* INFORM *

INFORM - N. 247 - 28 dicembre 2003

RASSEGNA STAMPA

Corriere della Sera, 27 dicembre 2003

Calumet: gioco al massacro con i bambini italiani

Novant'anni fa la strage dei minatori in sciopero e dei loro figli. Una tragedia dimenticata, cantata da Woody Guthrie

«Non ho mai veduto una cosa così terribile / Portammo i nostri bambini su accanto al loro albero di Natale / I poco di buono di fuori ancora ridevano...». Molti decenni dopo, non è ancora chiaro dove il grande Woody Guthrie venne a sapere di quello spaventoso Natale di Calumet, su cui scrisse verso la fine della Seconda guerra una delle sue canzoni più struggenti, 1913 Massacre. Forse ne aveva sentito parlare durante uno dei viaggi attraverso l'America da randagi che come lui non riuscivano a trovar lavoro. Forse, dopo l'arruolamento come volontario nelle truppe sbarcate in Sicilia (uomo della sinistra dura e pura aveva inciso sulla chitarra «questa macchina uccide i fascisti!») aveva raccolto qui da noi la testimonianza di qualche italiano che nella tragedia aveva perso dei parenti. Certo è che la sua canzone, tanto bella quanto poco nota, resta uno dei rari tentativi di far conoscere uno degli episodi più agghiaccianti della storia dell'emigrazione italiana.

Calumet, nella parte meridionale della penisola di Keweenaw protesa nel Lake Superior ai confini tra il Michigan e il Canada, era allora un paesotto che, dopo la scoperta di ricchi giacimenti di rame, era diventato in pochi anni uno dei centri più importanti del mondo per l'estrazione e il commercio del metallo.

Vorticosamente cresciuto fino a passare i 60 mila abitanti, ospitava una popolazione di minatori venuti da tutta l'Europa: finlandesi, sloveni, croati e svedesi e russi. E italiani. Moltissimi italiani che avevano tirato su coi loro risparmi, cent dopo cent, un bell'edificio di mattoni con una orgogliosa scritta che diceva «Società mutua beneficenza italiana», un caffè al piano terra e un pennone sul quale svettavano le bandiere americana e italiana. Vita dura, durissima. Dieci dollari la settimana di paga, da dieci a dodici ore al giorno sottoterra, incidenti mortali a catena in un'America così disinteressata alla sicurezza sul lavoro che, come testimoniano alcune foto dell'epoca, i costruttori imponevano per esempio a chi voleva essere assunto di camminare in equilibrio, a decine di metri d'altezza, sopra i tiranti d'acciaio di un ponte. Disperati, nel luglio 1913 i minatori di Calumet decisero dunque, come succedeva in molte altre città minerarie americane, di mettersi in sciopero. Come leader avevano una donna, Annie Clemenc, una croata così combattiva da essersi guadagnata il nome di «Big Annie». Come obiettivi tre dollari di paga giornaliera e la riduzione a otto ore quotidiane di lavoro. Sciopero d'altri tempi. Frontale. Al quale Charles Moyer, presidente della Western Federation of Miners, si rifiutò di fare alcuna concessione. Riuscendo al contrario a mobilitare contro quei poveracci perfino le truppe a cavallo con la baionetta innestata. Cominciato lo sciopero a luglio e sorretti solo dai magri risparmi e dalla solidarietà dei parenti e dei vicini, i minatori arrivarono a Natale stremati e senza alcuna prospettiva per l'inverno, il lungo e nevoso e gelido inverno del Michigan. Non vollero tuttavia rinunciare a una festa per i figlioletti. Una festa povera per bambini poveri: qualche nastrino colorato, un po' di torte fatte in casa, alcuni cesti di frutta secca, un'orchestrina alla buona.

Appuntamento: il pomeriggio della vigilia, nel salone della Società mutua beneficenza che tutti chiamavano Italian Hall. Jenny Giacometto, Teresa Rinaldi si erano messe il loro vestitino più bello e un fiocco nei capelli, per quella festa. E come loro avevano fatto tutti gli altri bambini italiani e finlandesi e croati. Felici di potere per qualche ora dimenticare gli stenti quotidiani giocando e ballando goffi con la mamma o il papà e magari prender parte all’estrazione di una sorpresa. Fu in quel momento di serenità, mentre una ragazzina seduta al pianoforte intonava una canzoncina, che «gli scagnozzi del boss del rame - avrebbe cantato Woody - ficcarono le teste nella porta / e uno di loro urlò: "C'è un incendio!" / Una donna gridò: "Non c'è niente del genere! / Continuate la festa, non c'è niente del genere!"». Tutto inutile: presi dal panico, gli orchestrali lasciarono gli strumenti, i genitori afferrarono i figli per precipitarsi fuori, i bambini si misero a urlare e piangere terrorizzati. Appena i primi arrivarono a raggiungere le uscite, trovarono le porte sbarrate dal di fuori. Nel salone si scatenò l' inferno.

«E' solo uno scherzo! Uno stupido scherzo!» urlava a squarciagola chi aveva capito cosa stava succedendo. Niente da fare, continua la canzone: «Gli energumeni ridevano per il loro scherzo criminale / mentre i bambini venivano calpestati a morte sulle scale». Fu un massacro. Quando il grande terrore si placò e le porte furono finalmente spalancate e la folla accecata dall'angoscia fu fuori, sudata e intirizzita nella neve, cominciò la conta dei morti. Interminabile, con le mamme e i papà che risalivano le scale chiamando disperati i nomi del figlio o della figlia e cercando i loro corpi tra mucchi di cadaveri. Furono 73, le vittime. In larghissima parte bambini. Alcuni dei quali, come appunto Jenny Giacometto e Teresa Rinaldi, italiani.

Novanta anni dopo, a parte la canzone d'ira e di dolore di Woody Guthrie, un paio di libri e un'opera teatrale mai tradotti in Italia, di quella strage resta poco o niente. Calumet, finita l'era del rame, si è ridotta a un paesino dieci volte più piccolo di quel che era. L'Italian Hall è stata abbattuta vent'anni fa: si era aperta una crepa nella facciata, una colletta tentata per salvare l'edificio fallì, l'Italia non ne seppe niente. Resta, in mezzo a un prato, come uno spettrale arco di dolore, il portone d'ingresso di quella che fu la Società mutua beneficenza italiana. E le foto. Terribili. Con i bambini morti stesi su un tavolaccio e coperti da un lenzuolo.

Non una riga di quella strage, stando agli archivi, finì sui nostri giornali. Due anni prima, il Dictionary of Races and Peoples, compilato dalla commissione governativa per l'immigrazione in America, aveva stabilito con demente «scientificità» che «tutti gli abitanti della penisola propriamente detta così come le isole della Sicilia e della Sardegna (...) sono italiani del Sud. Anche Genova fa parte dell'Italia del Sud». Razza mediterranea. Sporcata da gocce di «sangue negro». Tre anni prima, a Tampa, in Florida, erano stati linciati Angelo Ficarotta e Costanzo Albano, ultimi di una lunga e angosciante lista di italiani assassinati per motivi razziali. Una lista così lunga che un giornale progressista e antirazzista, con feroce sarcasmo, era arrivato a pubblicare una vignetta: «Costa così poco linciare un italiano che varrebbe la pena di linciarli tutti». (Gian Antonio Stella)


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