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INFORM - N. 201 - 25 ottobre 2003

Convegno imprenditori - Note a margine di Rodolfo Ricci (FIEI)

ROMA - Non essendo stati invitati e quindi non avendo potuto seguire i lavori del Primo Convegno Internazionale degli imprenditori italiani nel mondo, non possiamo fare altro che attenerci al documento finale - ordine del giorno approvato, molto roboante, molto corporativo e patriottico, ma a nostro parere molto parziale e del tutto vago per porre seriamente le basi di un'azione davvero efficace a favore dell'imprenditorialità di origine italiana nel mondo e ancor meno per irrobustire le relazioni tra sistema Italia e quella che viene definita "business community" italiana nel mondo.

Innanzitutto appare molto dubbia la fotografia che attraverso il Convegno si è voluto dare dell'imprenditoria italiana nel mondo; come ha affermato Marco Fedi, non si capisce in base a quali parametri o logica i partecipanti siano stati individuati ed invitati.

Probabilmente essi sono il frutto delle tradizionali relazioni tra Ambasciate e Consolati e le diverse Camere di Commercio e forse, visto che si voleva realizzare rapidamente un'iniziativa di immagine in prospettiva anche elettorale, non c'era altra strada da percorrere per il Ministero degli Italiani nel Mondo.

E' del tutto evidente che gli imprenditori invitati siano quasi tutti medi-grandi imprenditori. Tutti aderenti alle diverse Camere, la cui aspirazione lobbystica di penetrare la sfera della rappresentanza degli italiani nel mondo - legata anche ad interessi particolari di alcuni presidenti - era apparsa chiaramente già in sede di Prima Conferenza degli Italiani nel Mondo, cioè nel 2000, per la verità dopo decenni di totale assenza e disinteresse verso i problemi delle collettività emigrate, salvo rarissimi, ammirevoli esempi di mecenatismo. E' apparso a tutti chiaro, strada facendo, che questo rinnovato interesse scaturiva dalla imminente possibilità di esercizio di voto all'estero, nonché dalla possibilità che tale evento potesse innescare opportunità di nuovi circuiti di spesa pubblica sull'estero. Allo stesso tempo questo interesse ha stuzzicato non poco parte del sistema partitico per le sinergie che l'evento del voto all'estero rende, per alcuni, obbligate: come finanziare una campagna elettorale "mondiale"?

La teoria di Ministri e Sottosegretari, e di altri esponenti politici tutti rigorosamente appartenenti alla maggioranza di Governo che si è dipanata nelle giornate del Convegno è a tal proposito illuminante. Possibile che nessun esponente dell'opposizione non avesse niente da dire? E d'altra parte, possibile che all'opposizione, a parte il documento di protesta del CGIE, sia sfuggita l'occasione di farsi ascoltare?

Ma torniamo alla fotografia dell'imprenditoria italiana nel mondo che con il Convegno si è voluta legittimare: bisogna chiarire che essa è del tutto fuorviante. Le poche decine di imprenditori invitati, non rappresentano altro, oltre che se stessi, che l'immagine stereotipa dell'uomo di successo tanto vera quanto rara nella storia dell'emigrazione italiana; e le Camera di Commercio, la cui attività è certamente encomiabile, rappresentano solo una parte minima del mondo degli imprenditori italiani nel mondo: gli aderenti alle 68 Camere, nel loro complesso sono 23.000, tra grandi, medi e piccoli imprenditori, liberi professionisti, traduttori e interpreti, erogatori di servizi di varia natura, di cui solo il 70%, cioè circa 15.000 sono imprese locali; di questi infine, un numero consistente è costituito da imprese né italiane, né di oriundi, ma imprese straniere a tutti gli effetti che intrattengono relazioni con il mercato italiano. E non potrebbe essere altrimenti, visto che la specifica "mission" delle Camere non è mai stata quella di rappresentare l'impresa costituita da emigrati.

L'ICE e l'ENIT, che vengono citati nel documento finale e la cui attività è altrettanto encomiabile e che sicuramente è qualitativamente migliorata negli ultimi anni, non rappresentano le imprese italiane all'estero, ma erogano un servizio per agevolare l'internazionalizzazione del sistema Italia, cioè servono imprese italiane o sistemi di imprese in Italia.

Nulla toglie che tutte le istituzioni citate siano da considerarsi interlocutori importanti, ma la fotografia della cosiddetta business community italiana nel mondo è un'altra: circa 65.000 imprenditori italiani in Germania, tra gli 11 e i 12.000 in Svizzera, altrettanti in Belgio, per fare alcuni esempi di paesi europei, e in questo caso si tratta di cittadini italiani. E' immaginabile che in Francia e Regno Unito, le cifre siano altrettanto importanti e quindi, restando ai soli paesi europei, dovremmo trovarci di fronte ad un universo di circa 150-200.000 imprese costituite da cittadini emigrati tuttora in possesso di passaporto italiano.

Se varchiamo gli oceani, troviamo, per fare alcuni esempi significativi, 45.000 imprenditori italiani o di origine italiana solo nell'area della Grande Toronto, in Canada, o, se vogliamo scendere a sud, in America Latina, ci imbattiamo in dati ancora più significativi: nello Stato brasiliano del Rio Grande do Sul, il 42 per cento di tutte le imprese industriali dello stato sono possedute o dirette da italiani o loro discendenti, e percentuali analoghe, possono essere riscontrate, molto probabilmente, per l'intera area latino americana che va da San Paolo all'Argentina, passando per l'Uruguay.

