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INFORM - N. 167 - 9 settembre 2003

RASSEGNA STAMPA

Il Messaggero, 9 settembre 2003

Intervista al Ministro degli Esteri Franco Frattini: «In pochi mesi l’Italia affronta sfide globali»

ROMA - La bozza di risoluzione Onu degli americani per l'Iraq che divide i paesi europei, il precipitare improvviso della crisi israelo-palestinese, la Conferenza intergovernativa per la Costituzione europea che rischia di fallire perché troppe sono le richieste di modifiche alla bozza della Convenzione che si annunciano: ministro Franco Frattini, ma lei si aspettava una presidenza di turno italiana della Ue tanto in salita?

«Sapevo che le sfide che ci attendevano erano le più delicate degli ultimi anni. Colpa del calendario: se non approviamo il progetto di Costituzione entro fine anno, rischiamo di buttare i sedici mesi di lavoro della Convenzione e di non dare una Costituzione ai cittadini europei, perché a giugno ci saranno le elezioni e si dovrà poi ricominciare tutto daccapo. Idem per i risultati della road map in Medio Oriente, perché l'anno prossimo ci saranno le elezioni sia negli Stati Uniti, che in Russa, che in Europa. E quanto sta accadendo in Iraq ci dice che non è possibile far passare ancora tempo senza stabilire un chiaro percorso di transizione, di passaggio di poteri a un governo guidato dagli iracheni. Se aggiungiamo che il semestre di presidenza italiano è in realtà di quattro mesi e mezzo, perché in agosto le Cancellerie sono tutte chiuse, ecco il senso del richiamo già fatto a Riva del Garda alle responsabilità che ciascuno si deve assumere. Se fallisce il progetto di Costituzione, è l'Europa che fallisce, non la presidenza italiana. Se non si raggiunge la pace in Medio Oriente, non è un insuccesso italiano, è una tragedia per il mondo. A fronte di questo scenario, devo però dire che a Riva si è deciso rapidamente per quanto riguarda l'inserimento nella black list dell'organizzazione di Hamas, un tema che era sul tappeto da quasi 12 anni; si è deciso in fretta sul metodo di lavoro; e, per quanto riguarda l'Iraq, è vero che alcuni Paesi, come la Francia, sostengono che si deve fare di più, ma alla fine tutti hanno concordato sul fatto che bisogna restituire l'Iraq agli iracheni con l'intervento dell'Onu e la compartecipazione del governo provvisorio. Il negoziato non è entrato nel merito, ma la discriminante sul fatto che le Nazioni Unite debbano o no gestire la ricostruzione è stata superata, nel senso che la gestiranno. E sul comando militare agli Usa, anche Putin è d'accordo. Il ministro degli Esteri russo Ivanov, con il quale ho parlato oggi, me lo ha confermato. E sabato prossimo ci sarà a Ginevra una riunione dei Paesi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dedicata all'Iraq».

D. Tuttavia non sono state ancora superate le differenze che oppongono gli Stati Uniti ad alcuni paesi europei.

R. «Vero, una riguarda per esempio la necessità di fissare già nella risoluzione i tempi di transizione, di consegna dei poteri agli iracheni. Tutti sono d'accordo sul percorso, e cioè Costituzione, libere elezioni, infine governo, ma come è possibile stabilire fin d'ora i tempi? Mi sembra più utile che si dica: affidiamo all'Onu e al governo provvisorio il compito di definire una road map . E comunque, su questi punti di divergenza è possibile trovare una soluzione, una formula diplomatica, come del resto si era già fatto in Afghanistan».

D. Mentre la soluzione è assai più difficile per il Medio Oriente. Anche se Abu Ala, il candidato nuovo primo ministro indicato da Arafat, sembra una buona scelta...

R. «Oggi ho sentito al telefono per uno scambio di opinioni tutti gli interessati: il ministro degli Esteri israeliano, quello palestinese, il segretario di Stato americano Powell, il ministro russo Ivanov e ovviamente Javier Solana. Io ho conosciuto personalmente Abu Ala e ho espresso un apprezzamento positivo perché mi ha fatto l'impressione di essere un moderato. Ma anche Abu Mazen lo era. Il problema sono i poteri che avrà, il governo che riuscirà a costruire, la possibilità che gli sarà data di smantellare le centrali del terrorismo. Perché proprio questo dovrà essere il suo compito prioritario, insieme alla riduzione dell'incitamento all'odio verso gli israeliani e al controllo territoriale attraverso la polizia palestinese. Se, come il suo predecessore, Abu Ala non avrà gli strumenti sufficienti, la situazione di crisi non si risolverà. Anche gli israeliani vogliono vedere i suoi prossimi passi, prima di giudicarlo, vedere che governo farà, con quali uomini. Intanto, la riunione del Quartetto prevista fra due o tre settimane, forse si svolgerà già in questa settimana, e anche questo sarà da parte nostra un segnale chiaro».

D. Tornando in Europa: sarebbe più agevole il lavoro della presidenza di turno, se il presidente della Commissione non fosse un italiano, e di un diverso schieramento politico?

R. «No, sarebbe più agevole se il presidente Prodi esprimesse un'opinione diversa. Non ha l'obbligo di assecondarci perché è italiano, ma la Commissione ha il dovere di dare una Costituzione agli europei. Come potremo dire altrimenti, se il progetto fallisce, che l'Europa è un soggetto politico credibile? Per questo la presidenza italiana ha sostenuto la necessità di invertire il metodo, e cioè: chi propone un emendamento alla Convenzione, deve dimostrare che su questo emendamento esiste un consenso maggiore che in quello della bozza. I rischi maggiori di non approvarla in tempo? Quello del criterio di votazione, contestato da Paesi come la Spagna e la Polonia. Ma è un criterio che tiene conto anche del fatto che nella Ue a 25 membri ci saranno Paesi come la Germania, con oltre 80 milioni di abitanti, e come Malta, con 400 mila. Se non se ne tenesse conto, si avrebbe che Spagna e Polonia, con meno di 40 milioni di abitanti, disporrebbero di 27 voti e la Germania di 29 soltanto. E poi c'è il problema della composizione della Commissione che passerebbe a 15 membri, sollevato da molti Paesi, specie dall'Austria. Anche il presidente Prodi ritiene che il testo vada cambiato. Ma, anche in questo caso, un cambiamento innescherebbe nuove rivendicazioni dei Paesi più grandi. Con il rischio di mandare all'aria accordi e equilibri raggiunti in mesi e mesi di lavori e di estenuanti sedute notturne». (Ezio Pasero)

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