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INFORM - N. 175 - 19 settembre 2003

RASSEGNA STAMPA

Famiglia Cristiana N. 38

Intervista al Ministro Frattini: "Faremo l'Europa sempre più unita"

Franco Frattini, 46 anni, ministro degli Esteri, è ovviamente molto impegnato in questi giorni, ma ha accettato di rilasciare questa intervista a Famiglia Cristiana.

Signor ministro, l’Italia ha la presidenza del semestre europeo. Una delle accuse che sono state spesso mosse all’Europa è quella di non avere una politica estera comune. Pensa che la presidenza italiana possa dare un contributo a questo proposito?

«Il rafforzamento della politica estera comune e l’affermazione dell’Unione europea come soggetto politico autorevole sulla scena internazionale rientrano tra gli obiettivi dell’azione italiana. È certo difficile immaginare oggi decisioni a maggioranza in questa materia. Si può, invece, lavorare sin d’ora su azioni comuni di politica estera che siano condivise, e in questo pensiamo di giocare il nostro ruolo, così come è successo ad esempio a Riva del Garda, dove abbiamo registrato consenso su Hamas e la ricostruzione in Irak»

Quali saranno i tempi della Costituzione europea?

«Sono scanditi da un calendario già definito. L’importante è trovare il consenso politico entro l’anno, visto che nel giugno 2004 ci saranno le elezioni europee, per assicurare ai cittadini di conoscere l’architettura dell’Europa prima di recarsi al voto».

Usa ed Europa non sono mai sembrati così lontani, la divisione sull’intervento militare in Irak sembra continuare. L’Italia può giocare un ruolo nel processo di riavvicinamento?

«La presidenza italiana può e deve giocare un ruolo nel rafforzamento dei rapporti tra Europa e Stati Uniti. L’Italia è un Paese fondatore dell’Europa, ma è anche tra i più stretti alleati degli Usa. Bisogna individuare gli elementi che accomunano le rispettive politiche per raggiungere i risultati migliori, come, per esempio, nella lotta al terrorismo fondata su piani concreti di azioni comuni, sia a livello di intelligence sia di contrasto economico-finanziario».

Emarginata l’Onu al momento dell’attacco all’Irak, gli Usa ora sembrano scoprire il suo ruolo fondamentale per la ricostruzione del Paese. Ma, allora, l’Onu serve solo a togliere le castagne dal fuoco?

«Lo stallo del Consiglio di sicurezza è stato sotto gli occhi di tutti. Più l’Onu sarà capace di decidere, più l’intervento unilaterale rimarrà davvero l’extrema ratio. Se si dovesse dare per scontato che "tanto l’Onu non deciderà mai", è evidente che verranno stimolate le pulsioni unilateraliste. Il nostro impegno è favorire una maggiore efficacia delle Nazioni Unite».

Quale ruolo spetterà all’Italia nella ricostruzione dell’Irak?

«Noi abbiamo già iniziato a svolgere un ruolo di grande importanza, non a caso proprio in quei settori che sono più sentiti dal popolo iracheno. Abbiamo creato due ospedali da campo a Baghdad, uno nella zona sciita e l’altro nella zona sunnita. Ora, tramite la nostra Croce rossa gestiamo uno dei più importanti ospedali della capitale. Inoltre un nostro funzionario è responsabile della tutela di tutto il patrimonio artistico e museale dell’Irak. Siamo impegnati nel piano per la ricostruzione della rete dei trasporti, stiamo dando un contributo in termini di ricostruzione di quelle branche dell’amministrazione pubblica che servono per la vita quotidiana dei cittadini. Un italiano è il vicegovernatore civile della regione di Bassora ed è incaricato di organizzare i servizi pubblici essenziali. Inoltre, l’Italia partecipa alla ricostruzione del tessuto amministrativo iracheno, in particolare con 24 alti funzionari e manager, sia pubblici sia privati, che sono già al lavoro nei ministeri iracheni».

La politica estera italiana è sempre stata caratterizzata da atteggiamenti pro arabi e pro palestinesi. L’attuale Governo sembra essersi schierato dalla parte di Israele. Da cosa deriva questa inversione di rotta?

«La posizione non era adeguatamente bilanciata. La collocazione di equilibrio che abbiamo assunto credo sia l’unica che può permettere all’Europa di giocare un ruolo maggiore in Medio Oriente. Oggi questa Europa è in grado di dire da un lato che considera Hamas come un’organizzazione terroristica, ma nello stesso tempo abbiamo detto con chiarezza agli israeliani che la costruzione del muro di sicurezza certo non aiuta il clima di dialogo, e che le azioni di rappresaglia mirata devono essere fermate. Allo stesso tempo, siamo stati risoluti nei confronti dei palestinesi nel dire che se la road map prevede che i poteri di sicurezza e di polizia devono stare nelle mani di una sola persona, non era possibile che Abu Mazen non avesse pieni poteri per smantellare le organizzazioni terroristiche. Noi adesso speriamo che Abu Ala questi poteri li possa avere».