Se dovessimo quindi ragionare sull'universo degli oriundi italiani, ci troveremmo di fronte a cifre nell'ordine di diversi milioni di imprese, grandi poche, medie e piccole molte, che sono state fondate o sono gestite da italiani di passaporto o oriundi.

Gli interessi, le difficoltà, i fabbisogni, le aspirazioni, le potenzialità di questi imprenditori, sono state solo minimamente monitorati; le uniche, certamente parziali, indagini su tali questioni, le cui dimensioni sono enormi, sono state realizzate - sembrerà strano - da associazioni storiche dell'emigrazione, la FILEF, in collaborazione con la rete di associazioni e centri di ricerca e formazione federate alla FIEI e con Istituti di ricerca nei vari paesi di emigrazione che abbiamo sopra citato.

Tali ricerche, peraltro patrocinate dal MAE o dal Ministero del Lavoro, pubblicate e distribuite in migliaia di esemplari in Italia, in Germania, in Francia, in Belgio, in Gran Bretagna, in Canada, in Uruguay, in Brasile, negli ultimi quattro anni, hanno coinvolto a mò di campione diverse migliaia di imprenditori, e la loro lettura può essere di ausilio per comprendere un po' più da vicino la natura qualitativa e quantitativa del fenomeno dell'imprenditoria italiana nel mondo, la sua complessità sia rispetto alla genesi delle imprese, sia rispetto alle aree di insediamento (c'è una grande differenza tra le imprese insediatesi nei paesi sviluppati e quelle nei paesi in via di sviluppo), le reali possibilità di relazioni che con esse si possono e si debbono costruire. E' evidente a chi legge che le indagini citate sono state del tutto ignorate. L'accento posto dal Convegno sugli investimenti di ritorno, ad esempio, è del tutto fuorviante se si applica alla grande maggioranza delle imprese latinoamericane. Può essere significativa, e fino ad un certo punto, se si ha a riferimento il Nord America, ma già per l'Europa e per l'Australia, il ragionamento è abbastanza diverso.

Se poi sragioniamo in termini di "gli imprenditori italiani all'estero rappresentano un vero impero economico", oppure ci lanciamo in improbabili affermazioni come "hanno sempre creduto nella Patria e annunciano il patto (di sangue ??) che sancisce la costituzione della confederazione degli imprenditori italiani all'estero" e ancora "chiedono quindi al Ministro per gli italiani nel mondo, come ulteriore testimonianza di riconoscenza ed atto d'amore verso l'Altra Italia, di farsi garante di questo patto" e che quindi "viene istituito un Comitato Permanente degli imprenditori Italiani nel Mondo" che è composto da "due imprenditori di origine italiana in rappresentanza di ognuna delle 4 aree geografiche" il tutto nominato dal Ministro degli Italiani nel Mondo, ecc. ecc., allora rasentiamo il grottesco e seri dubbi sorgono sull'equilibrio degli estensori o amanuensi del Ministro, ma anche sulla credibilità degli imprenditori che hanno inteso sottoscrivere l'ordine del giorno finale.

In ogni caso, pare doversi evincere che la diverse decine di imprenditori presenti al convegno rappresentano una parte minuta dei milioni di loro colleghi italici nel mondo.

E allora, si chiederà, qual è l'approccio alternativo da seguire? Qual è la proposta?

Due settimane or sono, a Porto Alegre, abbiamo avuto modo di incontrare una quarantina di imprenditori membri di federazioni di imprese che a loro volta raccolgono migliaia di piccole e medie imprese; dal settore metallurgico e metalmeccanico, a quello dei mobili, del tessile-abbigliamento, all'agricoltura e all'agroindustria, ai servizi alle persone, al commercio, perfino al software: le loro richieste verso l'Italia riguardavano trasferimento di tecnologie, joint-venture, collaborazione nell'aggiornamento dei dirigenti, nella progettazione, nei processi di controllo e di qualità, accesso al credito, canali di esportazione verso l'Italia e l'Europa, ecc. ecc. Lamentavano la pressoché totale assenza dell'Italia in quel contesto (che è uno dei più sviluppati del continente), e rivendicavano la costruzione di relazioni di reciprocità tra imprese e tra sistemi paese, nel caso specifico tra un paese del nord, l'Italia e uno del sud, il Brasile: portavano tutti cognomi italiani.

Altrettanto abbiamo ascoltato dai piccoli imprenditori che frequentano i nostri corsi di orientamento alla dimensione del distretto in Uruguay (autofinanziati), e dai nuovi dipendenti-imprenditori che in forma cooperativa hanno rilevato le imprese fallite dell'area rioplatense (sono migliaia).

A questa tipologia di imprenditori, a questa complessità di problematiche, che è presente in tutta l'America Latina e non è assente né in Europa né in Australia, né in Nord America, vorremmo fosse data voce e rappresentanza; e non basterà un improvvisato convegno purtroppo, ma molteplici, successive buone pratiche da sperimentare in concreto, con tutti coloro che interpretano il business come opportunità di crescita per tutti, italiani e non italiani, in Italia o all'estero. (Rodolfo Ricci, Segretario della F.I.E.I.)

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