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INFORM - N. 205 - 30 ottobre 2003

Su "Tribuna Italiana" di Buenos Aires Mario Basti replica a Beppe Severgnini su lingua italiana e voto all’estero

BUENOS AIRES - Si è appena conclusa la "Settimana della Cultura italiana nel mondo", un’ottima iniziativa promossa dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e giunta quest’anno alla terza edizione. Alla vigilia di essa, il presidente Ciampi ha consegnato al Quirinale le medaglie d¹oro ai benemeriti della cultura e ha colto l’occasione per rinnovare l’esortazione a diffondere la cultura italiana nel mondo e a diffondere la lingua italiana all¹estero, come lingua di cultura, che per noi è elemento di unità nazionale e, diffusa all’estero favorisce la conoscenza del patrimonio culturale della nostra Nazione.

Penso, caro Lettore, che avrai letto questa notizia nella Tribuna Italiana della settimana scorsa ed avrai anche letto il programma della Settimana qui a Buenos Aires, che prevedeva fra altri eventi interessanti, un incontro fra giornalisti della stampa italiana d¹Italia e giornalisti della stampa italiana della collettività sulla maniera di presentare ognuno ai propri lettori le notizie, maniera ovviamente differente, perché differenti sono gli interessi dei lettori di questa e di quella stampa.

Oggi dalla "Finestra" mi soffermo a guardare proprio queste differenze e lo faccio invitandoti a leggere a pagina 1 l’editoriale del Direttore di questo settimanale e a pagina 7 la sintesi dell’Incontro al quale ha partecipato e, d’altra parte riassumendo l’articolo "Quando la lingua italiana diventa una risorsa d’oro" scritto da Beppe Severgnini nella sua interessante rubrica "Italians" sul Corriere della Sera di giovedì scorso.

In sintesi il direttore di questo settimanale pone l’accento sul fatto che la diffusione della lingua italiana in Argentina è troppo scarsa se messa in rapporto alla notevole consistenza della comunità italiana: soltanto 70 mila che studiano o sono in grado di parlare discretamente la nostra lingua, quando sono stati milioni gli italiani qui emigrati dalla seconda metà dell’800 e sono milioni i loro discendenti; uno squilibrio dovuto al fatto che è purtroppo mancata sempre una politica italiana di diffusione culturale all’estero, che tenesse conto proprio della residenza in alcuni Paesi, come l’Argentina, di numerose comunità italiane, per farne dei capisaldi di diffusione della nostra lingua. Una politica culturale che non avesse gli stessi criteri per paesi come l’Argentina o come la Finlandia, che non puntasse solo o prevalentemente a influenzare le élites, ma anche vasti settori della popolazione, ove fossero presenti comunità italiane di grande consistenza.

Severgnini invece non accenna nemmeno a questa differenza, sebbene ponga l’accento con molta efficacia, sul notevole interesse che avrebbe per l’Italia la diffusione della nostra lingua proprio nei Paesi che sono stati destinazione di emigrati italiani. Scrive infatti: "La lingua italiana è, se saremo bravi, perfino remunerativa. Non ci voleva molto a capirlo, ma per decenni non l’abbiamo capito. Eppure era lì da vedere il serbatoio di buona volontà costituito dalla nostra emigrazione". E poi precisa che si riferisce all’emigrazione più vecchia. "Un emigrazione sparpagliata, complessa talvolta testarda, ma fin troppo generosa, in fondo. Dall’Italia non ha avuto molto - se n¹è andata per necessità, non per turismo - eppure l¹ha perdonata; e ora le interessa"...

Fin qui tutto da sottoscrivere, sono certo che lo sottoscriveresti anche tu, caro Lettore, soltanto magari con una piccola precisazione per quel che riguarda noi italiani dell¹Argentina ed è che non ora soltanto l’Italia ci interessa. Ci ha sempre interessato, sebbene essa non abbia mai risposto nella misura giusta a tanto interesse.

Ma quel che scrive subito dopo Severgnini non lo sottoscriverei affatto perché non lo condivido e credo che neppure tu, caro Lettore, lo condividi. Dalla lingua Severgnini passa al voto e, dopo aver scritto che era giusto concederci il voto, perché l’Italia aveva dei debiti, ci ha ripagato nel modo sbagliato perché avrebbe dovuto farci votare per corrispondenza nei collegi italiani, cioè farci eleggere i candidati di Roma, di Milano, di Palermo, o di Canicattì e non i nostri candidati. E sostiene che aver voluto i collegi elettorali esteri è "un’idea sballata", perché, costa cara, perpetua la separatezza fra l¹Italia scintillante e la povera Argentina, ci farà eleggere "feudatari" locali per i quali il seggio di Montecitorio sarà solo "un’altra onorificenza", costringe i consolati a preparare gli elenchi elettorali...

Dopo aver letto questi motivi per cui Severgnini giudica un¹idea sballata il sistema che è stato scelto, vien fatto di chiedersi: ma allora il voto doveva essere soltanto un contentino, perché l’Italia aveva dei debiti con noi? E a che sarebbe servito il voto per i candidati dei collegi elettorali italiani, se gli onorevoli hanno dimostrato per decenni scarsa conoscenza della nostra situazione e delle nostre aspirazioni, nè si sono dimostrati interessati a saperne di più? Quelli che Severgnini definisce "feudatari" locali, potranno magari considerare il seggio a Montecitorio un’altra onorificenza, ma comunque conoscono la nostra situazione e sapranno che dovranno renderci conto di quel che hanno detto e fatto nei palazzi romani della politica.

Certo il sistema scelto costa più caro, ma l’Italia vuol forse saldare i debiti con le comunità emigrate, dandogli un po’ di fichi secchi? Come vedi, caro Lettore, sulle cose nostre un giornalista italiano scrive per i suoi lettori italiani in maniera ben diversa da noi che scriviamo per i nostri lettori italiani all’estero. Per questo la cosiddetta "Informazione di ritorno"- quella cioè che dovrebbe far conoscere, agli italiani d¹Italia la vera realtà di noi italiani all¹estero - continua ad essere un¹aspirazione. (Mario Basti-Tribuna Italiana/Inform)


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