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INFORM - N. 173 - 17 settembre 2003

Politiche sulla famiglia: l’Italia in grande ritardo. Una ricerca dell’Eurispes

ROMA - L’Italia dedica appena lo 0,9% della ricchezza nazionale alle politiche familiari. Tutti gli altri Paesi dell’Unione a 15 spendono molto di più per la famiglia, a partire dal Portogallo e dai Paesi Bassi che destinano l’1,2% del loro Pil alle politiche familiari. Seguono (in ordine crescente): Irlanda 1,9%, Grecia 2,1%, Regno Unito 2,4%, Belgio 2,6%, Austria 2,9%, Francia e Germania 3%, Lussemburgo e Finlandia 3,4%, Svezia 3,5%, Danimarca 3,8%. L’Italia è pertanto abbondantemente al di sotto della media dell’Unione Europea, che è pari al 2,3%. Solo la Spagna sta peggio di noi con lo 0,4% del Pil.

Lo rileva l’Eurispes nel suo studio dal titolo: "Politiche sulla famiglia: l’Italia in grande ritardo", che mette in evidenza la difficoltà delle famiglie italiane a concepire figli (il tasso di fecondità medio per la donna italiana è pari a 1,2: il più basso d’Europa) a causa degli scogli economici e della latitanza delle politiche a sostegno della famiglia. La Francia invece spendendo il 3% del Pil della politica familiare, pari a 80 miliardi di euro, può permettersi il più elevato tasso di fecondità, con 1,9 bambini per donna.

Uno dei principali strumenti a sostegno della famiglia è di natura fiscale. Il sistema fiscale italiano prevede infatti diverse misure di detrazioni Irpef per familiari a carico, in relazione al reddito del contribuente e al numero dei figli. I familiari sono considerati a carico se il loro reddito complessivo è inferiore ai 2.850,41 euro. Appare però opportuno evidenziare come lo strumento delle detrazioni fiscali per carichi di famiglia lasci scoperti i nuclei che più degli altri necessiterebbero di sostegno economico: quelli in cui entrambi i coniugi risultano disoccupati. L’introduzione di misure a sostegno dei nuclei familiari che non possono usufruire delle agevolazioni fiscali appare pertanto prioritaria.

I sussidi monetari, attualmente in vigore a sostegno delle famiglie, appaiono del tutto inadeguati al mantenimento dei figli: l’arrivo del primo figlio comporta mediamente una diminuzione del reddito a disposizione tra il 18% e il 45% ed una spesa aggiuntiva compresa tra i 500 e gli 800 euro mensili, variabili in relazione all’età e alla collocazione geografica.

Per quanto concerne i sussidi indiretti, l’insufficienza delle detrazioni fiscali in vigore nel nostro Paese risulta evidente nel confronto con Francia e Germania: per una famiglia con due figli a carico e un reddito complessivo di 30 mila euro il risparmio d’imposta previsto è pari a poco più di 500 euro in Italia, di tremila euro in Francia e di seimila in Germania.

Pertanto sottolinea l’Eurispes, anche se nel Dpf è previsto un nuovo strumento per garantire un reddito minimo alle fasce più deboli della popolazione (Reddito di ultima istanza, Rui) in realtà, non è indicato l’ammontare dell’assegno previsto. E’ certo, tuttavia, che le risorse destinate a tale misura dovrebbero essere consistenti per garantirne la copertura a tutte le famiglie che vivono in condizione di indigenza. In base agli ultimi dati disponibili sono infatti circa 2 milioni e mezzo le famiglie che vivono in condizione di povertà relativa (l’11% del complesso), concentrate per i due terzi nel Mezzogiorno d’Italia.

