* INFORM *

INFORM - N. 214 - 12 novembre 2003

Nino Randazzo su "La Fiamma" di Melbourne e "Il Globo" di Sydney

Onore alle Regioni con le idee chiare. Alle altre nessuna "carità di patria"

Non c’è bisogno di attendere il grosso delle progettate riforme "spacca-Italia" di marca leghista, la "devolution", il passaggio formale e sostanziale di maggiori fette di potere politico ed economico dallo Stato centrale alle Regioni, per vedere all’opera nei rapporti con l’estero le amministrazioni regionali (che ora significativamente si chiamano "governi" e i loro presidenti "governatori", alla grande, all’americana). Le Regioni si muovono già, dinamiche e a ruota libera, chi bene e chi male, sul piano internazionale con iniziative promozionali e culturali, collegamenti ufficiali e ufficiosi, missioni esplorative, quando genuine e quando spinte da meno nobili scopi (tipo gitarella con codazzi di consorti, amanti, parenti, amici e portaborse dei notabili). Si muovono con utilizzo di risorse e un’autonomia che il governo centrale neppure si sogna di mettere in campo. Anche l’Australia, pur se con un impatto più blando e marginale di quanto non sia il caso con l’Europa, il Nord e il Sud America, avverte i segni dell’attivismo regionale italiano. Nello spazio tra il mese corrente e il prossimo, si accavallano (per quanto si sappia, poiché i movimenti a sorpresa e talvolta alla chetichella in questo settore sono all’ordine del giorno) missioni e manifestazioni di varia natura ed entità, concentrate massimamente negli Stati del Victoria e del New South Wales, delle Regioni Puglia, Lazio, Emilia-Romagna, Campania, Veneto.

C’è, per molti versi, da rallegrarsene. Si tratta pur sempre di una presenza itinerante e passeggera ma italiana (italiana almeno finché la bossiana lega non prevarrà), che viene a colmare il vuoto e rimediare all’incongruenza di iniziative dei poteri centrali di Roma. Una presenza all’estero che da itinerante e passeggera mostra già, da parte delle Regioni con più serie amministrazioni, di volersi trasformare presto in distinte rappresentanze formali, stabili, istituzionalizzate, dotate di reali autorità, strumenti, risorse e concreti obiettivi, tipo borse di studio, intese di collaborazione scientifica e scambi di ricercatori fra università ed enti pubblici e privati, forme sistematiche di turismo sociale e culturale, operazioni di joint-ventures. L’attivismo delle Regioni all’estero si alimenta, si giustifica e s’innesta anche sulle percepite quantità e qualità della presenza italiana, di nascita o di oriundi, nelle aree del mondo che costituirono i tradizionali sbocchi della, da tempo cessata, corrente d’emigrazione. Ed è, inoltre, questo dinamico slancio, questa crescente apertura verso l’esterno delle entità territoriali della Penisola, un prodotto del fallimento totale del coordinamento Stato-Regioni in materia, un organismo che esiste da oltre un decennio con tanto di strutture ufficiali e funziona con tanto di vuoti incontri e retorici comunicati.

Non solo le Regioni in tema di movimenti operativi fuori confini ormai sono, o si riconoscono, libere da lacci e laccioli di pareri preventivi, autorizzazioni e subordinazione agli organi dello Stato nazionale, ma sono le rappresentanze diplomatiche e consolari a mettersi spontaneamente e generosamente a loro completa disposizione nel corso delle loro periodiche trasferte all’estero. E bene a ragione. Sono rimaste le Regioni il principale motore, anche se non sempre a regime ottimale, di quel poco o tanto di "italiano" che si registra fra le collettività italiane nel mondo. Sono l’entità sostitutiva di uno Stato centrale che perde colpi e faccia. Dall’incapacità d’impostare ancora un’anagrafe unificata per la circoscrizione Estero, in cui non abbiano ad avere il voto decine di migliaia di defunti dell’AIRE, ad una "settimana della lingua italiana nel mondo", che affidata ad Istituti di Cultura retti da burocrati in carriera di varia taglia e stazza non lascia la benché minima traccia, a tutta una serie di iniziative e conferenze per gli italiani all’estero sbilanciate fra l’inconsistenza, il paternalismo e la retorica.

Non che l’attività, o attivismo, delle Regioni debba sempre considerarsi esente da ingenuità, malafede, inadempienze ed errori analoghi a quelli rimproverati allo Stato centrale. Di passi falsi, sprechi di denaro pubblico, programmi di facciata, favoritismi e abusi, le amministrazioni regionali ne possono compiere, e ne compiono, più e peggio del governo di Roma. Le iniziative regionali all’estero vanno pertanto, singolarmente, di volta in volta, valutate per quello che propongono e che producono di sostanziale e di tangibile in un lasso di tempo ragionevole; vanno giudicate non secondo l’ottica di chi le ha proposte e realizzate, ma secondo le esigenze, le aspettative e le reazioni delle comunità alle quali sono dirette. Anche le attività più originali e utili in teoria possono non rispondere alle realtà di destinazione. Ed è qui che s’impone un serio dovere elementare di ricerca e consultazione, tanto per gli organi dello Stato centrale quanto per quelli delle Regioni, prima d’intraprendere missioni e programmi. Onore alle Regioni che si presentano all’estero con idee chiare, progetti fattibili e impegni che si traducono in risultati positivi tangibili e visibili. Ma nessuna carità di patria va invocata per nascondere "imprese garibaldine", disegni velleitari, meschini progetti di piccolo cabotaggio politico, "derive missionarie", nazionali o regionali, dove vanagloria e presunzione di personaggi istituzionalmente altolocati, o interessi di parte dei proponenti, dovessero prevalere in una logica di "muoversi solo per muoversi" o per ulteriori motivi. (Nino Randazzo*)

* Direttore de "Il Globo" di Melbourne

Inform


Vai a: