DEI CONSUMI"

    Si è tenuta il 21 gennaio la "Conferenza Regionale sull'energia", a cui hanno partecipato esponenti del governo locale, di quello nazionale e dell'Unione Europea. È stata l'occasione per presentare il Piano Energetico Regionale della Toscana. Italian Network ha chiesto all'ing. Luciano Coralli dell'ENEA - che ha partecipato alla stesura del piano, di spiegarcene i punti fondanti.

    D.-Qual è l'obiettivo principale del nuovo Piano di Indirizzo Energetico Regionale della Toscana al quale ha collaborato?

    CORALLI:-L'obiettivo del Piano regionale è l'autosufficienza, intendendo questo nel senso che l'offerta regionale deve far fronte alla domanda di energia interna. Questo obiettivo non ha intenzioni autarchiche quanto, piuttosto, è una presa di responsabilità da parte delle istituzioni regionali. Per realizzare un tale obbiettivo un grande contributo è chiesto alle fonti rinnovabili che già ora coprono il 29% del consumo lordo di energia elettrica. È già un contributo notevole, più alto della media delle Regioni e di quella nazionale che è intorno al 15%, in larga misura coperto dalla geotermia . L'obiettivo di lungo periodo è quello di portare le fonti rinnovabili a sostenere il 50% della domanda di energia elettrica in Toscana. A tal fine è necessario un forte rilancio della fonte eolica, per la quale sono state recentemente emanate linee guida per un ottimale inserimento paesaggistico, e delle biomasse agroforestali. Si rende d'altro canto necessario intervenire anche sul lato della domanda di energia per tendere ad una stabilizzazione dei consumi, non dei fabbisogni, aumentando le efficienze negli usi energetici.

    D.-Ci parli delle principali linee del piano regionale.

    CORALLI:-Vi è la necessità di allargare la base produttiva indirizzando le imprese verso tecnologie innovative in impianti di microcogenerazione di energia elettrica e calore e nell'utilizzo di fonti rinnovabili in particolare quelle solari. Perché il mercato elettrico, tendenzialmente soggetto a forti concentrazioni, possa aprirsi ad operatori anche con piccole e medie produzioni è necessario sviluppare le infrastrutture adeguate, in particolare di gas metano aumentando capacità delle reti e disponibilità di gas a livello diffuso non solo per la produzione elettrica ma anche ad esempio nel settore dei trasporti. Per questo motivo la Regione sta sostenendo iniziative per la realizzazione di un metanodotto dall'Algeria e sta valutando le opportunità per terminali di gassificazione. Per garantire l'accessibilità al mercato elettrico a produttori di piccole dimensioni occorre poi un sostegno finanziario che potrebbe essere costituito da agevolazioni al credito e tariffe agevolate per rendere remunerativa la produzione elettrica da piccoli impianti. Verranno inoltre promosse quelle realizzazioni produttive per le quali la fattibilità economica può derivare dall'incontro a livello locale tra produttori e piccole comunità di utenti/consumatori . Sul lato della domanda con una maggiore efficienza degli impianti ed un uso razionale dell'energia si riduce la forbice attualmente ancora molto elevata tra consumi di combustibili e fabbisogni energetici: per ottenere l'energia che serve si consuma molto più combustibile di quello che sarebbe necessario, con rendimenti molto bassi ed utilizzando fonti non rinnovabili. Con questo nuovo Piano di indirizzo energetico la Regione promuove la qualità nella produzione e nel consumo di energia , una sorta di chilovattora DOC, per favorire la competitività dei produttori regionali anche nel mercato globalizzato dell'energia.
    Il piano interviene in un quadro energetico in evoluzione. Ecco alcuni dati. L'aumento dal 25 al 29 per cento tra il 1997 e il 2003 della quota di produzione annua di energia elettrica da fonti rinnovabili, un dato in controtendenza rispetto a quello nazionale (calo dal 17 al 15 per cento) e che esprime una crescita delle fonti rinnovabili percentualmente maggiore di quella dei consumi elettrici.
    Nel periodo 1990-2001 si è registrata una crescita dei consumi energetici complessivi pari a circa l'1 per cento annuo. La metà dei consumi interni lordi toscani è coperta dai prodotti petroliferi, con una forte dipendenza dal petrolio, sebbene in diminuzione. Anche il ricorso ai combustibili solidi è diminuito (6 per cento dei consumi), mentre il consumo di gas naturale è aumentato del 75 per cento negli 11 anni considerati, giungendo a rappresentare circa un terzo del totale.
    L'indice di autosufficienza energetica, che è calcolato come il peso percentuale della produzione energetica sul consumo interno lordo, mostra un incremento dal 1990 al 2001 della capacità di soddisfare autonomamente il consumo interno, dal 10 al 12 per cento, in controtendenza rispetto all'andamento nazionale.
    Nel 1990 la Toscana presentava un deficit elettrico di circa il 15 per cento; successivamente la necessità d'importare energia elettrica è via via diminuita, fino ad avere un esubero nel biennio 1997-1998, con una conseguente esportazione di circa l'8 per cento. Successivamente, però, la situazione si è nuovamente ribaltata: la Toscana è tornata ad importare elettricità.(7/2/2005-Italian Network)


    ITALIA/USA- RICERCA SU MORBO DELLA MUCCA PAZZA NELL'UOMO: LE CELLULE NERVOSE MUOIONO PERCHÉ MESSE A TACERE

    Dall'Istituto Telethon Dulbecco tre pubblicazioni sulle malattie genetiche da prioni suggeriscono l'ideazione di nuovi farmaci. Autore delle stesse è Roberto Chiesa, ricercatore dell'Istituto Telethon Dulbecco presso il Dipartimento di Neuroscienze dell'Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri a Milano.
    Per bloccare le malattie da prioni di origine genetica simili al morbo della "mucca pazza" e prevenirne i sintomi neurologici non basta impedire il suicidio delle cellule nervose nel cervelletto, ma occorre anche ripristinare il dialogo tra i neuroni ostacolato dall'accumulo di prione, la versione infettiva e alterata della normale proteina PrP: ecco la scoperta pubblicata su PNAS, frutto di una collaborazione con David Harris, professore alla Washington University School of Medicine di St. Louis, USA.

    Lo studio riguarda la comprensione dei meccanismi responsabili della morte delle cellule nervose nelle malattie genetiche da prioni, chiamate anche encefalopatie spongiformi ereditarie, malattie neurodegenerative familiari che comportano la morte di alcuni tipi di neuroni, mancanza di coordinazione nei movimenti e demenza. Obiettivo della ricerca era far luce su un argomento molto dibattuto nell'ambito delle patologie neurodegenerative come le malattie da prioni, l'Alzheimer, il Parkinson e la corea di Huntington, cioè capire se la causa di questi disturbi fosse la morte dei neuroni oppure il loro malfunzionamento per la perdita o per un guasto delle cosiddette sinapsi, bocche e orecchie di neuroni vicini che permettono loro di comunicare.
    Chiesa e la sua equipe ha lavorato su un modello animale della forma genetica delle malattie da prioni che nell'uomo si chiama morbo di Creutzfeldt-Jakob ed è simile a quella causata da ingestione di carne infetta dal morbo della "mucca pazza". Qui l'accumulo dei prioni nel cervello provoca il suicidio dei cosiddetti neuroni granulari del cervelletto.
    Man mano che questi neuroni muoiono i topi sviluppano una sindrome neurologica fatale. Per salvare i neuroni e bloccare la progressione della malattia ci sembrava sufficiente togliere un gene responsabile del suicidio cellulare chiamato Bax. Con grande sorpresa, i ricercatori hanno visto che, nonostante l'inattivazione di Bax impedisca il suicidio dei neuroni, i sintomi restano e i topi continuano ad ammalarsi.

    Da qui l'idea che la malattia derivi innanzitutto da danni alle connessioni nervose dovuti all'accumulo del prione. Commenta Chiesa: "La scoperta potrebbe avere importanti implicazioni terapeutiche: se quanto osservato nel modello animale è indicativo di quanto avviene nell'uomo, per impedire ai pazienti di ammalarsi non basta prevenire la perdita dei neuroni, ma occorre trovare farmaci capaci anche di mantenere la funzionalità delle sinapsi".
    Gli altri due lavori, che hanno come primo autore Luana Fioriti, indagano più nel dettaglio quello che succede al prione e rappresentano il seguito dei risultati pubblicati da Chiesa nel 2003. In particolare, l'articolo sul Journal of Biological Chemistry dimostra come non sia il semplice accumulo del prione all'interno della cellula nervosa a esserle tossico e letale, nemmeno nel caso in cui la "macchina tritarifiuti" della cellula (chiamata proteosoma) che dovrebbe smaltirlo non funzioni. È un risultato importante per la clinica, in quanto smentisce l'idea che farmaci utilizzati per la cura di alcuni tumori e capaci di fermare il "tritarifiuti" potessero aumentare il rischio di sviluppare malattie da prioni, rischio apparentemente infondato.(7/2/2005-Italian Network)


    FINANZIATO DALL'UNIONE EUROPEA UN PROGETTO PER LA LAMPADINA DEL FUTURO GRAZIE A "OLLA"- IL DR.ARMAROLI DELL'ISOF-CNR SPIEGA L'INTERVENTO ITALIANO

    L'Unione Europea finanzia il progetto OLLA, nato dalla collaborazione fra 24 Centri di ricerca pubblici, Università e Partner Industriali, il cui obiettivo è di realizzare tecnologie di illuminazione innovative basate sull'uso di moduli piatti.
    Al progetto partecipano per l'Italia l'Istituto per la Sintesi Organica e la Fotoreattività del CNR di Bologna (Isof-Cnr) ed il Laboratorio Nazionale di Nanotecnologie dell'Infm di Lecce. Per ottenere elevata luminosità con basso consumo di energia Olla, Organic high brightness emitting diodes for ICT & Lighting Applications, punta alla realizzazione di sistemi di illuminazione innovativi basati su Oled, Organic Light-Emitting Diodes. Si tratta di fogli flessibili e piastrelle da utilizzare per illuminazione ad alta efficienza che, entro il 2008, dopo un'adeguata messa a punto, potranno progressivamente sostituire gli attuali sistemi in uso.

    Italian Network ha chiesto al Dott. Nicola Armaroli di Isof-Cnr quali sono le premesse alla base dell'avvio di OLLA:

    ARMAROLI:-L'Europa ha avuto per tantissimo tempo la leadership nel mercato dell'illuminazione; le più importanti industrie che producono lampadine sono europee. Negli ultimi anni la tecnologia dell'illuminazione si sta evolvendo rapidamente e, in questo settore, Giappone e Stati Uniti stanno facendo notevoli passi avanti: c'è il rischio che l'Europa perda questa grande tradizione, una fetta di mercato importante e le possibilità economiche ad essa connesse. Per questo motivo, grandi imprese europee come Philips, Osram e Siemens hanno deciso di dare una sferzata al settore, coinvolgendo i centri di ricerca europei le cui competenze possono essere combinate per sviluppare nuove tecnologie di illuminazione. Queste competenze debbono essere estremamente variegate, e vanno dalla chimica di sintesi all'ingegneria dei nanosistemi. Il progetto OLLA ha ottenuto un cospicuo finanziamento dall'Unione Europea, che è molto interessata a mantenere anche in futuro il predominio continentale nel settore dell'illuminazione, quando le nuove tecnologie modificheranno progressivamente il mercato attuale, dominato dalle lampade a incandescenza e a fluorescenza..

    D.-Mi spiega meglio il contributo italiano al network?

    ARMAROLI:-Nei nostri laboratori di Bologna ci occupiamo di fotochimica e, tra le altre cose, studiamo molecole che, sotto l'azione della luce ultravioletta (non visibile all'occhio) o per azione di un debole campo elettrico, possono emettere a loro volta luce visibile di qualsiasi colore. Questi studi vengono condotti nei nostri laboratori da più di 20 anni, quindi abbiamo una grande esperienza nel progettare molecole luminescenti con specifiche caratteristiche chimiche e fisiche, quali ad esempio l'emissione nel blu, nel verde o nel rosso, i tre colori fondamentali per ottenere luce bianca. In altre parole il nostro contributo sarà quello di progettare e studiare le molecole luminescenti da inserire nello strato attivo dei fogli OLED il cui spessore sarà dell'ordine dei 100 nanometri (100 miliardesimi di metro); in pratica dobbiamo occuparci del cuore del sistema. Sarebbe come se, in un progetto per una nuova auto, noi dovessimo progettare e testare il motore. Le molecole verranno progettate insieme ad un laboratorio del CNRS francese con cui collaboriamo da anni, il tutto con un continuo scambio di informazioni e idee con Philips. In Francia le molecole verranno sintetizzate, a Bologna se ne studieranno in dettaglio le proprietà di luminescenza in varie matrici. Se il test è positivo, il materiale verrà passato ad altri partner del progetto che, attraverso una catene successiva che implica altri 20 centri di ricerca e sviluppo si arriverà a produrre un prototipo, che passerà in seguito alla produzione industriale. In questa lunga catena gioca un ruolo importantissimo il Laboratorio Nazionale di Nanotecnologie di Lecce che si occuperà della deposizione dei film luminescenti sui supporti solidi.

    D.-Quali saranno i primi step?

    ARMAROLI:-Sono già partiti e riguardano un'analisi della letteratura scientifica internazionale circa quelle che possono essere le classi più promettenti di composti da utilizzare come materiali attivi e soprattutto quelle che ancora non sono state brevettate dai concorrenti, in modo tale da avere la completa proprietà intellettuale del processo. Alcuni nuovi materiali luminescenti sono già sotto indagine.

    Quali differenze ci saranno tra i dispositivi di illuminazione OLED e quelli tradizionali?

    ARMAROLI:-Oggi gli apparecchi per l'illuminazione sono principalmente puntiformi: ovvero una sorgente di grande potenza concentrata in una regione molto limitata. Il concetto OLED è diverso: si disporranno di sorgenti diffuse su ampie superfici lungo due dimensioni, quindi saranno ideali per display luminosi nei veicoli (auto, aerei, navi) o come retroilluminazione negli schermi a cristalli liquidi. Ma la prospettiva più importante è quella dell'illuminazione degli ambienti interni: abitazioni, uffici, musei, negozi, sale esposizioni. Il vantaggio consisterà nel modulare l'intensità ed il colore della luce a seconda delle ore del giorno o delle circostanze specifiche con un'efficienza energetica ed una versatilità irraggiungibili con le tecnologie attuali. In futuro possiamo immaginare che i dispositivi luminosi OLED saranno integrati nelle tende o, nella versione a trasparenza totale, persino nei vetri delle finestre.