La povertà è sensibilmente più diffusa tra le famiglie con una o più persone in cerca di occupazione: essa colpisce il 9,4% dei nuclei familiari in cui nessuno risulta disoccupato, il 21,1% delle famiglie con una persona in cerca di occupazione e oltre un terzo (il 37,3%) di quelle con due o più persone disoccupate. Anche la dimensione del nucleo familiare costituisce una variabile discriminante: come mostra la tabella seguente, la povertà colpisce il 23,4% delle famiglie con almeno cinque componenti, contro una media dell’11%. È plausibile pensare che laddove le condizioni legate alla collocazione geografica, allo stato occupazionale e alla dimensione familiare si sommano negativamente, la probabilità di trovarsi in una situazione di indigenza economica assuma contorni drammatici: basti osservare che mentre nelle regioni settentrionali la povertà interessa l’11,6% delle famiglie con cinque o più componenti, nel Mezzogiorno, a parità di dimensione familiare, la percentuale sale vertiginosamente, raggiungendo il 32,4%.

Sul fronte del sostegno al costo dei figli e alle madri lavoratrici, il nostro Paese si caratterizza per una rilevante carenza dei servizi per la prima infanzia. È possibile osservare come i servizi privati coprano, a livello nazionale, oltre un quinto dell’offerta complessiva: 604 asili su 3.008 sono infatti di tipo privato. In alcune regioni e province autonome, l’incidenza del privato sul complesso degli asili nido è particolarmente rilevante, come nella provincia autonoma di Bolzano (43,7%), e in Veneto (52,2%), Campania (52,9%), e Calabria (45%). L’insufficienza di strutture sostenute da risorse pubbliche può essere solo parzialmente compensata dalla presenza di asili nido privati. L’elevato costo dei servizi di tipo privato impedisce infatti di considerarli una valida alternativa. Inoltre, come mostra la tabella 10, la percentuale di domande d’iscrizione agli asili nido, pubblici e privati, rimaste inaccolte è molto elevata, anche nei territori caratterizzati da una maggiore presenza di servizi privati.

In base allo studio dell’Eurispes, infatti, un terzo dei bambini italiani è in lista di attesa per entrare in un asilo nido: si tratta del 32% delle domande di iscrizione che risultano in stand-bay. Le maggiori carenze si riscontrano in Trentino Alto Adige, dove la percentuale sfiora il 60%, in Liguria (55,8%), e in Valle d’Aosta che, con il 51,7% di domande inaccolte, chiude il gruppo di regioni in cui la percentuale di bambini che attendono di andare all’asilo supera quella delle domande accolte. Il tasso di copertura degli asili nido è inferiore alla media anche in Veneto (dove la percentuale di domande accolte è pari al 58,5%), Friuli Venezia Giulia 62,2%, Lazio 63,5%, Toscana 65,1% e Sardegna 66,3%.

La carenza strutturale di strutture pubbliche per l’infanzia ha spinto molti paesi alla creazione di servizi innovativi e alla diversificazione delle forme di cura. In Germania, dove gli asili nido scarseggiano e in alcuni Länder non sono nemmeno previsti come istituzione pubblica, è diffusa la Tagesmutter (mamma a giornata), che oltre a prendersi cura dei propri bambini si occupa anche di quelli degli altri (fino ad un massimo di tre). Si tratta di un servizio del tutto privato che offre, tuttavia, flessibilità di orari e costi ragionevoli: 1,5 euro all’ora per 40 ore settimanali o 1,7 euro per 20 ore settimanali; prezzo dei pasti variabile tra i 4 e i 7 euro. Alcuni Länder sostengono finanziariamente il ricorso alla mamma a giornata per le famiglie a basso reddito.

"Assume pertanto importanza prioritaria - afferma il presidente dell’Eurispes Gian Maria Fara - l’assunzione di una nuova e più generosa politica familiare, basata sullo sviluppo di strumenti di natura economica paralleli e alternativi agli assegni familiari e alle detrazioni di natura fiscale. Assegni per figli minori, assegni alla nascita, forme di reddito minimo garantito, in parte previsti nel Dpef, costituiscono strumenti necessari a garantire il sostegno del costo di mantenimento dei figli anche alle famiglie non coperte dai principali strumenti utilizzati nel nostro Paese". (Inform)


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