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INFORM - N. 180 - 26 settembre 2003

Le nuove sfide delle ACLI Latino-Americane nell'era della globalizzazione: seminario a Buenos Aires

"Per le ACLI del Sud America il passaggio da un’offerta di servizi ad una proposta di tipo associativo, formativo e di promozione allo sviluppo"

(Nostra intervista al Presidente Nazionale delle ACLI Luigi Bobba)

ROMA - Dal 9 al 13 settembre si è svolto a Buenos Aires il seminario dal titolo "Lo sviluppo delle ACLI Latino-Americane tra le sfide della globalizzione". Tre giorni di intenso lavoro, organizzato dalla Federazione delle ACLI Internazionali (FAI), dall'ENAIP, dall'IPSIA e dal Patronato ACLI, che hanno visto gli interventi di alcuni esponenti delle Associazioni Cristiane dei Lavoratori Italiani, come Camillo Monti, Natalino Stringhini, Michele Consiglio e Roberto Volpini.

L'incontro, che si è aperto con l'indirizzo di saluto del Presidente delle ACLI di Argentina Alfonso Grassi, è stato arricchito dalle relazioni dell'Amministratore delegato dell'ENAIP Maurizio Drezzadore, del Presidente dell'IPSIA Soana Tortora, e da importanti esponenti del mondo ecclesiale (Mons. Jorge Eduardo Lozano), del sindacato (Carlos Custer), del volontariato (Acaputo Carlos Alberto) e del settore della cooperazione internazionale (Iaver Schunk). Durante il seminario, che è stato chiuso dall'intervento del Presidente delle ACLI Luigi Bobba, sono state approfondite numerose e variegate tematiche riguardanti il patrocinio e alla tutela sociale, la formazione, la cooperazione e la cittadinanza politica degli italiani nel mondo.

Questa iniziativa fa seguito ad un primo seminario, svoltosi sempre a Buenos Aires nel 1998, sul ruolo delle forze sociali e del Terzo settore per la costruzione di un'economia solidale. Un'importante svolta programmatica ed operativa, quella messa in atto dalle ACLI - in concomitanza con il convegno è stata tra l'altro inaugurata la nuova sede argentina - che abbiamo cercato di approfondire rivolgendo alcune domande a Luigi Bobba, Presidente Nazionale delle ACLI nonché Presidente della FAI. Per Bobba "è necessario per le ACLI del Sud America il passaggio da un'offerta di puro servizio ad un proposta di tipo associativo, formativo e di promozione allo sviluppo".

A cinque anni di distanza dal precedente incontro sullo sviluppo delle ACLI in Argentina si è svolto a Buenos Aires un nuovo seminario sul futuro dell'esperienza associativa nell'era della globalizzazione. Presidente Bobba, quali indicazioni emergono da questo secondo appuntamento?

E' stato interessante guardare alla globalizzazione, un argomento che ha fatto da filo conduttore a tutti i nostri incontri di studio di questi ultimi quattro anni, da un punto di vista decentrato e non europeo. Questa visita in Argentina è stata quindi per me anche un'esperienza di nuova alfabetizzazione al tema della globalizzazione. Un riscrivere da un altro punto di vista che ci ha fatto comprendere come, a seconda del continente di collocazione, anche questo tema prenda degli accenti e delle chiavi di lettura diverse. Nella realtà argentina abbiamo infatti toccato con mano ed in modo molto più diretto i guasti della globalizzazione. D'altra parte l'Argentina rappresenta il classico esempio di come un Paese, ricco di mezzi e di risorse, possa essere messo in crisi dalle politiche sciagurate del Fondo Monetario Internazionale e dalla diffusa corruzione di una classe politica che ha dilapidato le risorse della Nazione. Il secondo punto emerso dal seminario è, in parole semplici, una grande voglia d'Europa. E questo perché in fondo l'America Latina guarda all'Europa come un esempio positivo di integrazione e costruzione di un processo democratico in una grande area regionale. Un modello di aggregazione, quello europeo, che permetterebbe all’America Latina di scrollarsi di dosso l'eccessivo dominio del Nord America e le darebbe una concreta possibilità di esprimere la propria specificità storica e culturale.

Ma come amplieranno la loro sfera d'azione e in quali settori si attiveranno le ACLI dell'America Latina per fronteggiare i rischi e le sfide della globalizzazione?