    Gli Oled sono dispositivi che stanno rivoluzionando il mondo delle sorgenti luminose. In particolare, stanno mostrando grandi potenzialità per lo sviluppo di moduli solidi piatti e flessibili (fogli) o piastrelle, che oltre ad illuminare potranno anche arredare, una tendenza in prossima affermazione in tutto il mondo. L'obiettivo è di ottenere prodotti con un tempo di vita di almeno 10.000 ore, 10 volte superiore alla durata di una lampada ad incandescenza standard, e un'efficienza di 50 lumen per Watt.

    ARMAROLI:-Questo approccio permetterà un risparmio notevole di risorse naturali nella produzione e nell'uso di sorgenti luminose. Con una diffusione sul mercato europeo del 30% gli apparecchi per illuminazione OLED permetteranno un risparmio annuale di energia elettrica per l'Europa pari a 35 TWh ed eviteranno l'immissione in atmosfera di 45 milioni di tonnellate di anidride carbonica l'anno, quanto emesso da più di 20 moderne centrali termoelettriche a gas naturale di grande potenza. Questi sono obiettivi importanti: il problema delle limitate risorse energetiche del pianeta deve oggi essere alla base di qualsiasi progetto industriale innovativo.
    Quest'ultimo importante tema è stato discusso dallo stesso ricercatore del CNR, assieme al Prof. Vincenzo Balzani dell'Università di Bologna, nel recente volume Energia Oggi e Domani, che sta avendo un eccellente successo di critica e pubblico.
    Il libro sarà presentato il 10 Febbraio 2005 presso l'Ateneo bolognese, alla presenza del Rettore e di alcuni tra i principali esperti italiani del settore.(7/2/2005-Italian Network)


    BREVETTO ENEA IN VETERINARIA DI PRODOTTI VEGETALI

    L'Unità Tecnico-Scientifica Biotecnologie, Protezione della Salute e degli Ecosistemi (UTS BIOTEC), presso il Centro Ricerche della Casaccia dell'ENEA, ha avviato una nuova linea di ricerca che ha conseguito il brevetto (RM2004A000393): "Composizione Naturale con Proprietà Cicatrizzante, Repellente e Biocida per il Trattamento e la Risoluzione delle Lesioni Esterne", inventori: Fiorella Carnevali e Stephen Andrew Van der Esch. Depositato il 3 agosto 2004 dall'Unità Proprietà Intellettuale e Brevetti dell'Ente, il testo sarà coperto dal segreto brevettuale per i prossimi diciotto mesi (fino al febbraio 2006).
    Da alcuni anni i ricercatori ENEA studiano le possibili applicazioni di sostanze naturali, salubri ed ecocompatibili nei settori agrario e veterinario, in alternativa ai prodotti di sintesi chimico-industriale. I ricercatori ENEA, rispettivamente medico veterinario e biologo, si proponevano di verificare la validità di una miscela a base di sostanze vegetali come medicamento esterno da utilizzare in campo veterinario. Di conseguenza hanno promosso e avviato una serie di attività sperimentali coinvolgendo anche istituzioni esterne all'Ente.

    Il preparato è stato provato sui cavalli dei Corazzieri del Quirinale e del Reggimento Carabinieri a cavallo e sugli animali ricoverati presso l'ospedale veterinario dell'Esercito di stanza a Montelibretti (Roma). La sperimentazione è stata successivamente estesa ad alcuni allevamenti suinicoli in Emilia - Romagna e a casi di piccoli e grandi animali affidati a professionisti veterinari a conoscenza dell'efficacia del brevetto.
    Le sperimentazioni fino ad ora effettuate hanno dimostrato come sia possibile risolvere le lesioni esterne degli animali, di qualunque natura ed estensione, mediante modulazione del processo cicatriziale, senza trattamento antibiotico locale (ad eccezione di un trattamento antibiotico sistemico da effettuarsi nelle prime fasi di attivazione della protezione superficiale del tessuto di granulazione), e con effetto repellente nei confronti dei ditteri miasigeni che colonizzano le piaghe e le lesioni esterne degli animali e dell'uomo.
    L'obiettivo finale della ricerca è fornire con la somministrazione di un unico prodotto tutti gli ausili terapeutici attualmente a disposizione (disinfettanti, antibiotici, lenitivi, idratanti, repellenti ecc) per la terapia delle lesioni esterne, utilizzabile anche nelle situazioni in cui non sia possibile ricoverare gli animali e nei casi di alterazioni dei processi di cicatrizzazione legate a malattie metaboliche o malattie croniche invalidanti.

    Il brevetto offre pertanto il vantaggio di riunire in un'unica preparazione tutti i medicamenti attualmente utilizzati per la terapia e la cure delle lesioni esterne. Attualmente sul mercato non esiste un corrispettivo del brevetto messo a punto dai ricercatori ENEA.
    L'innovatività del brevetto risiede nell'utilizzazione di soli estratti naturali, non tossici, biodegradabili ed eco-compatibili. Il suo interesse applicativo risiede nelle attività economiche legate in senso lato al settore veterinario, con riferimento ad una molteplicità di animali da reddito e/o da lavoro, senza escludere quelli da compagnia. Potenziali utenti sono, ad esempio, gli allevamenti, gli ospedali veterinari, le cliniche per grandi e piccoli animali e gli ambulatori dei liberi professionisti. Partendo da simili considerazioni è stata avviata la fase di ricerca di ditte italiane ed estere, potenzialmente interessate allo sfruttamento commerciale del brevetto.
    Il prossimo obiettivo sarà quello di trovare i finanziamenti necessari ad una più approfondita verifica dell'efficacia terapeutica osservata nella sperimentazione clinica preliminare, utilizzando una casistica più ampia, sempre a partire da animali già feriti (il cosiddetto "regime di compassione").
    A tale proposito si prevede, tra l'altro, di avviare un progetto di ricerca europeo sull'utilizzazione di composti naturali in zootecnia biologica, con particolare riferimento a quelli oggetto del brevetto ENEA.(7/2/2005-Italian Network)


    12/20 FEBBRAIO A BRUXELLES EXPO' "TERRE ET ESPACE 2005":CONFERENZA INTERNAZIONALE SULLA COOPERAZIONE SPAZIALE

    Si terrà dal 12 al 20 febbraio l'EXPO' Terre et Espace ed il 17 e 18 la Conférence internazionale sulla Cooperazione spaziale a Palazzo Charlemagne, promosso dalla Commissione europea in collaborazione con l'Agenzia Spaziale Europea (ESA).
    All'incontro prenderanno parte esponenti del mondo politico, esperti di astronautica ma anche il grande pubblico.

    A Bruxelles si vuole aprire una nuova pagina sull'osservazione della terra e le applicazioni della ricerca spaziale nella societa' civile. La recente tragedia che ha coinvolto i popoli dell'Asia sottolinea l'importanza della scienza nella tutela della società civile. Dunque, il futuro è affidato all'osservazione dei fenomeni, alla loro interpretazione, alla informazione dei politici ed alla messa a punto di politiche adeguate alla salvaguardia della terra e degli esseri umani.
    Quella di Bruxelles è la prima iniziativa concreta, sul lungo termine, in materia di cooperazione mondiale per l'osservazione terrestre, che permetterà di porre le basi di un Piano decennale per l'utilizzo comune dei sistemi di osservazione della terra (SSMOT).

    Nel contempo, a Bruxelles, sarà ospitata per nove giorni una mostra interattiva per sensibilizzare i visitatori verso i diversi argomenti legati alla Terra ed allo Spazio.
    Il via alla cerimonia di apertura della conferenza si preannuncia suggestivo e spettacolare ed altrettanto interessante la mostra che proporrà il satellite Ariane 5, oltre ad una visita virtuale alla stazione spaziale internazionale, insieme a tutta la piu' avanzata strumentazione per l'osservazione terrestre, marittima ed aerea della Terra.

    Per non parlare della "Galleria dello spazio" che mostrerà immagini impressionanti della terra vista dal cielo grazie alle foto satellitari.

    Per ulteriori informazioni: sito Internet: www.http://europa.eu.int/space/esw, oppure Donna Reay, DG Recherche Tél: +32.2.299.37.69 Courriel ; donna.reay@cec.eu.int.(7/2/2005-Italian Network)


    A BARI ATTIVO IL PRIMO CENTRO DI CHIRURGIA ROBOTICA- A COLLOQUIO CON IL PROF.ENRICO RESTINI

    Presentato a Bari, nel corso del convegno nazionale dal titolo "Le grandi sfide della chirurgia tecnologica: la chirurgia robotica", il sistema di chirurgia robotica acquisito, con un investimento dioltre 2 milioni di euro, dalla Casa di Cura La Madonnina - della società La Nuova Sanità Srl facente parte del Gruppo Sanitario CBH s.p.a., diventando, così, la prima clinica pugliese, la terza nel Mezzogiorno, ad aver accettato la grande sfida della chirurgia tecnologica.
    Si tratta del Sistema Chirurgico Robotico daVinci™, prodotto dalla Intuitive Surgical, distribuito ed assistito in Italia da ab medica s.p.a. di Lainate (Milano) che gestisce il "da Vinci" ed altri sistemi all'avanguardia nella chirurgia robotica: grazie a questa azienda privata italiana tale disciplina è oggi più diffusa in Italia rispetto ad ogni altro Paese europeo e l'Italia è ai livelli più alti di affidabilità al mondo nel campo della chirurgia mininvasiva.
    Il Sistema daVinci è guidato dalle mani esperte del Dottor Enrico Restini, pugliese, medico chirurgo specialista in oncologia, tra i pochi chirurghi italiani professionalmente riconosciuti all'utilizzo del Robot dalla società produttrice.

    Le prospettive della chirurgia robotica sono infinite in quanto la ricchezza di questa disciplina, intesa come scienza di assistenza alla chirurgia, è dovuta alla ripetibilità delle esecuzioni, alla loro precisione, alla loro documentabilità su nastro magnetico o su dvd. Un secondo rilevante aspetto riguarda, in virtù delle comunicazioni via cavo (satellite, telefono, modem, isdn), il comando a distanza dal quartiere operatorio.
    Infatti, con il sistema chirurgico robotico e l'assistenza di centrali di ascolto e d'intervento ci avviamo verso un'era sempre più avveniristica della chirurgia, in grado di offrire una gestione informatica dell'assistenza al paziente mediante trasmissione di dati, d'immagini, di voce e di segnali, utili alla diagnosi e alla terapia.

    Italian Network ha intervistato il prof. Restini per capire meglio, utilizzi e prospettive di questa tecnologia.

    RESTINI:- Si tratta di un sistema robotico utilizzato in tutti gli interventi di chirurgia generale e in alcuni di urologia. Specificatamente, il robot sarà impiegato, soprattutto, nella fase ricostruttiva di interventi complessi, in cui è necessario eseguire delle suture particolarmente difficili. Inoltre, la nostra scommessa consiste nella decisione di ampliare le utilizzazioni, cercando di eseguire con il robot, oltre agli interventi su stomaco e colon, una tipologia più vasta di interventi come nella chirurgia della prostata. Infatti, il problema della chirurgia robotica non è nelle indicazioni - perché si può fare tranquillamente tutto ciò che già si fa in laparoscopia, con in più la possibilità, potendo muovere lo strumento nello spazio, di fare cose più vicine alla chirurgia tradizionale. Piuttosto, il problema risiede nei costi e, solitamente, è utilizzato in interventi di alta complessità. Noi riteniamo che, aumentando il numero di applicazioni, si possa abbassare il costo per procedura, riportandolo pressoché vicino a quello della chirurgia laparoscopica; quindi, si arriva alla massa critica di interventi che è economicamente vantaggiosa.

    D.-Professore, mi parli della sua formazione professionale e come è arrivato alla chirurgia robotica.

    RESTINI:- Nel '99 ho iniziato ad operare con i robot, una tecnica che ho cercato di migliorare recandomi negli Stati Uniti per acquisire dimestichezza con la macchina. In verità, ho compreso che soltanto gli interventi veri e propri e l'uso diretto sul paziente fa comprendere qual è il rapporto con lo strumento. Inoltre, l'esperienza di decine di migliaia di interventi laparoscopici, ha costituito un capitale di conoscenze che è diventato molto utile al momento del passaggio alla chirurgia robotica, la sua "consecutio" naturale ed in "continuum" con la chirurgia generale. Io porto quale mio onore l'aver avuto la responsabilità del primo reparto autonomo di chirurgia laparoscopica d'Italia, fatto in un piccolo ospedale della Puglia e, poi, trasferito all'ospedale di Bari; non tanto un esperimento di tipo tecnico quanto un esperienza professionale: aver dimostrato che, l'uso intensivo della laparoscopia, in applicazioni come le addominali e in alcuni interventi che sostanzialmente potevano avere indicazioni estreme per la chirurgia laparoscopica, alla fine ha portato ad un abbattimento dei costi e la riduzione della degenza media. Questa metodologia, che noi avevamo sperimentato in una piccola realtà pubblica, ha moltiplicato la sua valenza in una realtà più grande, in cui mi è stato permesso di utilizzare di fatto 5 sale operatorie e 60 posti letto, con grande soddisfazione dei pazienti e aumentando la complessità degli interventi, rivolgendoci, ad esempio, al settore oncologico con la cura del cancro del colon e dello stomaco, in cui si inizia a intravedere l'alternativa alla chirurgia tradizionale aperta. Ciò è merito non soltanto delle singole capacità tecniche, ma di tutto il gruppo, capace di modificare la propria organizzazione nel senso di aumentare il "peso" dei pazienti trattati. (31/1/2005- S.C. - Italian Network)


    DAL CNR SENSORI PER LA SICUREZZA DELLE GRANDI INFRASTRUTTURE CIVILE

    L'Istituto per il rilevamento elettromagnetico dell'ambiente (Irea) del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Napoli ha sviluppato nuove metodologie di sicurezza ferroviaria attraverso l'uso di sensori, in particolare di sensori in fibra ottica. La notizia giunge in un momento in cui lopinione pubblica è ancora colpita dalla tragedia ferroviaria di Crevalcore, in cui sono perite 19 persone.
    Italian Network ha chiesto al dr. Romeo Bernini, ricercatore dell'Irea-Cnr di spiegare come sono nati questi sensori:

    BERNINI:- Lo sviluppo di questi sensori è nato all'incirca nel 2001 per una collaborazione tra me ed il Prof. Luigi Zeni della Seconda Università di Napoli. In particolare, è stato l'argomento della tesi di dottorato dell'Ing. Aldo Minardo. L'attività è stata successivamente finanziata dal MIUR e dal Centro Regionale di Competenza "Analisi e Monitoraggio del Rischio Ambientale" CRdC-AMRA della Regione Campania.

    D.-Ce ne parli più diffusamente.

