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INFORM - N. 233 - 9 dicembre 2003

L’articolo di fondo di Nino Randazzo su "La Fiamma" di Sydney e "Il Globo" di Melbourne

L’istruzione in Australia: diritto o privilegio?

Fortunati gli emigrati italiani della prima generazione in Australia, quasi tutti giunti negli Anni ‘50 e ‘60, che hanno potuto nella maggioranza dei casi realizzare un sogno in due fasi: la conquista di una sicurezza economica pur se attraverso im-mancabili sacrifici e l’istruzione dei figli fino a livelli medi e alti di formazione professionale. Raggiunto il duplice gratificante obiettivo, s’è concluso un ciclo. Con crescente frequenza il ciclo s’è spezzato per i figli dei figli.

Fino a una generazione addietro la scuola media privata, in linea di massima ritenuta (a torto o a ragione) qualitativamente superiore a quella del sistema pubblico, era accessibile anche alle famiglie dei manovali. Fino a una generazione addietro anche l’università era accessibile a costi relativamente moderati ai figli di una massa di lavoratori dipendenti. Oggi per un paio di figli ad una scuola media privata, anche nel caso di una famiglia di medio reddito, se ne va il proverbiale occhio della testa: tutto incluso (rette, libri, uni-formi, contributi incidentali) dai 15 ai 25 mila dollari all’anno. Molto di più in certi istituti d’alto bordo.

Ma lasciamo stare l’istruzione media inferiore e superiore: alla fin fine c’è sempre la scuola pubblica, che non manca neppure di coltivare fior di studenti, sempre che la materia prima (grigia) e le motivazioni e aspirazioni siano presenti. Ora è il livello superiore d’istruzione, l’università, dove non esistono né alternative né configurazioni di "pubblico" e di "privato", a presentarsi, sotto il profilo economico, un ostacolo sempre meno valicabile anche per i ragazzi delle famiglie più abbienti. Sulla base della nuova legge sulle tasse di frequenza universitaria, l’HECS (Higher Education Con-tribution Scheme) approvata in via definitiva al Senato pochi giorni fa grazie al voto dei quattro indipendenti in quell’aula del Parlamento federale, la situazione diventerà ancora più insostenibile dall’anno accademico 2005.

Sempre più sudati e salati i sogni di mobilità socioeconomica attraverso l’istruzione superiore, offerta, messa all’asta, a chi paga di più, privilegiando le categorie già privilegiate e lasciando briciole, sempre da contendersi coi denti e le unghie, al resto della società.

Le università, poste su princìpi concorrenziali fra d’esse, saranno libere di aumentare nelle varie discipline del 25 per cento le attuali già pesanti tasse d’iscrizione e frequenza, in cambio di promesse di più alti standard qualitativi d’insegnamento, tutti ancora da venire e da verificare. Il mercato è aperto, i primi banditori d’asta annunciano i prezzi di base. Eccone alcuni: all’Università Monash di Melbourne 36 mila dollari la laurea in materie umanistiche (Arts), 73 mila dollari quella in ingegneria civile, 67 mila dollari quella in giurisprudenza; ancora più in salita i costi delle pergamene all’Università del New South Wales: 48 mila dollari in Arts, 85 mila dollari in ingegneria civile, 100 mila dollari in Legge.

E si tratta ancora delle primissime anticipazioni, un quadro completo delle cime da scalare e delle legnate da subire si avrà nel nuovo anno. Come in tutti i mercati che si rispettano, anche per l’istruzione superiore si offre una serie di facilitazioni e incentivi: venti per cento di sconto alle matricole che pagano in anti-cipo per il corso; disponibilità di un prestito per le tasse HECS da rimborsare a rate se e quando il reddito del laureato o della laureata raggiungerà 35 mila dollari annui; fino al 35 per cento di posti nelle singole facoltà (meno che in Medicina, che ha un tetto del 10 per cento) riservato automaticamente a studenti in grado di pagare la "tariffa piena" (come dire: chi paga una maggiorazione ha l’iscrizione assicurata, il denaro ha la precedenza sui voti agli esami di maturità).

Questa, in linee molto generali, la situazione. Che è inevitabile, sostengono il governo e gli esperti del libero mercato. Che è una mina politica per lo stesso governo Howard, già sfidato dall’opposizione laburista sul tema dell’istruzione per la campagna elettorale del 2004. Che è un autentico disastro per tanti bilanci familiari, per tanta gioventù costretta, per assicurarsi un futuro, ad affrontare incognite, umiliazioni, svantaggi e sacrifici ignoti alla precedente generazione.

Ha voglia il ministro federale della Pubblica Istruzione, Brendan Nelson, l’architetto del nuovo sistema di "mercantilismo universitario", di dire: "Ricordate tutti quei laboriosi uomini e donne che sostengono tre quarti dei costi di mantenimento delle università". Ma come? Fra i contribuenti non ci sono pure i genitori degli studenti, non ci saranno gli studenti stessi che a studi fatti e lavoro trovato, oltre a dovere sborsare le ordinarie imposte sul reddito, dovranno anche ammortizzare a rate il mutuo contratto per gli studi? Quei "laboriosi uomini e donne" non sostengono per intero (e non per "tre quarti") le astronomiche spese militari nazionali e dell’intero apparato amministrativo pubblico? In nome di quale logica, se non quella del "privilegio sociale", si proclama che al dovere universale di contribuire alla spesa pubblica non si accompagna più il diritto universale all’istruzione?

L’orizzonte dell’istruzione superiore si restringe e si rabbuia proprio nel momento in cui la formazione professionale resta la strada più sicura dell’avvenire, in una società postindustriale, di specializzazione, tecnologia e globalizzazione galoppanti, dove c’è sempre meno posto per i lavoratori generici, per quel tipo di operai e manovali che fino a trent’anni fa erano ancora in grado di mandare all’università i figli. Ed ora non lo sono più o lo sono sempre di meno.

C’è chi legge in questa gretta restrizione economica e selezione sociale nell’istruzione superiore una rivalsa ideologica, una vendetta politica, di un governo conservatore che ha visto nell’esplosione degli studi universitari degli Anni ‘60, ‘70 e ‘80 il focolaio del radicalismo e di tutti gli "ismi" che vanno dal multiculturalisno al femminismo, al pacifismo, al repubblicanesimo, eccetera eccetera. La tenaglia del controllo ideologico attraverso lo strumento finanziario si è già stretta da tempo, i campus universitari da culturalmente attivi e stimolanti qual erano sono diventati tranquilli ovili di disciplinate greggi. Altro che costruzione di un "Paese intelligente"! Ci si sta avviando, in Australia, ad un punto di scoraggiamento tale per potenziali studenti superiori e relative famiglie da farci rinunciare in partenza, da rassegnarsi ai soli valori del privilegio economico, da cominciare a credere che è proprio "meglio un asino vivo che un dottore morto". (Nino Randazzo, direttore de "Il Globo" Melbourne)

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