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INFORM - N. 211 - 7 novembre 2003

Statistiche sugli italiani all’estero: le fonti e la vera realtà. Le osservazioni di Marcello Alessio

ROMA - Proprio perché sono un affezionato lettore dei rapporti della Caritas sui movimenti migratori, e ne apprezzo lo spirito, non posso fare a meno di notare alcuni clamorosi errori in cui i bravi Colaiacono e Licata sono incorsi nella sezione dedicata all'emigrazione italiana, senza altra colpa che quella di aver preso troppo alla lettera, o troppo sul serio, dati statistici e dichiarazioni "ufficiali", dimenticando forse, per un attimo, che in Italia tutto funziona abbastanza bene, meno la "ufficialità", e che i suoi dati comunque non sono mai semplici e lineari, ma sempre da prendere con le pinze.....

Dagli abbondanti resoconti pubblicati da alcune agenzie (vedi Inform n. 207, ndr), si apprende anzitutto che la diaspora degli italiani non si sarebbe ancora conclusa, anzi vi sarebbe "un costante incremento della proiezione verso l'estero dei nostri connazionali", provata dal fatto che "negli ultimi due anni le iscrizioni alle Anagrafi consolari sono aumentate di almeno 30.000 unità". Nonostante gli evidenti sforzi per lasciare margini di indeterminatezza, questo discorso si può considerare totalmente sballato.

Gli incrementi nelle Anagrafi Consolari possono anche, in minima parte, essere imputabili a qualche nuovo, scrupoloso emigrante che appena arriva all'estero corre a iscriversi al Consolato; ma nella stragrande maggioranza sono dovuti a due altre voci: 1) riconoscimenti di cittadinanza a favore di italiani per discendenza, per lo più residenti all'estero da generazioni e quindi muniti della cittadinanza straniera per nascita; 2) regolarizzazioni e "bonifiche" delle Anagrafi Consolari, dove per anni (negli anni appunto in cui si celebrò il "boom" dei riconoscimenti) si era accumulata una quantità di errori, omissioni e duplicazioni davvero impressionante, che oggi pesa gravemente sull'esercizio del diritto di voto.

La prima voce, quella dei riconoscimenti, ormai è in fortissimo calo; nei primi anni '90 i Consolati, specialmente in Sudamerica, facevano a gara per rimpolpare al più presto le loro liste anagrafiche, ormai così esangui che nei primi anni '80 era stato elaborato un piano (ci lavorai anch'io) per chiudere progressivamente almeno la metà delle sedi consolari! In quel momento, per contrastare tale pericolo, si cominciò a battere la grancassa sulle meravigliose prospettive che si aprivano ai discendenti che avessero recuperato la cittadinanza del remoto avo emigrante dall'Italia. Com'è noto, gli effetti di questa operazione pubblicitaria, intitolabile "(essere) italiano è bello", furono di gran lunga superiori ad ogni aspettativa, con il risultato che gli uffici consolari, dove prima non c'era niente da fare, in pochi anni si ritrovarono schiacciati da un carico di lavoro assolutamente insostenibile. Di qui l'inevitabile rallentamento delle pratiche di riconoscimento, che omai dappertutto vengono fatte col contagocce, e in casi limite (come quello di Lima) sono state bloccate del tutto. Il che non toglie, come dicevamo, che il numero degli iscritti alle anagrafi continuino ad aumentare, in virtù di tonnellate di adempimenti arretrati che ora bisogna evadere per forza.

Analogo errore è quello, in cui pure cadono i ricercatori della Caritas e di Migrantes, è quello di valutare il flusso emigratorio in base alle cancellazioni dalle anagrafi comunali; anche qui, è tutta una questione di ritardi decennali, accavallamenti, dati confusi, insomma tutto fuori che una statistica significativa.

"Last but not least", la ricerca cade nell'errore concettuale più comune e diffuso, quello di distinguere, come se si trattasse di realtà obbiettivamente e nettamente diverse, gli "emigranti", che sarebbero quasi quattro milioni, e gli "oriundi", che sarebbero 60 milioni. La verità è che, dei 4 milioni di cittadini italiani all'estero, una forte percentuale, forse la metà è costituita da "oriundi", nati all'estero e muniti della cittadinanza del paese in cui sono nati. D'altra parte, dei 60 milioni di oriundi (peraltro quasi tutti cittadini italiani per legge e per "ius sanguinis", a cui manca solo il requisito formale della iscrizione anagrafica), una discreta parte - forse tre o quattro milioni qui in Sudamerica - sono "in attesa di riconoscimento di cittadinanza", cioè hanno già tutti i documenti che comproverebbero il loro "status civitatis", ma non possono farlo valere a causa della saturazione che soffoca i consolati.

Su questo sfondo di inesattezze e ambiguità, viene poi fuori la leggenda nera degli italo-argentini, che a seguito della nota crisi economica (da cui l'Argentina grazie a Dio è gà uscita), avrebbero "ingrossato le file dei discendenti degli emigrati alla ricerca del passaporto italiano".

Ipotesi plausibile, ma purtroppo impossibile da provare, visto che, finora, solo nella cancelleria consolare dell'Ambasciata a Lima è stato adottato un sistema che permette di misurare abbastanza esattamente la consistenza complessiva della "fila" per il riconoscimento di cittadinanza, e le eventuali tendenze all'aumento o alla riduzione delle richieste. In Argentina, se questi dati per caso fossero noti, finora non sono mai stati divulgati, e quindi tutto quel che si dice al riguardo rientra nella categoria delle chiacchiere e delle illazioni. Quel che è certo, è che dei seicentomila e rotti italo-argentini già riconosciuti e registrati, solo poche diecine, al massimo centinaia, hanno deciso di trasferirsi in Italia per sfuggire alla crisi. La stragrande maggioranza - che non sono fessi - se ne sono rimasti a casa loro; alcune migliaia, invece, hanno utilizzato il passaporto italiano (europeo) per andarsene negli Stati Uniti, o in Spagna. Molti di più che quelli "ritornati" in Italia. (Marcello Alessio, già funzionario MAE)

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