* INFORM *

INFORM - N. 207 - 3 novembre 2003

L’editoriale di Nino Randazzo su "Il Globo" di Melbourne e "La Fiamma" di Sydney

Dell’Italia in Australia tutto, meno che coppole e balle

Da oggi l’Alitalia chiude anche l’ultimo modestissimo ufficio di rappresentanza che ancora manteneva a Sydney dopo l’abbandono, ormai da anni, della rotta australiana. E’ sempre un piccolo "pezzo d’Italia" che scompare da questa parte del mondo. Una circostanza resa ancora più malinconica dal recente abbandono della rotta italiana da parte della compagnia di bandiera australiana, la Qantas. Restano in linea altri vettori, quasi tutti asiatici e ottimi. Però s’è spezzato il filo di un rapporto umano e diretto, simbolico ma profondamente sentito in mezzo secolo di regolare servizio aereo Australia-Italia (qualitativamente buono o cattivo che possa essere stato) col tricolore o col canguro, tra il secondo più numeroso gruppo etnico e linguistico di questo Paese e la sua terra d’origine.

Si sostiene che l’Alitalia (come pure la Qantas) abbia tagliato il ponte aereo fra i due Paesi per forti perdite di gestione. Dunque, una ragione puramente economica, che lo Stato italiano, ancora "proprietario" della sua compagnia di bandiera, non poteva ignorare in anni di sempre più stretti bilanci. E così sia. Lo Stato italiano, pur essendo a capo della quarta-quinta o sesta "potenza economica mondiale", non poteva più "svenarsi" per favorire il pendolarismo della nostalgia dei suoi emigrati nella più lontana terra del mondo. Tuttavia, alla luce di alcuni recenti sviluppi della politica dei rapporti del governo di Roma con gli italiani all’estero messi a confronto con i "risparmi" realizzati dalla soppressione di una destinazione di linea aerea, c’è qualcosa che non quadra. Qualcosa che arriva anche a scandalizzare.

Qualche esempio vicino, di questi giorni, di sregolatezza, irresponsabilità, demagogia, incoerenza e allegra finanza di poteri istituzionali italiani, per i quali sembra che l’unico "doveroso risparmio" sia stato quello di sopprimere il servizio Alitalia con l’Australia. Cominciamo dalla recentissima "Conferenza degli imprenditori italiani nel mondo", convocata a Roma, articolata esattamente nei quattro comparti geografici della circoscrizione elettorale Estero, produttrice esclusivamente di vuota retorica, per quanto riguarda l’Australia, disertata dagli autentici imprenditori italo-australiani (eccetto uno) e che dovrebbe ora sfociare addirittura in una "Confederazione degli imprenditori italiani nel mondo". Un fiume di vuota retorica e di buon denaro pubblico.

Citiamo una voce di parte politica governativa. Quella di un esponente di Forza Italia, il coordinatore in USA West degli "Azzurri nel mondo" Domenico Pisano, il quale osserva fra l’altro: "Sarebbe interessante conoscere con quali criteri il Ministero degli Italiani nel Mondo abbia selezionato gli imprenditori invitati, a volte non informandone le competenti rappresentanze diplomatiche…Perché la Confederazione dovrebbe essere presieduta da un ministro della Repubblica, trattandosi di un’entità formata essenzialmente da imprenditori privati:…Ho personalmente l’impressione che si voglia creare un altro dei tanti strani carrozzoni tipicamente italiani, dove accogliere magari qualche aspirante uomo politico". E così di seguito, con denunce di natura politica ancora più pesanti.

Guardiamo ora ad un'altra più ambiziosa iniziativa di cui diamo notizia in questa stessa edizione del giornale, il PPTIE (Programma di partenariato territoriale con gli italiani all’estero) per conto di un gruppo di Regioni meridionali, per alcune della quali la scadenza per la presentazione delle domande coincide addirittura con la data di diffusione del comunicato ufficiale in Australia. Si dia uno sguardo al testo del comunicato per avere un’idea di quali contorsioni linguistiche e procedurali ci si possa servire per giustificare a tamburo battente (entro il corrente mese di novembre) un’altra sostanziosa uscita di denaro pubblico.

Intanto un’altra "chicca" arriva da Palermo, dove – c’informa una serie di comunicati nei quali "Sydney" è sempre scritto "Sidney" - è stata tenuta una tre giorni di imprenditori di origine siciliana di USA e Australia, presenziata da alte autorità regionali e nazionali. Prima veniamo informati che in un batter d’occhio "50 aziende palermitane hanno già raggiunto accordi per l’esportazione in Australia di marmi pregiati, pavimenti in ceramica, coperture impermeabilizzanti, vini, olio extravergine d’oliva, paté di olive, capperi e agrumi e in particolare un’azienda tessile australiana acquisterà tecnologia e design da una nota casa di moda palermitana per produrre a Melbourne capi d’abbigliamento con il marchio siciliano".

Senza fare un solo nome di aziende o operatori interessati dell’una o dell’altra parte, giacché si tratta proprio di una saga dell’anonimato, il comunicato della tre giorni palermitana, dopo avere proclamato che gli imprenditori dei tre mondi si sarebbero messi in contatto con il portale telematico del progetto (che poi è ancora vuoto perché "in costruzione") "finanziato dal Ministero degli Affari Esteri", dà quest’altro strepitoso annuncio: "Sbarcano a Sidney (sic!), in Australia, le famose coppole antimafia prodotte in Sicilia: un’imprenditrice di origine siciliana che possiede una catena di boutique nel Paese dei canguri, aprirà degli appositi desk per commercializzare il capo rivisitato nel design e che è diventato il simbolo del riscatto sociale ed economico dal giogo dei boss. Un modo singolare per affermare nel mondo un’immagine dell’Isola alternativa a stereotipi e luoghi comuni".

Scherzo? Barzelletta? Turlupinatura? Presa per i fondelli degli emigrati? O peggio? Ognuno la può pensare come vuole. Ma una cosa è certa: si sta giocando, e pesantemente, col denaro pubblico italiano, in nome di lontani italiani ignari delle macchinazioni di furbastri nella madrepatria. A questo punto la voce grossa dovrebbero cominciare a farla i diplomatici, perché ad ogni passo di questi e tanti altri movimenti sospetti c’entrano l’iniziativa o l’appoggio anche, e soprattutto, del Ministero degli Esteri. E la responsabilità e la dignità istituzionali dove vanno a finire? La malattia si è cronicizzata, la situazione è diventata sconcertante e s’impone un giro di vite, che solo a Roma può essere dato. In Australia (e nel resto del mondo) arrivino dall’Italia più serietà ed efficienza. Arrivi pure tutto dell’Italia in Australia, meno che coppole e balle. (Nino Randazzo*)

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* Direttore de "Il Globo" di Melbourne


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