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INFORM - N. 233 - 9 dicembre 2003

L'editoriale di "Corrispondenza Italia"

18 dicembre. Il sindacalismo italiano e la Giornata internazionale del lavoratore migrante

ROMA - E’ una fine d’anno, quella che stiamo vivendo, caratterizzata da un grande risveglio del movimento dei lavoratori organizzati, che ritrova slancio e vigore dalla necessità di fronteggiare con la massima chiarezza d’intenti, una situazione sociale e politica segnata pesantemente, in Italia e nel mondo, da inquietanti incognite sull’immediato futuro della nostra vita collettiva.

Ed è per questo che i sindacati insieme, dopo la giornata di mobilitazione generale del 6 dicembre, hanno voluto far emergere e proporre all’attenzione di tutta l’opinione pubblica italiana la scadenza del 18 dicembre, scelta dalle Nazioni Unite come Giornata internazionale del lavoratore migrante, in memoria dell’adozione da parte dell’Assemblea dell’Onu nel 1990, della Convenzione internazionale sulla protezione dei diritti dei lavoratori migranti e delle loro famiglie.

La convenzione è entrata finalmente in vigore quest’anno. Ma ciò non comporta ancora la sua concreta efficacia: è necessario infatti che essa sia recepita negli ordinamenti nazionali, diventando parte integrante delle loro legislazioni. Di qui una obbligata battaglia sociale e culturale che nel nostro Paese ha da fare i conti con un "ambiente politico" segnato da diffidenza e chiusure, (quanto non da vera e propria xenofobia) che sono chiaramente e sempre più ristrette in minoranze attardate, ma non per questo meno virulente.

La giornata del 18 dicembre avrà dunque un suo momento di rilievo nazionale a Vicenza, dove si svolgerà una manifestazione di massa. Ma quell’appuntamento è solo l’epilogo di una diffusa e capillare opera di informazione e sensibilizzazione a cui hanno partecipato intensamente anche le strutture del nostro patronato Inas non soltanto nel chiuso degli uffici di assistenza e tutela frequentati dai lavoratori migranti oltre che dai connazionali ma anche nelle fabbriche e aziende e luoghi di incontro pubblici.

La battaglia culturale in questo campo deve infatti puntare a rasserenare il clima sociale, gestendo il fenomeno migratorio con la consapevolezza che non siamo di fronte ad un’invasione alluvionale. Difatti nonostante negli ultimi 25 anni i migranti nel globo siano raddoppiati, essi tuttavia rappresentato e coinvolgono solo il 3 per centro della popolazione mondiale. Si tratta dunque di mettere a punto meccanismi più funzionali di gestione dei flussi in rapporto alle esigenze dei diversi mercati del lavoro, nazionali e territoriali; e di operare organicamente, anche a livello continentale della UE, per ciò che ci riguarda, per una reale integrazione dei migranti e delle loro famiglie nei diversi e vari tessuti comunitari.

Ecco dunque le due gambe su cui procedere quella dello sviluppo economico e quella di un’integrazione che non vuol dire assimilazione bensì accoglienza e scambio di utilità sia materiali che ideali.

Altre volte, come patronato Inas e come Cisl, abbiamo criticato la visione puramente contrattualistica di molti approcci della cultura liberal-liberista al fenomeno migratorio. E’ insufficiente cioè respingere gli atteggiamenti xenofobi sottolineando che gli immigrati fanno i lavori che gli italiani non vogliono più fare oppure ripetere che senza manodopera straniera entrerebbero in crisi i distretti industriali del Veneto o dell’Emilia o quelli agricoli della Campania, della Puglia o del Trentino.

Una recente manifestazione, nel centenario di un testimone della dottrina sociale cristiana qual è stato monsignor Pietro Pavan, ha percorso un tema centrale del suo insegnamento: l’unità della famiglia umana e la edificazione di adeguate istituzioni per la governance mondiale dei fenomeni della globalizzazione.

E’ il percorso che vogliamo seguire come sindacato e come patronato, anche nel campo delle migrazioni. (Corrispondenza Italia-Inform)


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