* INFORM *

INFORM - N. 219 - 19 novembre 2003
L'editoriale di "Corrispondenza Italia"

Nassiriya e Marcinelle. Una "casualità" che unisce due storie di italiani nel mondo

ROMA - Gli amici del Patronato Inas, e in special modo quelli che "vivono il mondo" nei paesi che ospitano le nostre comunità, sanno che noi riponiamo una cura particolare nel cogliere i segni e i simboli che legano spesso avvenimenti all’apparenza lontani e diversi. Lo facciamo perché anche questo è un modo per superare le distanze e valorizzare quei fili invisibili che danno senso personale e comunitario alla vita.

E’ per questo che accostiamo oggi due tragedie nazionali, e due schiere di caduti: i soldati della pace di Nassiriya e i soldati del lavoro morti in Belgio nel 1956. Il "caso" (?) vuole infatti che gli italiani abbraccino per l’ultima volta i nostri giovani compatrioti assassinati in Irak mentre la Rai presenta il film "Marcinelle" (domenica e lunedì, 23-24 novembre, alle 20.40 ora italiana, sul primo canale).

Un film che ci ha toccati profondamente già quando ci è stato presentato in anteprima l’8 agosto scorso, nel giorno memoriale della tragedia, dalla comunicativa di Maria Grazia Cucinotta, protagonista del film assieme a Claudio Amendola.

Gli amici dell’Inas sanno peraltro che a Marcinelle siamo legati non solo dai doveri del lavoro che abbiamo scelto di fare per l’assistenza e la tutela dei nostri emigranti ma anche da volti precisi e concreti, come quello di Silvio Di Luzio, uno tra gli ultimi superstiti di quei giorno, che rimane "di casa" nei nostri uffici in Belgio: uno di quei 18 coraggiosi della squadra di soccorso che per quindici giorni consecutivi non si concesse tregua nel tentativo si salvare i minatori intrappolati, finché la morte non fu sazia del suo bottino: 136 italiani e 96 belgi.

Si discute molto, in questi giorni, dell’identità italiana, così piena (in superficie) di contraddizioni morali, comportamentali, storiche, politiche, sociali, culturali e via aggiungendo: retorici o cinici, faziosi e capaci di profonda unità di sentimenti che vengono in chiaro solo sotto l’urto di eventi terribili. Questa la "vulgata" banale sulle nostre caratteristiche di popolo. Ma il lavoro di patronato dà a noi dell’Inas un accesso privilegiato a una più seria comprensione della identità nazionale: quello che passa direttamente per la persona umana in quanto tale, nel momento del bisogno, della domanda di tutela e di giustizia, nel momento del lavoro e del rischio, nei momenti di solidarietà e di amicizia, anche nella festa della vita associativa e sindacale. E’ in tali circostanze difatti che, con tutti i nostri operatori Inas, possiamo registrare e testimoniare quel dato di "normalità italiana" fatto di dignità e misura, che sfugge tanto spesso alle classi dirigenti, che si ostinano a parlare di anomalie e di ingovernabilità (ricordate il vecchio detto cinico delle élite dirigenti post-unitarie che adesso continua il suo corso più nascostamente, perché siamo in tempi di politically correct? Quel detto che suona: "Governare gli italiani non è solo difficile, è inutile").

No. Governare gli italiani, governare i connazionali dei giovani di Nassiriya militari e volontari operatori di pace, governare i fratelli, i figli e le mogli dei minatori di Marcinelle o degli altri emigranti in Australia o nelle Americhe, o in Europa, sarebbe facile. Occorrerebbe solo somigliare un po’ di più a loro; concepire i ruoli dirigenti di primato politico o economico o culturale, come l’esercizio di una funzione di normale servizio che non richiede genialità da superuomini.

Si ripete spesso quell’adagio amaro: beati i popoli che non hanno bisogno di eroi. Ebbene, i nostri morti di Nassiriya e di Marcinelle non erano e non volevano essere eroi. Solo uomini: che è molto di più. (Corrispondenza Italia/Inform)


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