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INFORM - N. 202 - 27 ottobre 2003

Intervista a Franco Santellocco, Presidente della Commissione Impresa, Formazione e Cooperazione allo Sviluppo del CGIE

Chiesta la concessione di linee di credito alla aziende italiane all'estero e la rapida approvazione della nuova legge sulla cooperazione allo sviluppo

ROMA - Creano motociclette da corsa per ragazzi, assemblano meccanismi di precisione per l'orologeria svizzera, separano e recuperano materiali di scarto, bonificano il territorio inquinato, costruiscono grandi infrastrutture viarie, brevettano nuovi materiali e danno vita a gioielli di alta qualità. Queste sono solo alcune delle mille sfaccettature produttive che caratterizzano il mondo imprenditoriale degli italiani all'estero. Un caleidoscopio aziendale, fatto di nicchie di mercato ma anche di grandi realtà produttive, che, nonostante fino ad oggi sia rimasto pressoché sconosciuto nel nostro Paese, potrebbe fornire, in quest'era della globalizzazione caratterizzata da un spietata concorrenza, un valido supporto alla proiezione internazionale delle imprese italiane. Un'opportunità da non perdere che, per avere pieno successo, dovrà però essere a due vie e quindi portare significativi vantaggi anche per la rete imprenditoriale dei nostri connazionali nel mondo. Variegate realtà aziendali che a volte operano anche in contesti d'accoglienza in via di sviluppo, come ad esempio quelli africani ed asiatici, e che proprio per questo dovrebbero essere seguite e supportate con maggiore attenzione dal nostro Paese. Per approfondire questa complessa tematica, a margine del Convegno sull'imprenditoria italiana nel mondo promosso a Roma presso la Fao dal Ministro Tremaglia, abbiamo rivolto alcune domande al Presidente della Commissione Impresa, Formazione e Cooperazione allo Sviluppo del CGIE Franco Santellocco.

Consigliere Santellocco lei ha seguito il Convegno degli Imprenditori Italiani nel Mondo. Quale opinione si è fatta su questo incontro che ha messo per la prima volta a confronto realtà aziendali così importanti e diversificate?

Il mio giudizio su questo Convegno, organizzato dal Ministro Tremaglia che da sempre è attento agli aspetti dell'italianità nel mondo, non può essere che positivo. L'incontro è stato infatti caratterizzato anche dagli interventi di uomini di Governo di indiscusso livello. Quanto poi agli aspetti concreti che sono stati toccati durante l'incontro, io credo che bisognerebbe forse andare un po’ più a fondo delle questioni trattate, altrimenti si potrebbe avere l'impressione che l'imprenditoria italiana nel mondo sia soddisfatta del proprio operato e non abbia bisogno, per far progredire gli sforzi fino ad oggi compiuti, del contributo di questa Italia.

Ma in considerazione della valenza delle tematiche affrontate lei crede che questa iniziativa congressuale dovrebbe essere ripetuta nei prossimi anni?

Secondo me, vista l'importanza degli argomenti trattati, sarebbe auspicabile la convocazione di un secondo Convegno con cadenza non annuale, sia per verificare quello che nel frattempo è stato fatto, sia per passare all'evidenziazione dei problemi ancora irrisolti. Questioni a cui bisogna cercare di dare un nome ed un cognome. A mio giudizio infatti il sostegno alla internazionalizzazione delle nostre imprese non può essere previsto per le sole aziende operanti in Italia che si vogliono proiettare all'estero, ma deve essere contemplato anche le imprese italiane che già producono nel mondo ed hanno bisogno di idonee linee di finanziamento. Non sto parlando di soldi regalati dunque ma di prestiti, volti a favore dell'export, che dovranno essere rimborsati dall'azienda dopo un certo periodo di tempo. Una soluzione, quest'ultima, che, se venisse adottata dall'Italia, porrebbe il nostro Paese sullo stesso livello di altre Nazioni, come ad esempio la Spagna ed il Portogallo, che, grazie a questo metodo, sono divenute terribili concorrenti della nostra imprenditoria nel mondo.

Alla luce di queste valutazioni quali altre strade potrebbero essere intraprese per cercare di rivitalizzare l'azione produttiva delle nostre imprese all'estero?

Al fine di sostenere le nostre imprese all'estero sarebbe inoltre opportuno che venisse al più presto varata la nuova legge italiana per la cooperazione allo sviluppo. Con una nuova norma, basata su di una cooperazione, efficiente, pianificata e rinforzata, le imprese italiane che operano nei Paesi in via di sviluppo, come il Marocco, l'Algeria, Nigeria e l'Egitto, potrebbero infatti portare avanti, grazie alle risorse per la cooperazione liberate dall'Italia, una sana attività imprenditoriale. Un impulso alla produttività che andrebbe a favore sia del Paese d'accoglimento, in quanto concorrerebbe allo sviluppo in loco, sia a vantaggio dell'Italia che potrebbe incentivare l'export di macchinari e tecnologia.

Ma in questo contesto un utile contributo potrebbe giungere anche dalla possibilità che si instaurino fattive collaborazioni tra le imprese in Italia e le aziende dei nostri connazionali operanti all'estero…

Stiamo parlando del famoso partenariato, una parola bellissima che racchiude in se un'operatività immensa e pone in sinergia impresa con impresa. Una produttività complementare e parallela che può coinvolgere anche aziende molto lontane fra di loro, operanti ad esempio negli Stati Uniti ed in Italia. Queste sono le famose sinergie sul campo industriale che investono sia gli ambiti tecnologici che produttivi. Per incrementare queste forme di collaborazione e quindi la diffusione del made in Italy sarebbero in primo luogo necessari più incontri tra imprenditori operanti in Italia ed all'estero. Naturalmente qualcuno potrebbe obbiettare che per questo tipo di iniziative vi siano le Camere e gli Istituti per il Commercio con l'Estero. Ma io credo che dobbiamo innanzitutto pensare ad ammodernare questi organismi e, senza accantonarli, avviare la loro integrazione nello "Sportello Italia". Una novità, quest'ultima, che rappresenta una prova di coraggio di questo Governo.

Nell'ambito del mondo de lavoro italiano9 all’estero lei ricopre da numerosi anni importanti incarichi direttivi ed imprenditoriali. Ma quando ha avuto inizio e come si è evoluta la sua avventura professionale?

Io nasco, professionalmente parlando, negli anni 60 in un'impresa a forte valore aggiunto e ad alta tecnologia del gruppo ENI. Successivamente mi sono specializzato nel campo petrolchimico e mi sono impegnato, a partire dal 1970, per la realizzazione del primo innovativo impianto per il trasporto del gas naturale attraverso il Mediterraneo. Lasciai l'ENI nel 1974 ed entrai nella compagnia Cogis Impianti SPA, una società che era tata fondata nel 1956. In questa compagnia io sono cresciuto ed ho avuto la possibilità, tra la fine degli anni 80 e gli inizi degli anni 90, di rilevare il pacchetto di maggioranza. Nel corso degli anni mi sono impegnato per diversificare l'impiantistica e quindi ormai questa azienda spazia dall'agro industriale alla plastica. Recentemente, inoltre, grazie all'inventiva tutta italiana, abbiamo cominciato a recuperare anche impianti farmaceutici ormai obsoleti. Strutture che, con un investimento del 10%, noi rendiamo assolutamente attuali e competitivi. (Goffredo Morgia-Inform)


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