Le direzioni di marcia delle ACLI sono tre. In primo luogo si cerca di sviluppare forme associative che vadano oltre le comunità italiane presenti nei Paesi d'accoglienza. Ad esempio, durante il viaggio in Argentina ho visitato il Circolo Fondazione Achille Grandi. In quel centro, situato in una città satellite di Buenos Aires, ho avuto modo di toccare con mano il diretto confronto tra l'intuizione originaria delle Acli e le drammatiche situazioni di povertà ed esclusione sociale di un altro Paese. Un'esperienza importante, quest'ultima, che la Fondazione sta ampliando attraverso la realizzazione di un apposito progetto - ci auguriamo che venga finanziato dalla cooperazione italiana - finalizzato alla creazione di un'impresa comune che consentirà la formazione delle giovani generazioni e il successivo sviluppo di piccole aziende agricole a carattere familiare. A tal fine è infatti già stato acquistato un terreno per allevare animali domestici e portare avanti coltivazioni di frutta e verdura. La seconda direzione di marcia delle ACLI riguarda invece lo sviluppo di servizi formativi. Lo scopo è quello di creare un legame tra l'Italia ed i Paesi d'accoglienza delle nostre collettività che favorisca la crescita e lo sviluppo e consenta di attivare nuovi collegamenti, che non siano solo di ordine culturale, ma portino anche fattive iniziative economiche. In questo contesto, come terzo punto d'azione, vogliamo inoltre sviluppare, soprattutto nei Paesi dove vi sono situazioni più drammatiche come l'Argentina, il Venezuela ed il Brasile, specifici interventi di cooperazione allo sviluppo. Per adempiere alla loro missione le ACLI di questa area geografica, che operano in Argentina, Cile, Venezuela, Brasile ed Uruguay, dovranno dunque evolvere dall'offerta di puro servizio e divenire soggetti attivi della società civile della Nazione d'accoglienza. Le ACLI del Sud America, pur non perdendo il collegamento con l'associazione madre, dovranno però prendere un volto, una forma, ed una presenza che sia caratteristica del Paese in cui operano.

Nel 1996 il XX Congresso nazionale delle ACLI sancì il varo della FAI. Da allora quanta strada ha percorso questa Federazione che nacque anche con il compito di rilanciare le ACLI nei confronti della politica sociale europea?

Al Congresso del 1996 con la creazione delle ACLI Internazionali gettammo, come si suole dire, il cuore oltre l'ostacolo e quasi forzammo i limiti di una missione che, pur non essendo più esaustiva, non si è ancora conclusa. Sto parlando di quell'essere vicini, in termini di socialità, servizi, promozione e tutela dei diritti, ai nostri connazionali. Una missione che per alcuni Paesi, come ad esempio la Germania, è ancora attuale mentre per altri, come l'Inghilterra, appare invece datata. In questo ambito non posso poi dimenticare il Congresso di Bruxelles con il quale noi abbiamo preso in mano la situazione, dando una forma effettiva e ritraducendo il valore e la prospettiva europea nelle ACLI che operavano in Francia, Belgio, Germania e in altri Paesi del continente. Oggi è invece venuto il momento di capire che la Federazione delle ACLI Internazionali può essere caratterizzata da due grandi polarità: le ACLI europee e quelle latino-americane. Quindi se adesso riusciamo a mettere in collegamento ed a trasfondere le positive esperienza che abbiamo maturato in Europa nel Continente Latino Americano, riusciremo sicuramente a compiere un terzo passo in avanti.

In concomitanza con lo svolgimento del seminario di Buenos Aires lei ha incontrato importanti rappresentanti della Chiesa, dei sindacati e le nostre autorità diplomatico-consolari. Cosa ci può dire in proposito?

Durante la visita della nostra delegazione in Argentina abbiamo avuto incontri di forte impatto con la realtà ecclesiale che segue molto da vicino la drammatica situazione del Paese. Una Chiesa che dimostra ancora una volta di essere capace di incarnare la testimonianza cristiana in un contesto sociale di estrema difficoltà. Per quanto riguarda la rappresentanza sindacale abbiamo incontrato sia esponenti della Confederazione dei Lavoratori Latino Americani, sia membri della Confederazione dei Lavoratori Argentini. Una nuova organizzazione sindacale, quest'ultima, che raggruppa molte realtà associative, si occupa anche dei disoccupati, dei lavoratori in nero ed appare caratterizzata da un'effervescente attività, tipica dei giovani movimenti sindacali. Nel corso del viaggio abbiamo inoltre avuto modo di parlare con le maggiori autorità diplomatiche del nostro Paese che si stanno fattivamente impegnando per valorizzare al meglio la numerosa comunità italiana.

Oltre agli incontri ufficiali con le autorità ed il mondo del sociale lei avrà sicuramente avuto modo di tastare il polso alla nostra comunità che vive questi difficili momenti in Argentina. Alla luce della perdurante crisi economica come si presenta la situazione dei nostri connazionali che vivono nell'emergenza e spesso si collocano ai limiti della soglia di povertà?

Dagli incontri con la comunità italiana ho avuto, per quanto concerne l'andamento della crisi, impressioni diverse che appaiono direttamente proporzionali alla condizione reddituale dei nostri connazionali. Ciò che comunque mi ha veramente colpito è stato l'abisso della disparità. Se da un parte infatti vi è una Buenos Aires moderna, efficiente ed europea, dall'altra si distende una sterminata e povera periferia. In questo contesto la nostra comunità, appartenendo in prevalenza al ceto medio, non si trova ancora nelle condizioni peggiori. Ma se continua questo slittamento verso la povertà dell'intera società, la situazione degli italiani sarà sempre più complicata e difficile. Lo stesso Vicario episcopale Mons. Jorge Eduardo Lozano mi ha confermato che fino a poco tempo fa la Chiesa d'Argentina si prendeva cura solo di un 10 per cento di persone povere ed indigenti. Ora questa percentuale è salita al 35 per cento. (Goffredo Morgia-Inform)


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