    BERNINI:-In questo tipo di sensori il "sensore" vero e proprio è una semplice fibra ottica di quelle utilizzate anche nelle telecomunicazioni. Inviando opportunamente della luce nella fibra dalla misura della luce riflessa e trasmessa e possibile determinare la temperatura e le eventuali deformazioni a cui è sottoposta la fibra. quindi è possibile misurare la temperatura e/o le deformazioni della struttura dove è stata collocata la fibra.

    D.-Attualmente a che punto è la ricerca? Quali sono le prospettive future di sviluppo e/o sperimentazione?

    BERNINI:-Allo stato attuale sono state condotte in laboratorio una serie di misure che hanno dimostrato la validità di questi sensori su fibre lunghe fino al Km con la risoluzione del metro. Gli sviluppi futuri prevedono prove su fibre più lunghe (decine di chilometri) ed un incremento della risoluzione. Per quanto riguarda le applicazioni, questi sensori possono essere utilizzati per monitorare l'integrità di grandi strutture civili come ponti, dighe, oleodotti. Ad esempio, da poco è partita una sperimentazioni con dei colleghi di ingegneria civile per misurare le deformazioni di travi di acciaio. Per l'applicazione al campo ferroviario di questi e di altri sensori a fibra ottica è stato presentato un progetto che è in fase di valutazione presso il MIUR il cui cordinatore è il Prof. Antonello Cutolo dell'Università del Sannio ed in cui sono coinvolti l'Università del Sannio, il mio Istituto, la Seconda Università di Napoli, l'Istituto di materiali compositi e biomedici (Imcb-Cnr) e la Circumvesuviana di Napoli.(31/1/2005-Italian Network)


    SCLEROSI LATERALE AMIOTROFICA: ORA L'OBIETTIVO È RIDURRE LA PERDITA MUSCOLARE

    Il gruppo coordinato da Antonio Musarò del dipartimento di Istologia ed Embriologia Medica dell'Università di Roma La Sapienza ha pubblicato sul Journal of Cell Biology uno studio secondo cui aumentando la dose di una proteina chiamata mIGF-1 (Insulin-like Growth Factor) nel muscolo del modello animale colpito dalla sclerosi laterale amiotrofica (SLA) si riesce ad attenuare il declino muscolare, ad attivarne la rigenerazione ed a rallentare la degenerazione dei motoneuroni, le cellule nervose localizzate nel midollo spinale che trasmettono i comandi ai muscoli.
    Il progetto si propone di caratterizzare i fattori responsabili della degenerazione muscolare osservata nella SLA, una delle più severe malattie neurodegenerative dell'individuo adulto tristemente famosa tra gli sportivi, in cui la morte dei motoneuroni altera la funzionalità del muscolo scheletrico causando paralisi e atrofia muscolare. Inoltre è compromessa la rigenerazione muscolare, danneggiando ulteriormente l'architettura e il funzionamento del muscolo.
    La principale causa della malattia risiede in un difetto nel gene per un enzima chiamato superossido dismutasi 1 (SOD1)

    Lo studio delle basi molecolari della patologia è reso possibile da un modello animale che mostra lo stesso quadro clinico dei pazienti con SLA e rappresenta un eccellente modello sperimentale per la ricerca preclinica, quella che precede lo studio sui pazienti.

    Per aiutare il muscolo a mantenere volume, dimensioni e funzionalità, i ricercatori hanno aggiunto nei muscoli del topolino malato la proteina mIGF-1, che non a caso si chiama "fattore di crescita": il suo ruolo è infatti quello di favorire il benessere del muscolo facendolo crescere e funzionare a dovere. Il risultato è sorprendente: gli animali vivono circa 30 giorni in più e tra gli effetti osservati ci sono l'integrità dei muscoli, una maggiore attività delle cellule satelliti - quelle che rimpiazzano le fibre danneggiate - e un aumento della sopravvivenza dei motoneuroni, con un rallentamento della comparsa e della progressione della malattia.
    Il muscolo scheletrico si è infatti rivelato un bersaglio primario del difetto nel gene SOD e produce fattori appropriati, come mIGF-1, che riducono la degenerazione delle cellule nervose. Conclude Musarò: "La SLA sta emergendo come una malattia "multisistemica" in cui il danno simultaneo a diversi tipi cellulari, muscolo, neurone e glia, potrebbe aggravare la progressione della malattia stessa". (31/1/2005-Italian Network)


    UN NUOVO TIPO DI FARMACI INTELLIGENTI EFFICACI CONTRO LE LEUCEMIE

    Scienziati dello IEO, dell'IFOM e dell'Università di Milano hanno identificato una nuova classe di farmaci in grado di provocare il suicidio delle cellule leucemiche. La sperimentazione in modelli animali ha dimostrato che questi farmaci sono attivi su vari tipi di leucemia e che sono totalmente non-tossici per le cellule sane.
    Si chiamano "inibitori delle deacetilasi" e riescono a innescare un meccanismo di autodistruzione nelle cellule della leucemia, senza provocare danni alle cellule sane. Si tratta quindi di farmaci che colpiscono i meccanismi propri del tumore, risparmiando i tessuti dell'organismo. È questa un'altra dimostrazione che produrre "farmaci intelligenti" è possibile, ed è stata ottenuta da un team di ricercatori del Campus IFOM-IEO di Milano (IFOM Fondazione Istituto FIRC di Oncologia Molecolare; IEO Istituto Europeo di Oncologia), in collaborazione con le Università di Milano, Roma e Napoli, guidati da Pier Giuseppe Pelicci.
    Alcuni studi clinici sono in corso in centri specializzati europei e americani e i risultati saranno disponibili entro i prossimi 5-10 anni. La ricerca, pubblicata sulla prestigiosa rivista Nature Medicine, è stata condotta anche grazie a un importante finanziamento dell'AIRC (Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro).

    Gli inibitori delle deacetilasi sono un tipo nuovo di "farmaci intelligenti". Quelli che conoscevamo (acido retinoico e imatinib, per esempio) agiscono sulla causa iniziale del tumore, che è diversa da tumore a tumore. Il loro uso, infatti, è ristretto a pochi tipi di tumore (la leucemia promielocitica e la leucemia mieloide cronica, per esempio). Secondo gli scienziati, il meccanismo di funzionamento degli inibitori delle deacetilasi è invece tale da far supporre che questi farmaci possano essere attivi su diversi tipi di tumore.
    La mappatura del genoma umano ha dato l'avvio a un nuovo approccio scientifico allo studio dei tumori, l'oncogenomica. Uno dei suoi obiettivi è quello di ottenere una mappa del "malfunzionamento" genico per ogni singolo tumore, al fine di identificare bersagli specifici contro i quali costruire nuovi farmaci (i cosiddetti farmaci molecolari o "farmaci intelligenti", appunto). Se i bersagli identificati sono veramente specifici del tumore, allora i farmaci ottenuti colpiranno in maniera selettiva solo le cellule tumorali, con pochi o nessun effetto collaterale per le cellule sane. Le istone deacetilasi (o HDAC, Histone deacetylases), sono enzimi cellulari che regolano l'espressione genica, la replicazione del DNA e la stabilità del genoma, e la loro funzione è frequentemente alterata nei tumori. Rappresentano perciò un bersaglio ideale per lo sviluppo di farmaci in grado di inibire questi enzimi. Il team guidato da Pelicci ha scoperto che l'acido valproico, un inibitore delle istone deacetilasi, distrugge la cellula tumorale inducendone l'apoptòsi (o morte cellulare programmata) e lo fa senza essere tossico per le cellule sane.
    L'apoptòsi è una sorta di "procedura di sicurezza" che impone l'autodistruzione di quelle cellule che accumulano alterazioni a carico di geni (e che quindi potrebbero dare origine a un tumore). Questa procedura è disattivata nelle cellule tumorali, che diventano quindi immortali e crescono in maniera incontrollata. Gli inibitori delle deacetilasi riattiverebbero questa "procedura di sicurezza" nelle cellule tumorali, accendendo la funzione di quattro geni (TRAIL, DR5, Fas, FasL) che sono normalmente deputati a istruire la procedura di apoptòsi. "Poiché l'acido valproico non riesce ad attivare i quattro geni dell'apopotosi nelle cellule normali - spiega Insinga - queste ultime risultano resistenti al trattamento." I risultati ottenuti sulle cavie di laboratorio sono stati confermati dagli esperimenti condotti su cellule prelevate da pazienti affetti da leucemia mieloide.(31/1/2005-Italian Network)


    ITALIA/SPAGNA- LE UNIVERSITÀ DI UDINE E BARCELLONA UTILIZZERANNO STRUMENTI INNOVATIVI AL POSTO DEGLI ANIMALI

    Il ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca in collaborazione con il ministero de Cencia y Tecnologia spagnolo ha selezionato un progetto dell'ateneo friulano tra le azioni integrate fra Italia e Spagna nel 2005.
    È un'azione di cooperazione scientifica tra le università di Udine e di Barcellona che ha una durata biennale e le cui attività inizieranno nella primavera 2005. Il progetto, che è uno dei sei approvati a livello nazionale nel settore delle Scienze agrarie e veterinarie, contribuisce a rafforzare la collocazione sempre più internazionale delle attività di ricerca svolte dall'ateneo udinese.
    L'obiettivo è studiare diete e combinazioni di alimenti da somministrare ai bovini di allevamento per migliorare le fermentazioni che avvengono nel rumine e che sono fondamentali nella nutrizione di questi animali ruminanti. Il miglioramento della efficienza delle fermentazioni ruminali è molto importante per l'alimentazione umana, visto che può aumentare la quantità e la qualità del latte e della carne forniti da questi animali. Nel contempo, si riducono le deiezioni che provengono dagli allevamenti e che vengono eliminate nell'ambiente.

    Il progetto di ricerca possiede anche un aspetto innovativo fondamentale. Per sviluppare questi studi, infatti, entrambi i gruppi non utilizzeranno animali da esperimento, bensì particolari tecniche e apparecchiature di laboratorio (rumini artificiali) con le quali sarà simulato quanto avviene negli animali vivi. (31/1/2005-Italian Network)


    LA MOZZARELLA DI QUALITÀ PRONTA A SBARCARE IN TUTTO IL MONDO - A COLLOQUIO CON IL DR. MALINCONICO (ICTP-CNR)

    L'Istituto di chimica e tecnologia dei polimeri (Ictp) del Cnr di Pozzuoli in collaborazione con l'Istituto di scienze dell'alimentazione (Isa) del Cnr di Avellino ha brevettato una miscela di polisaccaridi naturali che consente il corretto assorbimento di acqua e sali da parte del latticino, mantenendone così inalterate consistenza e sapore
    Italian Network ha intervistato il dr. Malinconico per capire come è nato ed in cosa consiste il brevetto.

    MALINCONICO:-Il brevetto nasce da studi sui polimeri naturali che conduciamo da molti anni come recupero tecnologico di una risorsa formidabile che la natura mette a disposizione. Avendo studiato per anni polimeri "biofobici", che dovevano resistere nell'ambiente per decenni e decenni, siamo arrivati alla considerazione che, per alcuni settori e specialmente quelli con importanti esigenze di sostenibilità e rinnovabilità delle risorse, sia necessario immaginare dei percorsi alternativi. Per questo motivo siamo andati alla ricerca di risorse naturali (polimeri "biofilici"), lavorate, miscelate con le tecnologie che oggi la chimica dei polimeri mette a disposizione.
    Su questa strada ci siamo imbattuti nell'imballaggio alimentare, uno dei settori di maggior utilizzo dei polimeri; per alcuni prodotti è stato facile immaginare quello che oggi viene chiamato un imballaggio funzionale ovvero che non solo garantisse il mantenimento meccanico e di protezione dall'inquinamento esterno di un alimento ma è in grado di interagire con lo stesso fornendogli sostanze di cui ha necessità oppure sottraendone altre che possono essere dannose. Per queste caratteristiche, i polimeri che noi usiamo e che sono quelli che ci dà la natura possono svolgere questa funzione.

    d.-Come avete proceduto?

    MALINCONICO:-Siamo arrivati alla identificazione di un settore di grande interesse in Campania, dei derivati caseari, in particolare la mozzarella fresca, domandandoci se potevamo identificare un imballaggio che consentisse una conservazione prolungata. Inoltre, l'Istituto di scienza dell'alimentazione di Avellino, per parte sua, ci ha messo al corrente delle problematiche esistenti nella conservazione della mozzarella e che sono la durabilità, la commerciabilità, il deperimento delle caratteristiche fisiche e organolettiche, prima di quelle che portano alla putrefazione vera e propria ovvero la perdita di commestibilità. Il punto chiave è nella necessità di avere un apporto di acqua controllato e controllabile. In questa direzione, i polimeri naturali che noi stavamo studiando ci hanno dato delle risposte. Abbiamo fatto ricerche per un anno e mezzo, senza contratti con aziende del settore. Pensiamo di essere arrivati ad un buon formulato e il CNR lo ha brevettato, ora stiamo cercando di portarlo ad uno stato di commerciabilizzazione con contratti con operatori del settore.

    Che polimero avete trovato e come interagisce con la mozzarella?

    MALINCONICO:- Abbiamo preso in considerazione i polisaccaridi: sono i polimeri più diffusi in natura, come la cellulosa, la chitina che proviene dai gusci dei crostacei o anche l'amido, le pectine della frutta. Hanno la capacità di ritenere l'acqua ed il processo è del tutto controllabile; con questi materiali siamo in grado di dosare l'apporto di acqua e sale che serve alla mozzarella, senza doverla immergere nell'acqua e nel sale. Infatti, l'acqua è essenziale alla mozzarella per il suo mantenimento per evitare che vada a secchezza ma, d'altra parte, porta anche alla rapida decomposizione delle caratteristiche fisiche prima ancora che di quelle chimiche.

    d.-Dr. Malinconico, il suo istituto è a Napoli, nel cuore del Mediterraneo. Che prospettive internazionali ci sono per le ricerche da voi portate avanti?

