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INFORM - N. 215 - 13 novembre 2003

Franco Santellocco (Presidente Confaam): Il confronto religioso nello spazio euro-mediterraneo

PESCARA - Quale CONFAAM – Confederazione Associazioni Abruzzesi nel Mondo abbiamo registrato, la vicenda clamorosa che ha portato notorietà e riflettori su di un piccolo paese del profondo Abruzzo e questo ci permette di aprire una più ampia riflessione sul tema del confronto religioso nel nostro Paese (ma il discorso è facilmente estensibile a tutta l’Europa) e di come vada intesa l’espressione tolleranza.

Lasciamo da parte gli attacchi puerili ed il fondamentalismo folkloristico del signor Smith, che francamente ci appaiono più come il frutto di una smania di protagonismo, piuttosto che di una vera forma di religiosità.

Lasciamo da parte anche un’ordinanza del giudice che può essere considerata moralmente criticabile, ma che di sicuro è giuridicamente errata. Prova ne è stato il pronta sospensione da parte del Tribunale, e non mi pare vi possa essere commento migliore al riguardo.

Se ci sforziamo di sorvolare sulla casistica spiccia, sull’ira dei genitori, sulle querele, sulle manifestazioni di sdegno da una parte e dall’altra, forse possiamo andare al cuore del problema e cogliere l’occasione per analizzare non il fatto in se (che come ogni fatto è suscettibile di essere visto da mille angolazioni, e su cui ognuno di noi potrebbe dare un parere diverso), bensì il fenomeno ben più ampio che sta dietro all’accaduto.

E tale fenomeno, che riguarda non soltanto l’Italia, ma anche buona parte dell’intera Europa, è quello del flusso migratorio proveniente in particolare dai Paesi del Nord Africa che ormai da anni preme inesorabilmente sui nostri confini, imponendoci di confrontarci con culture spesso diversissime dalla nostra, ed in particolare con una religione, quale l’Islam, i cui fedeli spesso faticano ad integrarsi nelle nostre società occidentali, laiche ma tradizionalmente cristiane.

Proprio questo confronto religioso, dunque, è alla base di quelle situazioni di attrito di cui la vicenda di Ofena costituisce un esempio lampante.

Di fronte a problemi di questo tipo, come siamo chiamati a comportarci ?

L’unico dato certo di una questione sfumata e spinosa come questa, è che l’intolleranza e la chiusura non possono essere una soluzione. Anzi, legittimare una politica di rifiuto totale verso una cultura, quale quella islamica, con cui dobbiamo e sempre più dovremo confrontarci, non può portare altro risultato che quello di far acquistare forza a quelle frange di integralismo che attraversano come un cancro la sfaccettata realtà delle comunità islamiche. Non bisogna infatti dimenticare che l’Islam, lungi dal rappresentare una realtà religiosa unitaria ed ordinata, si frantuma in una molteplicità di correnti ed interpretazioni diverse, molte delle quali moderate e portatrici di quei valori di tolleranza e rispetto per l’uomo sulla cui unica base può fondarsi un confronto serio ed un’integrazione vera e duratura. Ed è proprio a questo Islam moderato che dobbiamo guardare con speranza, ed a cui dobbiamo tendere una mano, poiché soltanto attraverso di esso sarà possibile sradicare la piaga del fondamentalismo e del fanatismo religioso.

E’ proprio per consentire il rafforzamento di queste correnti moderate in seno alle comunità musulmane che noi cittadini occidentali, cresciuti all’ombra di valori di civiltà e tolleranza che ci hanno garantito pace e benessere, abbiamo il dovere sacrosanto di essere di esempio, con il nostro comportamento in prima persona, attraverso un impegno diretto per tenere vivo il dialogo e per non cadere nella trappola dello "scontro di civiltà".

Un esempio ed un impegno in prima linea che ci è imposto a maggior ragione se consideriamo la storia millenaria dei rapporti tra l’Europa ed il Maghreb: una storia fatta di confronto, intensi rapporti commerciali, rispetto e reciproco arricchimento di cui resta testimone immutabile questo Mar Mediterraneo che ci unisce e che ci accomuna.

