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INFORM - N. 177 - 23 settembre 2003

Fascismo "soft" regime?

Sulla rubrica "Italiani Brava Gente" del quotidiano "La Fiamma" di Sydney Pietro Schirru (CGIE) parla della vicenda umana di Michele Schirru

SYDNEY - Così, ha detto il Presidente del Consiglio italiano, Cav. Silvio Berlusconi, la dittatura fascista nei suoi 22 anni non avrebbe mai ucciso nessuno. Fa niente se il regime fascista ha disseminato di morti prima l'Abissinia nel 1935, successivamente la Spagna nella repressione del governo repubblicano legittimamente al potere, per finire con la seconda guerra mondiale conclusasi con la guerra di liberazione. I morti provocati dagli interventi militari sono stati oltre mezzo milione. Ma, probabilmente, il Cav. Berlusconi (sintomatica analogia con l'appellativo con cui veniva chiamato negli atti ufficiali Benito Mussolini) si riferiva alla repressione individuale degli antifascisti. Certo, siamo d'accordo con Berlusconi, molti andavano a "villeggiare" al confino, molti languivano nelle patrie galere e c'era anche chi per timore o semplicemente per sopravvivere finiva per abbracciare il fascismo.

Ma la verità non è così semplice, come dimostra l'assassinio di Giacomo Matteotti. Ma ci sono anche vittime poco conosciute o dimenticate. Difficile, comunque che lo dimentichi chi scrive questa nota. Per i primi dieci anni di vita mi sono trascinato un cognome, Schirru, che era uno stigma di vergogna e anti-italianità, al punto che a mio padre, impiegato statale, proposero addirittura di cambiarlo.

Ma per il nostro capo del governo, sono sicuro, il regime fascista vive tutti sugli slogan: "la mafia cancellata dalla faccia della terra", "Patria sicura senza più criminalità", "i treni partivano e arrivavano in orario", e il fiore all'occhiello, "la bonifica pontina". Quante volte ho sentito questa litania che partiva dagli ordini del Minculpop (Ministero della Cultura Popolare) che serviva agli organi di stampa le "veline" da pubblicare, mentre la mafia viveva e cresceva, la criminalità continuava come sempre ma restava nei fascicoli della polizia, dei treni so poco o niente perché al massimo viaggiavo dalla stazione Ostiense ad Ostia, una volta all'anno come fosse la fine del mondo. Resta la bonifica pontina ma, signore Iddio, in 22 anni di governo sto fascismo qualcosa doveva pur farla. Ma diciamo pure che il Cav Silvio Belusconi è un po' fiacco in storia, altrimenti avrebbe potuto evitare di slittare su quell'affermazione che il fascismo non avrebbe ucciso nessuno.

E torniamo al mio cognome, Schirru. E raccontiamo l'epilogo della vicenda umana di un certo Michele Schirru, un giovane sardo nato a Padria, in provincia di Sassari il 19 ottobre del 1899. Emigrato con la famiglia negli Stati Uniti, Michele Schirru che aveva abbracciato l'anarchismo, era rientrato in Italia nel 1930, e all'alba (esattamente alle 4,27, come riportò il Messaggero) del 30 maggio del 1931, concluse la sua vicenda umana ucciso, assassinato, da un plotone di esecuzione, in seguito alla condanna a morte con fucilazione alla schiena emessa dal Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato.

Ho nel mio studio la riproduzione fotografica del cartellino segnaletico di Michele Schirru nel giorno dell'arresto, 11 febbraio del 1931. Le due foto, profilo e di fronte, contrassegnate dal numero 30815, presentano un giovane, evidentemente pestato, l'orecchio destro praticamente scomparso, gli occhi tumefatti. Ho qui davanti a me la copia di tutto il dibattimento del processo-farsa del Tribunale Speciale. Un processo che vide lo Schirru difeso dal un avvocato di ufficio che si limitò alla fine del dibattimento di chiedere le attenuanti generiche. Dopo la sentenza, l'avvocato, come voleva la prassi, presentò domanda di grazia che, comunque non venne mai inoltrata al ministero della Guerra che avrebbe dovuto sottoporla alla Maestà del Re (copio quanto riportato dal Messaggero; le definizioni e le maiuscole non sono mie).

Ma chi aveva ucciso Michele Schirru per essere condannato a morte e giustiziato durante il "soft" regime fascista? Nessuno. Non aveva torto un capello a nessuno. Accusato di aver "pensato" di uccidere il Duce, accusato di aver "pensato" di uccidere i tre poliziotti che lo avevano arrestato e che lo avevano ben bene pestato. Malgrado tutto, Cav. Berlusconi, a questo ragazzo sardo, emigrato come tanti di noi, in quell'alba del 31 maggio 1931, un plotone di esecuzione, fece esplodere la scatola cranica in più pezzi "al che - come riportò il Messaggero - un milite di origine sarda, facente parte del plotone d'esecuzione raccolse un pezzo di cranio per poi morderlo".

Avevo 14 anni nel 1947 quando andai a Roma all'Anagrafe per chiedere, la prima volta, la carta d'identità. Ricordo, come fosse ora, che l'impiegato del Comune, preso il modulo di richiesta e letto il mio cognome, mi chiede "parente del martire Schirru?". No, risposi. Non ero parente quando quel cognome era una vergogna, né quando sarebbe stato un privilegio. Solo ora, grazie a Berlusconi, avrei tanta voglia di essere parente di Michele Schirru, l'ennesima vittima delle tante vittime di cui ritengo colpevole il fascismo.

La documentazione in mio possesso sulla vicenda di Michele Schirru è a disposizione di chiunque me ne faccia richiesta. (Pietro Schirru, componente del CGIE, presidente del Comites di Sydney)

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