    MALINCONICO:- Una volta che la notizia di questa nostra ricerca è stata divulgata, abbiamo iniziato a ricevere richieste di informazione da tutti i paesi in cui esiste un problema di diffusione di questo prodotto italiano: l'Australia, Hong Kong, Giappone, Stati Uniti, posti in cui il bisogno di un prodotto commerciale fresco è importante. Infatti, oggi, è possibile l'esportazione in queste nazioni ma a scapito della qualità, utilizzando un latte particolare che ha subito operazioni di sterilizzazione che consentivano di prolungarne l'uso, ma in queste condizioni non è possibile parlare di mozzarella di qualità. Inoltre, da anni abbiamo contatti con il dipartimento dell'agricoltura americano, con il quale collaboriamo sui polisaccaridi, in quanto hanno anch'essi l'esigenza di studiare utilizzi alternativi differenti da quelli alimentari per i residui agricoli o per il surplus di produzione.(31/1/2005-S.C./ Italian Network)


    ITALIA/GIAPPONE- L'UNIVERSITÀ DI NAGOYA CON L'INFN PARTECIPA AL PROGETTO INTERNAZIONALE "OPERA"

    Il 25 gennaio sono stati perfezionati gli accordi di collaborazione fra l'Università giapponese di Nagoya e l'Infn per l'esperimento Opera, in allestimento presso i Laboratori Nazionali del Gran Sasso. Un'equipe giapponese "tratterà" in maniera particolare le circa 12 milioni di emulsioni fotografiche prodotte dalla Fuji Films per l'esperimento Opera.
    Si tratta di lastre fotografiche che costituiranno il "cuore" dell'apparato sperimentale, dedicato alla rivelazione dei neutrini che verranno inviati dal Cern di Ginevra ai Laboratori sotterranei del Gran Sasso a partire da metà del 2006. La particolarità risiede nel fatto che permetteranno di evidenziare la produzione della particella "tau", caratterizzata da un vita media estremamente breve che le consente di compiere un percorso di appena qualche frazione di millimetro prima di decadere.

    Italian Network ha chiesto al prof. Monacelli dell'INFN di spiegare in cosa consiste questa collaborazione con Nagoya.

    MONACELLI:-L'università di Nagoya partecipa con un gruppo di studiosi ad Opera.
    L'accordo prevede una collaborazione scientifica con scambio di materiale scientifico - fra cui le emulsioni che vengono prodotte in Giappone dalla Fuji - che sarà trattato in maniera particolare dai colleghi giapponesi con un procedimento di "refreshing", che serve a cancellare le tracce di raggi cosmici che si sono accumulate nelle emulsioni dopo la loro produzione. Questo procedimento deve essere effettuato in un laboratorio sotterraneo, in modo da preservarlo dai raggi cosmici. Dal Giappone sono spedite in Italia via mare per lo stesso motivo e poi sono immagazzinate in un sotterraneo al Gran Sasso, in attesa di essere montate su un apparato sperimentale che entrerà in funzione a metà 2006.

    D.-Professore, ci parli di Opera.

    MONACELLI:-Stiamo parlando dello studio delle oscillazioni dei neutrini, un fenomeno che fino ad oggi ha avuto conferme solo indirette e fu prevista da Bruno Pontecorvo qualche decennio fa.
    Al CERN di Ginevra è in fase avanzata di costruzione una struttura per creare un fascio di neutrini nella direzione del Gran Sasso, una possibilità che in Svizzera è stata realizzata già da alcuni decenni. In questo caso il fascio è indirizzato vero il Gran Sasso, un percorso di 732 km.
    I neutrini sono composti da elementi diversi; in particolare, il fascio prodotto a Ginevra consiste in neutrini di tipo mu - che sono anche quelli che si trovano insieme ai raggi cosmici e sono collegati a una particella, un elettrone pesante chiamato mesone mu - generati artificialmente dal decadimento di altre particelle prodotte dall'interazione di protoni accelerati nell'acceleratore di Ginevra. Si spera di poter rivelare da essi la trasformazione in neutrini tao. Infatti, i neutrini mu interagiscono con la struttura del bersaglio sperimentale da noi approntato e generano altre particelle - tra cui il mesone tao che ha la caratteristica di avere una vita media brevissima tale che il percorso che fa questa particella prima di decadere è di poche decine di micron. Per poter rivelare la presenza di questa particella dalla vita così breve abbiamo bisogno di attrezzature particolari. Nella fattispecie, queste emulsioni sono sensibili a queste tracce così brevi, che poi decadendo danno luogo ad una deviazione nelle tracce in modo da dimostrare che il neutrino, nel viaggio da Ginevra ha oscillato in un neutrino mu.

    L'esperimento Opera è condotto da una collaborazione internazionale comprendente circa 160 ricercatori di 35 istituzioni appartenenti a 10 diverse nazioni (Italia, Francia, Germania, Belgio, Svizzera, Russia, Croazia, Giappone, Cina e Turchia). Attualmente è in fase di installazione nella sala C dei Laboratori sotterranei e si prevede il suo completamento a metà del 2006.(31/1/2005-S.C./ Italian Network)


    A PISA IL COORDINAMENTO EUROPEO SULLE RICERCHE SUI SISTEMI EMBEDDED

    Tre Gruppi di ricerca pisani sono stati scelti dalla commissione europea per la conduzioni di tre reti di ricerca per lo studio dei Sistemi di Controllo Embedded. Si tratta di una tra le maggiori priorità del suo sesto programma quadro, nel settore della Information Science and Technology, il tema dei sistemi "embedded", sistemi informatici dedicati al controllo di macchine e dispositivi.
    L'importanza di questi sistemi per l'industria e per la qualità della vita dei cittadini riguarda ad esempio quante delle tradizionali "macchine" (autovetture, elettrodomestici, apparecchiature biomedicali, etc.) sono oggi equipaggiate con elettronica e processori, integrati nella macchina stessa in modo così profondo da risultare trasparenti, quasi invisibili, per chi le usa.

    In questo quadro, la Commissione ha deciso di finanziare per gli anni a venire alcune Reti di Eccellenza, destinate a raccogliere in nuclei compatti il meglio delle conoscenze e delle tecnologie in Europa, per formare la massa critica necessaria a dare al nostro continente la leadership nel settore.
    Sono state, quindi, create tre Reti sui tre diversi aspetti ritenuti cruciali: il controllo ibrido (rete HYCON), le architetture e i compilatori (rete HIPEAC), i sistemi tempo-reale (rete ARTIST). Di ognuna di queste reti è parte trainante un gruppo pisano: si tratta rispettivamente dei gruppi di Automatica (in HYCON), operante al Centro interdipartimentale di ricerca "Enrico Piaggio" e al dipartimento di Sistemi elettrici e automazione; di Architettura dei Sistemi di Elaborazione (in HIPEAC), al dipartimento di Ingegneria dell'informazione; del gruppo di Sistemi Operativi (in ARTIST) alla Scuola Superiore Sant'Anna.

    ueste tre Reti, che sono già state negoziate con successo con la Commissione Europea e che hanno iniziato le operazioni a settembre scorso, riuniscono alcune decine di centri di eccellenza nella Comunità Europea, ma sono dotate di ristretti organi direttivi, formati solo da alcune delle principali sedi. In tutti e tre i casi, i gruppi pisani sono parte di tali comitati ristretti, con i professori Antonio Bicchi per HYCON, Cosimo Antonio Prete per HIPEAC, e Paolo Ancilotti per ARTIST-2. Pisa è l'unico polo universitario in Europa che può vantare una simile concentrazione di competenze e di responsabilità in questo importante settore.(31/1/2005- Italian Network)


    CELLULE STAMINALI A VOLONTÀ

    È stato trovato un potente freno senza il quale le cellule staminali del cervello adulto possono riprodursi 100 volte più velocemente del normale: si tratta di Vax1, gene coinvolto nello sviluppo prenatale dell'occhio e del cervello e per il quale per la prima volta è stata trovata una funzione anche nel cervello adulto.
    L'importante scoperta, pubblicata sulla rivista The Journal of Neuroscience, è frutto del lavoro del gruppo guidato da Stefano Bertuzzi, ricercatore dell'Istituto Telethon Dulbecco presso l'Istituto di Tecnologie Biomediche del CNR di Segrate, Milano.

    Alla ricerca, che ha usufruito anche di finanziamenti della Fondazione Cariplo, hanno partecipato due ricercatrici dello SCRI.

    È ormai un fatto assodato che nel cervello adulto esista una riserva di cellule staminali che rappresentano una speranza di cura per alcune malattie neurodegenerative come il morbo di Alzheimer e il morbo di Parkinson. Il segreto sta nel riuscire a farle crescere e moltiplicare in quantità sufficienti per sostituire le cellule malate e per indirizzarle a maturare in modo corretto.
    Trovare il meccanismo che sblocca la loro crescita vuol dire avvicinarsi molto alla soluzione dell'arcano. In condizioni normali una cellula staminale, nel momento in cui si divide in due cellule figlie, va incontro a due tipi di divisioni cellulari: una, cosiddetta simmetrica, in cui da una staminale originano due cellule staminali identiche alla madre, e una, detta asimmetrica, in cui da una staminale originano una cellula identica alla madre, e quindi staminale, e una cellula che invece abbandona lo stato di staminale e va incontro a maturazione in un determinato tipo cellulare.

    Lo studio è stato effettuato in un modello animale privato del gene Vax1 per poter capire gli effetti della sua assenza sullo sviluppo del cervello e il suo ruolo nel cervello adulto. Vax1 non è il primo freno per cellule staminali trovato nel cervello, ma a oggi è il più potente: già due anni fa ricercatori Telethon dello SCRI guidati da Angelo Vescovi e coinvolti anche in questa ricerca, avevano scoperto che un altro gene, Emx2, agisce da freno biologico sulle staminali adulte: quando il gene è spento le cellule staminali sono in grado di moltiplicarsi in modo rapido, mentre, quando il gene viene acceso, le cellule diventano più mature e meno capaci di proliferare. (24/1/2005- Italian Network)


    AL CEND DI MILANO SCOPERTI NUOVI SEGRETI SULLA SINDROME DI KALLMANN

    Dal laboratorio CEND di Milano arriva la scoperta di un secondo ruolo della proteina anosmina-1, prodotta dal gene KAL1 e implicata nella sindrome di Kallmann legata al cromosoma X (SK), la malattia genetica caratterizzata da mancanza di olfatto - anosmìa appunto - e infertilità, spesso accompagnata a gravi danni renali, problemi motori e ritardo mentale.
    L'anosmina, situata in alcune zone del cervello, si comporterebbe come il "pifferaio magico", richiamando a sé non solo i nervi che trasportano le sensazioni odorose dal naso al cervello, ma anche un gruppo di cellule che dal naso migra in una regione del cervello detta ipotalamo, la struttura addetta al controllo delle funzioni vegetative e dello sviluppo ormonale del nostro organismo.
    Ecco perché in assenza di anosmina vengono a mancare l'olfatto e alcune funzioni sessuali. La notizia, pubblicata su Human Molecular Genetics arriva dal laboratorio del professor Roberto Maggi, ricercatore Telethon dell'Istituto di Endocrinologia e del CEND, il Centro di eccellenza delle malattie neurodegenerative presso l'Università di Milano. Alla ricerca ha partecipato anche Elena Rugarli dell'Istituto Telethon di Genetica e Medicina di Napoli, da tempo impegnata nello studio di questa malattia.
    Le informazioni chimiche contenute in un profumo o in un odore sgradevole arrivano al cervello lungo i nervi olfattivi, delle "strade" formate dai prolungamenti di cellule nervose che si trovano nel naso e che raccolgono il messaggio. Per sapere dove andare, seguono il richiamo del "pifferaio magico", l'anosmina, portando una sensazione odorosa fino alla zona del cervello deputata alla sua elaborazione. Senza anosmina, quindi, niente collegamento naso-cervello e nessuna percezione degli odori.

    Non basta: senza anosmina, non può migrare nel cervello neanche un gruppetto di cellule nervose deputate alla produzione di GnRH (per Gonadotropin-Releasing Hormone), un ormone che controlla il sistema riproduttivo e quindi la fertilità. I neuroni GnRH nascono nel naso e durante la vita embrionale intraprendono un vero e proprio viaggio lungo i nervi olfattivi che li porterà nel cervello, dove andranno a posizionarsi nell'ipotalamo, ecco perché la posizione errata di queste cellule causa uno dei sintomi principali della sindrome di Kallmann.
    Grazie all'utilizzo di un originale modello cellulare in vitro i ricercatori hanno evidenziato come alcuni difetti del gene KAL1 nei pazienti affetti da SK legata al cromosoma X aboliscono completamente l'attività dell'anosmina. Questo per quanto riguarda la sindrome di Kallmann legata al cromosoma X, il cui gene responsabile, KAL1, è stato identificato nel 1991 dal gruppo di Andrea Ballabio.
    Esistono però altre forme della malattia, a eredità autosomica (non legata al cromosoma X) o sporadiche, senza cioè precedenti in famiglia, in cui il difetto genetico responsabile non è ancora stato identificato e in cui l'anosmina potrebbe rappresentare un candidato ideale. (24/1/2005-Italian Network)


    LE ORIGINI GENETICHE DELLA SORDITÀ

    La connessina 26 è la proteina che, quando è guasta, rende alcune cellule dell'orecchio interno "impermeabili" all'ingresso di una molecola segnale chiamata IP3, che ha il compito di provocare il rilascio e la diffusione tra cellule vicine di ioni calcio. La notizia viene dal gruppo di Fabio Mammano, ricercatore presso il VIMM, l'Istituto Veneto di Medicina Molecolare a Padova ed è stata pubblicata sull'autorevole rivista Nature Cell Biology.
    Finanziata grazie al programma Telethon, la scoperta si è meritata la copertina del numero di gennaio della rivista: un'immagine molto suggestiva di una scala a chiocciola vista dall'alto che rappresenta l'organo di Corti, la galleria nell'orecchio interno attraverso cui passano i nervi uditivi, sede delle "antenne" del sistema uditivo e sede d'elezione della connessina 26.

    Scoperta nel 1997 da Paolo Gasparini grazie a finanziamenti Telethon e i cui difetti sono responsabili di circa il 50% dei casi di sordità ereditaria, fa parte di una famiglia di proteine, le connessine appunto, che stanno sulla membrana della cellula dove formano canali per lo scambio di segnali elettrici e di sostanze tra cellule attigue; in particolare la connessina 26 abbonda nelle cellule dell'organo di Corti. I ricercatori hanno studiato un tipo di difetto nel gene della connessina associato alla sordità e hanno capito perché avere proprio quel difetto nel DNA impedisce di sentire.