In quest’ottica, plauso merita l’iniziativa del Vicepresidente del Consiglio Fini: quella legge sul voto agli immigrati che, da troppo tempo rimandata, finalmente permetterà a tanti onesti lavoratori che da anni contribuiscono al benessere del Paese di sentirsi veramente italiani, figli di quella Repubblica "democratica fondata sul lavoro" che, nonostante le sue debolezze, non tollera e mai dovrà tollerare alcuna forma di fanatismo e discriminazione religiosa.

Tolleranza dunque, ma una tolleranza che non può passare attraverso la negazione e la cancellazione della nostra storia e delle nostre tradizioni. Il rispetto infatti non può funzionare a senso unico, e tolleranza significa anche rispetto per la cultura e per le tradizioni di un Paese. E’ per questo che l’uguaglianza pretesa dal signor Smith è in realtà la più subdola forma d’intolleranza: è il rifiuto totale della tradizione storica del Paese che lo accoglie. E questa tradizione, mi dispiace per il signor Smith, ma dobbiamo difenderla fino in fondo: un Paese senza passato è un Paese senza futuro.

Dobbiamo avere come obiettivo un dialogo costruttivo, basato su un confronto serio, profondo. E per ottenere questo, è necessario spogliarci delle nostre maledette ipocrisie e partire da una sincera presa d’atto delle reciproche differenze: soltanto partendo dal rispetto di queste, sarà possibile trovare anche i punti di comunanza per costruire, insieme, qualcosa di vero.

Costruire uno Stato laico non pensiamo debba significare bandire ogni simbolo religioso per paura di offendere questa o quella religione come è accaduto in Francia, dove è vietato indossare il chador nelle strutture pubbliche. Dobbiamo confrontarci, non cercare di evitare il problema per vie traverse. Non pensiamo che ci troveremmo a nostro agio in un’Italia che vietasse alle donne musulmane di indossare nei luoghi pubblici un segno della loro fede, così come non ci troveremmo a nostro agio in un’Italia che togliesse da quegli stessi luoghi il simbolo della nostra tradizione per paura di offendere qualche altro signor Smith.

La strada non è quella: cercare di cancellare ogni possibile motivo di contrasto darà come risultato quello di evitare ogni confronto, finendo per acuire le nostre differenze, invece di smussarle.

L’unica strada che può portare frutti è la promozione di una vera cultura della tolleranza, del dialogo, della solidarietà, non soltanto qui in Italia, ma anche e soprattutto in Africa, in quell’Africa ferita e malata che tanto ha bisogno dell’aiuto di tutti: dove c’è miseria c’è odio, e l’odio è il focolaio del fondamentalismo e dell’intolleranza.

E proprio in questi giorni, mentre in tutta Italia infuria la puerile polemica nata ad Ofena, rifulge con ben altra portata l’esempio di una donna italiana: la dottoressa Annalena Tonelli che, dopo un’intera vita dedicata ai più poveri, agli emarginati, ai dimenticati è stata barbaramente uccisa nella sua casa in Somalia. Per l’unica colpa di essere cristiana.

A prima vista si potrebbe pensare ad un fallimento, ad una vita sprecata per un ideale di civiltà irraggiungibile. Non è così. Perché i poveri della Somalia piangono con tutto il cuore la loro Annalena. E quei poveri sono musulmani. Musulmani che la comprendevano e la stimavano, poco importava se credeva in un altro Dio.

Annalena non c’è più, ma il suo sacrificio, nella battaglia per la civiltà e per la tolleranza, ha più valore di tutti i dibattiti, le manifestazioni ed i teatrini che l’Italia ha prodotto sull’argomento negli ultimi dieci anni.

E quanto accaduto in Somalia, nonostante la sua tragicità, ci fa sentire orgogliosi e ottimisti.

Orgogliosi di essere italiani. Ed anche ottimisti, perché fino a quando ci saranno italiani come Annalena, capaci di dare la vita per quei valori di civiltà che i nostri padri costituenti ci hanno lasciato e che troppo facilmente dimentichiamo, siamo convinti che in Italia non troverà spazio per mettere radici alcun tipo di intolleranza religiosa, nonostante gli sforzi di qualche sedicente signor Smith. (Franco Santellocco*-Inform)

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* Franco Santellocco è presidente della Commissione Formazione, Impresa, Lavoro e Cooperazione del CGIE


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