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INFORM - N. 195 - 16 ottobre 2003

L’editoriale di "Corrispondenza Italia"

Più sindacato e più patronato per una valida Europa sociale

ROMA - La politica-spettacolo che ha in Italia i suoi più affezionati cultori (ma tutto il mondo è paese: potrebbero testimoniare i nostri connazionali all’estero) ci bombarda di messaggi e spot che insistono: bisogna alzare l’età della pensione, basta con i baby-pensionati, il sistema previdenziale non regge, i sindacati pensano solo ai loro iscritti più vecchi e si chiudono nel loro egoismo corporativo a danno delle generazioni giovanili.

Ma qual è la realtà? Scorriamo il più recente "Rapporto europeo per l’occupazione". L’età media di uscita dal lavoro è di 59,9 anni. E qual è il tasso di occupazione per i 50 enni? Il 40 per cento. In più, nel caso-Italia, ogni anno 70 mila lavoratori "over 40" vengono espulsi, contro la loro volontà, dalle aziende e va bene quando vengono contrattati prepensionamenti, mobilità più o meno lunghe, incentivi e scivoli, in gran parte a carico delle casse previdenziali. Per altro le nuove modalità di lavoro atipico riguardano per il 10 per cento i lavoratori con più di 40 anni (altro che fenomeno giovanile) e gli ultra cinquantenni che hanno la fortuna di ritrovare un’occupazione si vedono elargito, 4 volte su 10, un contratto a tempo determinato.

Hanno un bel proporre i vertici di Lisbona, Barcellona o Stoccolma e ora il presidente pro-tempore della Conferenza intergovernativa europea Berlusconi: bisogna aumentare il tasso di attività dei lavoratori-seniores al ritmo di 7 milioni di unità fino al 2010 (900 mila all’anno)! Adesso come adesso, questo è un pio desiderio.

Ma intanto la congiuntura debole preannuncia per la seconda metà del 2003, quando si faranno i conti, la rottura di un equilibrio occupazionale che finora si è tenuto in bilico con riduzioni contrattate degli orari e con meccanismi di solidarietà tra i lavoratori che non potranno reggere ancora a lungo, in attesa della mitica ripresa: e a rischiare di più sono proprio le fasce operaie in Italia, Germania e Francia (un po’ meno in Gran Bretagna) cioè proprio nei paesi in cui vivono le maggiori comunità dei nostri emigranti.

Né la Cisl, né tanto meno il patronato Inas, sono tra quelli che coltivano il detto "piove governo ladro". Non a caso infatti abbiamo avuto il coraggio di sottoscrivere il patto sociale del luglio 2002 e non c’è senno del poi che ci convinca di aver fatto meno che il nostro dovere per tutelare al meglio i nostri associati e rappresentanti.

Ma il dato è che, anche per il famoso "Libro bianco sul mercato del lavoro", dell’autunno 2001, pur dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della normativa, si prospettano tempi lunghi di concretizzazione. Infatti per la riforma Biagi, su cui la nostra Organizzazione, coraggiosamente non si è tirata indietro, occorre una serie di passaggi da contrattare: "con" e "tra" le parti sociali, prima che essa possa produrre benefici effetti. Non parliamo poi della promessa riforma degli ammortizzatori!

Insomma, non riesce a prendere il largo quella prassi di "riformismo sociale" realizzato, fatto di accordi bilaterali o multilaterali che non sono (come alcuni dicono) strumenti per mettere su baracche che assegnino al sindacato la veste di produttore di servizi, di attività di tutela e di assistenza, tramite i suoi istituti come il patronato o tramite nuovi enti bilaterali per il collocamento, la formazione, la somministrazione di manodopera da aggiungere alle attività di assistenza fiscale o al patrocinio dei diritti previdenziali o sanitari o di tutela delle condizioni di lavoro contro infortuni e malattie professionali. Attività tutte che onorano peraltro le nostre organizzazioni, dipinte troppo spesso e impunemente alla stregua di "onorate società mafiose".

Abbiamo citato all’inizio il rapporto Ue per l’occupazione e lì ritorniamo per concludere anche su questi aspetti. E’ infatti proprio la Ue a indicare nel miglioramento delle condizioni di lavoro (una delle attività che, guarda caso, impegnano l’Inas nelle aziende) la strada per consentire una permanenza al lavoro più agevole per le fasce lavoratrici con i capelli grigi! E’ la onesta strada del buon senso. E’ la strada su cui ci muoviamo da sempre. (Corrispondenza Italia/Inform)


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