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INFORM - N. 230 - 4 dicembre 2003

Cnel: il lavoro la prima preoccupazione degli italiani

Cresce il timore per le pensioni, aumenta la richiesta di concertazione, stabile la fiducia nel sindacato

ROMA - Il lavoro è il primo ‘pensiero’ degli italiani, ma cresce, più che in passato, anche la preoccupazione per le pensioni. In aumento anche la richiesta di concertazione tra governo e parti sociali, ritenuta necessaria dal 78% dei cittadini, mentre resta stabile la percentuale di chi si sente rappresentato dai sindacati. E’ quanto emerge dall’indagine "L’Agenda degli italiani", realizzata nel mese di ottobre 2003 dal Cnel, in collaborazione con l’Eurisko, su un campione particolarmente rappresentativo della popolazione (oltre 4000 casi), presentata a Villa Lubin. La rilevazione, giunta alla nona edizione, secondo un programma avviato nel 1997, fotografa il grado di priorità attribuito dagli italiani a temi rilevanti della vita nazionale.

Questa la classifica delle priorità. Il lavoro preoccupa il 33% degli italiani, una percentuale maggiore rispetto allo scorso anno (+3%), ma in considerevole calo se confrontata con quella di cinque anni fa (meno 16%). Al secondo posto, tra le priorità, figura l’allarme criminalità, sentito dal 22% (+5% rispetto al 1998), seguito dal servizio sanitario (18%, pari al 4% in più rispetto al 1998). Ma sono le pensioni a segnare l’aumento maggiore nella classifica. Se, infatti, nel 1998 preoccupavano solo il 6% della popolazione e l’anno scorso il 9%, oggi sono salite al 17%, pari rispettivamente all’11% e 8% in più. In netto calo, invece, i timori per l’immigrazione, che oggi sono una priorità solo per l’8% (il 10% in meno rispetto allo scorso anno e -5% rispetto al 1998). Ultime, nell’agenda degli italiani, le grandi opere, che preoccupano solo il 2% (-1% rispetto al 2002, ma +1% rispetto al 1998).

Il problema del lavoro è avvertito di più al Sud, dove arriva al 44% (con punte del 50% in Sicilia e del 49% in Calabria), contro il 34% del Centro, il 26% del Nord-Ovest e il 21% del Nord-Est. Mentre il problema pensioni è sentito in misura maggiore nel Nord-Est (21%, con un picco del 30% in Trentino-Alto Adige, che è la regione con il valore più alto) e al Centro (19%), contro il 16% del Nord-Ovest e il 15% del Sud. La criminalità segna un valore più basso rispetto alla media nazionale al Centro (19%, contro il 24% del Sud e il 23% di Nord-Ovest e Nord-Est), mentre l’immigrazione preoccupa di meno al Sud (3%, contro il 12% del Nord-Est, l’11% del Nord-Ovest e il 9% del Centro).

Il lavoro sembra preoccupare di più le persone tra i 25 e i 34 anni (tra questi, il 41% lo indica come priorità) e meno i giovani tra i 18 e i 24 anni (27%) e gli over 64 (23%). Mentre le pensioni sono indicate in cima alla graduatoria dagli anziani (28%), ma sono segnalate anche dal 17% di giovani fino ai 24 anni; scendono poi al 9% tra i 25 e i 34 anni, per risalire nelle fasce di età più elevate. A indicare quale priorità l’immigrazione sono, invece, prevalentemente i giovani (15%, contro il 4% di anziani). La criminalità preoccupa giovani e anziani (28% tra i 18 e i 24 anni e 25% tra gli over 64) e in minor misura le fasce intermedie. Non si rilevano sostanziali differenze tra uomini e donne, salvo una percentuale lievemente superiore di uomini che mettono al primo posto le pensioni (18% contro il 16% delle donne) e di donne che indicano il servizio sanitario (21% contro il 15% degli uomini).

La maggioranza degli italiani (53%, pari al 4% in più rispetto al 1998) è convinta che lo Stato dovrebbe garantire un posto di lavoro a tutti, mentre è in calo di cinque punti la percentuale di chi è convinto che un aumento dell’occupazione si possa ottenere solo se le imprese sono libere di operare sul mercato (39%). Ma, rispetto a un anno fa, la maggioranza degli italiani si sente meno garantita nella sicurezza del posto (51%, pari al 6% in più) e solo il 7% si considera più sicuro (pari al 6% in meno). Per il 52%, inoltre, la maggiore flessibilità di assumere o licenziare non favorirebbe l’economia (la pensa così il 10% in più rispetto a cinque anni fa, mentre i contrari sono in calo dell’11% e ammontano al 32%). Per quanto riguarda l’ingresso nel mondo del lavoro, accetterebbe un salario più basso, pur di cominciare a lavorare, il 65% (ma la percentuale è diminuita del 13% rispetto al 1998), contro il 27% dei contrari (aumentati dell’11%) e il 40% giudica insufficiente la capacità della scuola di formare i giovani. A chiedere una efficace lotta contro il sommerso è il 78% della popolazione (-4% rispetto al 2002).

Per gli italiani, l’età giusta per andare in pensione è mediamente 59 anni, mentre gli anni di contribuzione per l’anzianità dovrebbero essere 34. In particolare, il 63% non è d’accordo con la prospettiva che si possa andare in pensione solo dopo i 40 anni di contributi e il 50% con l’ipotesi di innalzare l’età pensionabile a 65 anni per gli uomini e 60 per le donne. Il 61%, invece, è favorevole alla possibilità che una persona, se vuole, possa continuare a lavorare oltre il limite attuale d’età fissato per il pensionamento. In generale, il 67% ritiene che il sistema previdenziale vada riformato. Ad essere preoccupato per il proprio futuro pensionistico è il 63% degli italiani e una percentuale analoga sta seguendo il dibattito sulla riforma (ma la maggioranza, 56%, non si sente informata). Il 64% (+10% rispetto a cinque anni fa) è convinto che le pensioni future non saranno adeguate ai bisogni, mentre pensa il contrario il 10% (-4% rispetto al 1998). Il 34% degli italiani è convinto che il nostro sistema pensionistico costi troppo e sia inefficiente (34%) e la percentuale è in aumento (+8% rispetto al 2002 e +4% rispetto al 1998). Il 57%, invece, chiede di non intervenire più sulle pensioni, perché "non possono essere sempre i pensionati a pagare", ma la percentuale è in calo (-5% rispetto al 1998 e -6% rispetto al 2002).

Criminalità e immigrazione: chiede pene più severe per combattere la criminalità il 48% degli italiani (in aumento del 4% rispetto allo scorso anno), mentre una percentuale lievemente inferiore (47%) preferirebbe processi più rapidi ed efficienti. Gli italiani sembrano sempre più convinti che gli immigrati siano una risorsa per il Paese, che contribuisce allo sviluppo economico (la pensa così il 45%, pari al 21% in più rispetto al 1998 e al 6% in più rispetto al 2002). Ma per una percentuale analoga, sebbene in calo, i cittadini stranieri continuano a rappresentare un problema: 45%, pari al 18% in meno rispetto a cinque anni fa. (Inform)


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