    Ancora una volta il "trucco" sta nel calcio, lo ione essenziale dalle innumerevoli funzioni: se la connessina è guasta, si alzano i "ponti levatoi" che collegano cellule adiacenti e il segnale IP3 non passa più.
    Di conseguenza, all'interno della cellula non viene rilasciato il calcio e il suo ruolo di messaggero della sensazione sonora viene meno. Normalmente, infatti, l'arrivo di IP3 nella cellula attraverso i "ponti levatoi" provoca un rilascio di calcio che si diffonde rapidamente propagando il messaggio sonoro alle cellule vicine attraverso ondate successive. Senza IP3, quindi, niente ondate di calcio, ma nemmeno movimento di potassio: la cascata di eventi che porta alla percezione di un suono prevede infatti che dal calcio il messaggio sia trasferito a un altro ione, il potassio, deputato a mantenere l'equilibrio salino nel fluido che bagna l'orecchio interno, l'endolinfa, e coinvolto nella trasformazione di segnali acustici in segnali elettrici da inviare al cervello.(24/1/2005-Italian Network)


    L'UNIVERSITÀ DI PISA NEL CONSORZIO EUROPEO RUNES

    Un Consorzio europeo che metta insieme centri di ricerca, atenei e industria per portare avanti studi su tecnologia wireless e computer embedded: parole ancora nuove, che si faranno presto conoscere.
    Runes (Reconfigurable Ubiquitous Networked Embedded Systems) vuole cogliere l'opportunità di nuove molteplici applicazioni. È su queste tecnologie, infatti, che puntano industrie quali Ericsson e Kodak, che in Runes investono fortemente.
    Il progetto che Runes intende sviluppare prende avvio da una semplice constatazione. Soltanto il 2% dei miliardi di processori prodotti ogni anno finisce nei personal computer mentre il resto va a costituire il cervello dei sistemi cosiddetti embedded, che contengono cioè una unità di calcolo che ne controlla il funzionamento. Un arco di impiego che va dal giocattolo al controllo di grandi aziende e configura infinite applicazioni potenzialmente da connettere, alle quali Runes intende applicare recenti ed economiche tecnologie radio a basso consumo come Bluetooth.

    L'altro stimolo è la continua crescita del mercato dei dispositivi di collegamento in rete. Entro la scadenza dell'aprile 2007 Runes si prefigge di affrontare e superare le barriere all'utilizzo delle tecnologie di connessione e di creare, come spiega Stephen Hailes, direttore tecnico di Runes e professore di informatica all'University College di Londra "una infrastruttura di computazione standard per far funzionare diversi tipi di dispositivi con diversi network per realizzare nuove funzioni su una rete di dispositivi sempre attiva".
    Collegare i dispositivi già esistenti e creare le opportunità per nuove applicazioni: in questa cornice Runes sta elaborando un middleware, cioè un tipo di software che collega programmi e funziona come mediatore fra di loro. Tra le nuove applicazioni di cui si può prevedere lo sviluppo, particolare attenzione viene riservata al controllo della salute, ai servizi d'emergenza, all'automazione nelle aziende, al controllo dei magazzini, alla sicurezza domestica.

    Il consorzio è composto da 22 collaboratori di sei paesi europei, Australia e Stati Uniti e comprende alcune grandi aziende. I soci italiani sono il Centro "Enrico Piaggio" dell'Università di Pisa e il Politecnico di Milano.(24/1/2005-Italian Network)


    EMILIA ROMAGNA - RETE REGIONALE DELLA RICERCA INDUSTRIALE E TRASFERIMENTO TECNOLOGICO

    La nuova Rete regionale della ricerca industriale e del trasferimento tecnologico dell'Emilia-Romagna è formata da 55 "nodi" (25 Laboratori di ricerca industriale e trasferimento tecnologico, 24 Centri per l'innovazione e 6 Parchi per l'Innovazione) che, da Piacenza a Rimini, compongono il 'network' voluto dalla Regione per garantire al territorio un sistema per la ricerca industriale.
    Nella Rete saranno impegnati 550 ricercatori di cui 236 già in organico nelle Università e negli Enti di ricerca e 313 nuovi.

    La Rete sarà coordinata da ASTER S.cons.p.A., la società consortile partecipata da Regione, Università, Enti di ricerca, associazioni imprenditoriali e Unioncamere, cui la legge regionale affida specificamente questo compito.

    La Rete si articola in sette aree di ricerca: "Alta Tecnologia Meccanica e Distretto Hi-Mech" (15 Laboratori e Centri), "Scienze della vita e Salute" (6 Laboratori e Centri), "Innovazione organizzativa" (6 Centri), "Agroalimentare" (5 Laboratori e Centri), "Ambiente, Sviluppo Sostenibile, Energia" (5 Laboratori e Centri), "Edilizia e materiali per Costruzioni" (5 Laboratori e Centri), "Ict" (2 Centri e 10 progetti di sviluppo). I Laboratori ed i Centri svilupperanno progetti anche sulla base di manifestazioni d'interesse espresse dal mondo dell'impresa.

    Prevista dalla legge regionale per la "Promozione di un sistema regionale per la ricerca industriale, l'innovazione e il trasferimento tecnologico" e dal Programma messo in attuazione nel 2004, la realizzazione della Rete è stata possibile grazie al contributo della Regione (35,2 milioni di euro le risorse impegnate).(24/1/2005-Italian Network)


    MINORI- LE PROSPETTIVE DELLA MEDIAZIONE PENALE IN UN CONVEGNO DELL'ISTITUTO DI RICERCA SUI SISTEMI GIUDIZIARI DEL CNR

    "Mediazione penale: quali prospettive?" il tema di un incontro organizzato dall’Istituto di ricerca sui sistemi giudiziari (Irsig) del Cnr (tenuto il 20 gennaio a Roma)per analizzare due ricerche alla luce dell'adozione europea entro marzo 2006..
    Lo prevede una decisione quadro del Consiglio della UE: ogni nazione dovrà dunque predisporre le norme e le procedure per applicare questa strategia giudiziaria riparativa. Di cosa si tratta esattamente?

    "La mediazione penale" spiega la dr.ssa Anna Mestitz dell’Istituto di ricerca sui sistemi giudiziari (Irsig) del Cnr "è una strategia rieducativa per autori di reato adulti e minorenni. L’incontro tra la vittima e il soggetto colpevole di reato, alla presenza di uno o più mediatori, ha lo scopo di superare il conflitto relazionale e di riparare il danno.
    La prima delle ricerche si basa su una intervista a mediatori di 8 centri di mediazione penale delle maggiori città italiane e la seconda intervistando i magistrati minorili delle stesse sedi. I risultati delle ricerche sono stati pubblicati nel volume: "Mediazione penale: chi, dove, come e quando", a cura di Anna Mestitz.

    La mediazione penale è considerata, nei molti paesi in cui è applicata, uno strumento efficace per ridurre la recidiva, prevenire la criminalità e diminuire i costi del sistema giudiziario penale. "Dalle indagini- spiega Mestitz -emerge che l’Italia rispetto agli altri stati presenta una situazione anomala: la mediazione penale è applicata esclusivamente nella giustizia minorile da circa un decennio, seppure non esistano norme specifiche.
    Viceversa la legge prevede che i giudici di pace possano utilizzarla con gli autori di reato adulti, ma di fatto pochissimi casi sono inviati ai centri e servizi specializzati.

    In Spagna (Catalogna), Lussemburgo, Norvegia, circa il 17% dei casi denunciati riguardanti minorenni vengono inviati in mediazione, in Austria circa il 15%, in Svezia il 7%, in Germania il 4%. In Italia non esistono statistiche nazionali, ma un calcolo effettuato da Mestitz sui dati forniti da 6 centri per la mediazione, mostra che in tali sedi, nel 2000, i casi mediati erano l’8% di tutte le denunce presentate alle 6 rispettive Procure per i minorenni.
    "Un dato positivo anche se non è una percentuale nazionale. In Italia, durante la seconda metà degli anni ’90, in media, ogni anno, il ricorso alla mediazione è raddoppiato nelle sedi giudiziarie dove esistono i centri. Tuttavia il 60% dei mediatori intervistati ha trattato circa 15 casi l’anno, che corrisponde a poco più di un caso al mese (1,4). Davvero poco, ma ciò dipende dal fatto che la maggior parte dei mediatori si dedica part time a questa attività, e il gruppo maggioritario, il 46%, solo 6-10 ore alla settimana".

    Quali sono gli ostacoli ad una più ampia diffusione della strategia giudiziaria? Tra queste, la mancanza di norme e procedure, lo scarso coordinamento tra mediatori, autorità giudiziarie e/o servizi sociali, il difficile coinvolgimento di vittime e autori di reato, le esigue risorse umane e finanziarie. Un aspetto sul quale concordano le ricerche svolte su diversi gruppi di operatori (magistrati, mediatori esterni e operatori dei servizi di giustizia minorile), è che nella prassi l’Italia è in linea con altri paesi dell’UE, perché i 3/4 dei casi vengono inviati in mediazione dal pubblico ministero nella fase delle indagini, mentre solo un quarto dal giudice dell’udienza preliminare.
    In conclusione - prosegue Mestitz -i risultati rivelano la carenza di politiche pubbliche chiare e determinate, nonché di una nuova normativa che sancisca la collocazione della mediazione penale nella fase pre-processuale, per evitare ai minori le conseguenze negative dall’entrata nel circuito penale. Per altro verso, i giudici di pace dovrebbero cominciare ad applicare le norme che già esistono e consentono di ricorrere alla mediazione di reato anche per gli adulti".

    Al convegno hanno preso parte il prof. Giovanni Conso, presidente emerito della Corte Costituzionale e presidente dell’Accademia dei Lincei, il prof. Giuseppe Di Federico, direttore dell’Irsig-Cnr e componente del Consiglio Superiore della Magistratura e il sen. Antonino Caruso, presidente della Commissione Giustizia Senato.(24/1/2005-Italian Network)


    PROGETTO EUROPEO RIGHT - RNA - INTERFERENCE TECNOLOGY FOR HUMAN THERAPEUTIC USE- APPUNTAMENTO A BERLINO

    Il 27 gennaio si svolge a Berlino il Meeting inaugurale del Progetto Europeo RIGHT (RNA Interference Tecnology for Human Therapeutic Use) coordinato da Thomas F. Meyer del Max-Planck Institute per le Malattie Infettive di Berlino, a cui parteciperanno scienziati provenienti da Italia, Belgio, Danimarca, Germania, Gran Bretagna, Finlandia, Francia, Grecia , Polonia e Svezia. Il progetto, che intende sviluppare nuove strategie terapeutiche contro malattie gravi usando la promettente tecnologia dell’interferenza a RNA include 24 istituti di ricerca e piccole industrie farmaceutiche di tutta Europa ed è stato finanziato con 11 milioni di Euro dalla Commissione Europea attraverso il VI programma Quadro per la ricerca e lo sviluppo (FP6).

    L’Italia contribuisce al progetto con la partecipazione di due gruppi dell’Università degli Studi di Torino, i laboratori di Carola Ponzetto e Giorgio Inghirami, del TIGET - Università Vita e Salute del San Raffaele di Milano e del laboratorio di Irene Bozzoni dell’Università La Sapienza di Roma.

    La tecnologia dell’interferenza da RNA è basata su un meccanismo naturale scoperto di recente che consiste nella possibilità di controllare l’espressione genica mediante piccole molecole di RNA. Dato che con l’interferenza a RNA è possibile silenziare geni in maniera molto semplice e veloce questa tecnica ha consentito nell’ultimo anno di accelerare la comprensione della funzione di molti geni, e ha quindi dato notevoli contributi alla ricerca di base. In più in questo modo gli scienziati possono passare da rapidamente dall’identificazione di una sequenza alla comprensione della funzione genica e quindi al possibile sviluppo di nuove terapie.

    Difetti nella regolazione genica sono alla base di molte malattie gravi come il cancro e malattie degenerative e infettive. Qui la tecnologia dell’interferenza a RNA può intervenire inibendo specificatamente la produzione del prodotto genico che causa la malattia.
    Tuttavia per poter trasformare una reagente in un farmaco è necessario che soddisfi importanti requisiti quali la sufficiente stabilità nel corpo e un rapido ed efficiente assorbimento.

    Un team multidisciplinare di scienziati provenienti da campi diversi quali la chimica, la biologia molecolare e cellulare e la medicina collaboreranno nel progetto RIGHT per risolvere questi problemi. Essi modificheranno le molecole dei piccoli RNA per incrementarne la stabilità e la tollerabilità. L’assorbimento sarà migliorato e sarà facilitato il trasporto agli organi malati. Questi miglioramenti saranno sperimentati in modelli animali di specifiche malattie genetiche.(24/1/2005-Italian Network)


    UNIVERSITA' DI BARI: UNA RICERCA DI IMMEDIATO UTILIZZO NEL MONDO INDUSTRIALE

    L'Università di Bari guarda con assoluto interesse al trasferimento delle proprie ricerche al tessuto industriale locale e nazionale, oltre che internazionale.

    L'unità plasmi e polimeri dell'Università di Bari ha in corso, ad esempio, il progetto scientifico "Film Barriera Ai Gas Ed Al Vapore Acqueo Trasparenti per Imballaggio". Si tratta di film sottili barriera ad alta densità, ottenuti per deposizione via plasma da precursori organosilanici.
    Questi depositi, applicati su opportuni materiali per l'imballaggio, conferiscono all'imballaggio finale una permeabilità ai gas, quali O2, al vapor d'acqua e agli aromi molto ridotta.

    I processi di applicazione dei film sono compatibili con macchine industriali per il trattamento continuo di nastri (anche più larghi di un metro) di PET, PE, PP ecc, anche operanti ad alta velocità (alcuni metri al secondo di velocità di avvolgimento).
    Se il film barriera è applicato all'interno di recipienti di plastica, quali serbatoi per gas e vapori, bottiglie per liquidi alimentari e non, ecc., la "vetrificazione interna" consente di conservare i fluidi senza perdite di gas e vapori ed impedendo l'eventuale rilascio dei materiali contenuti negli involucri.

    La ricerca, attiva oramai da oltre 10 anni, ha consentito di comprendere il meccanismo di deposizione, di definire il ruolo delle varie specie reattive, ridurre le condizioni sperimentali in cui si ottengono le migliori proprietà barriera ed acquisire il know howper elaborare semplici tecniche in situ non intrusive di controllo del processo di deposizione in funzione delle proprietà barriera dei film SiOx.(24/1/2005-Italian Network)


    ITALIA/COMMISSIONE UE: FORUM ITALIANO PER LA RICERCA E L'INNOVAZIONE SU "SCIENZA E SOCIETA'"

    E' stato aperto nell'ottobre 2004 il primo "Forum Italiano Scienza e Società" e sarà chiuso alla fine del prossimo febbraio 2005.
    Al centro dell'iniziativa il rapporto fra "scienza e societa'", in generale e tre questioni chiave, in particolare: gli investimenti nella ricerca scientifica e tecnologica, le forme di dialogo tra scienza e società, il coinvolgimento dei cittadini nelle decisioni riguardanti la scienza e la tecnologia.

    Il Forum è stato lanciato dalla Commissione Europea per dare rilievo alle esperienze più significative di coinvolgimento dei cittadini sui temi della scienza e della tecnologia ed è stato realizzato dall’Associazione Observa quale iniziativa preparatoria all'indagine europea.
    La proposta italiana è stata accolta dalla Commissione Europea ed è stata inserita fra le sei attività europee selezionate per l’occasione.