L’Italia intende impegnarsi per raccogliere l’appello del Papa perché nella Costituzione europea siano richiamate le radici cristiane?

«La risposta è decisamente sì. L’Italia ritiene che questo punto fondamentale contenuto nel preambolo si possa toccare senza riaprire il vaso di Pandora, e cioè che non sia un punto la cui modifica altera l’impianto faticosamente costruito. Tra l’altro, a coloro che temono per la laicità dello Stato si può facilmente rispondere che, mentre la laicità è un principio delle istituzioni politiche, il richiamo alla tradizione cristiana è un valore storico che unifica tutti i popoli europei, non c’è contraddizione. Sappiamo che vi sono degli Stati contrari a questo, ma noi con pazienza spiegheremo perché questa modifica è possibile e non altera l’equilibrio tra i poteri.».

Le violente polemiche interne nei confronti di Prodi non rischiano di far perdere prestigio all’Italia, proprio in un momento in cui il nostro Paese si trova contemporaneamente alla presidenza del semestre europeo e della Commissione?

«Dobbiamo distinguere tra il ruolo di presidente della Commissione europea, che è un ruolo con il quale la presidenza italiana si confronta positivamente in tutte le occasioni, e questioni che nulla hanno a che fare con la guida della Commissione. Le questioni sul tappeto non riguardano certo il modo in cui il presidente Prodi conduce la Commissione. Siamo soddisfatti di questi primi mesi di lavoro comune, non c’è mai stata un’occasione in cui la Commissione abbia ritardato o rallentato i lavori della presidenza italiana».

Il problema dell’afflusso dei clandestini non è risolvibile solo con il controllo delle frontiere, ma con una politica di cooperazione e aiuto allo sviluppo indirizzata ai Paesi di origine. Che cosa sta facendo l’Italia?

«Innanzitutto, il vertice di Salonicco ha deciso che entro dicembre dovrà essere pronto un piano europeo che prevede il controllo di tutta l’Europa sulle frontiere comunitarie, quindi quello del contenimento dei clandestini non sarà più solo un problema che ricadrà sulle spalle dei singoli Paesi; anche gli accordi di riammissione e le politiche di espulsione avranno un’ottica più complessiva. Si applicherà una rigorosa politica di contrasto ai trafficanti di esseri umani e nello stesso tempo di cooperazione coi Paesi di provenienza, ma anche di transito. Uno dei flussi maggiori dei clandestini proviene da Tunisia, Marocco, Libia, mentre i clandestini sono soprattutto centroafricani, quindi la politica di cooperazione – che è assolutamente necessaria e complementare al controllo delle frontiere – va fatta anche con i Paesi di origine. Questo doppio fronte di intervento è una strategia europea».

La Cina è sotto accusa per la concorrenza sempre più agguerrita nei confronti dei prodotti made in Italy. Alcuni suoi colleghi di Governo sembrano puntare su iniziative che scoraggino le importazioni cinesi nel nostro Paese. Lei condivide questa strategia?

«Penso che l’Europa non possa consentire politiche di tipo protezionistico. Quello della concorrenza sleale comunque è un problema che esiste, ed è chiaro che un’Europa che vuole entrare nel mercato cinese, oltre al fatto che molti imprenditori italiani investono in Cina, non può tollerare una sistematica imitazione di prodotti e di marchi. Questo significa da un lato far scattare le norme anti-dumping e anticoncorrenza sleale che esistono, ma dall’altro tenere conto di quello che io definisco il "dumping sociale" e il "dumping ambientale". Se continuiamo ad accettare che vi siano il lavoro minorile e condizioni di lavoro disumane, non risolveremo mai il problema, che riguarda non solo la Cina. La chiave è condizionare gli aiuti che noi dobbiamo dare a questi Paesi al rispetto di valori e princìpi che non sono negoziabili. Come dire: "Ti aiutiamo per lo sviluppo, ma in cambio ti chiediamo di rispettare tutti quei valori che per noi sono assoluti"».

Lei è maestro di sci: quanto le torna utile in politica?

«È utile almeno sotto due aspetti. Primo, perché in politica bisogna sapere fare gli slalom. Secondo, perché essere un uomo di sport vuol dire riuscire a recuperare una dimensione un po’ più umana e personale che in politica è rara». ( Guglielmo Sasinini)

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