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INFORM - N. 187 - 6 ottobre 2003

Dedicato alla visita a Roma del Ministro degli Esteri australiano Downer l’editoriale di Nino Randazzo su "Il Globo" di Melbourne e "La Fiamma" di Sydney

Ora il discorso fra Italia e Australia deve proseguire

La visita del ministro degli Esteri di Canberra, Alexander Downer, a Roma la scorsa settimana ha rappresentato uno di quei rari eventi coi quali è possibile dimostrare che le relazioni italo-australiane possono ancora essere rinfrescate e risvegliate da quello stato di torpore nel quale solitamente languono. La firma dell’accordo bilaterale di vacanze-lavoro per un limitato movimento di giovani dai 18 ai 30 anni fra i due Paesi raggiunge un obiettivo lungamente atteso, e il protocollo, così come steso e sottoscritto, è per la parte italiana un piccolo capolavoro diplomatico che fino a qualche tempo fa sarebbe stato considerato inaccettabile nei circoli governativi di Canberra. Di reciprocità agli effetti pratici ce n’è ben poca. Infatti, il vantaggio per i giovani italiani che approfitteranno del programma è notevole: potranno fare domanda d’ingresso senza limiti di quota annua, arrivare nel Paese-continente agli antipodi e muoversi a loro piacimento per l’intero anno, svolgere un’attività part-time retribuita per tutto il periodo (anche se non più di tre mesi con lo stesso datore di lavoro), persino ottenere il "visto elettronico" via Internet. La controparte australiana, invece, dovrà recarsi di persona agli uffici consolari italiani, all’arrivo in Italia dovrà ottenere il permesso di soggiorno dalla Questura della provincia dove intende risiedere e l’autorizzazione dall’ufficio provinciale del Lavoro e ripetere la stessa trafila burocratica ogni qualvolta volesse spostarsi da una provincia a un’altra, potrà lavorare per soli sei dei dodici mesi, e dovrà fare i conti con una quota annua massima di 1500 visti indicata nel protocollo.

Ma non c’è da scandalizzarsi o preoccuparsi. Dell’Italia conosciamo bene la farraginosa complessità della burocrazia, la rigidità teorica dell’intero sistema-Paese e in particolare l’inflessibile regolamentazione del mercato del lavoro. Però si conoscono altrettanto bene le infinite varianti dell’arte di arrangiarsi nell’ospitale Belpaese, a disposizione e beneficio anche dello straniero in sovrannumero che non faccia pazzie o commetta reati da codice penale. Avanti c’è posto. L’aspetto più importante di questo accordo bilaterale è che qualcosa di nuovo c’è, qualcosa si sta muovendo, ed è benaugurante anche in altre direzioni, dagli scambi culturali a quelli commerciali, dal turismo alle joint-ventures.

E tra le varie direzioni in cui è auspicabile che il discorso italo-australiano andrebbe sviluppato, al di fuori dell’ufficialità protocollare, ce ne sono in particolare oggi due. Una è esclusivamente di pertinenza italiana, e riguarda l’estrema necessità di provvedere a un meccanismo di relazioni pubbliche che stabilisca contatti umani selettivi e mirati con gli operatori dell’informazione di massa, che prospetti il punto di vista italiano sulle più vitali questioni del momento internazionale, che focalizzi il ruolo dell’Italia nel contesto dell’Unione Europea, insomma che trasmetta in maniera costante e intelligente l’immagine dell’Italia ai media australiani, dove l’Italia è sistematicamente ignorata eccetto che per qualche grossa esplosione malavitosa o per qualche nota di costume da barzelletta politica.

L’altra direzione che dovrebbe prendere il discorso italo-australiano è di natura ben più delicata perché investe profonde sensibilità socio-politiche e richiede una tessitura finissima di rapporti personali. E’ umanamente inaccettabile, infatti, anche se rigorosamente nei limiti delle leggi nazionali, che debba essere deportato l’italiano che in quattordici-quindici anni di residenza in Australia s’è creata una famiglia essenzialmente australiana, o un quarantenne giunto qui all’età di 4 anni che ha commesso un reato senza essersi prima naturalizzato, o l’italiano giunto con visto a termine che resta per assistere un congiunto infermo, o la ragazza in possesso di visto turistico che viene sbattuta in un centro di detenzione perché ha accettato un lavoretto part-time. Via, il rispetto delle leggi, in un contesto di civiltà europea quale quella australiana, non può escludere l’eccezione e compassione umanitaria.

C’è, infine, un altro interessante e positivo riflesso della trasferta romana di Downer, nel suo incontro con il ministro degli Italiani nel mondo, Mirko Tremaglia, al quale, in merito all’auspicata elezione dei Comites in Australia (attualmente di nomina consolare) ha dichiarato: "Personalmente non vedo impedimenti. Ne parlerò con il ministro competente". Forse si riferiva al titolare del dicastero della Cittadinanza (Hardgrave) o a quello dell’Immigrazione (Vanstone) o ancora a quello nuovo di zecca della Giustizia (Ruddock). Ma è difficile immaginare un ministro più "competente" di lui stesso, che due anni fa con una nota ufficiale comunicò la totale accettazione australiana del libero esercizio del voto politico per corrispondenza dei cittadini italiani, e dei doppi cittadini, residenti in Australia. Ad ogni buon conto, era evidente da tempo che non esistesse alcun impedimento da parte australiana all’elezione di un organismo italiano più che altro consultivo e di collegamento. Ora tocca alle autorità italiane, e solamente ad esse, sbloccare una volta per tutte la situazione e portare i Comites d’Australia alla pari con gli stessi organismi nelle altre parti del mondo dotandoli di un carattere democratico che al momento non hanno. Anche per questo la visita di Downer in Italia è stata utile ed opportuna. (Nino Randazzo*)

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Direttore de "Il Globo", Melbourne


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