    E' la prima volta che la società viene chiamata a rispondere ad un approccio così diretto ed innovativo rispetto alle tradizionali iniziative di dialogo tra scienza e cittadini per definire l’agenda della discussione in materia.
    "Ciò permetterà - sostengono all'Associazione Observa - un maggior coinvolgimento dei cittadini e stakeholders in un contesto come quello italiano in cui le politiche nazionali e territoriali della ricerca e dell’innovazione sono ancora in via di definizione".

    Tocca ora a quanti, istituzioni pubbliche, imprenditori, associazioni e organizzazioni della società civile, scuola, singoli cittadini, sono interessati alla dimensione locale della ricerca; queste istanze saranno poi opportunamente sistematizzate in modo da poter essere proposte e pubblicamente discusse con esponenti del mondo della ricerca nel corso di un incontro pubblico previsto a Vicenza per l’11 Febbraio 2005.
    L’insieme dei risultati che emergeranno saranno poi presentati all'European Science & Society Forum 2005 che si terrà a Bruxelles dal 9 all’11 marzo 2005.

    Per ulteriori sull'iniziativa: forumscienza@observanet.it.
    Per collegarsi con il sito:http://www.observanet.it/observa/forum_r.asp?tipoFORUM=1&ID=0&&nomeFORUM=Intervieni+al+forum&LAN=ITA.(24/1/2005-Italian Network)


    ITALIA/FRANCIA- IWOX 4: INTERNATIONAL WORKSHOP ON OXIDES/ A COLLOQUIO CON LA PROF.SSA D.SCARANO

    Si è svolto dal 4 all'8 gennaio il convegno IWOX 4 - International Workshop on Oxides , organizzato dall'Università di Torino e dal Centre National de la Recherche Scientifique (CNRS) di Marsiglia.
    Al centro dei lavori del meeting, giunto alla quarta edizione, la presentazione e discussione di tematiche di frontiera nel campo della fisica e chimica degli ossidi sia in ambito teorico che sperimentale, coinvolgendo ricercatori di diverse nazioni e di fama internazionale: tra gli ospiti il Prof Wang Zhong Lin (School of Materials Science and Engineering Georgia Institute of Technology, Atlanta), la Prof ssa Cheng Hai-Ping (Department of Physics and Quantum Theory Project University of Florida, Gainesville, FL 32605) e il Prof. Fritz Bertrand (Centre de Géochimie de la Surface, University L. Pasteur and CNRS, Strasbourg ).

    Organizzato dai Proff. Adriano Zecchina e Domenica Scarano dell'Università di Torino e dal Prof. Claude R. Henry del Centre National de la Recherche Scientifique di Marsiglia, il meeting rappresenta un importante avvenimento internazionale per la didattica e la ricerca, teso ad incoraggiare la partecipazione di giovani ricercatori e dottorandi, per arricchirne la formazione.

    Italian Network ha intervista la prof.ssa Scarano per approfondire i temi dell'incontro.

    SCARANO: -Il workshop intende coprire i piu importanti aspetti della ricerca scientifica di base sulla tematica degli ossidi sia massivi che prodotti in forma di film sottile, includendo quegli aspetti rilevanti per applicazioni possibili in campo ambientale, corrosione, adesione , catalisi.
    Lo scopo della conferenza è stato, comunque, quello di mantenere vivo l'interesse verso questo settore nella comunità scientifica e di stimolare l'incontro di ricercatori attivi nel campo delle superfici degli ossidi e di argomenti affini per condividere le conoscenze acquisite e lo sviluppo di nuovi metodi sperimentali e teorici. Sebbene le tematiche siano state affrontate con un approccio di tipo fondamentale, è comunque importante ricordare che conoscere la struttura dei materiali consente di comprenderne le proprietà specifiche e quindi prevederne possibili applizioni nella realtà..

    D.-L'incontro è stato caratterizzato da una cospicua partecipazione...

    SCARANO: - I contributi sono stati tantissimi, (48 comunicazioni orali e 50 posters) . Ci sono state conferenze plenarie che hanno presentato lo stato dell'arte sulla sintesi e caratterizzazione di determinati materiali o d'altro canto approfondito tematiche di interesse per un vasto pubblico. In questo momento ci sono argomenti che potremmo definire "di moda" e che riguardano gli ossidi di vanadio e ferro, allumina e silice, anche se sono ancora in studio ossidi più semplici , modello come quelli a base magnesio o zinco.

    D.- Qual'è stato l'apporto del gruppo di lavoro dell'Università di Torino su questi argomenti?

    SCARANO: -Abbiamo un'ottima equipe che, dal punto di vista sperimentale ed anche teorico, copre differenti tematiche, con ottimi rapporti di collaborazione con molte personalità in giro per il mondo; questo è il motivo per cui siamo stati chiamati all'organizzazione del convegno. È frutto di molti anni di lavoro del nostro capogruppo, il prof. Zecchina, che ha costruito questa equipe ed ha iniziato per primo a costruire questo tipo di relazioni scientifiche.
    Noi lavoriamo con colleghi in Germania con il Max Plank Institut a Berlino; con l'Inghilterra (Cambridge, Bath) la Norvegia (Oslo), la Francia (Grenoble e Marsiglia), la Spagna; abbiamo interazioni con gli Stati Uniti a livello individuale con lo scambio di informazioni e di dati scientifici ed, infine, anche con i paesi dell'Est (Romania).

    A livello italiano lavoriamo con le università di Milano (Bicocca), Parma, Padova, e con con centri di ricerca e Industrie del Piemonte (Agilent, Gruppo Saiag..) e di altre Regioni italiane (Enichem tecnologie A San Donato Milanese, Chimet (Arezzo)...la lista è lunga.
    I temi sono essenzialmente sui materiali a base ossidica: dai solido modello più semplici a quelli piu complessi con una struttura tridimensionale microporosa che possono contenere al loro interno altri sistemi e posso funzionare da trappola per molecole. Su questi sistemi 'agganciamo' metalli per 'costruire' nuove strutture con potenziali applicazioni industriali. Nuove tematiche basate su carboni in sistemi compositi stanno comunque nascendo con promettenti risultati. Accanto al tradizionale approccio, basato sulla caratterizzazione sperimentale della struttura e morfologia dei materiali con l'utilizzo di molteplici tecniche di microscopia e di spettroscopia vibrazionale ed elettronica, il gruppo a cui appartengo sta acquisendo nuove competenza anche su metodi di sintesi di nuovi materiali.(17/1/2005- S.C. - Italian Network)


    NUOVI GENI RESPONSABILI DEL CANCRO- PROF.P. VEZZONI:"PROSPETTIVE PROGNOSTICHE. NECESSARI FONDI PER PROSEGUIRE LE RICERCHE"

    Due ricerche italiane recentemente pubblicate sulla stampa specializzata hanno aperto nuove prospettive nella lotta al cancro. Le scoperte, fatte dai ricercatori del Reparto Genoma Umano dell'Istituto di tecnologie biomediche del CNR, riguardano soprattutto i tumori della mammella e del polmone.
    Sono stati isolati geni coinvolti nella genesi del cancro. Si è aperta quindi una nuova frontiera. Gli studi, coordinati da Paolo Vezzoni, direttore del Reparto, e finanziati anche dalla Fondazione Cariplo, sono stati recentemente pubblicati, rispettivamente sulle riviste americane Proceedings of the National Academy of Sciences e Human Molecular Genetics.
    Italian Network ha interpellato il prof. Vezzoni al riguardo.

    D.-Professore, ci parli di queste scoperte:

    VEZZONI:-Sono due differenti scoperte, pubblicate per combinazione nello stesso periodo. Il primo è uno studio del prof. Dulbecco che ha identificato dei geni coinvolti nel cancro alla mammella. Il secondo studio riguarda il cancro del polmone ed abbiamo identificato un gene importante per la protezione nei riguardi di composti tossici che danneggiano il DNA. Negli ultimi anni, l'approccio alla comprensione del tumore va nella direzione dello studio delle istruzioni espresse dai geni che, qualora fossero sbagliate o alterate, favoriscono l'insorgenza del cancro. Nello studio del tumore alla mammella, grazie ad una tecnica innovativa basata sulla dissezione microscopica di cellule di tumore, è stato ottenuto un piccolo numero di cellule, tutte tumorali; da qui, è stato effettuato il sequenziamento genetico. In questo modo, sono stati evidenziati i geni la cui espressione è elevata nelle cellule neoplastiche e che non sono presenti in quelle normali, ma anche geni presenti nelle cellule sane ma che, in seguito alle trasformazioni tumorali, sono stati eliminati. Ci sono, infatti, geni che stimolano i processi tumorali ma anche geni che li frenano.

    Nella seconda ricerca siamo partiti dal concetto per cui i geni possono essere danneggiati: le molecole di DNA, sono molto fragili soprattutto in alcuni punti particolari, definiti siti fragili, particolari punti all'interno dei cromosomi che mostrano una certa propensione alla rottura; pertanto, abbiamo supposto che possano provocare riarrangiamenti cromosomici che facilitano il cancro. I ricercatori dell'ITB, sviluppando ricerche pubblicate l'anno precedente, hanno potuto dimostrare che un particolare complesso proteico, noto come coesina, gioca un ruolo fondamentale nel proteggere i cromosomi umani da queste rotture, identificando quindi un nuovo possibile meccanismo di difesa contro il cancro. La rottura dei siti fragili può essere provocata da composti tossici che possono indurre gli errori genici e che provocano il cancro al polmone. Il fumo di sigarette può provocare mutazioni nel DNA tali da causare il cancro. Tra gli organi più esposti a tali sostanze, ovviamente vi è il polmone. Uno dei possibili meccanismi di formazione del tumore coinvolge un "sito fragile" sul cromosoma 3, che è stato oggetto dell'altro studio CNR.

    D.-Professore, in seguito a queste scoperte, quali prospettive si aprono per i malati di cancro?

    VEZZONI:-Sono prospettive soprattutto prognostiche. Non è detto che questi geni siano alterati in tutti i tumori. Ci sono diverse tipologie di cancro; ciò è dimostrato dal fatto che alcuni pazienti rispondono bene a determinate terapie, altri meno. Ciò è dovuto a diversi geni coinvolti nel processo di formazione della patologia. Queste scoperte ci aiutano a capire la tipologia di tumore, il tipo di prognosi e il conseguente trattamento clinico. Identificare i geni coinvolti nel tumore ci permette di capire quali casi siano a rischio e modulare meglio l'intervento di cura, associando i più corretti interventi di profilassi. Dopo di che, si valuteranno gli interventi di cura, però, più a lungo termine, per intervenire direttamente sui geni danneggiati e sulle istruzioni sbagliate che ne derivano e che causano il tumore.

    D.-Qual è il valore scientifico di queste scoperte nell'attuale situazione della ricerca e dell'università italiana?

    VEZZONI:-Sono tanti anni che l'opinione pubblica evidenzia l'importanza della ricerca ed i politici promettono di aumentare i fondi. Di fatto soldi non ce ne sono o ce ne sono pochi. La situazione della ricerca in Italia al momento è molto grave. Il mio augurio è che il CNR, per il quale è in corso un ennesimo rinnovamento, possa veramente essere rafforzato, così da tornare quella forza trainante della ricerca che è stato fino ad una decina di anni fa. Non dimentichiamo che storicamente, interi settori di interesse cruciale, quali la genetica molecolare e il Progetto Genoma Umano sono nati al CNR e che il Paese ha bisogno di un CNR che esca rafforzato dalla ristrutturazione in corso..(17/1/2005- S.C. - Italian Network)


    2005. ANNO IMPORTANTE PER L'ASTRONOMIA ITALIANA. A LIVELLO MONDIALE AL V POSTO

    Con il 2005, Anno della Fisica, inizia in modo confortante la lunga rincorsa che porterà INAF a coordinare le iniziative per il 2009, Anno internazionale dell'Astronomia.
    Dal primo gennaio 2005 l'Istituto Nazionale di Astrofisica è ripartito nella piena operatività, dopo un periodo di oltre un anno servito per portare a termine la riforma dell'Ente, emanare nuovi regolamenti di organizzazione e funzionamento e, soprattutto, gestire la transizione degli Istituti e del personale del ramo astrofisica del CNR, che sono ora, a pieno titolo, parte dell'Istituto Nazionale di Astrofisica.

    Oggi all' INAF lavorano oltre 1400 persone tra ricercatori, tecnici e personale amministrativo, dislocate in quasi 20 stabilimenti dell'Ente sparsi in tutt'Italia ed all'estero (Isole Canarie).
    Fanno ora parte dell'Istituto i 12 Osservatori astronomici statali, l'Istituto di Astrofisica Spaziale e Fisica Cosmica, IASF, l'Istituto di Fisica dello Spazio Interplanetario, IFSI e l'Istituto di Radioastronomia, IRA, ognuno di questi con varie sedi. La riforma permette ora all'Italia di avere un unico Ente in questa disciplina, in grado di competere ancora meglio nella sfida internazionale della Big Science.

    La Ricerca astrofisica in Italia è oggi, peraltro, indubbiamente vitale. Lo dimostra anche una recente analisi prodotta dalla Thomson-ISI, una delle più importanti società indipendenti di analisi dei risultati delle ricerche a livello mondiale. Considerando tutte le Scienze il nostro Paese si colloca al settimo posto al mondo, mentre risulta al quinto posto per l'Astrofisica (INAF ed Università assieme) dopo USA, Gran Bretagna, Germania, Francia e prima di paesi importanti nel campo, come Canada e Giappone.

    E' estremamente interessante che l'analisi del "fattore di impatto" delle pubblicazioni italiane di Astrofisica, eseguito per quinquenni, mostri una vitalità ed un'acquisizione di credibilità dell'Italia nell'arco di un decennio, che non ha paragoni in altri paesi ed altre discipline. Infatti passando dal 1995 al 2003, il fattore di impatto cresce da -1% (cioè una media di citazioni inferiore dell'1% rispetto alla media mondiale) ad un + 17% dell'ultima rilevazione!
    Anche a livello di singoli ricercatori l'Italia ha colto, fra molti altri, un buon risultato, ad opera di una équipe guidata da ricercatori dell'INAF e delle Università di Cagliari e Bologna. Sempre secondo Thomson-ISI, il lavoro "An increased estimate of the merger rate of double neutron stars from observations of a highly relativistic system", pubblicato su Nature, 426 del 4 dicembre 2003, è stato nell'anno appena passato uno dei più citati al mondo nel campo "Scienze dello Spazio".

    Il successo della missione della sonda europea Huygens, arrivata su Titano da poche ore, è in buona parte anche merito dei ricercatori, oltre che industrie, italiani che hanno ideato e sviluppato parti e strumenti fondamentali della missione Cassini-Huygens, finanziata per il nostro paese in gran parte dall'Agenzia Spaziale Italiana, ASI.
    Per INAF hanno partecipato, fin dall'inizio, a quella che è senz'altro la più complessa missione mai portata a termine nell'esplorazione del Sistema solare, molti ricercatori di primo piano, concentrati soprattutto negli Istituti IASF e IFSI. Le antenne dei radiotelescopi del sistema internazionale VLBI (Very Long Baseline Interferometry), fra cui quelli di Medicina (Bo) e Noto (Sr) dell'IRA, hanno poi dato un apporto determinante alla missione seguendo la traiettoria di Huygens dal momento di distacco da Cassini, il giorno dello scorso Natale, ad oggi.(17/1/2005- S.C. - Italian Network)


    STUDIO GENICO DELL'UNIVERSITA' DI PADOVA CHIARISCE IL "PUZZLE" DELL'OMOCISTEINA NEGLI INFARTI

    Un alto livello di omocisteina interessa è uno degli indicatori del pericolo infarto. Uno studio dei ricercatori dell'Università di Padova, in collaborazione con la Divisione di Cardiologia dell'Ospedale di Cittadella, ha chiarito l'enigma dell'omocisteina. Da diversi anni si sapeva che alcune rare forme genetiche di iperomocisteinemia grave causano un'aterosclerosi grave e diffusa che porta ad infarto miocardico e spesso a morte in giovane età nei casi non trattati adeguatamente.
    Pertanto, si supponeva che anche un aumento più modesto dei livelli di omocisteina (un dannoso aminoacido che tende ad aumentare con l'età dell'individuo) nel sangue potesse avere un impatto negativo sull'apparato cardiovascolare. Non si sapeva, però, quanto fossero frequenti le forme lievi di iperomocisteinemia, cioè quelle con valori tra 15 e 30 micromoli/litro nella popolazione, e neppure se anch'esse comportassero un aumento del rischio di infarto ed ictus fatale.

    Uno studio dei ricercatori della Clinica Medica 4 dell'Università di Padova, diretta dal Prof. Achille Pessina e guidati dal Prof. Gian Paolo Rossi, su circa mille pazienti di età media intorno ai 60 anni ha mostrato che un alto livello di omocisteina interessa un paziente su cinque, tra quelli che vengono sottoposti ad angiografia coronarica.
    Fatto ancor più importante, ha evidenziato che l'iperomocisteinemia aumenta il rischio di morte per infarto ed ictus negli anni seguenti la coronarografia. Lo studio dei ricercatori patavini ha anche evidenziato un dato apparentemente sorprendentemente: i livelli di omocisteinemia non correlano con la gravità dell'aterosclerosi coronarica, nonostante la loro stretta associazione con la morte cardiovascolare.
    Questo apparente paradosso ha portato i ricercatori ad investigare altri meccanismi potenzialmente in grado di spiegare l'impatto sfavorevole dell'iperomocisteinemia sulla sopravvivenza. Ciò ha permesso di identificare una associazione tra iperomocisteinemia e funzione contrattile del ventricolo sinistro: maggiori livelli di omocisteinemia implicano minore frazione di eiezione, cioè minore contrattilità, del ventricolo sinistro.

    Ed è noto da molti anni che la riduzione della frazione ventricolare sinistra rappresenta un importante determinante prognostico nel pazienti cardiopatici. Lo studio, in pubblicazione sulla prestigiosa rivista dell'American Heart Association Atherosclerosis, Thrombosis and Vascular Biology è il primo a mettere in relazione l'iperomocisteinemia lieve con la mortalità cardiovascolare e la disfunzione ventricolare sinistra.
    Questi dati hanno un interesse ed implicazioni assai importanti per la salute pubblica. Un aumento dell'introito di acido folico, una vitamina contenuta nelle verdure a foglia, ottenibile aumentando il consumo di tali alimenti può infatti correggere l'iperomocisteinemia lieve, annullandone gli effetti avversi sull'apparato cardiovascolare.
    Negli USA e in Canada, dal 1999 la Food and Drug Administration ha sancito l'obbligo per l'industria alimentare di "fortificare" i cereali con folati. Ciò ha ridotto di alcune micromoli/litro i livelli medi di omocisteina nella popolazione. Questa semplice ed economica misura potrebbe, se applicata anche nel nostro Paese, potrebbe ridurre considerevolmente il numero di eventi e morti cardiovascolari.(17/1/2005- S.C. - Italian Network)


    IL PROF. LUIGI ROSSI BERNARDI NUOVO CAPO DEL DIPARTIMENTO PER L'UNIVERSITA' ALTA FORMAZIONE E RICERCA SCIENTIFICA

    Il Consiglio dei ministri, su proposta del ministro dell'Istruzione Letizia Moratti ha designato il prof. Luigi Rossi Bernardi capo del Dipartimento per l'Università, l'Alta formazione artistica, musicale e coreutica e per la Ricerca scientifica e tecnologica.
    Lo comunica una nota del MIUR.

    Il professor Rossi-Bernardi, attualmente ordinario di Biochimica all'Universita' degli Studi di Milano, ha svolto nello scorso triennio la funzione di Capo della Segreteria tecnica della programmazione della ricerca del Miur.
    Lo stesso Professore è stati Presidente del Consiglio nazionale delle ricerche dal 1984 al 1993.
    Ha trascorso lunghi periodi di studio e di ricerca all'estero, conseguendo il dottorato di ricerca all'Universita' di Cambridge ed e' autore di oltre 100 pubblicazioni sulle maggiori riviste internazionali.(17/1/2005-Italian Network)


    ITALIA/FRANCIA/PAESI BASSI/SVIZZERA - POLVERE COSMICA E CONCENTRAZIONE DI INQUINATI - NELLA NEVE E NEI GHIACCI SECOLARI LE RISPOSTE AI PROBLEMI DEL NOSTRO TEMPO? - A COLLOQUIO CON IL PROF. BARBANTE

    Una ricerca condotta in collaborazione fra l'Idpa-Cnr in collaborazione con l'Università di Venezia e con il Laboratorio di Glaciologia e Geofisica dell'Ambiente di Grenoble ha scoperto come la polvere cosmica si accumuli nelle regioni polari, dove arriva trasportato dai venti prevalenti della media atmosfera, prima di essere depositato sulla superficie
    La polvere cosmica è un insieme di minuscole particelle che si formano nell'alta atmosfera, a circa 90 km di altezza, a seguito della completa disintegrazione delle meteoriti al momento dell'ingresso nell'atmosfera terrestre. Per ottenere i dati sul prezioso pulviscolo è stata analizzata una carota di ghiaccio prelevata in Groenlandia e, misurando la presenza di iridio e di platino, sostanze di cui le meteoriti sono molto ricche, si è potuto ricostruire, per la prima volta, il flusso di polvere cosmica degli ultimi 10.000 anni.

    Italian Network ha intervistato il responsabile del progetto, Prof. Carlo Barbante e gli ha rivolto alcune domanda sulle indagini condotte dalla sua equipe.

    BARBANTE:-Collaboriamo con colleghi olandesi e svizzeri. Uno dei nostri progetti più importanti riguarda lo studio sul Monte Rosa dell'accumulo di metalli pesanti come piombo, zinco, rame, cadmio, ma anche platino, palladio e rodio perché, questi siti di alta quota, sono degli ottimi archivi ambientali, la neve cade, si accumula anno dopo anno, e trasporta al proprio interno una serie di sostanze che si depositano e poi si possono ritrovare dopo anni. In particolare ci siamo focalizzati sui metalli pesanti, per la maggior parte elementi emessi dal traffico veicolare oppure dalla combustione di petrolio, carbone e via dicendo. Abbiamo studiato uno spazio temporale di circa 350 anni, abbiamo ricostruito un record dal 1650 ai giorni nostri, abbiamo visto come i livelli di concentrazione di queste sostanze fossero bassi tre secoli fa ma, tuttavia, c'erano già delle tracce di contaminazione antropica; poi, soprattutto nell'ultimo secolo, la concentrazione è aumentata in maniera molto forte. Per quanto riguarda alcuni elementi come il piombo, con l'introduzione delle benzine verdi, abbiamo avuto una diminuzione nella concentrazione nei ghiacci e, di conseguenza, nell'atmosfera.

    D.-Quali possono essere le ricadute delle vostre indagini?

    BARBANTE:-Possono essere circa le indicazioni e le stime circa le emissioni delle sostanze nell'ambiente, perché dalla concentrazione nella neve noi possiamo risalire a quella nell'atmosfera; possiamo, così, valutare con dei margini di errore quali saranno le concentrazioni che ci possiamo aspettare. Per quanto riguarda il clima lo scorso anno abbiamo effettuato un nuovo carotaggio nel sito che ci consente di andare indietro almeno 1500 anni e faremo anche delle indagini climatiche per valutare quale sia stata la variabilità climatica in questo periodo e quindi valutare le conseguenze a livello ambientale. (10/1/2005- S.C. - Italian Network)


    GLI OBIETTIVI DELL'ISTITUTO DEI SISTEMI COMPLESSI. PROF.L.PIETRONERO (DIRETTORE): "PROSSIMO BREIN STORMING" FRA ISTITUTO E AZIENDE"

    Una nuova frontiera della fisica, per scoprire i presupposti e il comportamento di sistemi costituiti da tanti e diversi elementi che interagiscono tra loro. È la questione scientifica alla base della nuova struttura del CNR, Istituto dei sistemi complessi (Isc). Il campo di indagine attiene, infatti, allo studio dei sistemi complessi, per capire i presupposti e il comportamento di "organismi" costituiti da tanti e diversi elementi che interagiscono tra loro. Elementi spesso invisibili agli approcci tradizionali: possono infatti essere atomi o batteri in un contesto fisico o biologico, ma possono essere anche persone, macchine o imprese in un contesto economico.
    Un esempio per tutti sono le reti complesse quali Internet o il World-wide-web, che rappresentano ormai la base delle comunicazioni personali, commerciali, militari a livello planetario, e che hanno l'incredibile caratteristica di non essere state progettate da nessuno. Argomenti di studio sono inoltre Google, i virus informatici, ma anche i robot in grado di autoapprendere e interagire con altri.
    L'Istituto integra personale CNR, INOA, INFM e Universitario ed è localizzato in varie sedi, a Roma e Firenze.

    Il soggetto dei Sistemi Complessi è molto attuale e intrinsecamente interdisciplinare. In Italia è già rappresentato da vari gruppi di riconosciuto valore internazionale. L'Istituto si propone di integrare le attività di questi gruppi e di altri che hanno manifestato interesse in un sistema con notevole massa critica e capacità di azione in campi scientifici strategici ma anche in applicazioni di carattere innovativo.
    Al momento le attività principali riguardano :
  • lo studio dei Sistemi Complessi con particolare riferimento alle loro applicazioni interdisciplinari in Fisica, Chimica, Biologia e Teoria dell'Informazione;
  • i modelli teorici, applicazione e analisi di sistemi reali;
  • i sistemi critici, vetrosi, frattali e turbolenti. Reti geniche e neurali. Auto-organizzazione critica.
  • il controllo ed analisi di dinamiche non lineari. Materiali complessi, disordinati, vetrosi, porosi granulari;
  • i processi di formazione e caratterizzazione. Catalisi eterogenea. Nuovi materiali superconduttori. Sistemi mesoscopici e aspetti complessi delle nanostrutture. Analisi fine della materia disordinata con metodologie spettroscopiche utilizzanti luce, neutroni e raggi X;

    Italian Network ha intervistato il prof. Luciano Pietronero, direttore del neonato istituto, per capire meglio obiettivi e priorità scientifiche.

    PIETRONERO:-L'Istituto dei sistemi complessi parte da una comunità scientifica preesistente: pezzi di università, CNR, INOA ed INFM, e li integra in una istituzione unica. La prima intenzione è creare una comunità scientifica interdisciplinare.
    Gli obiettivi scientifici più concreti si evolveranno nel tempo; ad esempio, noi, adesso, abbiamo poca biofisica, l'idea è di essere flessibili di evolversi. Al momento, i progetti principali sono quelli riguardanti la complessità delle reti internet e tutto quello che ne consegue ma anche la complessità dei materiali.

    D.-Quali saranno i principali progetti scientifici specifici su cui lavorerete?

    PIETRONERO:-Ciascuno porta i suoi progetti nel nuovo istituto. Lo studio della struttura di internet, in tutte le sue proprietà di tipo accademico scientifico sia di tipo applicativo, è una delle iniziative che si muovono in ciò che le spiegavo prima, l'interdisciplinarietà, e che sono già attive ed intendiamo sviluppare.
    In questo ambito c'è, ad esempio, la questione dell'identificazione delle informazioni rilevanti, interrogativi che toccano il campo dell'informazione e che prima non facevano parte del campo della fisica statistica ma, adesso, tenendo conto del fatto che internet non è progettato da nessuno ma cresce da solo come se fosse una specie di animale, diventa interessante utilizzare nuovi tipi di approcci. Uno dei fenomeni più singolari riguarda i motori di ricerca come Google, che ha la caratteristica di riuscire ad estrarre informazioni rilevanti alla enorme massa dei siti internet. Porsi questo problema è certamente una esigenza nuova, che non ha precedenti e tocca varie discipline che sono tra le competenze dell'istituto.

    D.-Come si inserirà l'istituto nelle priorità scientifiche nazionali e le sempre più sentite esigenze applicative della scienza?

    PIETRONERO:-Io voglio far presente che, in questo contesto, il discorso delle priorità scientifiche nazionali deve poggiare sulla valorizzazione della qualità: senza qualità non c'è discorso accademico né applicativo. Questa è, secondo me, una meta prioritaria. Il fatto, poi, che la comunità scientifica debba porsi problemi concreti, mi pare una questione assolutamente sana. Io ho lavorato per molti anni in una azienda come la Xerox ma ho fatto anche il professore universitario in Olanda e ora qui in Italia, ho una carriera mista fra esperienze industriali - sempre negli ambiti scientifici - ed accademica. Entrambe hanno valore ed è del tutto sano che una istituzione scientifica che voglia avere finanziamenti abbia un impatto rilevante nella società per quanto più è possibile. Noi possiamo fare questo: occuparci di internet e le informazioni rilevanti, una questione che ha un impatto anche aziendale immediato. Inoltre, con determinati accordi ovviamente, ci potremmo occupare del problema dell'ottimizzazione del traffico in una città. È un tema che, i nostri colleghi all'estero, che hanno competenze analoghe alle nostre, già fanno, come, ad esempio, in Germania e negli Stati Uniti circa l'interazione con la rete autostradale.
    In generale, poi, noi ci poniamo con una posizione aperta verso il mondo imprenditoriale. Ci sono già delle collaborazioni nell'ambito della finanza e dell'economia. Altre potrebbero svilupparsi nei materiali innovativi con la Pirelli o altre ditte. Per fare tutto ciò, le annuncio in anteprima che entro un paio di mesi intendiamo fare un secondo meeting dell'istituto dal titolo provvisorio di La complessità tra le scienza e l'impresa; il proposito è di unire un gruppo di persone dell'istituto e un gruppo di aziende in due giornate di "brain storming" in cui cercheremo di spiegare le nostre potenzialità scientifiche e ascolteremo i problemi dalle aziende. Abbiamo anche dei contatti già avviati, come con la Sony, su problematiche concernenti la robotica.(10/1/2005- S.C. - Italian Network)


    ITALIA/FRANCIA. DALL'ITALIA NUOVE METODOLOGIE PER L'ANALISI DI MATERIALE COSMICO

    Alcuni ricercatori Italiani del Dipartimento di Chimica dell'Università di Ferrara hanno sviluppato un metodo chemiometrico per decodificare cromatogrammi SIM (selected ion monitoring) acquisiti in condizioni isoterme durante le missioni spaziali.
    Il metodo consente di estrarre la massima informazione utile dal cromatogramma originario utilizzando la minima quantità di dati ed un semplice trattamento del segnale. La ricerca è svolta in collaborazione con il laboratorio LISA dell'Università Parigi XII, Creteil, Francia.

    Uno dei principali obiettivi della ricerca spaziale é la scoperta delle origini della vita sulla Terra: la GasCromatografia-Spettrometria di Massa (GC-MS) gioca un ruolo fondamentale in questi studi, analizzando la composizione delle atmosfere extra-terrestri e dei corpi planetari. Nuove procedure chemiometriche permettono di semplificare l'interpretazione dei dati per identificare i composti presenti in miscele complesse.
    Queste metodologie possono essere di aiuto per rispondere ad una delle domande più audaci della moderna ricerca scientifica: come è arrivata la vita sulla Terra. È inimmaginabile trovare in natura un'evidenza diretta delle prime forme di vita. Tuttavia, lo spazio può fornirci alcune risposte. E' comunemente accettato che la materia organica necessaria per la vita é arrivata sulla Terra dalle comete, le meteoriti e la polvere interplanetaria. Perciò se noi torniamo nello spazio ed analizziamo i corpi extra-terrestri e le atmosfere planetarie, possiamo trovare lì tracce dell'origine della vita.

    Sono state progettate parecchie missioni con l'obiettivo specifico di raccogliere campioni nello spazio. La missione Stardust ha gia raccolto delle particelle dalla coda della Cometa Wild 2 e continuerà il proprio volo raccogliendo polvere interstellare prima di tornare sulla Terra nel Gennaio 2006.

    La missione Cassini-Huygens per studiare l'atmosfera di Titano, la più grande luna di Saturno, utilizza uno strumento GC-MS. Essa ha incontrato Titano il 26 Ottobre 2004, percorrendo un'orbita a 1200 km da Titano. Il Rosetta Lander sarà la prima navicella spaziale ad atterrare su una cometa (Churyumov-Gerasimenko), previsto per il 2014, ed analizzerà il materiale organico sulla superficie della cometa mediante GC-MS.
    Le condizioni di volo impongono forte limitazioni alle analisi GC-MS nello spazio, molto piu' severe che negli esperimenti terrestri. La strumentazione deve essere leggera e a basso consumo energetico. Per questo le analisi GC in temperature programmata sono proibite, o devono avvenire con un riscaldamento molto lento. Queste condizioni non sono ideali per separare miscele complesse come le atmosfere planetarie: le conseguenze sono una bassa efficienza separativa ed una grande sovrapposizione dei picchi per cui i cromatogrammi ottenuti sono molto complessi e di difficile interpretazione.

    Qui interviene il contributo italiano. Il primo autore, Maria Chiara Pietrogrande, descrive la procedura in Annali di Chimica 2004, 94, 721, in cui sono scelte opportune miscele di composti per rappresentare la composizione chimica del nucleo di una cometa. La miscela contiene piccoli composti organici, contenenti da 3 a 11 atomi di carbonio appartenenti alle serie omologhe di idrocarburi, alcoli, chetoni acetati, nitrili e composti aromatici. Le analisi sono effettuate a 600C, una delle temperature che saranno impiegate nella missione Rosetta Lander.
    Dopo aver linearizzato i tempi di ritenzione dei picchi cromatografici, si calcola la Funzione di Autocovarianza (ACVF): il grafico di ACVF sperimentale mostra dei picchi ben definiti in corrispondenza delle interdistanze tra picchi ripetute costanti nel cromatogramma. Il metodo permette di evidenziare queste ripetitività, correlabili a specifiche strutture molecolari dei composti analizzati, mentre esse sono nascoste nel cromatogramma originale, caratterizzato da molti picchi con ampiezza diversa disposti in modo disordinato.
    Perciò per un particolare valore m/z utilizzato per l'acquisizione in modalità SIM, per esempio, m/z 31 per gli alcoli primari, nel grafico di ACVF sperimentale sono presenti picchi ben definiti che individuano la serie omologa di questi composti. L'individuazione di serie omologhe è molto significativa nella ricerca spaziale, perché può essere considerata come un'indicazione dell'attività di organismi viventi.
    Pertanto, per una miscela che contiene termini di vaie classi di serie omologhe, si possono scegliere valori opportuni di m/z per distinguere i componenti di ogni serie. Questo risultato è chiaramente dimostrato dall'analisi GC-MS di una miscela di 33 componenti utilizzando i seguenti valori m/z per l'acquisizione in SIM: 31 e 45 per gli alcoli (primari e secondari, rispettivamente), 57+71+85 per gli idrocarburi, 43 per i chetoni ed acetati, 26 + 40 per i nitrili e 78 + 91 per i composti aromatici.
    Il metodo può essere facilmente esteso ad altri tipi di composti selezionando opportuni frammenti per l'acquisizione in SIM. Gli autori affermano che il metodo permette di estrarre la massima informazione utile dal cromatogramma originario utilizzando la minima quantità di dati ed un semplice trattamento del segnale.(10/1/2005- S.C. - Italian Network)


    NUOVI TESSUTI DALL'ISTITUTO DI CHIMICA E TECNOLOGIA DEI POLIMERI DEL CNR DI NAPOLI

    Ancora una ricerca, a poco meno di una anno dalla precedente proviene dall'Istituto di chimica e tecnologia dei polimeri del Cnr di Napoli, all'interno del quale è stato realizzato un tessuto naturale in grado di assorbire gli odori inclusi quelli, sgradevoli, del fumo o della cucina.

    La nuova frontiera dei tessuti è rappresentata dal saper coniugare le innovazioni di prodotto tipiche della scienza ed ingegneria dei materiali con la lunga tradizione del made in Italy relativa ai polimeri naturali- spiega Cosimo Carfagna, direttore dell’Istituto del Cnr di Napoli, che Italian Network ha intervistato (WEB Conference on line www.italiannetwork.it/tv) nel recente passato alla luce delle fibre innovative che lo staff del Prof. Carfagna ha realizzato.
    "Nell’ambito di questa attività di ricerca, un tema che ci sta impegnando è quello relativo alla funzionalizzazione delle fibre di lana con ciclodestrine. La ciclodestrina inglobata nel tessuto sarà come una spugna in grado di ingabbiare il cattivo odore non consentendo che esso si leghi alle fibre e quindi neutralizzandone l’effetto".

    Le ciclodestrine sono oligosaccaridi ciclici, che hanno una particolare struttura supermolecolare con sostanze in grado di essere intrappolate all’interno delle cavità. Questo processo, comunemente definito "incapsulamento molecolare", viene già utilizzato in molti settori, quali quello alimentare, cosmetico, farmaceutico.
    Anche l’industria tessile sta guardando con una attenzione crescente ai potenziali vantaggi della inclusione delle ciclodestrine nei tessuti, prosegue Carfagna.
    "Numerosi brevetti sono apparsi nella letteratura con la descrizione di tessuti contenenti ciclodestrine per il rilascio di profumi o agenti repellenti per insetti. L’attività di ricerca che si sta svolgendo presso l’Ictp riguarda la funzionalizzazione di tessuti di lana con ciclodestrine con lo con lo scopo di realizzare un tessuto naturale in grado di assorbire gli odori".
    In un futuro non troppo lontano, la domanda che potremo farci la mattina, aprendo il nostro guardaroba, potrebbe essere: "Cosa indossiamo oggi? un abito intelligente o uno ecocompatibile?". Insomma, prospettive interessanti per la moda e per il benessere.(10/1/2005-Italian Network)


    SPELEOLOGI ITALIANI A RISCHIO DI ISTOPLASMOSI NELLE GROTTE CUBANE - MONITORAGGIO DEI SOGGETTI

    L'incremento dell'attività esplorativa degli speleologi italiani nelle grotte dell'Isola di Cuba a seguito della maggior collaborazione fra la Società Speleologica Italiana (SSI) e la corrispondente società cubana (SEC) sta portando ad un incremento dei sintomi clinici suggestivi di possibile infezione da parte di H. capsulatum, con, talora, il riscontro di focolai broncopolmonari. Il sospetto di istoplasmosi in questa categoria a rischio, è quindi elevato.

    Histoplasma capsulatum è un fungo dimorfico che vive nel terreno ed in grado di provocare nell’uomo una malattia infettiva potenzialmente grave: l’istoplasmosi.
    Sebbene ufficialmente non si ritenga che il fungo sia presente in Italia, esistono già documentate prove di ritrovamenti di H. capsulatum in Italia e di alcuni casi autoctoni di istoplasmosi.

    Il fungo cresce particolarmente bene in suoli ricchi di laterite, meglio ancora se arricchiti di guano di chirotteri. Per questo motivo nelle grotte frequentate da chirotteri, la possibilità di riscontrare la presenza del fungo è più elevata.
    In particolare, esso cresce bene tra 20 e 30°, prediligendo gli ambienti oscuri e con scarsa o nulla circolazione di aria. Un ambiente che corrisponde molto bene a quello presente nelle grotte dell’America latina.

    L’eventuale contatto con il fungo passa nella maggior parte dei casi, inosservato, potendosi sviluppare la malattia solo in una minoranza di casi, ed assumendo gravità clinica solo in caso di immunosopressione del soggetto contagiato, che può venir diagnosticata come una banale influenza.
    E, dunque, di estremo interesse - si sottolinea nel bollettino degli speleologi italiani - uno studio sulla conversione sierologica degli speleologi di ritorno da Cuba, in merito alla presenza di anticorpi anti-istoplasma, allo scopo di delineare il rischio di contatto con il fungo, anche aalla luce della difficoltà logistica di operare colture dei terreni campionati nelle grotte esplorate con la ricerca diretta del fungo.
    La possibilità di conoscere il rischio di contatto con il fungo e l’eventuale distribuzione nelle varie grotte e regioni cubane, rappresenterebbe un utilissimo strumento per chi si accinge a spedizioni in territorio cubano, vista anche la possibilità di eseguire efficaci profilassi per i soggetti più a rischio di malattia.
    E, dunque, gli speleologi suggeriscono uno studio sulla sieroconversione di speleologi italiani dopo attività speleologica in territorio cubano; una mappatura di grotte cubane per la presenza di Histoplasma capsulatum in base alla sieroconversione degli speleologi.

    L'iniziativa prevede la collaborazione dell’istituto di micologia dell’Università degli studi di Milano, presente presso l’ospedale Maggiore di Milano.(10/1/2005-Italian Network)


    A PROPOSITO DI TERREMOTI: PROF. P.MANETTI "PREVEDIBILI UNO OGNI ANNO"

    Anche nel 2005 è da prevedere un sisma superiore agli 8 gradi, un evento che in media si verifica ogni anno, spiega Piero Manetti dell’Istituto di geoscienze e georisorse del Cnr. Per fortuna, alla intensità non corrisponde sempre l’alto numero di vittime
    I dati sono noti e pubblici: la media dei terremoti superiori all’ottavo grado di intensità è di uno all’anno, pertanto anche nel 2005 è da prevedere che se ne possano verificare” avverte Piero Manetti, direttore dell’Istituto di geoscienze e georisorse del Cnr. "Mentre quelli tra 7 e 7,9 gradi sono mediamente 17 l’anno e quelli tra 6 e 6,9 ben 134. Ma contando anche gli eventi sismici minori, partendo dai due gradi, gli eventi sismici stimati annualmente sono circa un milione e mezzo. Soltanto dal 2000 ad oggi abbiamo avuto un’ottantina di scosse superiori ai sette gradi”.

    Dovremo dunque attenderci anche nel 2005 un’altra tragedia di proporzioni simili a quella avvenuta nel Sud-Est asiatico?
    MANETTI: - Per fortuna non è detto poiché l’altro elemento fondamentale da tenere in conto per le conseguenze in termini di vite umane è la densità della popolazione nella zona colpita e molto spesso il sisma si verifica in zone poco o per nulla abitate.
    Anche solo guardando agli anni recenti, sono state colpite da terremoti pari o superiori all’ottavo grado, senza neppure una vittima: nel 1965 l’Isola di Rat, nel 1970 la Columbia, nel 1986 l’Isola di Andreanof, nel 1988 il Golfo dell’Alaska, nel 2000 la New Ireland in Papua Nuova Guinea e nel 2002 il Denali Park. Mentre un terremoto di 8.2 gradi in Bolivia, nel 1994, ha fatto cinque morti, uno di 8.4 gradi in Perù, nel 2001, 75 vittime, e nel 1964 sempre in Alaska ci sono stati 125 morti, ma con uno dei più forti eventi sismici mai registrati, 9.2 gradi. >dd>Anche il terremoto di massima intensità mai misurato con gli strumenti moderni, 9.5 gradi, avvenuto nel 1960 in Cile, ha provocato 5.700 vittime, un numero ben minore di quello che purtroppo circola in questi giorni. Del resto anche quest’ultimo evento, se non ci fosse stato lo tsunami, avrebbe avuto un esito molto meno disastroso.

    Il terzo fattore da tenere in conto è poi l’adozione di tutte le misure di prevenzione possibili. L’evento sismico è per definizione imprevedibile, ma la conoscenza geologica e la statistica ci indicano con chiarezza le zone a rischio. "In Italia, ad esempio, sappiamo bene che i pericoli maggiori riguardano la dorsale appenninica centromeridionale, il Friuli e alcune aree siciliane, in particolare il Belice".
    Sul piano statistico, a livello mondiale, c’è da registrare che è la Cina ad aver subito le conseguenze più tragiche: a parte un terremoto del 1556 a cui vengono imputati 830.000 morti, se ne sono verificati due negli anni Venti con 200.000 vittime ciascuno e uno nel 1976 con 255.000 dichiarate: "Ma alcune stime parlano di 655.000 morti" (10/1/2005-Italian Network)